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L’intersezione tra femminismo ed egoismo stirneriano.

L’intersezione tra femminismo ed egoismo stirneriano.

Riflessioni femministe su una possibile liberazione non eterodiretta.

pubblicato in inglese su abissonichilista   Traduzione: Intersecta

 

È un ossimoro dichiararsi contemporaneamente egoista e femminista se si intende femminismo in senso giuridico e politico, e anche di più se ci si ispira all’egoismo come elaborato da Max Stirner. L’individualismo presentato da Max Stirner rifiuta ogni “ismo” collettivo. Non desidero dare l’impressione di suggerire il contrario, né essere interpretata erroneamente come una “femminista stirneriana”, cosa scomoda per costituzione. Tuttavia, sia che ci si riferisca a se stessi principalmente come femministi o come egoisti, c’è ancora molto da dire sul punto in cui i due princìpi si intersecano.

L’egoismo di Stirner enfatizza il bisogno fare svanire qualunque autorità esterna, sia essa religiosa, politica o sociale; l’egoista stirneriano guarda solo al sé come autorità esistenziale e sovrana. Non sono un Dio superiore né tendenze socio-politiche che determinano il sé dell’individuo. Sebbene Stirner parli di egoisti involontari che non sono egoisti veri e propri, perché il loro Ego cerca la conferma di un’autorità esterna, anche la ricerca di una conferma può derivare dall’egoismo. In altre parole, è il sé che decide che c’è qualcosa che deve essere cercato esternamente, ed è il sé che soddisfa questo requisito poiché ha orchestrato l’intera cosa.

È stato detto che l’individuo è sia prigioniero che carceriere.

Da questa applicazione della sovranità individualista, traggo molteplici critiche al movimento e all’ideologia femminista di oggi. Questo non è un tentativo di abbattere o ridefinire, ma una sorta di operazione di “raffinamento del grezzo”. Per quanto riguarda il femminismo, quello che io chiamo “outsourcing” è una grave passo indietro. Esternalizzare significa appaltare un particolare lavoro o ruolo a un’entità esterna. Le prime ondate di femminismo furono le prime a porre il problema dell’outsourcing.  La donna non cercava più il permesso dell’uomo o della Chiesa, ma iniziava a guardare a se stessa nel  fare le proprie scelte e decidere il proprio destino.

Alcuni criticano il femminismo di oggi, e la popolazione in generale, per essere troppo egocentrici nelle decisioni. Non lo trovo del tutto vero, o forse è  vero solo al livello più superficiale. È più corretto affermare che le persone tendono ad affidare il processo decisionale a una pletora quasi infinita di forze esterne. Che si tratti del desiderio ardente di convalida da parte dei colleghi, delle riviste di moda che dettano l’immagine che ciascuno deve avere di sé, della società che decide cosa bisogna attendersi dal futuro di ciascuno; ciò che normalmente chiamiamo egoismo tende ad essere in realtà il comportamento risultante a causa di questo dilagante outsourcing. Ci diciamo egoisti ma non siamo noi che decidiamo.

Se il sé guarda al sé come autorità sovrana, allora è lui che prende le decisioni, non la linea infinita di entità esterne che cercano di assumere il manto del decisore. Si può pensare al liberalismo, al libero pensiero secolare, alla narrazione del contributo alla conoscenza collettiva dell’uomo e ad altri ideali illuministi simili che continuano ancora oggi, sebbene mascherati con un marchio pesantemente commercializzato e simile a un branco. In effetti, Max Stirner ha sottolineato questo punto. Anche la tensione verso l’ “umanesimo del libero pensiero” o quello che alcuni chiamano “progressismo” oggi è ancora un “fantasma” intangibile che è fin troppo pronto ad assumere il ruolo di arbitro ultimo al posto dell’individuo.

In breve, uno “spettro” è un astratto intangibile che ha un potere solo perché questo potere gli è dato da una collettività, che lo impone ai singoli, mentre è praticamente privo di esistenza concreta. Quello che viene chiamato “progressismo” o “giustizia sociale” o anche “femminismo” è davvero un fantasma. Questo non li rende negativi o cattivi o indesiderabili, solo che un sé che designa il sé come sovrano non esternalizzerà l’autorità a queste costruzioni semantiche e ideologiche. Se si decide che il concetto di Dio o di religione non è padrone del sé, come si può permettere che movimenti sociali figli di contingenze storiche  e sistemi di pensieri che riducono gli individui a gregge diventino padroni? Una femminista che sostituisce un’autorità esterna con un’altra autorità esterna ha fatto ben poco per farsi strada.

Una femminista dichiara l’auto-liberazione e l’autonomia personale,  afferma il diritto di esistere in quanto se stessa, libera e unica come qualsiasi essere umano. Ovviamente questo deve essere considerato nel contesto. Nessuna persona è un’isola. Viviamo in una contingenza costante e piena di fattori interdipendenti. Comunque sia,  anche nell’interdipendenza si può ancora raggiungere un particolare grado di separazione e isolamento ontologico o esistenziale. Dora Marsden è stata una delle prime femministe che si è ispirata a Max Stirner, ma sappiamo poco della sua analisi al lavoro di Stirner,  solo che l’ha trovata profonda. Il suo attivismo si svincola dall’uso dell’etichetta femminista, poiché non le piaceva la sua disposizione reattiva. In modo stirneriano, comprese la liberazione del sé nel “qui e ora”, nel senso che il sé era già sovrano e non necessitava di un’entità esterna per emanciparlo. Pertanto, è il sé per primo che ha realizzato la propria sovranità, e qualsiasi “attivismo” riguardante un mondo femminista che potrebbe verificarsi in seguito è un dettaglio secondario.

“È arrivato il momento in cui le donne mentalmente oneste sentono di non avere alcuna utilità per il trampolino di lancio di grandi promesse di poteri redimibili in un lontano futuro. Proprio come sentono di poter essere “libere” ora, così come hanno il potere di essere, sanno che le loro opere possono dare prova ora di qualunque qualità esse decidano di dar loro. Tentare di essere più libere di quanto il proprio potere garantisca produce un curioso paradosso: la libertà e l’abilità riconosciute “a credito” a una donna perché è donna, sono libertà e abilità “protette”, riconosciute per autorizzazione, e quindi  privilegi che ritengonon possano servire a nessuno scopo utile in un cammino di liberazione. ”

-Dora Marsden

Ispirata da Stirner, Marsden distingue l’autoliberazione dall’emancipazione, o meglio coloro che riconoscono il proprio potere rispetto a coloro che richiedono che gli altri concedano loro dei diritti.

Qui risiede anche la differenza fra il reattivo e l’attivo. Il reattivo è colui che infuria contro l’Altro, chiedendo l’emancipazione, condannando l’Altro come l’oppressore, il trasgressore, considerando se stesso moralmente buono e oppresso. “Coloro che regnano, che hanno una posizione di potere, sono i cattivi, e quindi questo fa di me il buono”. C’è poco potere autonomo nella posizione reattiva, anzi qualsiasi potere è acquisito attraverso il negativo, come reazione all’attivo. L’egoismo di Stirner si occupa di ciò che è attivo, a cui Stirner si riferisce come proprietà o auto-godimento. Non è la crociata per la libertà o la giustizia sociale, l’oggetto della sua analisi, ma la proprietà del singolo, dell’unico, costituita dal suo potere intrinseco e dalla sua autonomia irripetibile.

Si può esser di fronte a un’ingiustizia o a un’indecenza, e questa situazione certamente danneggerà l’individuo, ma il vittimismo perpetuo e idealista è uno stato mentale reattivo che pone permanentemente il sé alla mercé dei capricci esterni. Questo vulnus si trova comunemente nel femminismo così come in generale nel liberalismo;  una incessante ricerca del martirio, il glorificare gli oppressi (che rimarranno tali) piuttosto che lodare i forti. Proprio come la Madre Maria, la donna secolare è ricettacolo e ricevente, colei che deve sopportare il peso. Per la femminista questo è inaccettabile. La femminista è definita dal positivo, dall’affermazione, e solo quando vuole accetta di rivestire altri ruoli. La femminista non è una preda da cacciare, è lei che caccia.

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Genere e potere di governo – Solidarietà femminista dal basso.

Genere e potere di governo – Solidarietà femminista dal basso.

da roarmag.org   Traduzione di Unoka Öcs per Intersecta

Quinta parte

MODALITÀ PROMETTENTI DI CURE RIVOLUZIONARIE

Chia-Hsu Jessica Chang, Lais Gomes Duarte e Vanessa Zettler di Colectiva Sembrar

Le donne in tutto il mondo, oltre ad avere a che fare con sistemi intersezionali di oppressione, spesso fanno il lavoro invisibile di prendersi cura dei più vulnerabili. La pandemia ha esacerbato la vulnerabilità di molte donne coinvolte nel lavoro di cura, attivando contemporaneamente reti di mutuo soccorso focalizzate proprio su questi temi. Nel nostro progetto internazionale per raccogliere storie sull’aiuto reciproco per il COVID-19, Colectiva Sembrar ha trovato modelli di speranza di cure rivoluzionarie dal Brasile al Portogallo, Taiwan e oltre.

A Hsin-Kang, una comunità rurale di Taiwan, la popolazione è in gran parte invecchiata e la maggior parte delle sue famiglie sono povere famiglie di contadini. In una sala da pranzo comune a Hsin-Kang, dove si riuniscono gli anziani, una donna sulla sessantina contribuisce ogni giorno cucinando per la gente. Nonostante abbia una grave artrite reumatoide e un dolore fisico costante, insiste ancora per provvedere a coloro che nella sua comunità sono più anziani e più vulnerabili.

Esempi simili di lavoro di comunità in prima linea si possono trovare anche a Lisbona, in Portogallo. Le donne di Lisbona si sono unite per formare Plataforma Geni, una piattaforma online per responsabilizzare le donne migranti la cui vulnerabilità è stata esacerbata durante la pandemia. Poco dopo che il governo portoghese ha annunciato che Lisbona sarebbe stata bloccata, queste donne hanno avviato una campagna online che metteva in contatto donne che potevano offrire servizi legali e di consulenza gratuiti con donne bisognose di questi servizi.

Le pratiche femministe decolonizzanti di Plataforma Geni ci mostrano un futuro più equo costruito sulla ridistribuzione del potere e in cui le disuguaglianze strutturali di razza, genere e nazionalità che sostengono il colonialismo non prevarranno.

Finora, i governi di Taiwan e Portogallo hanno contenuto il COVID-19 relativamente con successo. Tuttavia, altri governi, come quello brasiliano, hanno completamente fallito, rendendo le reti di assistenza ancora più importanti.

In Brasile, ancora una volta, queste reti sono guidate da donne. Suzi Soares, che proviene da un collettivo artistico nella periferia di San Paolo, ha mobilitato migliaia di famiglie. Helena Silvestre, anche lei di San Paolo, ha usato il potere di Abya Yala , una scuola femminista che aveva precedentemente fondato, come hub per fornire supporto materiale, psicologico e legale per la maggior parte delle donne nere e indigene nelle periferie e nelle favelas della città.

In tutti i casi, questo lavoro di assistenza reciproca è svolto principalmente dalle donne e spesso rimane nascosto nell’ombra. Tuttavia, questo lavoro rappresenta la possibilità di un futuro comune e migliore. Non solo deve essere reso visibile, ma anche ridistribuito e decolonizzato.

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Genere e potere di governo – Uno sguardo di insieme sulle lotte femministe internazionaliste.

Genere e potere di governo – Uno sguardo di insieme sulle lotte femministe internazionaliste.

da roarmag.org   Traduzione di Unoka Öcs per Intersecta

Quarta parte

ALLEANZA DI BASE, SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

Alleanza internazionale delle donne

In quanto alleanza internazionale di organizzazioni femminili di base, l’ Alleanza internazionale delle donne ha visto i suoi membri combattere con tutte le contraddizioni che il COVID-19 ha smascherato e intensificato. La violenza statale e domestica contro le donne ha raggiunto proporzioni pandemiche poiché la pressione sulle famiglie, sull’occupazione e sui mezzi di sussistenza aumenta e le chiusure confinano le donne a casa con partner violenti.

Allo stesso tempo, le donne sono state costrette a raddoppiare e triplicare il loro carico di lavoro di lavoro riproduttivo non riconosciuto, assumendosi la cura della famiglia, dei bambini e dei parenti anziani poiché i blocchi sospendono scuole e servizi pubblici.

COVID-19 non è stato un ostacolo alle continue guerre di aggressione da parte di potenze imperialiste come gli Stati Uniti e i loro alleati, compresa l’annessione pianificata da parte di Israele della Cisgiordania e della Valle del Giordano e la crescente occupazione indiana del Kashmir. Mentre i sistemi sanitari e di istruzione di base sono indeboliti, i paesi della NATO stanno spendendo miliardi per prepararsi alla guerra e a nuovi modi di dividere il mondo. In questi luoghi le donne sono in prima linea nella resistenza.

Per le donne, la militarizzazione in risposta alla crisi del COVID-19 significa anche che saranno a rischio di subire maggiore violenza attraverso stupri, sfollamenti forzati, accaparramento di terre e politiche e atteggiamenti apertamente misogini promossi da autoritari come Trump, Bolsonaro, Duterte e Modi . In America Latina la violenza contro le donne, che è collegata al traffico di droga e alle industrie delle maquiladoras , ha raggiunto proporzioni femminicide. Le campagne per fermare questa violenza vengono coordinate a livello transfrontaliero e stanno acquisendo visibilità.

Allo stesso tempo, COVID-19 ha rivelato il ruolo chiave che le donne che lavorano svolgono nella società.

Nel Sud del mondo, i piccoli agricoltori, in particolare le donne, sono la maggioranza dei produttori di cibo. I blocchi di COVID-19 hanno impedito le loro attività produttive. Pur annunciando la scarsità di cibo e la fame per se stessi e per il pianeta, la monopolizzazione dell’agrobusiness continua senza sosta.

Nel nord del mondo, COVID-19 ha rivelato in modo netto il ruolo cruciale e in prima linea delle lavoratrici migranti come assistenti e nella produzione e distribuzione di cibo e agricoltura. Anche la loro situazione e la loro precarietà come lavoratori migranti e rifugiati sono state messe a nudo e hanno scatenato lotte e solidarietà da altri settori anche sotto le regole di reclusione.

Di fronte a tutto questo, le donne stanno trovando nuovi modi per andare avanti nella lotta attraverso l’aiuto reciproco, l’assistenza sanitaria e la preparazione e distribuzione di cibo su base comunitaria. L’IWA – che presto festeggerà il suo decimo anniversario – si sta collegando dal basso per formare forti alleanze internazionali, costruire solidarietà più forti, scambiare analisi e condividere campagne.

I membri dell’IWA sono in prima linea nelle lotte per la sovranità alimentare sia attraverso la difesa che le organizzazioni di base. Mano nella mano con l’Alleanza Internazionale dei Migranti e altri, stiamo aiutando a coordinare le lotte che richiedono protezioni e diritti fondamentali per i lavoratori migranti in tutto il mondo.

Le stesse difficoltà della crisi del COVID-19 stanno spingendo in avanti la nostra Alleanza. I movimenti delle donne progressiste continuano come una parte vibrante delle lotte per la giustizia e l’uguaglianza dei popoli del mondo.

 

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Il problema è la fede cieca, qualunque essa sia.

 Il problema è la fede cieca, qualunque essa sia.     

Conversazione a St. Mary Mead su emergenza sanitaria, insipienza dei governi e follia della masse.

Jane Marple e Elspeth McGillicuddy, per Intersecta

St. Mary Mead, interno giorno. Miss Marple riceve la sua amica scozzese Elspeth McGillicuddy, che già una volta l’aiutò a risolvere un caso. Aspettando il thè delle cinque, guardano un telegiornale alla TV italiana (Zia Jane ha voluto che le installassimo un’antenna parabolica), e commentano quello che vedono.

Miss Marple: L’irritazione che mi provoca l’obbedienza cieca all’indignazione pianificata non riesco ad esprimerla, cara. Si sono adunate 1500 persone in una piazza. Un numero irrilevante ai fini di qualsiasi movimento. Era una manifestazione senza obiettivi, senza richieste specifiche e controllata in qualche modo da gruppi fascisti. Una sceneggiatura che segue sempre lo stesso copione: personaggi facilmente risibili tipo Brigliadori, “mamme” ignoranti e confuse, presunta riunificazione di istanze le più disparate tra di loro (no vax, “vegani”, fascisti, qualunquisti, no mask, etc). Ma che peso politico trainante può avere una manifestazione simile? Zero. Il peso ce l’ha perché viene usata come strumento di antagonismo (inesistente e improponibile), di leva per far sentire migliore chiunque, compresa la gente accecata da altre forme di fideismo. Quella sì con un peso mastodontico a livello socioculturale. Sono passati pochi mesi e già la popolazione “credente” si è scordata della ridicolizzazione iniziale di tutte quelle persone che avevano paura ad uscire di casa senza mascherina. Oms e sudditanza varia in coro dicevano: “non vi serve!”. Per non parlare della polemica infinita e demenziale tra provax e novax. Tra i cavalli di battaglia dei provax c’era l’efficacia dei vaccini e la loro mancanza di effetti collaterali in quanto testati per decenni e immessi sul mercato dopo lunghe e meticolose procedure mediche e burocratiche. Ora si aspettano un vaccino a breve per un virus di cui non esiste neanche un protocollo di cura condiviso a livello internazionale nonostante sia pandemico. Tanta gente dalla memoria cortissima, che magari sgrana rosari, crede all’oroscopo e alla cartomanzia, ma in questo caso specifico si sente particolarmente razionale e concreta. Quella piazza non è che non fa schifo. Fa schifo e tristezza. Ma personalmente mi suscitano questi sentimenti anche altri milioni di persone con il razionalismo a compartimenti stagni, che fa patti di fede e non di fiducia con le istituzioni. Che usano il loro drappo rosso per far infuriare con uno schiocco di dita le compagini più dedite alla sudditanza verso di loro non solo per ottenere consensi, ma anche per nascondere tutte le contraddizioni, l’inadeguatezza, l’incertezza che contraddistinguono il mondo in questo momento.  Scusami per questa  filippica, cara, ma io vedo solo fifa mal gestita e condizionata in ogni dove e zero cautela, in tutti i sensi.

Signora McGillicuddy: Io ho tanta voglia di ridere perché è stato così shockante l’avvenimento che gli stessi medici sembrano non considerare che si tratta di un coronavirus. Più che la malattia in sé mi spaventa il buco nero nella mente di tanti. Non c’è un protocollo di cure condiviso, non ci possono essere studi sugli effetti a lungo termine, e siamo tutti sclerati con una classe di virus il cui comportamento è studiatissimo. Il guaio è precedente, è stato nella semplificazione di concetti complessi. Noi conosciamo in maniera molto superficiale un concetto, quello di “influenza”, che in realtà racchiude famiglie di virus molto differenti che hanno in comune una certa velocità di modificazione propria ma effetti diversi sull’organismo.

Miss Marple: Esatto cara. Anche a seconda dei singoli organismi.

Signora McGillicuddy: Tipo, i corona virus notoriamente non rispondono al vaccino come che ne so, il morbillo. E non pigliano genericamente i polmoni. Può essere una modalità di infezione ma non necessariamente la sintomatologia. Che può andare dallo scolo al naso all’ictus.

Miss Marple: No, anzi. Addirittura possono innescarli negli organismi più fragili.

Signora McGillicuddy: Esatto, non si ragiona però. Il problema è la fede. Già gli effetti li vedo nella gestione scolastica, totalmente demente. Un secondo mega lockdown la vedo dura, ma solo perché non c’è possibilità di sopravvivere e tante persone rischierebbero la morte di inedia, che sarà anche non contagiosa ma non la prenderei sottogamba sinceramente, anche se non fa chic. La cosa più sensata da fare è evitare i posti chiusi ahimè, il più possibile.

 Miss Marple: È tutto lì, cara, è tutto lì. E indossare mascherine in luoghi chiusi e affollati tipo gli aeroporti è una pratica decennale per molti orientali, a prescindere dalle epidemie.

Signora McGillicuddy: Già… Ma è il fischio della teiera quello che sento?

Miss Marple: Certo, sono le cinque in punto, del resto. Ti faro provare un thè nero nuovo che mi ha regalato Raymond, una prelibatezza, vedrai.

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Genere e potere di governo – Lotte femministe di decostruzione del potere e del carcere in Turchia

Genere e potere di governo – Lotte femministe di decostruzione del potere e del carcere in Turchia
da roarmag.org   Traduzione di Unoka Öcs per Intersecta

Terza parte

VERSO UNA RADICALE RIORGANIZZAZIONE DELLA VITA

Dilar Dirik, Turchia

La pandemia del COVID-19 ha mostrato molte delle diseguaglianze sociali che costituiscono le condizioni di vita e di morte delle persone in tutto il mondo. Ha dimostrato, quasi graficamente, che anche nel contesto di un virus che si diffonde indipendentemente dalla propria identità, i sistemi creati dall’uomo sono centrali per le vite che contano e quelle che si possono scartare. La pandemia ha fornito l’occasione per lottare e organizzarsi in tutto il mondo.

Gli stessi gruppi che hanno organizzato sistemi di mutuo soccorso nelle loro comunità tendono anche ad essere quelli che richiedono i cambiamenti più radicali. Le donne nere e le donne non bianche sono in prima linea nell’organizzazione volta a soddisfare le esigenze e le richieste delle loro comunità, nonostante siano tra i gruppi più vulnerabili della pandemia. Attraverso azioni orizzontali e dirette che mirano a risolvere i problemi collettivamente, queste persone dimostrano che la protezione della vita è impossibile senza riproduzione sociale, lavoro di cura, aiuto reciproco e amore.

I movimenti femministi e rivoluzionari hanno da tempo sottolineato che non possiamo fare appello alla misericordia dello Stato per trovare soluzioni ai nostri problemi. Riconoscono che il sistema burocratico dello stato semplicemente non è progettato per mantenere in vita le persone. Gestire la vita e difendere la vita non sono la stessa cosa.

Organizzarsi durante la pandemia del COVID-19 ha anche aiutato in molti modi a femminilizzare le idee sull’eroismo. Durante la pandemia, le discussioni transnazionali sul lavoro, il valore e la vita hanno contrastato le idee romantiche sul lavoro e sul genere e invece hanno affermato che le relazioni sociali devono cambiare. Le riforme non sono sufficienti per la giustizia; dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere.

Quando lo stato turco ha deciso di escludere migliaia di prigionieri politici dall’amnistia per il COVID-19, il movimento delle donne curde si è rivolto a diverse lotte di donne in tutto il mondo per avviare una campagna internazionale per la libertà dei prigionieri politici – “Solidarity Keeps Us Alive”.

Ma perché lottare contro le carceri in un momento simile?

Nonostante il suo ruolo nel perpetuare la violenza, i conflitti sociali e l’ingiustizia, lo stato spesso giustifica la brutalità della polizia, la sorveglianza e la politica carceraria presentandosi come l’unica autorità che può garantire la sicurezza alle comunità. “Chi ti proteggerà da assassini, stupratori e ladri?”, chiedono. La prigione è l’istituzione definitiva per rappresentare l’idea che gli esseri umani sono fondamentalmente imperfetti, corrotti e malvagi. Questa visione deterministica della vita rifiuta la possibilità di giustizia attraverso il cambiamento sociale; serve solo lo Stato autoritario.

Al centro delle prospettive abolizioniste come quelle sostenute dal movimento delle donne curde c’è l’idea che la libertà e la giustizia non sono semplicemente utopie, ma sono effettivamente possibili. La violenza non è il destino, ma il risultato di sistemi che possono e devono essere smantellati. In questa luce, le femministe e le lotte delle donne con la politica abolizionista presentano alcune delle visioni e pratiche più rivoluzionarie e piene di speranza.

Abolire l’ingiustizia significa costruire società libere, come sottolineano le femministe abolizioniste nere. Ciò significa abolire lo stupro, la violenza domestica, la povertà e molte altre questioni – e non rinchiudendo le persone, ma creando le condizioni materiali per una società più giusta. E questo avviene attraverso quella che il movimento delle donne curde chiama una “rivoluzione della mentalità”.

Abolire il sistema è un appello per la riorganizzazione radicale della vita con relazioni sociali che possono servire come nuovi termini di vita. In questo senso, le lotte delle donne incarnano nel qui-e-ora, ciò che è necessario per affrontare la crisi del COVID-19 e che è imminentemente realizzabile: una vita senza violenza e disuguaglianza.

 

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Genere e potere di governo – Covid e femminismi in Regno Unito e in Colombia

Genere e potere di governo – Covid e femminismi in Regno Unito e in Colombia
da roarmag.org   Traduzione di Unoka Öcs per Intersecta
Seconda parte
SUPPORTARE LE DONNE MIGRANTI A LONDRA
Rahila Gupta, Londra
Inizialmente, mentre i media riportavano l’esplosione della violenza domestica e un numero più alto del solito di morti di donne uccise da partner violenti, le Southall Black Sisters hanno assistito a meno richieste di assistenza. Sembrava controintuitivo, ma la Rete europea delle donne migranti ha riferito la stessa cosa. Le loro organizzazioni in Finlandia e Portogallo hanno dovuto affrontare un calo delle richieste. Era un mistero.
Abbiamo ipotizzato che fosse perché le donne migranti avevano meno accesso alla tecnologia, che i loro movimenti fossero così attentamente monitorati da famiglie e coniugi da non essere in grado di cercare sostegno, o che si aspettassero che tutti i servizi fossero chiusi e aspettavano. Tuttavia, la situazione non è durata a lungo e le indagini sono ricominciate rapidamente.
Abbiamo intrapreso un’enorme riorganizzazione per fornire virtualmente lo stesso livello di servizio. La tecnologia doveva essere rivista per consentire al personale di lavorare da casa. I finanziatori sono stati abbastanza generosi da rispondere al bisogno. Siamo stati in grado di acquistare telefoni e schede telefoniche per molte donne in modo che potessero accedere alla consulenza online e al supporto degli operatori del caso. Anche il gruppo di supporto ora si riunisce online due volte a settimana. I lavoratori hanno consegnato pacchi di cibo e articoli da toilette per le donne migranti che non hanno ricorso a fondi pubblici.
Trovare un alloggio per queste donne era il problema più grande. SBS ha avviato un progetto per affrontare la crisi del COVID-19, contattando hotel e ostelli per fornire alloggio gratuito per tre mesi. All’inizio non hanno trovato nulla. Ma poi, come risultato dei loro sforzi, divenne disponibile una sistemazione molto migliore e più economica. Tuttavia, SBS e Solace Women’s Aid, che hanno contribuito alla realizzazione del progetto, hanno incontrato una reale riluttanza da parte del sindaco di Londra a finanziare il progetto e riservare abbastanza stanze per le donne migranti.
Alla fine ci sono riuscite; le donne adoravano il loro alloggio. Ha rafforzato la loro autostima. Hanno chiesto perché questa non potesse essere una soluzione permanente.
Questa è la domanda chiave che deve emergere da questa crisi, che dovrebbe accendere le nostre future campagne politiche: se i governi possono magicamente trovare i fondi – certamente nell’interesse personale – per trattare le persone con umanità durante una crisi, allora non dovremmo accontentarci di avere meno dopo il COVID-19, affinche questo diventi il momento rivoluzionario per porre fine a un sistema marcio.
IL MOVIMENTO DELLE DONNE IN COLOMBIA
Blandine Rachel, Congresso del popolo, Colombia.
In Colombia, come in molti altri posti nel mondo, la pandemia e le misure adottate dal governo hanno avuto un grave impatto sulle comunità povere e sui lavoratori informali. Sebbene il fulcro di questa tavola rotonda sia l’impatto sulle donne coinvolte nella lotta di liberazione delle donne, è necessario sottolineare che tutte le donne povere stanno affrontando lotte simili.
Il lavoro svolto dalla maggior parte delle donne colombiane non è né formalmente riconosciuto né economicamente compensato. I lockdown hanno avuto un grave impatto su di loro, poiché hanno perso le loro fonti di reddito necessarie per sopravvivere alla pandemia. Queste donne spesso si affidano al sistema sanitario pubblico in quanto poche possono permettersi un’assicurazione privata.
Per più di un decennio, il sistema sanitario pubblico della Colombia ha subito tagli e si è indebolito a favore di un sistema privato. In quanto tale, il sistema pubblico non può fornire cure di alta qualità e coloro che utilizzano il sistema pubblico corrono un rischio maggiore se si ammalano.
Anche la guerra in Colombia non è cessata a causa dei blocchi. Infatti, molte comunità organizzate hanno riferito che il conflitto è peggiorato perché il governo sta approfittando della situazione per militarizzare molte regioni.
C’è stato un notevole aumento degli attacchi alle Guardias – organizzazioni di sicurezza basate sulla comunità autonome e disarmate – e anche la frequenza degli omicidi di leader sociali è in aumento. Ci sono stati diversi casi di stupro di ragazze indigene da parte dei soldati, che sanno che in questo momento si può fare molto poco in risposta. A causa della focalizzazione sulla pandemia, questo aumento della violenza è stato accolto con poche proteste pubbliche.
Nella sua campagna per militarizzare queste regioni, questo stesso esercito ha portato il coronavirus in parti remote del paese che dovevano ancora essere colpite.
Nonostante questi impatti, i movimenti di liberazione delle donne e i movimenti sociali contro il capitalismo si rafforzano ogni giorno, poiché l’attuale crisi evidenzia ulteriormente la necessità di cambiare l’intero sistema. I mezzi per farlo sono complicati.
Il movimento delle donne ha partecipato alla marcia per la dignità – camminando da Cauca, Arauca e dalla regione del nord est verso la capitale. Nella ricerca di un rifugio, molte donne hanno anche partecipato ad azioni massicce per riprendersi la terra nelle periferie delle grandi città.
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Genere e potere di governo – L’indagine del collettivo Roar

Genere e potere di governo – L’indagine del collettivo Roar

da roarmag.org   Traduzione di Unoka Öcs per Intersecta

Prima parte

La pandemia COVID-19 ha messo in luce i ruoli essenziali che il lavoro di cura e il lavoro riproduttivo svolgono nelle nostre società. Ma porterà alla liberazione di genere?

Introduzione

ROAR Collective

La pandemia COVID-19 ha esacerbato quasi ogni tipo di ingiustizia sociale. Nel nord del mondo, ha ucciso in modo sproporzionato persone povere, indigene e di colore. Le donne della classe lavoratrice, e in particolare le donne di colore, non solo sono più a rischio di contrarre il COVID-19 e di morire a causa di esso, ma sono anche sovrarappresentate in ruoli di lavoro di cura essenziali tra cui infermieristica, assistenza agli anziani, assistenza all’infanzia, servizio di ristorazione e il duro e faticoso lavoro domestico. Il confinamento in casa ha reso doppio il fardello del lavoro domestico quotidiano in una situazione insostenibile anche per le donne bianche e relativamente benestanti.

Allo stesso tempo, la crisi sociale del COVID-19 ha messo in luce i modi in cui gli operatori sanitari – sia pagati che non pagati – ci mantengono in vita. Il lavoro di cura, ovviamente, è relegato in modo schiacciante alle donne, che sono percepite come “naturalmente” nutrienti, amorevoli e gentili. Le femministe hanno sempre sollevato questioni di vita o di morte. La pandemia ha ispirato e rafforzato movimenti sociali che mettono gli operatori sanitari in una posizione di leva morale e materiale per attuare il cambiamento. Per la seconda puntata della serie ROAR Roundtable, ho posto la seguente domanda a un gruppo di attivisti e studiosi:

In che modo COVID-19 ha influenzato le lotte specifiche per la liberazione delle donne e le lotte per trasformare il lavoro riproduttivo in tutto il mondo?

In retrospettiva, avremmo dovuto porre la domanda al contrario: cosa deve fare il femminismo per contribuire alla lotta contro la COVID-19? In effetti, ogni intervistato ha, a modo suo, risposto proprio a questa domanda. Con il cambiamento climatico, l’incarcerazione di massa, l’intensificarsi della violenza di Stato, il controllo del movimento delle persone attraverso i confini, il ventunesimo secolo sta diventando un secolo biopolitico. Dati gli atteggiamenti in rapida evoluzione verso il lavoro di cura e il lavoro riproduttivo mentre la nostra società globalizzata combatte il COVID-19, potrebbe finalmente essere il momento di riconoscere la liberazione di genere come un risultato pratico e necessario.

IL POTERE TRASFORMATIVO DELLA FEMMINILIZZAZIONE DELLA POLITICA

Eva Abril, Catalogna.

COVID-19 ha brutalmente dimostrato quello che noi [a Barcelona en Comú] diciamo a Barcellona negli ultimi cinque anni: che dobbiamo mettere la vita al centro della politica municipale. Quelli che erano vulnerabili prima della pandemia – quelli a basso reddito, in lavori precari, con malattie e disabilità, gli anziani o quelli con reti di sostegno deboli – lo sono ora ancora di più.

Da una prospettiva femminista, il coronavirus avrà gravi conseguenze non solo per le donne, ma per tutti coloro che non si adattano al modello egemonico dell’uomo ricco, bianco ed eterosessuale. Più ci si discosta da questo profilo egemonico, più si subiranno gli impatti sanitari, sociali ed economici del COVID-19. Le disuguaglianze razziali, la povertà, lo stato di immigrazione, la cultura e la diversità sessuale-affettiva sono tutti fattori intersezionali che accumulano e aggravano le disuguaglianze di genere nei nostri quartieri.

Il lavoro di cura è sempre stato un compito femminilizzato, e quindi socialmente sottovalutato e sottopagato. Nel contesto del COVID-19, il lavoro in prima linea è diventato ancora più pericoloso e indesiderabile, il che significa che coloro che lo fanno tendono ad essere le donne più precarie e vulnerabili, spesso donne migranti o genitori single. Allo stesso modo, le lavoratrici del sesso hanno visto i loro redditi prosciugarsi dall’oggi al domani.

Un altro aspetto importante è il doppio fardello affrontato a casa dalle donne con responsabilità di assistenza, sia per i bambini che per altre persone a carico. In Spagna, abbiamo visto donne impegnate nel lavoro di assistenza durante il giorno e telelavoro la mattina presto, raddoppiando il loro orario di lavoro per fare tutto. Coloro che hanno partner maschi hanno visto questi ultimi offrirsi volontari per andare al supermercato per la prima volta, in un contesto in cui questo era uno dei pochi motivi per uscire legalmente di casa.

Tutto questo si svolge quando i venti politici reazionari stanno soffiando in tutto il mondo. Grazie al malcontento sociale e alla povertà cronica, politici come Trump, Orbán e Bolsonaro sono emersi in un modo che assomiglia agli sviluppi del periodo tra le due guerre, che alla fine portarono all’ascesa del fascismo. I movimenti fascisti si nutrono di una visione romanzata di un passato inesistente, promettendo un ritorno a un “ordine naturale” che criminalizza la differenza sociale e la dissidenza politica. Promettono un ritorno a un tempo in cui le donne erano confinate nella sfera domestica.

Ecco perché il potere trasformativo della femminilizzazione della politica è così importante. Misure come fornire supporto per la salute mentale, investire nella cura dei bambini e garantire la sicurezza alimentare implicitamente valorizzano il lavoro di cura che sostiene la vita stessa. E solo la cura e l’amore, nel senso più ampio e universale di questi termini, possono vincere l’odio.

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L’Algeria silura i suoi giornalisti migliori.

L’Algeria silura i suoi giornalisti migliori.

Parlare degli scandali e dei conflitti di interessi è la maniera più comoda per finire in carcere.

Sorj Chalandon per Le Canard Enchainé  Traduzione: Intersecta

“Non abbiamo fatto niente di male, abbiamo scritto degli articoli e continueremo a farlo”.
Questa semplice frase, che ben illustra lo stato d’animo dei giornalisti algerini indipendenti minacciari dalla censura, era stata pronunciata da Abdou Semmar, caporedattore di Algeriepart, quando uscì di prigione nel 2018. Semmar è un giornalista d’inchiesta che ha scritto molti articoli su scandali legati alla corruzione degli oligarchi e sull’influenza dei salafiti stranieri in Algeria, diventando presto il nemico da abbattere sia per il regime che per gli islamisti, una volta tanto concordi su qualcosa.
Appena uscito dal carcere, ha approfittato della libertà provvisoria per lasciare clandestinamente il suo paese e e rifugiarsi in Francia.
Il 10 Agosto, come avvertimento amichevole a tutti gli Abdou Semmar rimasti in Algeria, il giornalista Khaled Drarmi, del sito Casbah Tribune, corrispondente da Algeri per le tv francese e svizzera, è stato condannato a tre anni di carcere senza condizionale per avere realizzato dei reportage sul movimento di contestazione pacifica Hirak, che da più di un anno procura parecchi grattacapi al governo algerino.
Ma, come molti altri giornalisti algerini, Semmar non si fa intimidire dalle minacce né dall’esilio. Un buon esempio del suo lavoro è la sua ultima inchiesta sulle strane manovre del nuovo ministro algerino dei Trasporti, Lazhar Hani, che mescola allegramente interessi pubblici, privati e familiari.
Come raccontato da Algeriepart, grazie ai suoi giornalisti che lavorano sul terreno coperti da pseudonimi e e messaggerie cifrate, Hani, 72 anni, ha fatto carriera per anni nel settore del trasporto marittimo.
Nominato al vertice della Compagnia Nazionale Algerina alcuni anni fa, inizia un partenariato con la compagnia francese CMA CGM.
Per 13 anni è il capo e azionista al 20% della filiale algerina della compagnia francese, e si dà alla pazza gioia, affittando tramite la compagnia dei terreni di cui diventa proprietario attraverso prestanomi, organizzando partenariati con compagne di subappalti gestite da sua moglie, e così via.
Fino a quando nel 2013 la casa madre si stufa del giochino. La giustizia francese accusa Hani di appropriazione fraudolenta di fondi pubblici e abuso di beni sociali, ordina il blocco dei suoi conti francesi e il sequestro di numerosi beni immobili a Parigi, prima che un accordo collegiale metta fine al processo nel 2014.
Ed ecco che il 23 Giugno del 2020, malgrado questo bilancio passivo o forse proprio grazie a esso, Lazhar Hani, che continua a gestire imprese marittime, è nominato ministro dei Trasporti della Repubblica Algerina. Conflitto di interessi? Ma no!
“Ho preso all’indomani della mia nomina tutte le misure necessarie per conformare la mia posizione alla legge”, dichiara il neo ministro al quotidiano El Watan. Ma, secondo Algeriepart, grazie a un governo molto comprensivo, già tre giorni dopo aver preso funzione il signor ministro, proprietario anche di molteplici appartamenti all’estero non dichiarati, ha “preso le misure necessarie” trasferendo tutti i suoi contratti di gestione di imprese e di rappresentanza commerciale alle sue due figlie. Una delle due figliole casualmente rappresenta diversi armatori stranieri, come lo svizzero Militzer and Munch, che curiosamente è riuscito in poco tempo a farsi strada nel mercato algerino, solitamente chiuso e impermeabile all’esterno.
I generali algerini non si stancano mai di ripeterlo, i giornalisti indipendenti sono davvero una brutta razza.

 

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Giustizia per Ka Randy.

Giustizia per Ka Randy.

Vita e morte di un sindacalista contadino nelle Filippine di Duterte.

a cura di Intersecta

“La BAYAN-Canada condanna l’omicidio spietato del militante pacifista e organizzatore contadino Randall Ka Randy Echanis e di  Louie Tagapia, un suo coinquilino. Chiediamo giustizia rapida per Ka Randye e per tutte le vittime di esecuzioni extragiudiziali”, si legge sul sito canadese dell’Alleanza delle organizzazioni progressiste filippine.

Il 10 agosto Ka Randy, che era sottoposto a cure mediche nella sua residenza di Quezon City, è stato brutalmente ucciso dalla polizia nazionale filippina o da uomini a essa collegati. Ka Randy era il segretario generale nazionale del Kilusang Magbubukid ng Pilipinas (Movimento contadino delle Filippine). Era noto per le sue battaglie per delle riforme sostanziali nel settore agricolo e per il suo impegno per attuare il Genuine Agrarian Reform Bill (una riforma agraria mai compiuta nel settore della coltivazione e vendita del riso)

“La morte di Ka Randy non è stata vana” continua il comunicato della Bayan, “e il suo omicidio lo ha reso solo un martire,  una linfa vitale nelle vene della società filippina. Era tutt’uno con i movimenti di base che ci ricordano costantemente l’importanza di collegare la rivoluzione agraria alle lotte antifasciste e antimperialiste. È caduto nelle mani delle forze statali perché ha intrapreso i passi fruttuosi per spingere verso una vera riforma agraria e un serio e  equo progetto di industrializzazione nazionale per rompere tutte le forme di sfruttamento, oppressione e violenza strutturale. Il nome di Ka Randy è ora nel pantheon degli innumerevoli difensori della terra e dei diritti che hanno dedicato la propria vita a perseguire una pace giusta e duratura nelle Filippine. La BAYAN-Canada onora la loro memoria continuando a lottare coraggiosamente per porre fine alla tirannia e al terrore del regime USA-Duterte e per far avanzare il movimento di massa per la democrazia nazionale con una prospettiva socialista”.

La polizia filippina ha tentato inizialmente di mascherare il movente politico del delitto, nonché il coinvolgimento di forze paramilitari (molto diffuse nel paese, e utilizzate dal presidente Duterte per la “lotta alla droga”; in pratica mercenari armati con licenza di uccidere e il compito di neutralizzare qualunque opposizione), dichiarando che non c’era stata effrazione, che le vittime avevano fatto entrare a casa i loro carnefici, e che il vero obiettivo fosse Louie Tagapia, che in passato ha avuto condanne per droga. Sarebbe stato insomma un regolamento di conti fra bande di narcotrafficanti e Ka Randy ci sarebbe finito in mezzo per caso.  Naturalmente non esiste nessuna prova convincente per questa ricostruzione, che non convince il mondo sindacale e i partiti di opposizione.

Il  presidente del National Union of Peoples Lawyers, Edre Olalia, ha infatti chiesto che l’indagine sia guidata da un’agenzia imparziale, e ha dichiarato che la polizia ha ostacolato l’indagine ritardando di 3 giorni il rilascio del corpo di Echanis.

Il portavoce del partito Anakpawis, una lista di sinistra vicina ai sindacati, giovedì ha smentito ufficialmente la polizia, dichiarando che c’era un chiaro segno di effrazione nell’appartamento del leader contadino assassinato Randall “Ka Randy” Echanis all’interno dell’appartamento, e mostrando sul suo account Twitter una foto della porta sfondata e della catena di sicurezza divelta.

Il 12 Agosto inoltre degli agenti di polizia hanno interrotto i funerali religiosi di Ka Randy, che stavano avendo luogo davanti alla agenzia di pompe funebri in cui erano custodite le spoglie.

Le persone presenti hanno dichiarato che la polizia ha costretto a tenere, ufficialmente per ragioni di sicurezza, una breve “preghiera di solidarietà” al posto della messa inizialmente autorizzata.

 

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Vergognati tu, lasciaci in pace!

Vergognati tu, lasciaci in pace!

I diritti LGBTI in Libano.

trascrizione di un servizio di Radio Radicale dal Libano.

Genwa Samhat insieme ad altri due attivisti.

Gira da tempo un video girato a Beirut, nel quartiere centrale di Marmikhal, un quartiere pieno di bar e di locali. Due ragazze sono sedute a un tavolino all’esterno, e si tengono per mano. Me interviene un passante.
“Non vi vergognate?”, urla loro l’uomo? “Vergognati tu”, rispondono le ragazze, “lasciaci in pace”. Il video dura alcuni minuti, altri passanti intervengono. Molti a difesa delle ragazze, qualcuno invece a dare supporto all’uomo che le accusa. I tre, le due ragazze l’uomo che le accusava, sono in realtà tre attori, anzi tre attivisti; una telecamera nascosta li sta riprendendo da lontano, per filmare le reazioni dei pasanti. Si tratta di una esperimento sociale realizzato dalla Ong libanese Helem.
“Vedendo il video si nota come molte persone intervengano anche in difesa delle ragazze”, chiediamo a Genwa Samhat, fondatrice di Helem, “era quello che vi aspettavate?”
“Sì, anche se in realtà ci aspettavamo più reazioni omofobiche di quelle che in realtà ci sono state, perché in quella strada è successo che diverse persone trans siano state picchiate, anche se molte persone non lo sanno. E questo succede perché c’è molto classismo nell’intendere i diritti umani e la libertà di espressione in Libano. Cioè molte persone pensano che se una coppia gay in un bar o in una certa strada non ha problemi, allora vuol dire che non ci sono problemi in generale. Invece non è così, e lo dimostra il fatto che se una donna trans, magari di una classe sociale diversa, più povera, passa nella stessa strada, può essere attaccata”.
“Nella stessa strada?”
“Sì sì, nella stessa strada, lo sappiamo abbiamo i dati”.
Helem è nato nel 1998 come un movimento underground.
“Essere una donna” dice Genwa, “significa appartenere a una categoria svantaggiata, in qualunque parte del mondo. Essere una donna in Medio Oriente significa sicuramente far parte di una categoria svantaggiata.Essere una donna Queer, o comunque che tiene alla sua libertà, ti rende ancora più discriminata. Mi sono sentita in qualche modo una vittima del sistema, e il modo migliore per reagire credo che sia attivarsi e agire seguendo una strategia, anziché sentirsi semplicemente depressi.Sono un’attivista da quando avevo 16 anni e stavo nel sud del Libano, perché è da lì che vengo”.
Oggi Genwa ha 31 anni, ed è una delle anime di Helem. Helem, una parola che in arabo significa “sogno”, è nato come un movimento underground per i diritti LGBT+, alla fine degli anni ’90.
“Nel 2004 abbiamo costituito una ONG, o meglio abbiamo presentato tutti i documenti necessari per la registrazione al ministero degli Interni, ma da allora non li abbiamo più sentiti, non abbiamo più saputo nulla. Hanno pensato che intralciarci a questo modo avrebbe compromesso la sostenibilità del progetto, ma eccoci, siamo ancora qui con i nostri progetti e con uno spazio di incontro sicuro”
Helem ha infatti aperto uno spazio di incontro per persone e attivisti, LGBT+ e non solo, uno spazio protetto per confrontarsi sui temi dei diritti o anche solo per incontrare altri attivisti o membri della comunità. Helem lavora poi per informare l’opinione pubblica attraverso i social e non solo.
“Uno degli obiettivi dei nostri esperimenti sociali, come quel video, è mostrare che nemmeno una singola strada di Beirut riflette la realtà della capitale nella sua interezza.Le reazioni delle persone cambiano da un quartiere all’altro; a Marmikhal è diverso da Hamra, ed è diverso da Batar, e stiamo parlando dei tre quartieri più sicuri per le persone LGBT+”.
In Libano l’art. 534 del codice penale vieta l’omosessualità e punisce qualunque “atto sessuale contro natura”, con pene fino a un anno di prigione, ed è proprio questo articolo che viene spesso usato anche contro gli attivisti. Nel 2017 però un gioudice ha stabilito, nell’ambito di un processo, che l’omosessualità è una scelta personale, e che quindi non può essere punita per legge. Un fatto che si era già verificato nel 2009 e nel 2014, mentre nel 2016 un’altra corte ha autorizzato una persona trans a cambiare legalmente il proprio sesso sui documenti.
Bassam Khawaja, di Human Rights Watch dice: “Questo articolo del codice penale è stato usato genericamente per perseguire persone sospette di essere gay, ci fossero gli elementi o no. Queste quattro sentenze mostrano che ci sono dei processi, ma il Libano non ha un sistema di diritto consuetudinario, quindi queste sentenze non costituiscono dei precedenti che cancellano di fatto gli effetti della legge, sono semplicemente dei segnali positivi nell’abito di una soluzione complessa. In realtà questo articolo viene applicato tenendo in detenzione per un paio di giorni le persone sospettate di essere gay, poi vengono rilasciate, ma il problema è un altro”.
Mahdy Charafeddin è responsabile dei progetti di AFE, l’Arab foundation for freedom and equality, un’altra organizzazione libanese che si batte per i diritti civili; è un attivista dal 2005 e fino a poco tempo fa faceva parte anche di Helem. Ci racconta: “Il problema è che se io sono gay e subisco minacce o vengo picchiato, non posso rivolgermi alla polizia per far rispettare i miei diritti, perché il colpevole sono io. Mi domanderebbero perché è successo, e alla fine metterebbero in prigione me. Quindi il problema è che questo articolo non solo permette la detenzione delle persone gay, ma protegge chi le attacca, protegge chi ci vuole minacciare”.
AFE ha condotto da poco una ricerca per sondare l’opinione pubblica libanese rispetto alle persone LGBT+ e ai loro diritti, una ricerca che è stata condotta su tutto il territorio libanese e non solo a Beirut, e per realizzarla si è rivolta a IPSOS, per avere la garanzia dell’oggettività e della validità statistica dei risultati.
“Quello che è emerso”, dice ancora Charafeddin, “è che molti libanesi sono contrari all’omosessualità, ma sono anche contrari all’arresto delle persone LGBT+. Semplicemente non vogliono essere loro amici, non le accettano, ma non pensano che il carcere sia la soluzione e sono cosci del fatto che una persona non possa cambiare il proprio orientamento sessuale, ma non vogliono ucciderci, né chiuderci in prigione.Circa il 70% dei libanesi è d’accordo su questo. Questi risultati non mi hanno sorpreso, ma molti dei miei colleghi si sono stupiti. In generale comunque pensavamo che fosse peggio. Per questo penso che dovremmo usare questi risultati per chiedere al parlamento di cambiare la legge, perché l’opinione pubblica non è quella che i politici ci raccontano”.
A metà Maggio a Beirut doveva tenersi, nell’ambito delle iniziative per la giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia, anche il Pride, una serie di eventi culturali e spettacoli legati al tema. A uno degli eventi inaugurali si sono però presentati degli agenti di sicurezza, e alla fine gli organizzatori hanno deciso di sospendere gli eventi in programma, anche dopo l’arresto per alcuni giorni dell’organizzatore, Ani Damien.
Bassam Khawaja in merito ci dice: “E’ importante innanzitutto sottolineare che al di là del Pride da molti anni ci sono in Libano diverse attività in occasione della giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia, quindi il Pride non è così rappresentatico dell’attivismo LGBT+ nel paese, ed è arrivato dopo in ordine di tempo. In ogni caso sì, anche quest’anno ci sono state pressioni delle autorità contro il Pride, per cui alla vigilia dell’inizio della programmazione alcuni poliziotti si sono presentati all’evento, hanno arrestato l’organizzatore e l’hanno tenuto in custodia per la notte. Lo hanno praticamente obbligato a cancellare l’evento, e se non l’avesse fatto sarebbe stato perseguito penalmente, secondo le leggi”.
Gli eventi in programma si sono comunque tenuti, ma con delle conseguenza, come ci spiega Genwa Samhat: “Questo incidente ci si è ritorto contro, perché l’opinione pubblica ha avuto l’impressione che tutto il movimento LGBT+ si fosse tirato indietro, quando in realtà due giorni dopo gli arresti noi abbiamo comunque tenuto le conferenze che avevamo in programma, anche se ci era stato sconsigliato. Abbiamo tenuto una conferenza pubblica, e le persone hanno partecipato. L’opinione pubblica tende a confondere le cose, e questa è l’ultima cosa che vogliamo che accada, soprattutto in Medio Oriente. Non vogliamo che si pensi che ci siamo tirati indietro di fronte alle minacce, o perché qualche attivista è stato arrestato. Anche se avessero arrestato me, e fossi stata ancora in detenzione, avremmo continuato con le attività in programma, perché questo è l’attivismo, ed è solo così che possiamo diventare più forti. E’ così che gli attivisti per i diritti umani devono reagire di fronte alle autorità e al potere, e quando le autorità abusano del potere è questo che fai, sostieni il confronto, non cedi a compromessi”.
Ad Aprile Human Right Watch ha pubblicato un report dal titolo “Audacity in adversity”, dedicato all’attivismo LGBT+ in Medio Oriente e nord Africa, e insieme ad AFE ha avviato una campagna con una serie di testimonianze video di attivisti da tutta la regione. Si chiama “no Longer Alone”, “Non più soli”.
Ce ne parla Neela Ghoshal, che ha curato questo report per HRW.
“Il report vuole mostrare che ci sono molte sfide in atto nell’attivismo LGBT+ in Medio Oriente e nord Africa, ma anche che gli attivisti stanno rispondendo a queste sfide con molta creatività e resilienza. Quello che ci ha spinto a questa scelta sono state le conversazioni che abbiamo avuto con gli attivisti stessi, già da quando abbiamo pensato a proporre una ricerca su questo tema nell’aria, e loro ci hanno detto che quello che credevano sarebbe stato davvero utile era non tanto mostrarsi come vittime, ma piuttosto essere presentati dai media anche come agenti del cambiamento. Molti hanno detto di percepire una copertura mediatica, per quello che riguarda il MEdio Oriente, sempre negativa; inoltre alcuni attivisti con cui abbiamo parlato si sono anche lamentati di quella che è nota come “la mentalità del salvatore bianco”, ossia che l’unico modo di arrivare al cambiamento sia aspettare che l’uomo bianco venga a salvarli, o che li ospiti come rifugiati. Certo, alcune persone sono costrette a lasciare il loro paese, ma altre restano e vogliono che si sappia che continuano a lavorare nel loro paese, fscendo pressione sul proprio governo e hanno bisogno di supporto per questo tipo di lavoro. Credo che una delle cose più importanti sia innanzitutto capire che cosa è l’attivismo, bisogna conoscerlo molto bene. Per fare un esempio, se io volessi fare l’attivista per i diritti LGBT+ in Egitto fallirei, senza dubbio, anche se l’Egitto appartiene alla stessa area geografica. Se volessi fare lo stesso lavoro in Giordania fallirei, senza dubbio, e stiamo parlando di un paese che è appena oltre il confine, perché non ho una conoscenza abbastanza profonda del contesto e della situazione. Certo, potrei andare e imparare qualcosa, ma non potrei condurre nessuna campanga. E’ così che funziona dappertutto edè per questo, soprattutto, che per quanto riguarda i diritti LGBT+ non accettiamo consulenze tecniche dal di fuori del Medio Oriente, perché semplicemente i consulenti esterni non possono capire. Mi ricordo una volta per esempio, che un attivista europeo era venuto qui da noi e ci ha raccontato che in Ghana avevano fatto una campagna per i diritti LGBT+, e che secondo lui avremmo dovuto fare la stessa cosa qui. Però i paesi Africani e il Medio Oriente non hanno proprio niente in comune per quanto riguarda l’approccio alla sessualità, sono culture completamente diverse, valori completamente diversi. In fondo per noi p stato divertente, ci ha fatto ridere, e lui non capiva perché ridessimo. Altre volte ci è capitato di sentirci chiedere da ricercatori o giornalisti occidentali perché non ci sforzassimo di trovare modi per spingere le persone gay a fare coming out con i propri familiari, e questo da parte loro significa avere zero comprensione della cultura di qui, e delle complessità delle questioni che entrano in gioco quando qui si parla di sessualità e di libertà di espressione”.
Il cosiddetto coming out, cioè il dichiararsi apertamente omosessuali, è una questione dibattuta anche a livello teorico oltre che pratico, e sulla quale sia Genwa Samhat che Mahdy Charafeddin ci dicono che non c’è unità di vedute, soprattutto con i movimenti dell’altro lato del Mediterraneo.
“E’ raro”, dice Genwa, “per le persone di qui fare completamente coming out, è una decisione molto coraggiosa ma anche molto rischiosa, e sono certa che su questo Mahdy ti potrà dire di più. Se fai coming out e non vieni accettato, puoi mettere a repentaglio persino la tua vita, e essere costretto a lasciare il paese. Io penso che persone che vivono in paesi dove fare coming out è più semplice, perché è solo una questione di tempo, siano semplicemente fortunate, siano privilegiate, e questa è esattamente la definizione di privilegio”.
“Sì”, conferma Mahdy, “per me c’è voluto un po’ di tempo, soprattutto per dirlo alla mia famiglia. Ho dovuto prima in qualche modo educarli, poi gliel’ho detto. Ma nella mia famiglia sono di vedute piuttosto aperte, io sono fortunato. In generale, penso che più la comunità LGBT+ è visibile, più è riconosciuta, più questo può dare forza alle persone, perché lo vediamo soprattutto fra gli adolescenti che scoprono la loro sessualità, e hanno bisogno di modelli. Se vedono persone che si accettano e che sono accettate dalla società, questo può dare loro forza; se invece ripenso a quando io ero un adolescente, non avevo modelli, non sapevo nulla dell’identità gay, non avevo idea che essere omosessuale è ok, che va bene, sono cresciuto con un senso di colpa. Se ci ripenso ora, se avessi avuto persone apertamente gay a cui guardare, sarebbe stato più facile. Penso che questo svolga un ruolo importante per il movimento”.