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“Un oggetto nelle mani altrui. Ma mio figlio sta bene”.

“Un oggetto nelle mani altrui. Ma mio figlio sta bene”.

Storie di ordinaria violenza ostetrica nell’Italia di oggi.

di Rossella, per Intersecta.

Sono Rossella, la mamma di Riky.

Vorrei raccontare la mia storia, nella speranza che possa essere di aiuto a qualcuno e soprattutto che possa smuovere le coscienze di chi lavora in ospedale senza metterci un briciolo di umanità.

L’ 8 luglio 2016, mi accorgo di avere le contrazioni. Sono le 23, sistemo mia figlia maggiore da mia madre e vado con mio marito all’ospedale di Foggia per partorire. In macchina ridiamo e scherziamo per stemperare la tensione: gli ultimi momenti spensierati della mia vita, credo.

Arriviamo nell’ambulatorio del ginecologo di turno, mi visita una specializzanda. Durante l’ecografia, chiama il dottore, la vedo preoccupata. Non mi dice niente. Arriva il dottorone di turno e mi fa: “Signora, nessuno le ha detto niente sui ventricoli cerebrali di suo figlio?” (per il lavoro che faccio so perfettamente cosa sono i ventricoli cerebrali, ma lui non sa il lavoro che faccio. Come può pretendere che una donna che sta per partorire risponda a questa domanda?)

“No, dottore. C’è qualcosa che non va?”

“Un ventricolo è grande il doppio dell’altro!” sentenzia. Senza aggiungere altro. Capisco che il bambino ha un idrocefalo e so perfettamente cos’è (sono una logopedista e seguo tanti bambini con questa patologia).

Si allontana, va alla scrivania. Mi rivesto. Mi siedo davanti a lui. Sempre con le contrazioni in corso. Sono sconvolta e muta. Entra mio marito, mi vede in questo stato. “Che succede?” chiede.

“Il bambino ha un ventricolo che è almeno il doppio dell’altro!” dice il dottorone.

“Che significa, dottore?”

“Io non lo so! Potrebbe essere una sindrome, non posso dirlo! Ma è possibile che i miei colleghi che l’hanno visitata non se ne siano accorti?!” (il suo problema era quello!)

No, non se ne erano accorti. Mi stai dando tu questa notizia per primo. E me la stai dando in questo modo disumano. A me che sto avendo le contrazioni e sto per partorire un figlio che a questo punto potrebbe avere una grave malformazione.

Ormai è mezzanotte. Procedono al ricovero. Arriviamo al reparto. L’infermiera dice a mio marito che non può entrare. Le spieghiamo la situazione, ma niente: lui non può entrare! “Se vuole stare con suo marito, dovete stare nel corridoio. Su una panchina”. Le contrazioni si infittiscono, io sulla panchina non ci posso stare! Vado in camera. Piango silenziosamente per non disturbare le due donne che dormivano nei letti accanto. Nel frattempo mio marito piange in macchina.

Nessuno viene a controllarmi. Intorno alle 3.00 vado nella stanza delle ostetriche a chiedere di visitarmi. “Sì, è iniziato il travaglio. Andiamo in sala travaglio”

Nessuno sa (o comunque non sembra sapere) quello che ha visto il ginecologo che mi ha visitato, quello che sto passando. Lo dico all’ostetrica confidando in un barlume di umanità, di conforto. Niente! Mi lasciano lì sola, fino alle 7, quando la chiamo per dire che sentivo che dovevo spingere. A quel punto mi visita e dice: “aspetta! Non spingere! Sta nascendo, dobbiamo andare in sala parto!”

Mi alzo, da sola, per andare in sala parto e mi ritrovo mio figlio fra le gambe! Lo prendo io. Per poco non batte la testa per terra! Mi fa sdraiare di nuovo sul lettino della sala travaglio (non quello ginecologico), taglia il cordone, mi fa vedere il bambino e lo porta via. Poco dopo arriva un’altra ostetrica che mi ricuce dicendo una serie di improperi per il fatto che sono sul lettino da travaglio e lei non può ricucirmi così!

Mi sento un oggetto. Mi sento un errore. Mi sento di dare fastidio!

Mi portano in stanza. Sono tutta sporca di sangue. Nessuna notizia di mio figlio. Sono sotto shock, non capisco niente. Mio marito va a casa a prendere mia madre e mia figlia maggiore. Fra un po’ arriveranno, devo lavarmi, non posso farmi trovare così. Chiamo un’infermiera: “Può aiutarmi a lavarmi? Sta arrivando mia figlia” “Signora, lei ha fatto un parto naturale, si deve alzare da sola!” Non ho la forza di rispondere. Ho solo voglia di piangere. Ma devo lavarmi, devo fingere che sia tutto OK, stanno arrivando mia figlia e mia madre. Non posso farle preoccupare. Allora chiamo mio marito, gli dico di portare la bambina al bar, nel frattempo mia mamma (di 82 anni) mi aiuta a lavarmi. Io e mio marito ci fingiamo tranquilli.

Mi portano il bambino alle 13. Non mi dicono niente. Alle 16 arriva un dottore e finalmente mi dice che succede: sì il bambino ha un idrocefalo. Lo devono ricoverare in neonatologia per capire meglio. Lo ricoverano e con la risonanza magnetica si scopre che ha avuto un ictus in utero, verosimilmente pochi giorni prima del parto. L’idrocefalo è una conseguenza.

La storia continua. Ma quello che volevo testimoniare è la totale mancanza di umanità di tutto il personale medico con cui ho avuto a che fare in quei giorni terribili nel reparto maternità degli Ospedali Riuniti di Foggia.

Scrivo perché non voglio che nessun’altra donna venga trattata come sono stata trattata io. Ho avuto un trauma e scrivere mi fa ancora male, a distanza di quattro anni.

Mio figlio sta bene. Ha una leggera emiparesi, ma è un guerriero.

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“Se sei preoccupato per la tratta di esseri umani, devi combattere la legge sull’immigrazione”.

“Se sei preoccupato per la tratta di esseri umani, devi combattere la legge sull’immigrazione”.

L’approccio anti-ideologico del vero femminismo radicale: non giudicare il sexwork, ma sostenere chi è in prima linea.

Intervista a Mària Galindo, del collettivo Mujeres Creando.

Drina Ergueta (La Independent)  Traduzione: Intersecta

Pochi giorni fa, nel mezzo delle montagne andine, a 4.000 metri sul livello del mare, il governo municipale della città di La Paz (Bolivia) ha approvato la creazione di una nuova categoria economica che riconosce la prostituzione come un’attività commerciale. L’agenzia di stampa femminista La Independent ha intervistato María Galindo, nota attivista femminista e parte del movimento Mujeres Creando, che ha partecipato a questa nuova iniziativa. Galindo confronta in questa intervista l’esperienza boliviana con quanto accaduto in Spagna a seguito della creazione dell’Unione OTRAS.

Spiegaci cosa è successo, perché il sindaco di La Paz ha creato la categoria economica “vendita di servizi sessuali” e qual è stato il ruolo di Mujeres Creando in questo processo?

Noi, Mujeres Creando, insieme a un’organizzazione di donne che fanno questo lavoro, OMESPRO, che due anni fa ha presentato l’iniziativa legislativa dei cittadini e ne ha discusso a lungo con l’amministrazione municipale. La situazione era la seguente: l’ultimo regolamento locale di La Paz risale al 1909, quando i bordelli furono chiamati “Case della Tolleranza”; era un regolamento che è scaduto storicamente, lasciando l’intero universo della prostituzione espulso dalla storia. In questi cento anni, la Bolivia raggiunse il suffragio universale, la riforma agraria e molto altro, ma nessuna regola aveva osato cambiare il regime sui bordelli.

Ci siamo organizzati in piccoli locali autogestiti, in gruppi di quattro, otto o dodici donne che si sono emancipate dai protettori e svolgono la prostituzione in modo autonomo. Sono proprio questi “circoli” che hanno ricevuto la maggior pressione dalla polizia, con continue incursioni, estorsioni e forme di abuso, con il pretesto che sarebbero stati “clandestine”. Quando volevamo ottenere le licenze operative, il governo municipale ce le ha negate, perché la vendita di sesso non era una attività economica. Il punto chiave era che non vendiamo alcolici e anche i volumi di investimento. Abbiamo deciso di separare la vendita di sesso dalla vendita di alcolici e, pertanto, non eravamo interessati ad accedere alle licenze di karaoke, bar o altri che mascherano la categoria della prostituzione. Inoltre, a differenza dei bar o dei locali notturni, i locali autogestiti sono “precari”, con investimenti minimi che non superano alcuni letti, alcune disposizioni e divisioni per separare gli spazi. In questo contesto, il governo municipale aveva indirettamente finito per promuovere i protettori e lasciare la prostituzione autogestita nel limbo della semi-illegalità. La Polizia e il Consiglio Comunale ci hanno usato come bersaglio per esercitazioni continue con la scusa di combattere la tratta, per arrestare le compagne e molestarle, anche sotto la pressione degli stessi protettori, che non vogliono rivali.

Si può dire che da quando abbiamo creato i cosiddetti “uffici” della prostituzione autogestita, abbiamo sofferto ciò che definirei, senza paura di sbagliarmi, “persecuzione politica continua”. Abbiamo richiesto ufficialmente di essere riconosciute.

Ciò che si ottiene è quello che era previsto? O è un obiettivo ancora da raggiungere?

La legge è stata discussa in dettaglio con noi, punto per punto. Per ora è stato approvato e risponde alle nostre richieste.È stato possibile introdurre la prostituzione autogestita nei regolamenti e con possibilità di riconoscimento municipale: cioè adesso una donna che decide di fornire prestazioni sessuali può ottenere, organizzandosi  con altre operatrici, la gestione delle licenze per i suoi locali senza dipendere da protettori. D’altra parte, adesso prostituzione è riconosciuta come attività economica nel comune di La Paz, senza essere più necessariamente legata al consumo di alcol o droghe.

Cosa intendi quando parli di locali con pochi investimenti?

È stato possibile stabilire parametri per l’ottenimento di licenze operative che rispondano alla realtà della “povertà” delle donne che esercitano tale attività, che non dispongono di grandi capitali per istituire strutture gigantesche. Stiamo parlando di locali di piccole dimensioni e, cosa importante, distribuiti per la città e non relegati in una zona ghetto. Sono ammessi fino a dieci metri quadrati, con ventilazione e porta. In altre parole, questa legge colpisce direttamente i magnaccia e i poliziotti e gli amministratori corrotti che sono in affari con loro.

Alcuni diranno che questo è un modo per promuovere la prostituzione …

È un argomento che non sta in piedi. Oggi in tutte le città del mondo la prostituzione è gigantesca e La Paz non fa eccezione. Le prostitute ci sono e ci saranno, e possono essere autogestite o soggetto agli interessi e alle forme di sfruttamento di un magnaccia. L’entità della prostituzione ha una relazione diretta con il lavoro, con l’assenza di lavoro, con i salari molto bassi della maggior parte dei lavori per le donne e con le condizioni di molestie sessuali e ricatti in cui le donne si trovano nel mondo del lavoro. La prostituzione ci costringe a tornare a discutere il rapporto tra donne e lavoro. Nella nostra organizzazione abbiamo infermiere, commercianti, studentesse universitarie, anche disoccupate croniche, un po ‘di tutto. Molte di loro hanno già svolto tutti i tipi di lavoro e la prostituzione non è la loro prima attività. Facciamo il confronto tra le forme di “prostituzione” nel mondo del lavoro femminile: molte volte, dover pagare il capo per il lavoro con il sesso e far pagare per il sesso è inevitabile e molto popolare tra le colleghe. Non vi è alcuna cesura netta tra la prostituzione  esplicita e altre forme di lavoro, ma piuttosto una continuità.

All’interno dello stesso femminismo non c’è accordo sulla questione, ci sono posizioni contrastanti tra i cosiddetti abolizionisti e quelli che supportano la legalizzazione della prostituzione con proposte diverse, cosa ne pensi di questo dibattito?

Personalmente, sono sfinita dalle dicotomie tipiche del femminismo europeo e che hanno a che fare con una base binaria di pensiero riprodotta in molti campi. Non mi sono mai assegnata a nessuna delle due posizioni. Me ne occupo da quindici anni perché ritengo impossibile parlare di femminismo senza considerare la prostituzione. Né è possibile comprendere il complesso universo delle donne senza avere la prostituzione e la cosiddetta “puttana” come centro di questo universo. Per questo motivo, come Mujeres Creando, abbiamo incoraggiato molti anni fa la creazione della prima organizzazione di prostitute in Bolivia, un’organizzazione che è stata cooptata da organizzazioni internazionali per intraprendere il discorso dei “diritti” per le prostitute. In Bolivia però è diventato un braccio di difesa per protettori. Ecco perché Mujeres Creando ha rotto con loro per ricominciare tutto da capo e da quel percorso di rotture e ripensamenti siamo arrivati ​​alla creazione di un’organizzazione di prostituzione interamente autogestita.

L’intero processo di riflessione non è partito dalla teoria, dalla ricerca di una sorta di prostituzione “corretta”, ma dal dibattito con le persone che la praticano, sempre e solo con loro. OMESPRO è un’organizzazione di donne nella prostituzione che hanno deciso di non fare attivismo pubblico della prostituzione perché non vogliono passare attraverso la gestione dei media, non vogliono testimoniare nulla per la società e non vogliono essere soggetti alle critiche moralistiche delle loro famiglie, del loro entourage, ambienti dei loro figli e delle loro figlie, ecc. In una società come la nostra dove il controllo sociale è così diretto, molte di loro potrebbero persino perdere la propria casa.

Se non state cercandola prostituzione corretta, come dici tu, casa state facendo?

Ciò che abbiamo aperto anni fa nel dibattito sulla prostituzione è qualcosa di nuovo, né abolizionista né regolazionista, è una nostra riflessione autonoma. Nella legge recentemente ottenuta, non indichiamo la prostituzione come lavoro ma come attività economica, questo ci sembra molto interessante. Le nostre prossime lotte avranno a che fare con l’estensione di questa legge ad altri comuni del paese e l’inizio  di un  grande dibattito con quello che chiamiamo “stato magnaccia”, perché vogliamo discutere le relazioni dello Stato con il corpo della puttana.

In Bolivia ci sono quelli che io chiamo i “lebbrosari del 21 ° secolo” che con la scusa della “salute” servono per il controllo delle donne che esercitano la prostituzione, dove vengono controllate solo le loro vagine; non per curarle se sono malate, ma per abilitarle o scartarle al lavoro. Pertanto, l’intero elenco di immaginabili diritti costituzionali viene violato in questi atti e i loro corpi vengono mutilati. Entreremo nei palazzi per discutere di questi problemi e cambiare le cose, ovviamente.

 Tenendo conto del fatto che non esiste uguaglianza sociale, che esiste sfruttamento, non esiste il rischio che queste organizzazioni di donne in situazioni di prostituzione finiscano per essere gestite da protettori, vale a dire che diventano controproducenti?

I magnaccia sono un potere che gestisce grandi capitali e con quei capitali gestiscono segmenti di polizia, immigrazione e collusione con poteri territoriali come i municipi. La lotta contro questi poteri non è né più né meno della lotta in qualsiasi settore del lavoro, come nel caso delle maquiladoras che sono espropriate dal loro lavoro, o come la lotta delle lavoratrici che vendono prodotti per grandi società transnazionali senza un contratto di lavoro, ma con un contratto di debito. Gli esempi sono superflui e mancano alleanze tra di noi. Le regole del gioco per mangiare o non mangiare, per sopravvivere o no, oggi sono state stabilite dal neoliberismo su scala mondiale. Nel caso boliviano, la prostituzione è una forma di sussistenza legittima per le donne come qualsiasi altra. Allo stesso tempo, come in tutte le forme di sussistenza, quando organizzi te stesso e generi condizioni autogestite, costruisci una conoscenza che oggi è essenziale per i femminismi. La conoscenza, la conoscenza della puttana, che solo lei può estrarre nelle sue condizioni di lavoro, è un tesoro. Dovremmo generare spazi per alleanze e complicità con la puttana. Abbiamo migliaia di graffiti a riguardo, ma uno che mi piace molto è: “Abbiamo tutte una faccia da puttana”. Siamo state tutte chiamate “puttane” in contesti diversi e molte di noi sono inseriti in relazioni di prostituzione in senso lato. Per questo motivo, coloro che si prostituiscono e che gestiscono il sesso come merce monetizzabile hanno molto da insegnarci. Non abbiamo un seminario da offrire alle “puttane”, ma loro ne possono offrire uno a noi.

In Spagna, un sindacato, OTRAS, è stato recentemente creato e questo ha provocato un intenso dibattito che si è persino concluso in tribunale. Come dovrebbe essere risolto questo problema?

La discussione intorno al sindacato e la firma del manifesto e tutte le controversie che ha sollevato riflette una visione binaria e una drammatica stagnazione dei femminismi in Spagna. Ma, più grave di così, la sovranità e l’autonomia di ogni donna che si prostituisce per propria decisione non viene rispettata, negando loro il diritto di organizzarsi e, quindi, di esistere e contribuire a un dibattito essenziale. Devi confrontare, ad esempio, la prostituzione con il matrimonio. Sarebbe molto pertinente porsi questa domanda: negheremmo alle casalinghe di organizzarsi perché non sono casalinghe di loro spontanea volontà? Chiaramente, e scusami se ti offendo dicendo questo, vedo un impantanarsi nel dibattito perché risponde a un pensiero binario: sei a favore o sei contrario, e non c’è spazio per approfondire o ripensare qualcosa. Personalmente, penso che il dibattito sull’autogestione nella prostituzione sia un progresso gigantesco. I magnaccia in Bolivia si oppongono alla legge perché in questo momento qualsiasi “dipendente” può rompere con loro e organizzarsi da sola. Non è facile, non è come bere una tazza di latte, ma è una possibilità.

Trovi un parallelismo tra ciò che è accaduto a La Paz e in Spagna? Quali sono le differenze tra i due contesti per coloro che praticano la prostituzione?

Sono contesti molto diversi. Qualcosa che complica definitivamente il problema in Spagna è la natura coloniale della strutturazione dell’universo della prostituzione. Le compagne dell’Africa occupano un posto diverso rispetto alle compagne dell’Est Europa o quelle dell’America Latina in generale. In nessun paese la prostituzione è una e omogenea ci sono molti strati e complessità. Molte di loro sono soggette alla tratta di esseri umani, non come esseri rapiti senza volontà, ma come esseri affamati senza alcuna opportunità. Per loro è più facile entrare in Spagna per mezzo di un reclutatore di prostitute che su una barca cercando un altro lavoro. Ecco perché la discussione sulla prostituzione in Spagna è estremamente urgente e politica. Non è un caso, quindi, che un’altissima percentuale di donne che praticano la prostituzione in Spagna sia “straniera”, come non sono un caso la pressione e le molestie sessuali subite da una lavoratrice che non fa parte della prostituzione: pensiamo alle mietitrici di Huelva violentate dai capi, ma pensiamo alle collaboratrici domestiche o alle assistenti per gli anziani che, in un numero gigantesco, sopportano la pressione o pagano con il sesso “la loro tranquillità” sul lavoro. Se sei preoccupato per la tratta di esseri umani, devi combattere la legge sull’immigrazione e non impedire alle donne che vogliono fare questo lavoro di organizzarsi.

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L’applicazione del “modello nordico” in Francia peggiora la vita di chi vorrebbe “salvare”

L’applicazione del “modello nordico” in Francia peggiora la vita di chi vorrebbe”salvare”

Il rapporto che mostra il fallimento della legge sulla prostituzione.

Di  Dominique Simonnot, da “le Canard Enchainé”  Trad: Intersecta

Richiesto da Matignon (sede del governo francese) e terminato a Dicembre scorso, è appena stato reso pubblico un rapporto di valutazione della legge dell’Aprile 2016 che mira a colpire i clienti delle prostitute.

L’inchiesta, condotta da sei ispettori generali (agli Affari Sociali, alla Giustizia e all’Amministrazione), mostra crudelmente che la legge in esame non è servita a niente.

“Non ha impiegato mezzi sufficienti a raggiungere l’obiettivo minimo”, spiegano gli ispettori, che in 230 pagine e pur utilizzando un linguaggio forbito e neutrale, mettono in evidenza la totale indifferenza del potere politico.

I promulgatori della legge intendevano portare un colpo mortale alla prostituzione di strada e ala tratta. Cosa che non è assolutamente avvenuta. “la legge è stata considerevolmente frenata dall’assenza di volontà politica e dal disinteresse dei poteri pubblici”, e da una “mancanza di mezzi economici”. Solo chiacchiere.

Anzi, come era stato predetto da alcune associazioni e dal Sindacato del lavoro sessuale, la minaccia di pesanti sanzioni ai clienti, 1900 sanzioni del 2019 di cui la metà a Parigi, ha fatto sì “diminuire la prostituzione visibile”, ma solo per spostarla “verso zone più periferiche”, nascoste, isolate e propizie alle aggressioni.

Gli autori del rapporto segnalano l’aumento del peso di Internet sulla prostituzione, senza comuqnue stabilire un legame esplicito di causa effetto con la legge.

Per quanto riguarda i mezzi impiegati dal potere pubblico…

Solo 230 persone, a Giugno 2019, beneficiavano del “percorso di uscita dalla prostituzione” (sic.). Ovvio, vista la complessità delle pratiche per fare domanda e delle condizioni richieste per accedervi, a cominciare dall’interruzione netta del lavoro sessuale. Il tutto con in generosissimo aiuto di ben 330€ al mese…

Una vera corsa a ostacoli, la candidatura a questo percorso: la domanda è accettata o rifiutata in base alla presentazione o meno di un titolo di soggiorno, e secondo il giudizio insindacabile dei singoli dipartimenti.

Se la legge, come dicono gli ispettori, provoca  “delle contrattazioni al ribasso” sui prezzi (perché i clienti invocano come scusa i “rischi” che corrono), al tempo stesso suscita un inquietante aumento dei “rapporti non protetti”.

Ma l’aspetto più terribile che il testo normativo tralascia completamente un fenomeno “in rapida crescita”: la prostituzione di giovan*  student*, e soprattutto dei minori. Gli obiettivi più facili sono i bambini e i ragazzini ospiti delle case di accoglienza per l’infanzia, dove giovani prosseneti li individuano e li raclutano, per consegnarli a dei veri e propri mostri.

Nonostante questa efficacissima legge?

 

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Senegal, le leggi “non omofobe” che vietano l’omosessualità

Senegal, le leggi “non omofobe” che vietano l’omosessualità. 

“Vietare l’omosessualità non ha niente di omofobo”secondo il presidente senegalese Macky Sall. Justin Trudeau in viaggio nel paese africano in cui le persone omosessuali hanno tre scelte: “nascondersi, divertire, o morire”.

da le Monde, traduzione a cura di Intersecta.

Il presidente Macky Sall ha dichiarato mercoledì 12 Febbraio, parlando con il primo ministro canadese Justin Trudeau, che il divieto di relazioni omosessuali in Senegal dipende dalla specificità culturale del suo paese, e non ha “niente a che vedere” con l’omofobia.
“Ho sempre difeso i diritti umani e porto questi valori ovunque vada”, ha dichiarato in una conferenza stampa comune Trudeau, noto per il suo impegno in materia di diritti civili. “Il presidente Macky Sall conosce bene la mia posizione in merito, e ne abbiano parlato brevemente”. D’altra parte, secondo Trudeau, il Senegal è “un paese leader in materia di democrazia e di valori. Abbiamo tutti ancora molto lavoro da fare”.

Sall ha confermato che la questione dell’omosessualità, tema sensibile in Africa Occidentale è stata trattata durante le loro conversazioni. “Solo che le leggi del nostro paese obbediscono a delle norme che sono il condensato dei nostri valori di cultura e civiltà” si è giustificato. “Questo non c’entra niente con l’omofobia. Quelli che hanno un orientamento sessuale di loro scelta non possono prescindere dalla nostra cultura”.

Chiamato in causa da una giornalista che gli domandava come facciano delle leggi che vietano l’omosessualità a non essere omofobe, il presidente Sall non ha argomentato, ma non ha escluso un’evoluzione: “Non potete mica chiedere al Senegal di dire: Domani legalizziamo l’omosessualità, e magari di organizzare una sfilata”, ha aggiunto, in riferimento ai Pride organizzati in altre regioni del mondo.
“Questo, qui non è possibile perché la nostra gente non l’accetta. La società è in evoluzione, ci vuole il tempo necessario, e ogni paese ha il suo metabolismo”.
Nel frattempo, la legge senegalese punisce con la reclusione da uno a sei anni gli atti omosessuali. Il codice penale parla di “atto osceno o contro natura con un individuo del proprio sesso”.

Macky Sall, il cui paese è spesso citato come esempio di stato di diritto in Africa, ha sempre addotto le specificità culturali del Senegal per rifiutare una depenalizzazione dell’omosessualità.
Più della metà dei paesi subsahariani, cioè 28 su 49, ha una legislazione che vieta o reprime l’omosessualità, in alcuni casi ricorrendo anche alla pena capitale.

Il Senegal è un paese a maggioranza musulmana, conosciuto per un Islam tollerante e aperto, organizzato in gran parte da confraternite di ispirazione sufi, che hanno un grande ascendente sula vita dei senegalesi. Ciò nonostante, l’omosessualità resta tutt’ora un tabù.

Poco prima della visita di Trudeau, la stampa senegalese aveva parlato del timore, da parte di gruppi conservatori, che il primo ministro canadese approfittasse del viaggio per “promuovere un’agenda omosessuale”.

In Canada invece molti opinionisti esprimevano il timore che Trudeau sacrificasse la difesa dei diritti umani alla necessità di avere dei voti per il Canada per un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
I paesi africani sono alleati necessari in tal senso, e infatti prima di giungere a Dakar il primo ministro era stato in Etiopia, a un summit dell’Unione Africana.
Il presidente senegalese gli ha garantito il suo sostegno.
Mohamed Mbougar Sarr, giovane scrittore senegalese, autore di “Puri uomini”, racconta che in Senegal il “buon omosessuale” (in wolof goor-jigeen) ha tre possibilità: nascondersi, divertire e intrattenere, o morire.
“Molte persone dimostrano una cecità volontaria, o un’amnesia ideologica, dicendo che una volta non qui c’erano omosessuali, che che sarebbero arrivati con la colonizzazione dei bianchi. Ma questa accusa è vigliacca e ipocrita, le persone omosessuali sono sempre esistite nella società senegalese. Non c’è nessuna ragione per cui dei comportamenti tipici della specie umana debbano essere estranei a un paese. Altre persone con cui ho parlato, invece, mi raccontano di un’epoca in cui i goor-jigeen, degli uomini vestiti in abiti femminili, avevano un ruolo importante nella società, perché animavano le feste di matrimonio, cantavano e recitavano poesie, portando allegria. Quindi la via obbligata per una persona omosessuale, per non essere emarginata o peggio, era quella di esibirsi come giullare. Non era rispettata la persona, ma la sua abilità di artista”.
Per il presidente Sall, la società senegalese non è ancora pronta a cambiare.
Nell’attesa, per chi è omosessuale la scelta è sempre la stessa: nascondersi, divertire o morire.

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La triste storia di Elmer McCurdy, sfruttato anche da morto.

La triste storia di Elmer McCurdy, sfruttato anche da morto.

Come il capitalismo monetizza anche i cadaveri, nella terra delle grandi opportunità.

a cura di Intersecta

Quando diciamo che il capitalismo trova la sua principale fonte di ricchezza, più che negli idrocarburi o nelle terre rare, nella povertà, nella disperazione (che porta a indebitamento) e nella morte delle persone povere, sembra un’esagerazione. Lo sappiamo.

Però vogliamo raccontarvi la storia di un essere umano, un proletario che, nel paese delle grandi opportunità, visse una vita da sfruttato, fino a quando si ribellò in maniera maldestra. Perse la sua lotta, morì, e il sistema trasformò le sue povere spoglie in denaro, per diversi decenni.

Elmer McCurdy nasce nel 1880 a Washington, da una ragazza di appena 17 anni trovatasi incinta a causa  di una relazione (o di uno stupro, non si saprà mai) da parte di un cugino, e verrà adottato dal fratello di sua madre e da sua moglie Ellen, che non gli diranno la verità. Quando lo apprende, dopo la morte dello zio che considerava un padre, cade in depressione e comincia a bere, parecchio.

Impara, grazie al nonno, il mestiere di idraulico, e per un po’ pare le cose possano andare bene, fino a quando perde il lavoro e tutti i suoi beni nella crisi economica del 1898. Poco dopo perderà, a breve distanza l’uno dall’altra, gli ultimi affetti che gli sono rimasti, la madre e il nonno.

Comincia così una vita da operaio errante, minata dall’alcolismo che non gli permetterà di conservare un lavoro per più di qualche mese. Si arruola poi nell’esercito, nei cui ranghi impara l’uso della nitroglicerina. Dopo il congedo, decide di provare a reagire alla sfortuna e alla miseria, mettendosi in società con un ex commilitone e architettando una serie di rapine a banche e treni, basate sull’uso degli esplosivi.

Rapine che si rivelano sempre degli insuccessi, a causa dell’alcolismo di McCurdy, che lo porta a dimenticare dati importarti per i colpi e a fare confusione, e alla sua scarsa perizia con gli esplosivi, del cui uso aveva solo una formazione basilare. Nel 1911, dopo una rapina a un treno merci carico d’oro, che frutta solo pochi dollari perché la banda sbaglia treno e assalta una vettura passeggeri, Elmer va a ubriacarsi in un ranch, ignorando di essere stato identificato e di avere un taglia sulla testa. Muore la mattina dopo, in uno scontro a fuoco con due sceriffi che sono andati a prenderlo.

Fin qui la sua è un’ordinaria storia di sfruttamento, miseria e sfortuna, la parte nascosta del sogno americano. Nel suo caso però non finisce qui, e lo sfruttamento continua anche dopo la morte.

L’impresario di pompe funebri che viene incaricato dalle autorità di raccogliere il corpo, visto che è sicuro che nessuno lo reclamerà mai, decide di fare qualche dollaro con quel povero disgraziato, e invece di seppellire il cadavere lo imbalsama con una soluzione di arsenico, lo veste, gli mette un fucile in mano e lo espone a pagamento in una sala del suo negozio, con il cartello “Il bandito che non si voleva arrendere”.

Cinque anni dopo due tizi, proprietari di un luna park itinerante, si fanno consegnare le spoglie di McCurdy facendosi passare per suoi fratelli, e le utilizzano come attrazione per turisti. Elmer diventa così “Il fuorilegge che non sarebbe mai stato catturato vivo”.

Da allora il povero cadavere di quest’uomo passa di mano in mano, viene venduto e comprato per i più disparati scopi, assume diverse identità, appare in un paio di film e viene anche usato come “cadavere di tossicodipendente” in una serie di conferenze contro l’uso di droghe, sebbene fosse morto a causa di un proiettile nel torace.

Solo nel 1976, una troupe televisiva che sta girando un episodio di una serie in una “casa degli orrori”, si imbatte in un manichino piuttosto malconcio, salvo poi accorgersi che si tratta di un corpo mummificato.

Dopo lunghi e complicati esami finalmente viene restituita a Elmer la sua identità, anche grazie (ennesima umiliazione) a dei biglietti per gli spettacoli di cui era attrazione, trovati dentro la sua bocca.

Ne parlano radio e televisioni di tutto il paese, e alla fine, nel 1977, gli viene data sepoltura nel cimitero di Guthrie, in Oklahoma, di fronte a trecento persone che assistono ai funerali.

Non aveva avuto in vita, né nei primi 60 anni da morto, tanta gente interessata a lui.

Per i poveracci spesso neanche la morte è una liberazione.

 

 

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La multiforme bellezza dell’amicizia.

La multiforme bellezza dell’amicizia.

Un etologo ci parla dell’importanza della diversità nel mondo animale, e dell’amicizia interspecifica.

trascrizione di una video intervista di Daniele Agostini a Roberto Marchesini. Il video è disponibile qui.

Incontrare altri animali che non siano sempre e solo il cane e il gatto aiuta molto, perché i bambini per esempio apprendono la diversità delle varie specie, vedono che il modo di comportarsi di un maiale è molto differente da quello di un cane, o che gli uccelli hanno determinate tendenze comportamentali, determinati rituali. Per esempio negli uccelli sono molto forti i rituali del movimento del  corpo, che in qualche modo somigliano alla danza, a tutto ciò che è  coreografia. Quindi questa vicinanza aiuta moltissimo i bambini a farsi un’idea della diversità, della biodiversità, della variabilità, della multiformità.

Il processo dell’imprinting è stato studiato da Konrad Lorenz, si è visto soprattutto nei polli, nelle anatre, nelle oche, e se questi  animali uscendo dall’uovo vedono un essere umano, in qualche modo lo prendono per il genitore, per la mamma, lo seguono, perché si viene a creare un legame fortissimo fra il nidiaceo neonato e l’essere umano.

La cosa divertente è osservare che si vengono a creare proprio delle relazioni di amicizia fra gli animali, soprattutto se crescono fin da piccoli insieme si vengono a creare dei veri e propri gemellaggi. Sono amici, come questa maialina e la papera, che sono assolutamente inseparabili. Dormono insieme, mangiano insieme, si spostano costantemente insieme… La papera nelle situazioni di conflitto in  qualche modo si mette davanti, come se dovesse difendere la maialina, quindi tutto questo dimostra come gli animali fra di loro costruiscono dei rapporti meravigliosi, bellissimi.

E’ assurdo che noi li consideriamo degli oggetti, delle cose o addirittura delle macchine. Gli animali in un certo senso sono come noi, hanno dei profili comportamentali diversi, ma desiderano vivere all’aria aperta, desiderano il contatto, la relazione sociale, provano emozioni, e tutto questo aiuta secondo me i bambini che frequentano questi posti (Istituto di formazione zooantropologica), aiuta a capire meglio, a comprendere il rapporto con la natura, è un’esperienza  importante per loro.

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La misandria è in aumento? No, perché non esiste.

La misandria è in aumento? No, perché non esiste.

Stanca riflessione sulla propaganda maschilista spacciata da buonsenso.

di Jane Marple, per Intersecta

Di recente girano video e post di uno psicologo, Marco Crepaldi, che definire propaganda maschilista mistificatoria è un eufemismo. Decido di guardare uno dei suoi video, il cui titolo è appunto “La misandria è in aumento?”. Già questo titolo dice molto, se non tutto, sull’incredibile creazione socioantropologica che questo giovane uomo dai modi pacati ha deciso di dare in pasto a gente poco avvezza con le analisi sociali. Già all’inizio del video sorge il primo e fondamentale problema: afferma che certe problematiche derivanti dal patriarcato che riguardano anche uomini non vengono riconosciute da un non meglio specificato “movimento femminista negazionista”. È un’affermazione talmente ridicola e infondata che occorre un certo stomaco per poterla confutare. Ma cercherò di spiegare da dove origina. È uno dei classici espedienti retorici da mra (men’s rights activist), movimento nel quale Crepaldi non si colloca a parole, ma le cui modalità e i cui contenuti sono pressocche’ identici. È tipico infatti aggrapparsi disperatamente e strumentalmente a una risicata frangia di femminismo, quello della cd differenza sessuale, che più che femminismo è “donnismo”. È un gruppo molto piu’ visibile sui mass media per ovvie ragioni: è indiscutibilmente il più vicino alle posizioni reazionarie e conservative della classe dominante. Ma è altrettanto vero che numericamente e politicamente, nel senso più ampio del termine, è ininfluente. Anche perché i femminismi, tutti, sono storicamente strumenti di controcultura. Ma sarebbe intellettualmente disonesto da parte mia dire che ha una matrice “suprematista” nei confronti del maschile universale. La sua energia è piuttosto concentrata nello stabilire diktat su come tutte le donne debbano autodeterminarsi. Il che rende il donnismo autoritario verso le donne, retorico e anacronistico nel suo difendere strenuamente la coincidenza sesso-genere, ma certamente non “suprematista” nei confronti degli uomini.

Ma la cosa veramente ridicola è che Crepaldi istiga all’odio verso le femministe, percepite come entità astratta, pur facendo sforzi (vani per chi non abbocca alla sua propaganda) per far credere il contrario. Cioè designa un vago e inesistente “femminismo misandrico” come il nemico, anziché puntare il dito contro il patriarcato, ossia il vero responsabile delle sofferenze che lamenta. Il patriarcato non l’hanno inventato le femministe, così come il razzismo non l’ha inventato l’antirazzismo. Altro aspetto curioso, si fa per dire, è l’omissione del fatto che sono state proprio le teoriche femministe, già decenni fa, ad aver studiato ed analizzato le ricadute della civiltà patriarcale sugli uomini non conformi ai suoi canoni. Non si capisce se lo psicologo dai modi sussiegosi lo ignora o abbia invece deciso di intestarsi il lavoro altrui. Il vittimismo che lo contraddistingue non è in relazione a ragioni di sofferenza personale o di genere. È tutto concentrato sul “femminismo brutto e cattivo” che il mago Crepaldi trasforma da qualche decina di commenti sarcastici o minacciosi a “preoccupante pericolo sociale in crescita”. Che paragona, udite udite, al nazionalismo. Ci parla anche di violenza sugli uomini da parte di donne facendo riferimento a fantomatici “studi scientifici”. I femminismi non hanno mai negato che la cultura del possesso nei confronti del partner sia ben radicata anche nelle donne. Ma gli effetti sono assai diversi. Ricusare la mostruosa e inoppugnabile emergenza costante delle punizioni estreme da parte di uomini nei confronti delle donne, ovvero i femminicidi, sostenere che i numeri sono gonfiati dai media, dire che la violenza di donne verso i partner è sottostimata, questo si che è negazionismo. Dicevo che lo psicologo dai modi pacati istiga l’odio. Infatti vado a leggere i commenti sotto i post della sua pagina e cosa trovo? Una quantità abnorme di deliri violenti, antifemministi. Che esprimono pari pari le stesse cose che sostenevano Marc Lepin, autore della strage al Politecnico di Montreal nel 1989; di Elliot Rodger, autore della strage in California nel 2014; di Alek Minassian, autore della strage a Toronto del 2018.

Il gentile psicologo può definirsi come gli pare: femminista, antisessista, ma evita accuratamente di arginare la valanga misogina che costituisce il suo fan club. Però il pericolo è la “misandria”, mi raccomando.

Che dire poi dell’interpretazione letterale di un’espressione che sintetizza un archetipo culturale normativo, “maschio bianco, cis, etero”? Nulla, perché percepirlo come un’offesa personale o indistinta verso tutto il genere maschile è indice inequivocabile di enormi problemi di analfabetismo funzionale. O forse strumentale. O entrambe le cose, chissà.

Ma arrivo alla chicca: Crepaldi ci avvisa del fatto che non tutte le donne sono femministe. Ma va? Mica lo sapevo, mi era sfuggito! È lapalissiano, perché se tutte le donne fossero femministe probabilmente il patriarcato sarebbe stato smantellato da un pezzo. Noi femministe sappiamo bene che è una cultura totalizzante e atavica trasversale ai generi. Lui probabilmente no, o forse l’ha scoperto ora.

Ma rimane il fatto che la “misandria” ha la stessa consistenza sociale del “piano Kalergi” e “dell’ideologia gender”: sono allarmi sociali creati ad arte per giustificare maschilismo, razzismo e omotransfobia. Senza però il coraggio di dirlo con schiettezza, ma cercando di dare a queste boiate una consistenza pseudofilosofica.

Le femministe sono arrabbiate, alzano la testa e combattono quotidianamente contro il patriarcato, sia nel privato che nel pubblico. Senza di loro avremmo ancora il codice Rocco. Se aizzi l’odio verso di loro è perché cerchi di mantenere lo status quo. “Le femministe non operano per sé stesse, operano per cambiare la società” come ha perfettamente riassunto Maria Galindo. Non esiste nessuna deriva vendicativa nel femminismo. Se così fosse gireremmo tutte armate.

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Pregiudizio o diffidenza da autodifesa?

Pregiudizio o diffidenza da autodifesa?

Ovvero: gli inviti a non generalizzare con un giudizio negativo sono molto più numerosi quando la categoria in discussione detiene un potere. Come mai?

di Jane Marple, per Intersecta

Marvin Gaye, Inner City Blues (1971)

La differenza tra pregiudizio e diffidenza giustificata a volte può essere molto sottile.

Ma ci sono casi in cui è talmente lampante, che certi continui distinguo fatti sulla base della solita frase fatta “non bisogna generalizzare” risultano moralmente e intellettualmente imbarazzanti. In questi ultimi giorni ho letto una quantità enorme di analisi e commenti in difesa della correttezza dell’operato di certi esponenti delle forze dell’ordine, in particolare di quelle statunitensi.

Non nego che ci siano persone oneste, corrette e prive di pregiudizi tra le loro fila. Il problema è che costituiscono una risicatissima minoranza assolutamente ininfluente dal punto di vista istituzionale e sociale. La brutalità e il pregiudizio razziale, l’impunità degli abusi, sono una costante nel tempo.

Dunque chi generalizza in base a un’ideologia discriminatoria è l’istituzione polizia che vede in ogni persona dalla pelle non bianca un* potenziale criminale. Che abusa del suo potere e della sua forza per calpestare i diritti basilari sia di chi infrange la legge, sia di chi la rispetta.

Quella che nutrono giustamente le persone afroamericane, latinoamericane, native, e di chi solidarizza con loro nei confronti delle fdo è una diffidenza più che giustificata da una realtà oppressiva e abusiva comprovata da decenni. Non sta a loro sincerarsi della correttezza del soggetto in divisa in cui s’imbattono, perché potrebbero facilmente pagare con la loro vita questo garantismo di facciata tanto caro al popolino di “non tutti i poliziotti”. Sta alla polizia, tutta, dimostrare di non avere pregiudizi su interi gruppi sociali a causa del colore della loro pelle o della loro appartenenza etnica. Con i fatti, non con le trovate scenografiche ad ogni abuso od omicidio ripreso in video e quindi impossibile da occultare.

Trovo sconcertante il sentire la necessità di alzare gli scudi in difesa di rari elementi che non fanno altro che assolvere al loro dovere professionale, servire e proteggere, in netta controtendenza al resto dell’organo di controllo di cui fanno parte. Questo monito al non generalizzare, al non giudicare e condannare seduta stante in modo arbitrario, violento e pregiudizievole dovrebbe essere rivolto soltanto alla polizia. Sotto accusa è la sua incontrovertibile volontà di continuare sulla strada di sempre: aggredire e punire sulla base di convinzioni pregiudizievoli inaccettabili e largamente preponderanti al suo interno.

Ed è bene rammentarsi sempre che dover quotidianamente convivere con il terrore d’incappare in uno di questi “servitori dello stato” con la mentalità da suprematista è un incubo inimmaginabile.

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Da Gospel scartato a inno dell’Orgoglio LGBTIQA+, la strana storia di True Colors.

Da Gospel scartato a inno dell’Orgoglio LGBTIQA+, la strana storia di True Colors.

Perché dobbiamo ringraziare il caso, e l’intuito di Cyndi Lauper, se un brano come True Colors non è finito nella pattumiera.

di David Speakman, per genremag.com    Traduzione: Intersecta

All’apice dell’era Reagan , mentre pandemia di AIDS stava devastando la comunità gay, la pop star Cyndi Lauper incise una canzone sull’auto-accettazione e l’orgoglio interiore che non solo divenne la sua ballata più emblematica, ma fu adottata dalla comunità LGBT come inno identitario.

La Lauper ha dichiarato di aver scelto di registrare True Colours in memoria del suo amico Gregory Natal, che era da poco scomparso per complicanze legate all’AIDS. “Penso che come musicista e artista devi essere in sintonia con il tempo e il luogo in cui vivi” ha dichiarato ai giornalisti.  “(La canzone) è una foto istantanea; Penso che l’arte debba essere come una polaroid del mondo in cui viviamo. ”

Dopo la sua uscita nel 1986, True Colours ha scalato le classifiche pop, raggiungendo il primo posto nella classifica Hot 100 di Billboard per due settimane di seguito e  vendendo oltre un milione di copie negli Stati Uniti, fino a vincere il disco di platino. La Lauper è stata anche nominata per un Grammy  per la miglior voce femminile, e la sua canzone è arrivata al numero 1 delle classifiche anche in Canada. Fra le prime delle 10 in Australia, Germania, Italia, Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia, ha raggiunto il dodicesimo posto nella classifica UK.

True Colours è stato scritta dall’ormai leggendario team di musica pop autore anche di Like a Virgin di Madonna, So Emotional di Whitney Houston ed Eternal Flame di The Bangles. Billy Steinberg ha scritto i testi e Tom Kelly la musica, con uno stile basato sul pianoforte, simile a Bridge Over Troubled Waters.

Tuttavia True Colours originariamente era stata scritta come una canzone gospel per la cantante cowntry canadese Anne Murray, ma non le piacque. Dopo il no della Murray, il brano ha rischiato seriamente di finire nella spazzatura della storia, fra le canzoni mai registrate. Il caso però ha deciso diversamente.

Quando Cyndi Lauper sentì il nastro dimostrativo di Steinberg e Kelly respinto dalla Murray, stava ancora riprendendosi dalla perdita del suo amico; è stata toccata dal testo  e dalla melodia, ma ha respinto l’arrangiamento che trovava troppo pesante e barocco, e ne ha proposto un altro, più scarno e diretto.

Steinberg dichiarò in seguito: “Cyndi ha completamente smantellato quel tipo di arrangiamento tradizionale e ha trovato qualcosa di mozzafiato e coinvolgente”.

“Ho provato a spiegare che dovrebbe essere come un sussurro, quindi se stai guidando in macchina dovresti sentirlo come se qualcuno ti stesse sussurrando molto delicatamente all’orecchio”, ha detto la Lauper alla ABC. “Perché, se ti avvicini a qualcosa di così sentimentale in modo puro, in modo semplice, il potere della semplicità e della dolcezza è come il potere di una mano gentile. A volte è più potente di uno schiaffo. ”

Gli autori della canzone, Steinberg e Kelly, sono stati inseriti nella Hall of Fame dei cantautori nel 2011.

Inno LGBT

Fra il 2007 e il 2008, la Lauper ha portato in giro il True Colours Tour, per sensibilizzare il Congresso all’approvazione Matthew Shepard Act, una legge anti-odio che porta il nome di una vittima dell’omofobia. Il tour ha toccato 25 località del Nord America, e oltre a sensibilizzare il legislatore federale sui crimini ispirati dall’odio, ha raccolto fondi per la Matthew Shepard Foundation, la PFLAG e la Campagna per i diritti umani. E’ stata la consacrazione ufficiale della canzone come segno distintivo della comunità LGBT.

Hanno accompagnato la cantante nel tour gli Erasure, Joan Jett, The B-52s e Debbie Harry. Altri spettacoli che si sono uniti al tour in diverse città hanno visto la partecipazione di The Indigo Girls, Rufus Wainright, Sarah McLachlan, Margaret Cho, Tegan e Sara, The Puppini Sisters, Deborah Cox e Wanda Sykes.

Il Matthew Shepard Act è stato finalmente approvato al Congresso nell’ottobre 2009 e quasi immediatamente è stato convertito in legge dal presidente Barack Obama.

Cover di altri interpreti.

12 anni dopo l’uscita del singolo della Lauper, Phil Collins ha inciso la canzone nel 1998 per il suo album di compilation, Hits.

Negli ultimi tre decenni, True Colours è stato registrato da molti altri artisti, e non c’è un Pride, in qualunque parte del mondo, in cui non risuonino le sue note.

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L’imbroglio della sanità privata USA svelato da uno dei suoi ex protagonisti.

L’imbroglio della sanità privata USA svelato da uno dei suoi ex protagonisti.

La storia di Wendell Potter, da direttore della comunicazione di un colosso assicurativo a militante per l’assistenza sanitaria universale. 

di Intersecta

A volte una semplice immagine può cambiare la vita, spingere a mettere in discussione tutto ciò che si è ritenuto giusto fino a quel momento, e a guardare in faccia l’orrore che si è sempre negato.

Luglio 2007, Wendell Potter, una carriera all’interno della potente lobby assicurativa americana, che si è sempre opposta con forza a qualunque tentativo di introdurre una benché minima assistenza sanitaria gratuita ai cittadini più poveri, è il presidente della comunicazione aziendale di un colosso delle assicurazioni sanitarie, la CIGNA, per cui lavora dal 1993. Per caso visita una clinica gratuita, gestita da un’associazione di volontariato, in una zona depressa della Virginia, e ne rimane sconvolto. “Centinaia di persone disperate” dirà anni dopo in un’intervista al Guardian, “la maggior parte senza alcuna assicurazione medica, giungevano in clinica dalle più remote campagne. Le persone facevano ore e ore di fila per far eseguire gratuitamente le procedure mediche di base. Alcuni avevano guidato oltre 200 miglia dalla Georgia. Molti sono stati visitati all’aperto, dei pazienti giacevano sopra carrelli, sui marciapiedi bagnati dalla pioggia”. L’uomo pagato profumatamente per convincere gli altri della validità del modello americano, viene messo brutalmente di fronte alle conseguenze delle politiche caldeggiate dai suoi datori di lavoro. Prende una decisione importante, definitiva: non vuole più essere complice di tutto ciò.

Nel 2008 dà le dimissioni da CIGNA e diventa un attivista per la copertura medica gratuita universale e un avvocato per i diritti dei malati, mettendo a disposizione il suo bagaglio di conoscenze sulle procedure utilizzate dal mondo delle assicurazioni private per lucrare sulla salute delle fasce più deboli della popolazione. Nel giugno 2009, arriva al punto di testimoniare contro “l’industria della salute” al Senato degli Stati Uniti, e spiega dettagliatamente le pratiche in uso  nel settore delle assicurazioni sanitarie.

Da allora si  è fatto portavoce della necessità di un’assicurazione sanitaria pubblica in grado di competere con quelle private, perché convinto che sperare che gruppi industriali rinuncino a fette di profitto per motivi umanitari sia una pericolosa illusione.

Scrive numerosi libri, in cui spiega le strategie narrative del mondo assicurativo, e le tattiche ingannevoli a cui gli operatori privati ricorrono, anche grazie ai massicci investimenti in comunicazione, per convincere l’opinione pubblica della superiorità assoluta del modello privatistico. In quest’opera di convincimento e di creazione di una “verità parallela”, Potter vede molte analogie con la strategia utilizzata dall’industria del tabacco per ribattere ai dati sugli effetti del fumo sulla salute umana.

A partire dalla sua esperienza di “imbonitore di professione” con ottimi rapporti con la politica, procede inoltre a una spietata analisi della corruzione nel suo paese, sostenendo  che l’influenza corruttiva dei grandi gruppi finanziari sulla democrazia americana abbia raggiunto livelli di vera e propria emergenza, fino a pervadere praticamente ogni aspetto della vita dei cittadini.

Pur avendo ispirato con la sue attività e le sue pubblicazioni i tentativi di riforma come l’Obama care, Potter assume una posizione diversa, perché è convinto che qualunque riforma efficace non debba partire dall’alto, ma dal livello locale e fondarsi in primo luogo sulla trasparenza delle decisioni e sulla partecipazione al processo decisionale dei soggetti  su cui si ripercuoteranno le scelte prese. Decentramento e partecipazione. Fa strano sentirlo dire in USA, da un ex manager del capitalismo della salute!