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Golpe, rivolta e caos istituzionale. Il Perù ricambia presidente.

Golpe, rivolta e caos istituzionale. Il Perù ricambia presidente.

Crisi a Lima. Dopo la rimozione di Vizcarra, le proteste represse nel sangue e il forfait di Merino, un Congresso delegittimato elegge Sagasti per portare il Paese al voto dell’11 aprile. E così si torna al punto di partenza.

Di Claudia Fanti, per ilmanifesto

È Francisco Sagasti, portavoce del Partido Morado di centro-destra, l’unica forza politica ad aver votato contro la destituzione di Vizcarra, il quarto presidente del Perù in appena due anni, chiamato a traghettare il paese verso le elezioni dell’11 aprile.

A votarlo è stato un congresso totalmente delegittimato, in mezzo all’ennesima crisi politica, iniziata con l’illegale rimozione di Martín Vizcarra – descritta da più parti come un colpo di stato
parlamentare, ormai largamente sperimentato in America latina – e proseguita con la rinuncia dell’appena insediato Manuel Merino, il cui sogno presidenziale, perseguito negli ultimi due mesi con tanta ostinazione, è durato in tutto 5 giorni.

MESSO SUBITO ALL’ANGOLO dalle proteste di massa contro il golpe appena consumato, Merino è stato infine travolto dalle denunce contro la violenta repressione da
parte della polizia, responsabile della morte di due giovani e del ferimento di decine di manifestanti. Così, dopo la rinuncia di 13 membri del governo da lui appena designato, l’ormai ex presidente si è visto di fatto obbligato domenica a presentare le sue
dimissioni, invocando pace e unità tra tutti i peruviani dopo aver vergognosamente taciuto dinanzi all’uccisione di due manifestanti, Pintado Sánchez, di 22 anni, e Sotelo Camargo, di 24, raggiunti da diversi colpi di arma da fuoco.

Le diverse e variegate forze politiche che hanno posto Marino alla guida del paese, votando in massa per la destituzione di Vizcarra ad appena 5 mesi dalle elezioni generali, gli hanno voltato le spalle in tempi record, una volta preso atto di aver puntato sul cavallo sbagliato per difendere i propri interessi di bottega. E non c’è dubbio che
siano stati proprio tali interessi ad aver portato alla caduta di Vizcarra, dalla richiesta da parte degli ultranazionalisti di Unión Por el Perú di un indulto a favore del loro leader Antauro Humala (fratello dell’ex presidente Ollanta Humala), in carcere per la morte di cinque agenti durante una ribellione militare, fino al rifiuto da parte dei leader di
Podemos Perú e Alianza para el Progreso, proprietari di università private, di una riforma universitaria che andrebbe contro i loro interessi.

MOLTE DI QUESTE FORZE, con l’ennesima giravolta, sono ora tornate sulla propria decisione, a sostenere Francisco Sagasti, la cui proposta è esattamente quella di annullare la destituzione dell’ex presidente Vizcarra per restituire stabilità al paese.
Molto però avrà ancora da dire il popolo peruviano, sceso in strada ogni giorno da martedì scorso in tutto il territorio, non per Vizcarra, anche lui espressione in fondo della stessa oligarchia ripudiata dalle forze popolari, ma per un nuovo progetto di paese.

Molto però avrà ancora da dire il popolo peruviano, sceso in strada ogni giorno da martedì scorso in tutto il territorio, non per Vizcarra, anche lui espressione in fondo della stessa oligarchia ripudiata dalle forze popolari, ma per un nuovo progetto di paese.

Una mobilitazione costituita soprattutto da giovani – «Vi siete messi contro la generazione sbagliata», è uno dei loro slogan più usati – e animata da una richiesta che di giorno in giorno diventa più forte: quella di un processo costituente in grado di coinvolgere l’intera popolazione peruviana.

 

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L’istituzione Famiglia: crescere nella paura.

L’istituzione Famiglia: crescere nella paura.

Come lo scalpore suscitato da fatti di cronaca nasconde spesso paraocchi sul mondo e coscienza sporca. 

di Angry Pollyanna, per Intersecta

Sono nata nel 1966, l’anno in cui Franca Viola rifiutò il matrimonio riparatore da parte del suo violentatore. Ero un’adolescente nei primi anni ’80, quando lo stupro era ancora un delitto contro la “morale pubblica”. Da pochissimo erano stati aboliti dal nostro ordinamento giuridico il delitto d’onore e il matrimonio riparatore. In questo contesto storico gretto e profondamente patriarcale ho iniziato a fare sesso. I miei ne erano al corrente, appoggiarono la mia decisione di assumere la pillola anticoncezionale e se fossi rimasta incinta avrei potuto contare sul loro supporto qualunque fosse stata la mia scelta in merito. La mia era una famiglia sui generis, tutto sommato, perché quasi nessuna tra le mie coetanee poteva contare su una relazione familiare trasparente, non opprimente sulla loro vita sessuale e sentimentale. Sono trascorsi 37 anni dalle mie prime esperienze sessuali e guardandomi intorno vedo che il modello di famiglia di gran lunga dominante è ancora quello coercitivo, moralizzante, giudicante, inospitale, simile a quello delle famiglie delle mie coetanee di allora. Famiglie che tuttora considerano una ragazza di 17 anni che fa sesso una “puttana”, che se rimane incinta si preoccupano di “cosa dirà la gente”. E i muri insormontabili da cui sono circondate le adolescenti di oggi al di fuori della famiglia sono sempre gli stessi: percorsi a ostacoli da effettuare per accedere alla contraccezione standard e di emergenza, ad un’interruzione di gravidanza rispettata e tempestiva. Alcune di loro, nonostante l’apparente modernità, hanno scarse nozioni sul funzionamento del loro corpo, trovandosi addirittura a partorire senza avere avuto alcuna consapevolezza di essere state incinte. È una cosa che può accadere per diversi motivi e l’ignoranza intorno a questa eventualità è pari solo a quella sulle gravidanze biochimiche, ossia aborti spontanei di cui raramente è dato di accorgersi e assai frequenti nell’arco dei circa 35/40 di fertilità. Troppe ragazze si trovano piegate dall’angoscia e dal panico quando sperimentano accadimenti simili. Angoscia e panico notoriamente non sono le migliori condizioni mentali per prendere decisioni lucide e raziocinanti. Possono indurre un’adolescente a compiere un gesto estremo come quello di sopprimere il neonato appena partorito.
La terribile vicenda accaduta di recente a Trapani ne è un esempio eclatante. Non è certo la prima, né purtroppo sarà l’ultima. Del caso specifico non sappiamo quasi nulla. Abbiamo conoscenza però di parte della testimonianza della ragazza rilasciata alle forze dell’ordine, che in modo inequivocabile ha manifestato shock, terrore, disperazione. Personalmente so anche un’altra cosa: che chiunque l’abbia resa terrorizzata è di fatto responsabile del suo gesto. Che al momento non possiamo neanche chiamare infanticidio, perché manca un rapporto autoptico che ci dica con certezza se il neonato era vivo quando è stato gettato dalla finestra oppure se era nato morto.
Parlavo sopra di responsabilità, ma forse sarebbe più opportuno usare un altro termine: mandanti. Chi sono le persone mandanti di atti come questo? Sono coloro che inducono giovani donne a sentirsi colpevoli qualsiasi cosa facciano o non facciano. Sono coloro che non appena letta questa tragica notizia hanno sentito il dovere di condannarla senza appello seduta stante; sono i numi tutelari dell’istituzione famiglia come luogo di crescita nella sottomissione e nella paura; sono coloro che credono che partorire equivalga ad essere madre; sono coloro che ritengono che un’adolescente debba essere la sola responsabile di una gravidanza indesiderata perché “ha aperto le gambe”; sono coloro che pensano che ogni discorso misogino sulla sessualità udito in famiglia non abbia conseguenze pesantissime; sono coloro che vedono una sola vittima, il neonato, ma non la diciassettenne in preda al panico.
È la giornalista che scrive testualmente, il giorno dopo l’ennesimo massacro di migranti nel Mediterraneo, fra cui un neonato: “il primo dovere di un genitore è garantire la sicurezza dei propri figli e far salire un bambino di 6 mesi per attraversare il Mediterraneo è da incoscienti”. Perché questa madre perfetta, dall’alto del suo casuale privilegio, non si è data neanche un minuto di tempo per pensare che tra la probabilità di vedere morire il proprio figlio durante una traversata e la certezza di vederlo morire di fame, di mancanza di cure o sotto una bomba, la prima è di gran lunga la scelta più amorevole e responsabile.
Questi individui sono i veri mostri, non la ragazza di Trapani. Gente che ha un senso completamente distorto di ciò che dovrebbe essere una famiglia, ossia un’aggregazione spontanea di persone che costituiscono uno spazio in cui sentirsi a proprio agio, senza l’obbligo di dover soddisfare aspettative autoritarie, irrispettose di inclinazioni, tempi e modi di essere dei figli.
La famiglia-istituzione è il fondamento microcapillare e speculare dello stato-nazione, con le stesse caratteristiche: controllo, obbedienza, possesso, paura. Caratteristiche molto più simili alla famiglia mafiosa che a quella sociale, teoricamente accogliente e protettiva.
Una famiglia accogliente e protettiva oltre ad insegnare alla sua prole a non infilare le dita nelle prese di corrente s’impegna a crescerla nell’assenza del timore di esprimersi liberamente, di dire ciò che è, cosa e chi desidera.
Educare significa letteralmente “condurre fuori”: cioè il meglio che le persone hanno dentro di loro.
Siamo un paese complessivamente cristallizzato, ancora incernierato tra le peggiori forme di perbenismo, di tradizionalismo bigotto.
La ragazza di Trapani e il suo neonato hanno pagato l’altissimo prezzo di tutto ciò. Abbraccio idealmente lei e rivolgo tutto il mio disprezzo e il mio rancore ai mandanti di questa tragedia, l’ennesima.

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Le paure fanno Novanta.

Le paure fanno Novanta.

Genesi e sviluppo della sindrome del securitarismo e del feticcio del “degrado”, sullo sfondo della depoliticizzazione degli anni Novanta. 

Estratto da Wolf Bukowski,  “La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro” ( Alegre editore, 2019)

La prima paura, la prima insicurezza degli anni Novanta è in ciò che travolge la vita materiale delle persone comuni. Qui gli anni Novanta sono la naturale conseguenza degli Ottanta, e cioè della sconfitta del movimento operaio, della marcia dei quarantamila del 1980 (che poi erano poco più di diecimila), della rinuncia al recupero dell’inflazione nei salari, sottoscritta da Cisl e Uil con l’accordo di san Valentino del 1984 e confermata con referendum popolare l’anno successivo…

Solitamente ci si concentra, come punto culminante di quella sconfitta, sul protocollo del 31 luglio del 1992 con cui i sindacati confederali sottoscrivono una resa incondizionata alle pretese padronali, ma non è da sottovalutare l’importanza della legge contro il diritto di sciopero nei servizi pubblici promulgata nel 1990.

Per ottenere consenso a quella legge era stata creata e gonfiata a dismisura la figura dell’utente dei servizi pubblici (utente che poi, con la privatizzazione di quei servizi, diventerà consumatore), contrapponendola al lavoratore e al suo diritto di sciopero. Visto che gran parte della classe lavoratrice è anche utente dei servizi collettivi, con quella contrapposizione si produce sia una lotta tra poveri che una dissociazione del se stesso utente dal se stesso salariato. Si ottengono così lavoratori desindacalizzati e autodisciplinati dal timore di far danno all’utente; e (gli stessi) diventano utenti incarogniti di fronte al minimo disagio subìto, perché in luogo dell’identificazione di classe viene posta una dissociazione soggettiva.

Lo psicologo britannico David Smail, in The origins of unhappiness del 1993, ipotizza che l’esperienza individuale sotto il neoliberismo sia segnata da una crescente mistificazione dei rapporti tra «poteri distali» (distal powers) e «poteri prossimali» (proximal powers). I primi, che possono essere definiti come le decisioni prese in luoghi irraggiungibili («in un consiglio d’amministrazione a New York», esemplifica Smail) e che plasmano la vita di interi gruppi sociali, spesso non sono neppure riconosciuti come decisioni ma solo come, semplicemente, il “così vanno le cose”. Quelli prossimali, invece, sono i rapporti di potere relativi all’«ambito dell’esistenza fisica» e ai «microambienti» della quotidianità. La cultura e le discipline sociali, psicologiche, eccetera, riplasmate dal neoliberismo (Smail le osserva durante il decennio thatcheriano), spingono in primo piano i rapporti prossimali, e lasciano sullo sfondo quelli distali, contribuendo così a tenere «fuori dalla vista» i «meccanismi dell’ingiustizia sociale».

Questo processo è perfettamente riconoscibile anche oggi, per esempio nell’enfasi, in tema di salute, sull’alimentazione individuale piuttosto che sull’accessibilità del servizio sanitario; o sull’acquisto di una macchina elettrica invece che sulla pianificazione urbanistica che riduca la necessità di mobilità individuale; o ancora sul rapporto tra colleghi (il team building) piuttosto che sulle condizioni determinate dal datore di lavoro. I poteri prossimali hanno ovviamente degli effetti («è solo tramite l’azione del potere prossimale che la persona può essere colpita da qualsiasi cosa», scrive Smail), così come ha importanza cosa si mangia, come ci si relaziona coi colleghi, eccetera, ma la loro azione e portata dipendono interamente dai poteri distali: se il mercato del lavoro è plasmato dalla precarietà posso far parte del team più affiatato del mondo, ma una volta giunto a scadenza il mio contratto non sarà egualmente rinnovato.

Questa dialettica mistificata, tutta concentrata su ciò che urta da vicino (e distratta sulle sue cause sistemiche), è un perfetto terreno di coltura per il securitarismo, e questo per due motivi. Il primo è che anche sicurezza e decoro sono fondati sull’enfatizzare piccole paure e fastidi che affliggono la quotidianità e che fanno da schermo al riconoscimento dei poteri distali: la voce sull’autobus mi ripete di fare attenzione ai borseggiatori, ma tace ostinatamente del fatto che un consiglio dei ministri allontana di anni il mio pensionamento, derubandomi di una cifra mille mila volte superiore. Il secondo motivo è che, se si ignorano e occultano i poteri distali che lo hanno condannato a essere povero (perché nato da poveri, in luogo povero, eccetera), il povero sembra colpevole della sua povertà, e dunque sembrerà meno scandalosa la sua persecuzione da parte delle isitituzioni decorose: in fondo, si dirà, se l’è cercata lui! Non si tratta quindi solo del fatto che, con l’avanzata padronale, le condizioni di lavoro peggiorano, ma di quello, assai più pernicioso, che l’ideologia neoliberale applicata agli ambiti della quotidianità produce finte spiegazioni e falsi nemici prossimali contro cui indirizzare (male) la giusta rabbia per il peggioramento della propria condizione materiale.

Un altro elemento da analizzare nella produzione di insicurezza è quasi quasi la trasposizione in ambito istituzionale del processo soggettivo illustrato da Smail. Tutta l’enfasi che allora viene riferita ai poteri locali, infatti, non è che la creazione di un potere prossimale – quello del sindaco – che faccia da schermo ai poteri distali che realmente plasmano la vita urbana. L’emergere di tale ruolo si accompagna infatti ai primi passi di una fase particolarmente violenta di valorizzazione capitalistica della città: la fine dell’equo canone nel 1992, l’inizio dell’enfasi sul turismo e, dalla seconda metà degli anni Novanta, il gonfiarsi di una spaventosa bolla immobiliare.

Per la destra l’adesione a un progetto leaderistico come quello dell’elezione diretta dei sindaci è scontata; la sinistra fa un po’ di teatrino parlamentare e infine, nel 1993, vota a favore. Franco Bassanini, deputato del Partito democratico della sinistra (Pds, l’ex Pci), sostiene in aula che l’elezione diretta porterà a una maggiore democraticità dell’ente locale rispetto ai meccanismi di delega ai partiti, «del resto non sempre impermeabili alle influenze di oligarchie economiche o finanziarie, come le cronache di Tangentopoli hanno dimostrato». Per ironia della storia proprio Bassanini sarà presidente, dal 2008 al 2015, della più influente, e pestilenziale, incarnazione delle oligarchie finanziarie che infestano la vita urbana in senso privatistico, e cioè Cassa Depositi e Prestiti; inoltre, proprio al contrario di quanto sventolato in occasione del voto parlamentare, i sindaci eletti direttamente governeranno in modo straordinariamente autocratico, svuotando di senso il consiglio comunale. Ma soprattutto l’elezione diretta del sindaco si manifesterà da subito come l’elemento che sul piano istituzionale contribuirà, più di ogni altro, a quella che via via prende forma come – lo dico in un modo esplicito che a qualcuno non piacerà – una progressiva fascistizzazione della vita urbana. Non potendo infatti attuare politiche sociali incisive perché gli enti locali, proprio mentre sono gonfiati politicamente, vengono svuotati economicamente, il sindaco si orienterà in modo quasi ineluttabile alla più facile alternativa, ovvero la persecuzione dei poveri, dei migranti e degli antagonisti, sia a scopo di consenso elettorale (facendo pulizia con la polizia), che ai fini di messa a reddito integrale della città (gentrificazione, turistificazione…).

Ovviamente le scelte di ordine pubblico del neosindaco verranno interiorizzate da una gran parte dei cittadini, che si avvezzeranno a chiedere all’istituzione non servizi sociali (per i quali, si risponderanno già da soli, «non ci sono i soldi») ma repressione e ancor più repressione; e i più determinati tra questi cittadini scriveranno lettere ai giornali e al sindaco e lanceranno petizioni; i giornali, per squallido calcolo di mercato, daranno spazio alle lettere più colorite a prescindere dalla proporzione con ciò che narrano (si ricordi che anche una scritta sulla maglietta può passare per un assalto); successivamente entreranno in scena gli accademici che analizzeranno le lettere suggerendo che si tratti di documenti vivi e pulsanti della possente richiesta di sicurezza da parte dei cittadini, e la cosa assumerà così persino una veste scientifica, e diventerà infine indiscutibile.

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Invertire il dolore: una nuova alba per la Bolivia.

Invertire il dolore: una nuova alba per la Bolivia.

Dalla Bolivia una lezione che può valere dovunque: quando un approccio anarchico consapevole e collettivo può cambiare il significato di qualunque strumento, voto politico compreso.

Trascrizione da estratti di una diretta radio di Maria Galindo, (video). Traduzione: Intersecta

María Galindo offe uno sguardo diverso alle recenti elezioni boliviane che hanno riportato il MAS al governo. Cosa significa quel trionfo? Come leggerlo politicamente e socialmente? Ciò che ha trasformato  il voto in un veto: razzismo, rogo del whypala, abusi della polizia, corruzione. La sconfitta sociale del colpo di stato di Añez, Camacho e Quiroga. L’intelligenza collettiva nei momenti estremi, e la capacità di reinvenzione, ancora una volta: quella capacità di invertire la pressione fascista e trasformarla nel suo opposto è stato un gigantesco atto collettivo sulla scena delle elezioni boliviane. Hanno calcolato male l’uso della repressione e del fascismo, hanno calcolato male la paura, hanno sbagliato i calcoli perché ci hanno portato all’estremo, un estremo che era socialmente letto come la fine di qualcosa. Quel luogo dove l’oscurità diventa luce e dove il dolore si trasforma in ribellione.

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Quello che è successo in Bolivia nelle ultime elezioni è un meccanismo sociale estremamente interessante che vale la pena condividere con te, non importa dove ti trovi.

La lettura trionfalista del Movimento per il socialismo e della sinistra internazionale che vedono nel voto una ratifica del loro progetto è una lettura quasi nevrotica di autoinganno, così come lo è, in senso opposto, la lettura dei gruppi fascisti sconfitti che ancora insistono a denunciare la frode. Gruppi fascisti che sono passati dall’essere minacciosi all’essere ridicoli.

Sospiro profondamente e sento ancora tra le mie costole un corpo non solo stanco ma dolorante: muscolo dopo muscolo, cavità dopo cavità, vena dopo vena, è il corpo della società boliviana.

Di fronte al ballottaggio non eravamo individui, ma moltidutini. [1]

Le consultazioni elettorali sono diventate una sorta di set sperimentale per i topi di laboratorio che siamo noi elettori, in cui il nostro comportamento è calcolato sulla base di paura, odio, manipolazione dei media, set basato su false notizie diffuse tramite internet un modus operandi che fa parte di un dispositivo che viene erroneamente chiamato “marketing elettorale”.

Allo stesso tempo, le opzioni di voto non sono ciò che viene annunciato dalle “forme di rappresentanza” politiche di volontà collettive, programmi o piani di governo, ma opzioni all’interno di un tabellone chiuso dove il vostro voto aggiunge o sottrae, ma non conta in sé.

In questo contesto nulla può fallire: ogni voto sembra essere un voto contro le lotte. Sembra che tu stia affrontando un gioco da tavolo impossibile da invertire. In Bolivia invece lo abbiamo fatto e voglio dirvi come, perché voglio credere che lo stesso metodo possa funzionare ad altre latitudini, e anche negli Stati Uniti contro Trump.

Il voto destinato a svuotarsi di contenuto acquistava un significato: il senso di veto collettivo. Ecco perché affermo che il MAS non ha vinto, anche se il MAS appare come vincitore. Il suo trionfo è un miraggio perché il contenuto non è l’adesione al suo progetto, ma il veto.

Per farvi capire, sposto questo ragionamento ad altre latitudini: negli Stati Uniti non si lotta per la vittoria dei Democratici, ma solo per  la sconfitta di Trump, sconfitta in cui i Democratici diventano un meccanismo circostanziale.

La folla si riconosceva diversa e distinta dall’oligarchia; il ballottaggio ci poneva quasi geograficamente tra un complesso noi di fronte a un loro chiaramente stabilito come estraneo, disprezzabile, padronale.

Il voto cessò di essere un voto e divenne uno striscione con un proprio contenuto

Il voto è stato un veto al razzismo.

Il voto è stato un veto alla corruzione.

Il voto è stato un veto sull’incendio della whiphala [2] .

Il voto è stato un veto sulle esazioni e gli abusi della polizia.

Le persone uccise dal coronavirus hanno votato perché a loro nome abbiamo detto “no”.

I morti per mano dal governo di Añez en Senkata y Sacaba hanno votato perché a loro nome abbiamo detto “no”.

Il voto era un modo per buttare fuori il governo del Palazzo e mostrare un ripudio totale e generalizzato.

Non è che il MAS sia il grande progetto dei popoli indigeni; è il partito che ha confinato la rappresentanza politica indigena diretta e che ha violato centinaia di volte la costituzione politica dello stato plurinazionale, ma di fronte al fascismo prescritto  su un tabellone di laboratorio è la via d’uscita che scegliamo come palliativo, come qualcosa di transitorio, come possibilità pratica, ma non come un sogno, non come adesione. Questo è abbastanza diverso.

Dirai che sto proiettando i miei sentimenti personali sulla massa; a ciò rispondo che non è così perché se questa massa gigantesca di oltre il 50% dei voti sparsi in tutto il paese fosse un’adesione al progetto del partito, Evo Morales e Álvaro García Linera non sarebbero dovuti fuggire e non sarebbero stati rovesciati come una mosca intrappolata sul muro,  come invece  è successo a ottobre e novembre 2019.

Il voto è stato anche dispiegato come voto di punizione contro tutti coloro che hanno partecipato alla costruzione del governo di Añez, ecco perché Mesa, Camacho e Quiroga hanno perso e ricevuto quello che in Bolivia viene comunemente chiamato paliza (batosta). Inoltre, due candidati hanno dovuto uscire dalle elezioni prima di raggiungere il tavolo delle votazioni perché la società boliviana aveva già dato segni di quella punizione, quel veto, quel ripudio collettivo e si sono ritirati per cancellare le prove e non sibure un’umiliazione pubblica già decisa.

Intelligenza collettiva

Di fronte al voto elettorale, non eravamo individui ma una folla, e quella folla ha costruito un gigantesco voto collettivo, una sorta di grande consenso costruito grazie a quella che viene chiamata intelligenza collettiva. Alle società iperindustrializzate del nord coloniale che hanno quella che viene chiamata intelligenza artificiale, vi dico che qui nel sud godiamo di quella che viene chiamata intelligenza collettiva. Quella capacità di costruire un noi effimero, fragile, istantaneo, ma che, ad esempio, nell’evento elettorale ha avuto la capacità di emergere. Un’intelligenza collettiva capace di emergere in circostanze estreme. Capirlo è molto importante.

Non è che io idealizzi la società boliviana: la soffro e vivo ogni giorno. Non è che l’intelligenza collettiva sia qualcosa di tangibile che opera continuamente, infatti gli esseri umani l’hanno persa, così come abbiamo perso altre forme di percezione e sensibilità come l’istinto e l’intuizione. Ma per quanto si perdano queste forme primordiali di sensibilità e di comportamento, ricompaiono in momenti specifici, dico che riappaiono nei momenti di dolore, in momenti di estrema pressione. Le città principali sono state nuovamente militarizzate la notte prima delle elezioni, e le strade sono tornate a essere teatri di guerra con truppe in divisa da guerra schierate soprattutto nelle zone periferiche: questo gesto fascista ha attivato l’intelligenza collettiva.

Capovolgi il ​​dolore e trasformalo in qualcos’altro

Se c’è qualcosa che verifico ogni giorno, è la capacità di volgere le cose nel loro contrario, qualcosa che le donne stanno facendo come atto quotidiano di insubordinazione di fronte al patriarcato, come atto di disobbedienza alla sottomissione e come atto di speranza e risposta irriverente alla violenza e alla negazione della nostra libertà. Questa capacità di invertire la pressione fascista e trasformarla nel suo opposto è stato un gigantesco atto collettivo sulla scena delle elezioni boliviane. Hanno calcolato male l’uso della repressione e del fascismo, hanno calcolato male la paura, hanno sbagliato i calcoli perché ci hanno portato all’estremo, un estremo che era socialmente letto come la fine di qualcosa. Quel luogo dove l’oscurità diventa luce e dove il dolore si trasforma in ribellione.

Questa capacità di capovolgere i sentimenti è ciò che è accaduto in Bolivia di fronte ai voti elettorali. Per questo si apre uno spazio dei sogni, uno spazio delle costruzioni e delle lotte perché quello che è successo è una riappropriazione dei nostri destini proprio nel momento in cui sembrava che tutto ci fosse stato tolto.

Il MAS, in quel gioco, è solo una circostanza.

 

[1] Prendo in prestito da Toni Negri il favoloso concetto che senza dubbio trascende l’analisi di classe nel suo senso più ortodosso.

 

[2] Whipala è la bandiera a scacchi multicolore utilizzata in tutto il continente come bandiera delle popolazioni indigene. Questa bandiera è stata incorporata in Bolivia come simbolo nazionale ed è stata persino attaccata all’uniforme della polizia. Durante il rovesciamento di Evo Morales, un poliziotto con indosso un passamontagna l’ha portata via dalla parte anteriore dell’Assemblea legislativa, l’ha bruciata e l’ha strappata anche dalll’uniforme, gesti che sono rimasti inscritti come atti di odio nell’immaginario sociale.

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Le dimostrazioni stanno diffondendo il Covid-19? Le esperienze di altri paesi dimostrano che non è necessariamente così.

Le dimostrazioni stanno diffondendo il Covid-19? Le esperienze di altri paesi dimostrano che non è necessariamente così.

Come il potere, in Polonia come altrove, cerca di utilizzare la paura del contagio per bloccare il dissenso contro decisioni autoritarie e liberticide. Ma viene smentito dalla realtà.

Rafał Chabasiński, per bezprawnik.pl    Traduzione: Intersecta

Da giovedì, molte migliaia di proteste contro l’inasprimento della legge sull’aborto si sono diffuse in Polonia. I propagandisti del governo stanno già lavorando duramente per criticarle e addossare loro l’inevitabile aumento delle infezioni da coronavirus, allo scopo di invalidarne le ragioni. Ma le manifestazioni stanno davvero diffondendo ilCovid-19? Le esperienze di altri paesi non indicano una grande minaccia.

Visto che le autorità con le loro decisioni hanno costretto i polacchi a scendere in piazza, vale la pena chiedersi: le manifestazioni diffondono il Covid-19?

La sentenza di giovedì della Corte costituzionale sull’aborto ha portato in piazza migliaia di donne polacche e anche uomini polacchi. Nel frattempo, anche altri gruppi stanno protestando: agricoltori di Agrounia, tassisti contro la legge Uber e persino imprenditori. Sempre più gruppi professionali sostengono le proteste contro l’inasprimento della legge sull’aborto.

Ci si può aspettare che i governanti useranno le espressioni di malcontento pubblico per i propri fini. Finalmente avranno qualcuno da incolpare per l’aumento del numero di infezioni da coronavirus che inevitabilmente ci attende. Se qualcuno non crede che arriverà al punto di farlo, a quanto pare non ha seguito le dichiarazioni ai media degli uomini del partito al potere.

Tuttavia, vale la pena considerare se le manifestazioni stanno davvero  diffondendo il covid-19 in misura così massiccia come ci fanno temere. A prima vista in effetti un’enorme folla di persone che marciano nella calca rappresenta le condizioni ideali per diffondere il coronavirus. Solo che le esperienze di altri paesi negli ultimi mesi non confermano affatto questa conclusione. Anzi.

Le proteste di Black Lives Matter negli Stati Uniti non hanno contribuito al drastico aumento del numero di nuove infezioni.

Certo, alcuni ricordano ancora i dilemmi dei primi mesi dell’epidemia. Uscire di casa è pericoloso o no? Nel caos dell’inizio della pandemia, in Polonia sono apparse varie idee. Come, ad esempio, il divieto di entrare nella foresta o il blocco totale – un divieto di movimento senza una necessità realmente giustificata. L’odierno divieto di uscire di casa rivolto agli anziani è il risultato del modo di pensare dell’epoca.

Anche allora, gli esperti hanno convenuto che non è necessario esagerare. Mantenere le precauzioni elementari all’aria aperta – indossare una maschera, aderire alle regole della distanza sociale – garantisce la nostra sicurezza. Inoltre, uscire all’aria aperta in condizioni epidemiche è benefico per la nostra salute, compresa la salute mentale.

Nel frattempo, a maggio, ci sono state rivolte negli Stati Uniti, proteste sotto il segno di Black Lives Matter. Gli USA sono uno dei paesi più colpiti dall’epidemia nel mondo. Nonostante ciò, non sono stati trovati collegamenti tra le proteste di Black Lives Matter e il notevole aumento del numero di casi di coronavirus. E questo nonostante il loro carattere di massa, e il fatto che durino da mesi.

Vale la pena notare che all’inizio della dimostrazione, gli scienziati si aspettavano un aumento piuttosto piccolo, nell’ordine del 2-3% al giorno. Da allora, tuttavia, non è stato riscontrato alcun effetto statisticamente significativo.

Le dimostrazioni di massa all’aria aperta sono molto più sicure che studiare a scuola o andare ai comizi dei politici.

Conclusioni simili si possono trarre dalle proteste in Bielorussia contro le elezioni truccate e il regime del presidente Alexander Lukashenka. Dovremmo essere scettici sui dati ufficiali del governo di questo paese, ma questi non hanno registrato un drastico aumento del numero di contagi nel periodo immediatamente successivo al culmine della manifestazione. Nella seconda metà di agosto, l’aumento giornaliero del numero di casi ha oscillato tra 100 e 200 nuovi casi.

Non abbiamo potuto osservare un aumento drastico fino alla fine di settembre, più o meno contemporaneamente al crollo della situazione in Polonia. Teoricamente, questo può indicare un motivo simile a quello del nostro paese: l’inizio dell’anno scolastico. Una cosa va ammessa: se il presidente bielorusso potesse incolpare i manifestanti, lo farebbe sicuramente. E non lo ha fatto.

Nel rispondere alla domanda se le manifestazioni diffondono il covid-19, dovremmo prendere in considerazione non solo le proteste di massa stesse. In estate, molte persone in diversi paesi hanno deciso di approfittare del bel tempo e andare in spiaggia. Inoltre, l’irresponsabilità dei bagnanti è stata criticata e si prevedeva un aumento significativo del numero di casi. Tuttavia, si è scoperto che limitare l’accesso dei cittadini agli spazi aperti non ha davvero alcuno scopo.

La diffusione o meno delle dimostrazioni covid-19 dipende in gran parte dal comportamento responsabile dei partecipanti

Perché esistono discrepanze così drastiche tra “buon senso” e realtà? Il coronavirus covid-19 si diffonde più facilmente in spazi ristretti, affollati, preferibilmente poco ventilati. Stiamo parlando di luoghi e situazioni come aule scolastiche, feste di club, sale per matrimoni o comizi politici. All’aria aperta, non rimane a lungo. Inoltre, i raggi UV alla luce del sole sono dannosi per il virus.

Ciò non significa, tuttavia, che le dimostrazioni siano completamente sicure. Come già accennato: la folla e la mancata adozione di misure precauzionali come le mascherine aumentano notevolmente il rischio di infezione da coronavirus. Allo stesso tempo, dal punto di vista della diffusione della malattia nella società, un problema più grande degli stessi raduni di massa è arrivarci e cosa fanno le persone prima e dopo la manifestazione.

Le dimostrazioni diffondono covid-19? Sì, ma molto meno di qualsiasi altra attività umana. Pertanto, chi vuole giustamente protestare contro questa sentenza ingiusta della Corte polacca, dovrebbe farlo in modo responsabile: mantenere le distanze, evitare la pressione maggiore e coprire naso e bocca con una maschera protettiva. Allo stesso tempo, non vale la pena credere nella narrativa dei governanti che sono felici di incolpare i loro avversari politici delle conseguenze dei loro errori, omissioni e irresponsabilità.

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La comunità di potere delle “microgrid girls” dello Yemen tra la guerra e il COVID-19

La comunità di potere delle “microgrid girls” dello Yemen tra la guerra e il COVID-19.

Una stazione solare gestita da donne vicino al fronte ad Abs sta migliorando la vita di chi ci lavora e di tutta la comunità.

di Veronique Mistiaen per aljazeera.com  Traduzione: Intersecta

“Il ruolo delle donne era solo il lavoro domestico”, si lamenta Huda Othman Hassan, una giovane donna di Abs, un distretto rurale nel nord dello Yemen vicino al confine con l’Arabia Saudita.

“Sebbene fossimo istruite e laureate, non avevamo potere decisionale e non potevamo lavorare in nessun campo.”

Ma ora un nuovo progetto sta aiutando a cambiare quelle norme non sscirtte. L’anno scorso, Othman e altre nove donne di Abs hanno installato una microrete solare, a soli 32 km dal fronte di una guerra che ha ucciso decine di migliaia di persone e ha lasciato oltre 3,3 milioni di sfollati.

Il progetto è uno dei tre che il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite ha contribuito a creare nelle comunità non connesse  del paese, in genere vicine ai fronti di guerra. La stazione Abs è l’unica gestita interamente da donne.

Gli altri due – situati nel distretto di Bani Qais vicino ad Abs, e nel governatorato di Lahij nella parte meridionale del paese – sono gestiti da 10 giovani uomini ciascuno; Il 30 per cento di loro sono sfollati.

Prima che la stazione di Abs fosse costruita, dice Othman, il prezzo elevato dell’elettricità commerciale rendeva impossibile l’accesso da parte della sua comunità. “La maggior parte delle persone utilizzava una torcia o una lampadina da cinque watt con una piccola batteria”, racconta.

Ora, la microrete solare fornisce alla comunità energia più economica, pulita e rinnovabile, affrontando anche un altro importante problema in questa parte dello Yemen: aiutare le donne a guadagnare un reddito stabile e acquisire nuove competenze professionali.

Lo Yemen è in fondo all’indice sull’uguaglianza di genere delle Nazioni Unite e le opportunità di lavoro per le donne sono molto limitate, soprattutto nelle zone rurali.

Ma per il gruppo che gestisce questo progetto ad Abs, il lavoro è stato decisivo per migliorare la propria vita.

“All’inizio, ci prendevano in giro perché volevamo <<fare il lavoro degli uomini>>. Ma ora, la nostra comunità ci rispetta, poiché siamo imprenditrici. Vengono alla stazione e ci chiedono se ci sono opportunità. Ora vogliono che le loro donne partecipino e abbiano successo come le ragazze della microrete “, afferma Iman Ghaleb Al-Hamli, direttrice della stazione.

“Il progetto ci ha permesso di ricostruire la nostra fiducia in noi stesse, la fiducia nella partecipazione alla vita della comunità, e ha infranto la linea rossa nel trattare con gli uomini”, aggiunge. “E ora stiamo contribuendo al budget mensile delle nostre famiglie per coprire il cibo e altre necessità”.

Produrre e vendere energia

Prima che la guerra in Yemen iniziasse nel 2015, trovare cibo e carburante era già una lotta. Cinque anni dopo, più dell’80% della popolazione ha bisogno di qualche tipo di assistenza e più della metà delle comunità rurali non ha accesso all’energia poiché i prezzi dei combustibili fossili continuano a salire e gli embarghi rendono il carburante ancora più difficile da ottenere.

Inoltre, COVID-19, che ora dilaga nello Yemen, sta aggravando la crisi.

Questa è la prima volta in Yemen che le microreti vengono introdotte sia per la produzione che per la vendita di energia solare e si ritiene che siano le prime fonti di energia gestite privatamente nel paese.

Prima dell’arrivo delle reti, le comunità rurali facevano affidamento sui generatori diesel: inquinanti, costosi e soggetti a sbalzi improvvisi nel prezzo del carburante.

Ora, queste tre comunità hanno accesso all’energia sostenibile e le loro bollette elettriche sono state “tagliate del 65%”, secondo Arvind Kumar, project manager dell’UNDP per lo Yemen. Mentre il diesel costa  0,42 $  l’ora, l’energia solare costa solo 0,02 $, il che la rende più conveniente per gli yemeniti.

“Le centrali elettriche esistenti non sono più funzionali in Yemen e l’attuale infrastruttura di trasporto dell’energia non si estende alle aree rurali”, ha spiegato Kumar.

“Queste aree rurali sono il cuore dell’economia dello Yemen, dove l’agricoltura, l’acqua, i servizi pubblici e l’economia locale dipendono in gran parte dai combustibili fossili. Senza reddito, lavoro e prezzo del petrolio in aumento, le comunità rurali avrebbero sempre lottato per reggersi in piedi. In questo contesto, le microreti solari, che possono essere piccole o medie, sono la via da seguire “.

Nell’avviare il suo progetto, l’UNDP ha fornito fondi per sovvenzioni e ha formato le donne di Abs ei giovani uomini di Bani Qais e Lahij per  costruire, gestire e mantenere attività di microreti solari in grado di portare elettricità alle loro comunità.

“Ho acquisito competenze tecniche, come caricare le batterie, collegare i cavi, misurare la potenza utilizzando un multimetro, convertire la potenza dalla corrente continua a quella alternata  e controllare la capacità in KW”, afferma Amena Yahya Dawali, una funzionaria tecnica presso la stazione Abs.

I 20 giorni di formazione delle donne hanno riguardato anche le competenze aziendali e finanziarie, oltre a quattro giorni di orientamento su un modello di microrete. Il progetto è sostenuto anche dall’Unione Europea e implementato dalla Sustainable Development Foundation (SDF) e CARE International.

Effetti positivi per la comunità.

Ad Abs, la microrete ha migliorato la vita di tutta la comunità.

“Nella mia comunità, andavamo a dormire alle sette di sera. Ora possiamo svolgere molte attività di notte”, dice Ghaleb.

“C’è una donna che ha venduto una delle sue pecore e ha comprato una macchina da cucire e ora può cucire a casa sua la notte dopo che i suoi figli hanno dormito”.

L’organizzazione benefica per l’innovazione climatica Ashden ha assegnato al progetto il premio Ashden 2020 per l’energia umanitaria. “Le ONG locali pensavano che il progetto avrebbe dovuto affrontare enormi sfide perché è altamente tecnico e queste donne non avevano mai fatto nulla di lontanamente simile”, ha detto un portavoce dell’organizzazione.

“Hanno detto che se hai intenzione di mettere questa costosa attrezzatura nelle mani di persone che non l’hanno mai fatto, potrebbe finire tutto entro quattro mesi. Ma ora, a più di un anno, la rete funziona ancora, generando energia e reddito, e nulla è stato rubato o vandalizzato. La comunità ne vede i vantaggi e la protegge “.

Anche le altre due stazioni di micro-rete funzionano a piena capacità, fornendo energia ai negozi commerciali. In tutte e tre le microreti solari, l’elettricità venduta dai 30 proprietari del progetto ha aiutato 70 volte più persone. Circa 2.100 persone hanno ottenuto un reddito reale poiché hanno potuto avviare attività generatrici di reddito, come cucire, saldare, vendere generi alimentari e aprire attività commerciali. Includendo coloro che utilizzano i servizi e visitano i negozi, circa 10.000 persone hanno ottenuto guadagni indiretti dall’energia sostenibile nelle tre comunità.

“La parte più rivelatrice di questa iniziativa è vedere i beneficiari non più vulnerabili e dipendenti dagli aiuti umanitari poiché ora hanno un modo sostenibile per generare reddito, mentre, in altri interventi umanitari in Yemen, è difficile trovare tali prove”,  dice Kumar.

Questi progetti sono ancora più importanti ora che il COVID-19 si sta diffondendo in tutto il paese.

“Mentre combattiamo contro il COVID-19, un sistema sanitario, un’economia e una società già compromessi sono stati portati a nuovi limiti”, dice  Auke Lootsma, rappresentante  dell’UNDP nello Yemen. “Se vogliamo soddisfare la domanda di energia in questi settori, dobbiamo continuare a costruire audaci soluzioni energetiche decentralizzate, di rete e non, e promuovere queste soluzioni tra i partner di sviluppo, gli attori del settore privato e le istituzioni finanziarie internazionali”.

Il prossimo passo del programma è garantire finanziamenti dal settore privato e dalle istituzioni di microfinanza per costruire fino a 100 microreti aggiuntive in aree remote del paese, al fine di mantenere aperte scuole e ospedali durante il conflitto e la pandemia. L’UNDP prevede inoltre di pilotare progetti di trasformazione dei rifiuti in energia e di desalinizzazione basati sullo stesso modello di business delle microreti.

“Il futuro è promettente”, afferma Ghaleb. “Il nostro sogno è stato realizzato con questa prima stazione e ora aspiriamo a coprire l’intera regione.”

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E’ morto un ragazzo nero.

E’ morto un ragazzo nero.

Come parte del femminismo nero accademico fatica ad applicare il concetto di intersezionalità, invalidando la vita e la morte di innocenti.

Di Tommy J. Curry e Gwenetta D. Curry per racismreview.com  Traduzione: Intersecta

Estate 2013
La scorsa settimana, il cuore dell’America nera è stato spezzato e le sue speranze e aspettative di equità, giustizia e uguaglianza sono state distrutte. L’assassino di un giovane ragazzo nero è stato liberato.
George Zimmerman riuscirà a vivere la sua vita da assassino prosciolto, e Trayvon Martin, la sua famiglia e altri uomini e ragazzi neri saranno per sempre marchiati dal fatto che qualsiasi confronto con
uomini e / o donne bianchi può significare la morte.

Uomini e ragazzi neri rimangono invisibili nei discorsi sulla violenza di genere e sugli omicidi razziali. La loro esistenza e sofferenza è sostituita dalla negazione, o dalla problematizzazione di qualsiasi borsa di studio che cerchi di affrontare la loro peculiare esistenza razziale, come marginalizzante della loro controparte femminile nera.

In breve, qualsiasi opera che cerca di parlare dell’oppressione sui ragazzi neri viene accusata di non essere sufficientemente femminista e,
come tale, è degna di silenzio e censura.
Essere nero e maschio non è un privilegio, è una condanna a morte
A pochi minuti dal verdetto, le femministe nere di tutto il web hanno iniziato a pubblicare post e confrontare la vita di Trayvon Martin con quella delle donne nere uccise o incarcerate nell’ultimo anno. Su
Facebook, i post delle femministe nere su Rekia Boyd, Marissa Alexander e Aiyanna Stanley-Jones sono stati condivisi ripetutamente. Rilanciando il pezzo di Jamila Aisha Brown, “Se Trayvon Martin
fosse stata una donna …”, queste blogger femministe hanno insistito sulla differenza di attenzione che la morte di uomini e ragazzi di colore riceve in confronto alle vite di queste donne nere. Tuttavia, quando
si legge effettivamente il pezzo di Jamila Brown si può solo essere stupiti da come la causalità e la storia siano viziate dall’ideologia. Il pezzo di Brown è scritto in risposta a un’intervista a Marc Lamont Hill incui gli è stato chiesto: “Come sarebbero le cose diverse se Trayvon fosse una giovane ragazza nera? Hill ha risposto “[Zimmerman] sarebbe stato condannato, perché abbiamo questa tendenza vedere i corpi maschili neri come pericolosi e minacciosi e sempre strumenti di forza letale “. Hill fa un’osservazione con cui molti uomini e donne neri in tutto il paese concordano, vale a dire che uomini e ragazzi neri
sono in generale vittime di omicidi e violenze sponsorizzati dallo stato e del vigilantismo bianco.

Dire questo non significa negare le donne nere come vittime, ma riconoscere i pericoli di essere neri e maschi negli Stati Uniti.

Un punto recentemente supportato dall’ammissione di Melissa Harris Perry che l’America è così pericolosa per gli uomini di colore, che lei desidera che i suoi figli se ne vadano, un fardello alleviato
solo in qualche modo dal “sollievo che io [lei] ho provato alla mia [sua] ecografia di 20 settimane quando hanno detto io [lei] era una ragazza. ”
Sfortunatamente, i sentimenti che esprimono paura, rabbia e disperazione sono sconosciuti da JamilaBrown e da chi la legge e sostiene. Nonostante l’indignazione della comunità nera, l’impotenza vissuta dai genitori di giovani uomini e ragazzi neri e la paura della morte di cui soffrono uomini / ragazzi neri, Brown sembra concludere che queste emozioni sono semplicemente irrilevanti per la più ampia politicadell’identità che deve essere avanzata.

Per lei, tutte le esperienze di violenza contro le donne di colore
sono esempi da opporre a Trayvon Martin. Inizia la sua discussione dicendo che le donne nere sono state linciate, un fatto che non è passato inosservato agli storici o persino agli militanti anti-linciaggio
nel 19 ° secolo data la catalogazione dei nomi di donne e ragazze nere e presunti reati in opere come quelle di Ida B .Wells-Barnett’s Red Record (1895) e John Edward Bruce’s A Blood Red Record (1901).
Secondo Brown, tuttavia, le vite di queste donne sono state cancellate e dimostrano che se “Trayvon Martin fosse una giovane donna nera, non sapremmo nemmeno il suo nome”.
Già da subito, questo ragionamento sembra sciocco. Tutta la violenza non è la stessa, quindi suggerire che le donne di colore che hanno subito un linciaggio o violenza sponsorizzata dallo stato di polizia non hanno avuto attenzione o che un’adolescente disarmata uccisa da un uomo bianco con la scusa dell’autodifesa non sarebbe presa in considerazione dalla comunità nera è un’asserzione falsa.

Già a Ida B. Wells-Barnett era chiaro che il linciaggio era inteso come arma contro la presunta “virilità della razza” e per scoraggiare l’indipendenza economica dei neri. Contrariamente a quanto si dice sul suo attivismo anti linciaggio, Ida B. Wells-Barnett comprendeva la particolare vulnerabilità degli uomini di colore, perché confessa di avere in un periodo lei stessa considerato il linciaggio degli uomini di colore come giustificabile. Come racconta in Crociata per la giustizia “… avevo accettato l’idea che si intendeva trasmettere – che sebbene il linciaggio fosse sbagliato e contrario alla legge e all’ordine, la rabbia irragionevole per il terribile crimine di stupro poteva portare al linciaggio; che forse il bruto meritava comunque la morte e la folla era autorizzata a togliergli la vita”.

Dopo la morte del suo amico Thomas Moss, Ida Wells iniziò a capire che il linciaggio era una punizione guidata dal desiderio di uccidere
uomini di colore. Quando la folla bianca ha fatto sapere a Ida B. Wells-Barnett che il suo “sesso non l’avrebbe salvata”, se fosse tornata a Memphis, ha riaffermato l’ontologia maschile alla base del
linciaggio. Fu la degradazione di Wells-Barnett allo status di uomo nero a minacciare la sua vita e cancellare il suo sesso. Nonostante le prove storiche che danno ampio sostegno all’opinione che la
violenza omicida anti-neri (linciaggio, violenza di stato della polizia ed esecuzioni pubbliche) sia diretta principalmente agli uomini neri, alcune femministe nere non possono ammettere concettualmente una
realtà in cui la mascolinità nera è una vulnerabilità di genere che porta gli uomini di colore ad essere capri espiatori del razzismo americano.
Brown sostiene che le morti di Rekia Boyd, Deanna Cook, Aiyana Stanley Jones e Tarika Wilson, nonostante abbiano suscitato proteste, siano state prese in considerazione dalla NAACP e abbiano portato ad
azioni legali, vengono ignorate a causa del “privilegio del maschio nero” o del l’idea che “la vittimizzazione delle giovani donne è inclusa in un pozzo generale di dolore nero che è ampiamente definito dalle lotte degli uomini afro-americani”. Ah, è cosi? Non vengono invece ignorate dal rapporto di potere asimmetrico tra le comunità nere impoverite e lo stato di polizia, o dall’apatia generale per la vita nera?
Affermando l’esistenza di “un privilegio maschile nero” che in qualche modo rimane inalterato dalle morti esponenziali, incarcerazioni, disoccupazione e povertà di uomini e ragazzi neri, condizioni che
meritano particolare attenzione, queste autrici rendono il riconoscimento del privilegio maschile nero assiomatico e indiscutibile.

In breve, queste femministe affermano che indipendentemente dalla morte violenta storicamente associata all’essere un uomo di colore, questi uomini di colore godono del privilegio politico di essere maschi e di essere riconosciuti anche nella morte rispetto alle donne di colore, alcune delle quali vivono e respirano ancora. Piuttosto che essere un’analisi seria di come gli uomini di colore hanno concretamente privilegi (istruzione, ricchezza, mortalità, salute), questa tesi è intrisa di una ideologia che mira più al riconoscimento accademico limitato ai blog che uno studio empirico che offra informazioni sulle tragedie che hanno effettivamente un impatto sulla Comunità nera.

Alla morte di Trayvon Martin, questo uso che si fa di un concetto reale e valido come quello del privilegio del maschio ha come scopo il tentativo di demonizzare una comunità che ha perso padri, figli e mariti neri insieme a madri, figlie e mogli perché non è abbastanza femminista.

Queste femministe nere sostengono che, nonostante la tragedia di perdere un ragazzo nero di 17 anni, poco più che un bambino, spetti a loro il diritto di decidere ciò che la sua vita dovrebbe significare per la comunità nera, o cosa significherebbe la sua vita se la comunità nera non fosse accecata dal patriarcato.

Mentre la sinistra nera e le agenzie di stampa indipendenti nere si sono preoccupate della morte di uomini e donne neri, così come di ragazzi e ragazze neri, alcune femministe nere non hanno reso la
morte di donne nere uccise dalla violenza di stato, brutalità della polizia, profilazione razziale, o razzismo il loro obiettivo centrale, a meno che, naturalmente, quelle donne non siano state uccise o
brutalizzate per mano di uomini neri, il che rende la loro sofferenza perfettamente adatta al loro modello (Duluth) di violenza domestica. Voxunion ha presentato prove di uomini e donne di colore che muoiono ogni ora, Redding News Review ha coperto la morte di Rekia Boyd e Aiyana Stanley Jones, così come l’arresto di Marissa Alexander; commentavo costantemente queste morti nei miei interventi radiofonici, e Black Agenda Report ha riportato le morti di donne e bambini neri insieme ai loro omologhi maschi neri.

Ma data l’ideologia dominante in alcuni ambienti universitari, queste femministe nere si sentono più che a proprio agio nell’usare la morte di queste donne e bambini per sostenere che la morte di Trayvon Martin non dovrebbe essere valutata meno perché era un ragazzo.

I maschi neri sono vittime del razzismo e del sessismo.
È disgustoso che queste persone ora affermino di poter decidere come valutare la morte di Martin, ma non dicono nulla contro i suprematisti bianchi e le istituzioni che hanno svalutato la vita dei neri. La
domanda centrale posta da Piers Morgan nel chiedere cosa sarebbe successo “Se Trayvon Martin fosse una ragazza nera”, è se un vigilante bianco avrebbe potuto o meno affermare di temere per la sua vita e
usare l’autodifesa come giustificazione per ucciderla. Molti commentatori pensano semplicemente che Zimmerman sarebbe stato arrestato per aver ucciso una donna nera, e le commentatrici non hanno offerto alcuna ragione per smentire questa ipotesi.

Quindi, nel tentativo di ridimensionare la morte di un uomo nero, questi commenti costruiscono delle ipotesi che chiedono al pubblico di immaginare una vittima donna nera che viene violentata e aggredita sessualmente piuttosto che essere semplicemente assassinata a sangue freddo. Intendiamoci, queste ipotesi vengono accolte come un fatto, qualcosa che sarebbe necessariamente accaduto alla vittima femmina nera e solo a lei, nonostante Rachel Jeantel abbia detto al pubblico americano che in realtà Trayvon Martin aveva il fondato timore che Zimmerman fosse uno stupratore di adolescenti neri.

L’elemento sessuale e sessualizzante della violenza razzista
viene completamente ignorato quando si parla di uomini e ragazzi neri. Eric Glover e Terrence Rankin sono stati assassinati per soddisfare il feticcio della necrofilia di tre adolescenti bianchi, e come previsto
non c’è stata nessuna analisi “femminista” sulla particolare vulnerabilità di genere di questi uomini neri.
Ma questa paura, la paura che un ragazzo nero può avere di essere violentato, viene ignorata, perché come spiega Greg Thomas, “per un certo tipo di femminismo accademico, il genere vale solo per le femmine” e come tale, solo le donne possono temere di essere aggredite, di essere vittime di stupro.

Perché queste femministe nere non fanno il confronto tra la vita di uomini, donne e bambini bianchi dopo la morte di queste donne nere? Perché le morti di uomini e ragazzi neri sono gli unici esempi
comparabili?  Perché non stanno criticando i loro portavoce come Beverly Guy Sheftall per aver annunciato pubblicamente i programmi del femminismo nero in luoghi popolari come The Root, ma
escludendo gli assassini razziali delle persone nere di ogni genere? Perché queste femministe nere non scrivono nei loro giornali e blog delle storie di queste donne nere uccise come esempio della sofferenza
provocata dall’odio contro le persone nere piuttosto che come reazione scomposta alla morte di un ragazzo nero? Perché quando una comunità nera piange, la risposta femminista accademica  è quella di spogliare il
significato che ha assunto la vita di un maschio nero – una vita abbracciata da uomini, donne e bambini neri allo stesso modo, una vita tolta alle famiglie nere in tutto il mondo, e una vita che continua a essere sporcata dalla paura di morire pima di diventare adulti? Questa paura della morte non garantisce un’organizzazione politica intorno alle questioni e alle cancellazioni dei diritti dei maschi neri?
In questo caso, il femminismo nero non è migliore del suprematismo bianco che nega le possibilità politiche detenute dai neri di genere maschile. La virilità nera non è una patologia, non è una malattia da
curare con la morte o con il femminismo escludente. Angela Davis, che non è sicuramente meno femminista delle commentatrici astiose, è chiara in Women, Race & Class quando dice che gli uomini di
colore non avevano privilegi maschili durante la schiavitù, perché questo avrebbe danneggiato il sistema schiavista, né lo avevano durante il movimento per i diritti civili nonostante la tesi di Michelle Wallace
sul il mito dello stupratore maschio nero.

Le femministe come Brown stanno usando questo tragico
incidente per attirare ulteriormente l’attenzione sui loro programmi politici. L’articolo di J. N. Salter, “Sono un traditore della razza? Trayvon Martin, i discorsi sul genere e l’invisibile donna nera” sostiene
che alle donne nera si chieda di “anteporre la loro razza al loro genere e di ignorare i problemi che le donne di colore hanno all’interno delle nostre comunità”, ma questo non è vero poiché molte donne nere
da Ida B. Wells-Barnett a madri come Sybrina Fulton hanno risolto questo problema senza rinunciare a nessuna delle due identità.

Questa corrente femminista sostiene che per essere nere e donne metta a riparo da ogni critica, nonostante il fatto che la politica dell’identità in agguato dietro la loro idea di femminilità tragga beneficio dalle loro alleanze politiche con donne bianche. Non dovremmo
concentrarci solo sul fatto che la persona nera colpita sia una donna o un uomo, ma anche e soprattutto sulla protezione delle nostre comunità dalla violenza si sistema. E in casi come questo, legati al
vigilantismo bianco, uomini e ragazzi neri meritino gran parte della nostra attenzione, perché sono le prime vittime, anche se non le uniche.

Conclusione
Degli oltre 300 neri uccisi nel 2012 da violenze extra-legali, quanti nomi conosciamo? Ogni anno, centinaia di neri vengono uccisi dalla polizia, la maggior parte di loro uomini, non sappiamo chi siano
tutti e non per tutti si fanno marce; alcuni nomi non vengono mai pronunciati. I bambini neri, maschi e
femmine vengono uccisi e nessuno piange, urla o marcia per loro. Un vigilante bianco uccide un adolescente disarmato e improvvisamente la paura e il dolore provocati dalla morte di un giovane ragazzo nero si trasformano in “l’unica morte di cui i neri si preoccupano”.

Certo femminismo nero non ha problemi a trasformare il dolore e la tortura di una comunità – le sue famiglie –
in un metro che misura limportanza della morte nera e articola questo spettacolo disumanizzante nelle morti “significative” delle donne nere e poi di tutti gli altri; la comunità nera, i morti uomini neri, “noi”.
L’ideologia (politica, morale o altro) non è il barometro della verità.
L’indifferenza per la morte di uomini e donne di colore da parte di settori del mondo accademico femminista nero, l’assenza di questioni come la violenza di stato, la violenza antinera e l’omicidio dai
loro discorsi vertano essi su intersezionalità, amore o istruzione, sono un dato di fatto.

Consiglierei ad alcune femministe nere di smettere parlare alle donne bianche e agli uomini bianchi per ottenere il riconoscimento accademico, e di scrivere invece delle morti delle persone nere che dicono di avere al centro della coscienza. Questi post che continuano a reagire in termini negativi all’importanza che la comunità nera
ha attribuito alla morte di Trayvon Martin, invece di suggerire un’analisi delle condizioni che l’hanno provocata, dimostrano la spinta negativa della politica dell’identità femminista nera contro uomini /
ragazzi neri, piuttosto che un’analisi concreta della vulnerabilità delle persone di colore alla violenza sessuale e all’omicidio (con modalità diverse per genere, certo, ma entrambe gravi) e di come questo
riconoscimento aiuti la comunità nera.

Questi post mostrano che fare la caricatura della mascolinità nera è accademicamente redditizio, più di quando sia tragica la morte di un ragazzo nero

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Un dente di Patrice Lumumba verrà riconsegnato alla famiglia e al suo paese.

Un dente di Patrice Lumumba verrà riconsegnato alla famiglia e al suo paese.

da dw.com  traduzione: Intersecta

Uno dei denti di Patrice Lumunba verrà restituito alla sua famiglia e al suo paese.

Il Belgio, ex potenza coloniale in Repubblica Democratica del Congo, ha dichiarato di voler finalmente restituire un dente appartenuto a Patrice Lumumba, leader socialista dell’indipendenza congolese assassinato dai servizi segreti belgi e dalla Cia il 17 Gennaio del 1961. La figlia Juliana Lumumba, aveva scritto al  Re del Belgio proprio per avere l’ultima traccia fisica del padre, il cui corpo era stato fatto sparire.

Il dente era stato sequestrato alla famiglia di un poliziotto belga, ora morto, che aveva contribuito a fare sparire il corpo di Lumumba.

La giustizia belga consente a restituire parte delle spoglie di Patrice Lumumba alla sua famiglia, e questa notizia ha fatto la prima pagina dei giornali belgi il 10 Settembre. Sono più di  50 anni che la famiglia aspetta questo momento.

Il 20 Giugno 2020 Juliana Lumumba aveva scritto una lettera al re in cui domandava che i resti del padre potessero essere sepolti nel suo paese.

Il giudice di istruzione ha deciso che un dente poteva essere restituito alla famiglia. Ricordiamo che Lumumba dopo essere stato ucciso fu sciolto nell’acido, e dalla distruzione si salvarono solo dei denti. Durante gli anni 2000 in un documentario tedesco il commissario belga Gerard Soete aveva dichiarato di avere conservato come cimeli dei denti, mentre tagliava il cadavere a pezzi per poi farlo corrodere dall’acido.

Juliana Lumumba: “E’ morto in una maniera atroce”.

La figlia dichiara: “ La mia prima reazione è evidentemente di soddisfazione e vittoria. Perché dopo 60 anni i resti di mio padre che è morto per il suo paese, l’indipendenza e la dignità degli esseri umani neri, torneranno alla terra dei suoi antenati. E’ chiaro che è una cosa buona.  Però dopo aver letto la dichiarazione sulla stampa aspettiamo  una risposta ufficiale e di conoscere le condizioni della restituzione.”

DW: A quanto pare per il momento restituiranno un solo dente. Che ne pensate, visto che avete chiesto molto di più?

Juliana Lumumba: “Come sapete, cerchiamo la verità da più di 40 anni. E’ morto in maniera atroce, ma per anni non sapevamo se fossero rimasti dei resti. Poi sappiamo dai media, non dal governo belga, che sono rimasti dei denti e che un commissario li teneva per ricordo. E adesso la giustizia belga ce ne concede uno.

La cosa più importante, come figlia, è per me potere seppellire mio padre. Le nostre tradizioni ci insegnano che la maniera in cui si seppelliscono i propri cari dice tanto su di noi, ed è importante. E’ tempo di provare a medicare le ferite. Al momento posso dire solo questo”.

 

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Perché all’antispecismo non servono le signorine Rottenmeier.

Perché all’antispecismo non servono le signorine Rottenmeier.

Riflessioni contro il purismo intollerante in ambienti vegani.

Dal blog antispeciesistaction.com , Traduzione: Intersecta

 

L’antispecismo, inteso qui come corrente di pensiero, è in costante evoluzione. Non notare l’abisso che separa un testo come “Liberazione animale” di Singer da uno come “Liberazione totale” di Best è piuttosto difficile (differenza che, del resto, è già chiara a partire dai titoli). L’evoluzione che si è avuta, in questo caso in appena cinquant’anni, non è da intendere come un semplice superamento, che elimina il vecchio lasciando spazio al nuovo. Essa va invece intesa come differenziazione: di pensiero, di proposte, di pratiche, di finalità. Ciò è di fondamentale importanza. Perché questo si verifichi, è necessario alimentare quel processo che porta alla messa in discussione delle teorie fin qui sostenute, e alla conseguente formulazione di nuove proposte. E poiché l’antispecismo è politico e come tale si pone degli obiettivi concreti, è allo stesso modo necessario valutare l’efficacia delle proprie azioni.
Questo è l’antidoto contro ogni purismo. Non tenendo conto della diversità, non producendo diversità ma conservando e imponendo una purezza pratica e ideologica fine a se stessa, si rimane inevitabilmente in posizioni stagnanti che non aiutano nessun*.

A tal proposito, traduciamo e condividiamo con voi questo articolo scritto dal collettivo Antispeciesist Action.

E se fossero umani?

Chiedersi “e se fossero umani?” in una cultura profondamente specista è quasi sempre un modo efficace ed emotivo per verificare se qualcosa o qualcuno è specista o no. Ad esempio: è moralmente giusto allevare e massacrare persone umane per la loro carne? La risposta è no, è immorale, e questo presenta quindi il palese pregiudizio nel caso delle persone non umane. È moralmente giusto intrappolare e uccidere gli umani per i loro capelli? Ancora una volta, la risposta è ovvia. Questa domanda permette anche di svelare importanti incongruenze e ipocrisie all’interno della cultura dominante, e anche all’interno di  ambienti vegani.

Ma ecco un esempio interessante e insolito per cui questa domanda non è sufficiente: un gioco kink (BDSM) in cui le persone umane si travestono da persone non umane (come i cani) e ne traggono gratificazione sessuale, sociale ed emotiva è da intendersi come una sorta di appropriazione di comportamenti, corpi e comunicazione non umani, e siccome i non umani sono oppressi, è necessariamente specista / oppressivo? Senza un’analisi accurata e una comprensione sociologica del BDSM, rischiamo di avere un approccio sex negative e di definire il kink come specista. Jeff Mannes, un sociologo queer e sex positive, sostiene che il “gioco degli animali” voglia sovvertire lo specismo e non  perpetuarlo, e ciò è dimostrato dalla filosofia che sta dietro il kink.  Il  kink nasce quindi  come”anti-habitus” (sovversione di tabù) e nel caso del “gioco degli animali”, è la reazione alla separazione degli umani dalla loro animalità. Questa teoria  eccitante e multidimensionale mostra che spesso le risposte a queste domande sono più sfumate di quanto non appaiano inizialmente, e quindi dovremmo stare attenti prima di emettere sentenze.

Nel complesso, la domanda iniziale può aiutare a orientarci nella direzione di ciò che le nostre azioni, immagini e linguaggio dovrebbero essere e come dovrebbero essere. Sfortunatamente, questa domanda è stata usata anche come arma per fare gaslighting  da parte di coloro che si aggrappano alle convinzioni speciste, e accusano gli antispecisti di essere puritani.

“E se fosse un cane?”

Come discusso in un precedente articolo dal titolo “il problema  delle analogie con i cani nell’antispecismo”, la domanda “e se fosse un cane?” riguardo l’assassinio di mucche o maiali è stata usata per rafforzare lo specismo più che per sovvertirlo. L’argomento principale contro questa frase era che i cani sperimentano anche lo specismo violento, e il loro “status speciale” (in “Occidente”) è superficiale e apparente, in quanto questo “status speciale” è esso stesso una forma di specismo che si esplica nella violenza sistemica dell’industria degli animali domestici o di altri tipi di sfruttamento. Questa frase alla fine pone i cani su un falso piedistallo “amorevole” e diminuisce la loro esperienza vissuta senza far luce sull’ideologia specista.

Quindi l’alternativa non specista è “e se fossero umani?”?  Insomma…

La definizione di veganismo / antispecismo che noi usiamo  è: “rifiutare e combattere lo specismo per quanto possibile e praticabile”. E in termini semplici, “specismo” significa che le persone umane si considerano moralmente superiori alle persone non umane, e quindi riecheggiano questo in tutti i sistemi umani, le culture umane e le relazioni interpersonali.

“Il Liberation Pledge”

Il “Liberation Pledge” (pegno di liberazione) è il processo mentale e militante per cui un essere umano si impegna a non sedersi a tavoli dove vengono consumati corpi e secrezioni non umane, per il proprio benessere emotivo, per una protesta sociale o per entrambi i motivi. E’ come se l’antispecista dovesse “pagare pegno”, altrimenti non sarebbe più tale.

Stiamo usando il “Liberation Pledge” come esempio di possibile purismo vegano a causa della sua (legittima) associazione con il pensiero vegano. Lo diciamo a mo’ di disclaimer, noi non mangiamo ai tavoli non etici né ci impegniamo in situazioni sociali dirette in cui viene consumata carne, latte di mucca, ecc.

Ma non consideriamo ciò come un “pegno” di purezza vegana come quando si indossa un braccialetto a forchetta,  ma come un uso tattico del rifiuto sociale per protestare contro le norme speciste violente. Lo facciamo perché è specista consentire situazioni socialmente speciste. Ad esempio, se la carne di maiale sul tavolo fosse invece carne umana, non ci siederemmo a tavola e mangeremmo piante. In particolare, usiamo questa tattica perché possiamo e siamo socialmente, emotivamente e fisicamente in grado di farlo. È specista mangiare ai tavoli dove c’è carne non umana? Assolutamente. Ogni vegano può usare questa tattica? No. È pericoloso chiedere ad altri vegani di usare questa tattica senza un loro consenso adeguatamente informato sui rischi sociali, emotivi e professionali di tale azione? Assolutamente sì.

Il fatto è che l’antispecismo non è un club esclusivo che concede o revoca tessere in base a meriti o infrazioni. E’ qualcosa di molto più serio.

Specismo nel cinema

Il problema principale è quando chiediamo che tutti debbano rifiutare lo specismo nella sua interezza e ci aspettiamo gli stessi stardard da tutti (purismo), dimentichiamo che il veganismo (rifiutare e opporsi allo specismo) riguarda ciò che è praticabile e possibile per le persone umane. Quando guardiamo film e programmi TV, dimentichiamo facilmente che le persone non umane avrebbero potuto essere sfruttate come attori, la loro carne e le loro secrezioni come oggetti di scena per il cibo, la loro pelle e i loro capelli come vestiti, ecc. È specista guardare e pagare per questi film che ci divertono , quando se ci fossero umani trattati in quel modo non lo faremmo? La risposta è sì, è specista, ma ciò non significa che sia emotivamente o socialmente possibile boicottare ogni film in cui vi è violenza specista nella produzione o, altrettanto peggio, ideologia specista nel messaggio morale del film. Guardare “Il Trono di Spade”, ad esempio, non significa che condoni la schiavitù letterale dei cavalli o lo sfruttamento fittizio dei draghi nella serie.

Anonymous for the Voiceless , ovvero intersezionalità questa sconosciuta.

Qualche tempo fa, gitrava un post razzista creato da AV (Anonymous for the Voiceless) su una persona di colore che usava la testa mozzata di un maiale come sostegno (sottintendendo che i poliziotti sono maiali) durante una protesta di Black Lives Matter. Il post stava minando il movimento BLM prendendo di mira lo specismo palese di un antirazzista nero, ma non era critico nei confronti dello specismo dei sistemi di polizia violenti che schiavizzano cavalli e cani e li armano per la repressione del movimento. Una persona ha commentato questo post spiegando che si trattava di “una persona”, che stava usando uno specismo scioccante contro la polizia, e che il post era per i razzisti l’equivalente di un fischietto per cani. La risposta: “e se fossero tua madre? …” (i resti del maiale) “… avresti detto questo?”, Questa è una variazione della famosa domanda “e se fossero umani?”, e in questo caso è stata usata come artificio per convincere (in retorica si chiama “argomento dello spaventapasseri”) il commentatore a pensare di essere specista. Questa domanda può ed è stata usata da destra ed eco-fascisti per controllare la narrativa e richiamare coi fischietti per cani altri esseri umani malvagi e sfruttatori.

“Non lo diresti se fossero umani !?”, la risposta è spesso probabilmente “no, non lo farei”, ma viviamo in una cultura profondamente specista e ci sono molteplici sfaccettature e sfumature nelle vite umane. A volte le persone umane devono sedersi ai tavoli e mangiare cibo vegano con esseri umani che mangiano carne, perché da un punto di vista sociale non hanno scelta, poiché si sentirebbero isolati e non riuscirebbero a far fronte mentalmente al mondo senza questo meccanismo di supporto emotivo, quindi, è impossibile per loro evitare la partecipazione a questa pratica specista. Alcuni potrebbero essere più a loro agio emotivamente  e in grado di usare questa tattica in modo efficace e sicuro, e quindi se possono e vogliono è giusto che lo facciano, come è giusto che chi può e voglia seguire una dieta a base vegetale o smettere di usare un linguaggio specista, lo faccia.

Quando discutiamo di rifiuto sociale come tattica (e questo è, una tattica) con attivisti, in particolare giovani / nuovi attivisti ideologicamente vulnerabili, non dobbiamo pretendere una purezza irraggiungibile. Questo non vuol dire che il rifiuto sociale non sia una tattica potente, se usata bene, che non permette di raggiungere buoni risultati, ma quando si tratta di purezza, allora è inutile e diventa una sorta di religione.

Organizzazioni problematiche

Un altro modo in cui la purezza, sotto forma di cultura dell’annullamento dell’altro, può esprimersi si verifica quando un’organizzazione (luogo di lavoro, per esempio) è specista, gerarchica o oppressiva in qualche modo e coloro che protestano contro queste organizzazioni ( i professionisti dell’antispecismo) richiedono alle persone umane coinvolte (di solito i neo-vegani ideologicamente vulnerabili e i volontari non pagati) di rompere immediatamente con queste organizzazioni, in modo puritano. Dobbiamo essere consapevoli che gli esseri umani possono avere sistemi di supporto sociale, emotivo e finanziario in atto legati a queste organizzazioni e dobbiamo riconoscere che non è sempre praticabile e possibile allontanarsi immediatamente e radicalmente da qualcosa in cui è coinvolta la propria vita.

“Animali di servizio”

“E gli umani ciechi o ipovedenti che sfruttano i cani come” animali di servizio “? Questi cani sono indubbiamente ridotti in schiavitù, la loro autonomia fisica e il loro consenso possono essere violati, ma non è nemmeno possibile o praticabile per molte di queste rinunciare ai cani per sopravvivere in questo mondo fondato sull’abilismo. Rispondiamo ignorando lo specismo? No, riconosciamo che è specista, ma riconosciamo anche che attualmente non è possibile per tutti non prendere parte a questa forma di sfruttamento. Non attacchiamo le persone malate che assumono farmaci che sono stati testati attraverso la vivisezione; combattiamo le industrie della vivisezione. Non colpevolizziamo gli umani ciechi per aver sfruttato i cani per sopravvivere; combattiamo per un mondo non abilista che si adatti alle varie capacità, specie e corpi che lo abitano.

Infine:

Lo scopo di questo contributo è chiedere a tutti di lasciar perdere il purismo vegano. Il purismo “un tanto al chilo” è probabilmente la qualità meno attraente  (e più di destra) del moderno “veganismo” mainstream probabilmente e il nostro ostacolo numero uno per ottenere una forte solidarietà da altri movimenti socio-politici (di sinistra e libertari). Siamo puristi riguardo alla nostra dieta, alla nostra ideologia, al nostro stile di vita, al nostro linguaggio, alle nostre azioni; costruiamo le nostre mura molto alte e ci aspettiamo che molti vengano da noi. Detto questo, essere contro il purismo non deve essere confuso con il modello “welfarista” “vegetariano” o col modo essere “vegan-ish”, che condona la violenza specista per il “bene superiore”, ad esempio, raccomandando ai vegani di mangiare un po’ di carne di pesce di fronte ai non vegani per apparire “meno estremi”, (yikes). Quello che stiamo dicendo suona in qualche modo simile a quello, ma è profondamente  diverso in quanto stiamo dicendo che lo specismo è completamente inaccettabile, ma che trovarsi coinvolti nello specismo a vari livelli è a volte inevitabile per alcune persone umane in alcune situazioni, e che essere puritani e intolleranti con questi umani non aiuterà né noi né loro.

 

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Raccolta di DNA, riconoscimento facciale grazie a migliaia di telecamente, scomparsa misteriosa di oppositori, deportazioni di massa, persecuzione di intellettuali: tutto ciò non basta al regime cinese. Ormai è tempo di ricorrere ai vecchi sani metodi staliniani di sorveglianza a domicilio, per registrare anche il minimo scambio di sguardi.
Eh, il contatto umano è importante, e al Partito sono degli inguaribili romantici.