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Per un’India preda di una devastante ondata Covid-19, Twitter è l’ultimo disperato appiglio.

Per un’India preda di una devastante ondata Covid-19, Twitter è l’ultimo disperato appiglio.

Con il sistema sanitario del paese in ginocchio e il governo incapace di prendere adeguate misure, l* indian* si sono rivolt* ai loro feed dei social media.

di Meera Navlakha, per gal-dem.com    Traduzione: Intersecta

“In questo momento sto cremando uno dei miei familiari […] e nel frattempo sto cercando di mettere a disposizione un concentratore d’ossigeno per altri membri della famiglia, tutti positivi al coronavirus”, ha scritto l’utente Twitter Archana Sharma il 22 aprile. “Sono distrutta e non c’è nessuno che mi aiuti. Per favore aiutami, vi supplico per favore! ”

In meno di un’ora, Sharma, una consulente per la riabilitazione che vive in India, ha visto il suo appello raccogliere oltre 150 risposte. Alcuni utenti hanno risposto con messaggi di supporto come “siate forti”; altri hanno fornito dettagli sui luoghi in cui potrebbe trovare delle bombole di ossigeno.
La disperata missiva di Archana Sharma non è stata una richiesta singola. Mentre il paese sta affrontando un grave picco di casi di Covid-19, Twitter ha visto un afflusso di post strazianti di persone indiane che cercano aiuto urgente da sconosciuti virtuali. Nel bel mezzo della crisi, la piattaforma si è trasformata da un social network in un triste registro quasi medico, documentando in tempo reale la fatiscente infrastruttura medica della nazione.
Improvvisamente Twitter è diventato una hotline pandemica, tramite cui i cittadini indiani cercano di tutto, dalle bombole di ossigeno e il plasma ai letti d’ospedale, mentre altri ampliano le loro frenetiche richieste. Incidenti in ospedali con un numero eccessivo di sottoscrizioni hanno anch’essi causato diverse morti. Oggi a Mumbai (23 aprile, ndt), lo scoppio di un incendio ha ucciso 13 pazienti in un’unità di terapia intensiva. Due giorni prima, la mancanza di  bombole di ossigeno a Delhi aveva ucciso 22 pazienti Covid.

Il sistema è sotto forte pressione e le statistiche dicono tutto. Il 22 aprile, lo stesso giorno in cui Archana Sharma stava cercando di trovare ossigeno per la sua famiglia in difficoltà, l’India ha riportato il più alto aumento giornaliero al mondo (314.835) di casi di Covid-19 dall’inizio della pandemia. Ore dopo, la capitale dell’India, Delhi, ha annunciato che c’erano solo 26 posti letto vacanti in terapia intensiva in tutta la città. E, nonostante l’India sia il più grande produttore di vaccini Covid-19 al mondo, il paese sta affrontando una grave carenza di dosi poiché è costretto a rispettare i contratti di esportazione negli Stati Uniti e in Europa.

Il diluvio di tweet riassume la portata di questo disastro. Il paese era del tutto impreparato alla seconda ondata del virus, nonostante fosse stato avvertito dal destino di altri paesi. Invece, il BJP – il partito al governo indiano – ha trascorso gran parte dell’inizio del 2021 congratulandosi con se stesso per aver “sconfitto” il Covid-19. In una risoluzione di febbraio il Bjp ha dichiarato che “si può dire con orgoglio che l’India […] ha sconfitto Covid sotto la guida capace, sensibile, impegnata e visionaria del primo ministro Shri Narendra Modi”.
Tre mesi dopo, l’attuale epidemia di Covid-19 in India ha rappresentato quasi il 28% dei nuovi casi a livello globale solo nell’ultima settimana. Il paese ospita anche una nuova variante del Covid-19, con gli scienziati che attualmente cercano di capire se rappresenta un pericolo maggiore rispetto alle mutazioni precedenti. Con tutto questo, non sorprende che la Corte Suprema indiana abbia etichettato la situazione come una “emergenza nazionale” .

Non è passato molto tempo da quando l’India riportava numeri di Covid-19 significativamente inferiori rispetto ad altri paesi, sia in termini di casi che di decessi. Eppure una serie di errori ha spinto il paese nella sua attuale spirale discendente. Negli ultimi mesi è stato consentito lo svolgimento di massicci eventi rischiosi in tempo di pandemia: il BJP ha continuato a organizzare le manifestazioni elettorali, mentre centinaia di migliaia di persone hanno preso parte al Kumbh Mela, un festival indù di una settimana, sul fiume Gange. Il dottor Ramanan Laxminaryan, economista ed epidemiologo presso il Center of Disease Dynamics, Economics & Policy, scrive che la crisi indiana “è il risultato diretto della compiacenza e dell’impreparazione del governo”.

Senza dubbio, i fallimenti del governo hanno contribuito all’attuale terribile situazione. Ma c’è un altro fattore in gioco: il paese è stato trascurato dal Nord del mondo nella fornitura e implementazione dei vaccini. Recentemente, Stati Uniti e Regno Unito hanno limitato le esportazioni di materiali per la produzione di vaccini Covid-19, causandone la carenza in India. A febbraio, il presidente americano Joe Biden ha anche messo in atto l’US Defense Production Act, limitando la produzione di forniture. Ciò sta causando un ritardo nelle forniture essenziali esportate in India, rallentando la produzione di vaccini nel paese. L’Unione Europea ha messo in atto limitazioni simili. Allo stesso tempo, l’India ha fornito al Nord del mondo gran parte della sua produzione di vaccini, maggiore di quella utilizzata a livello nazionale.

Sebbene alcune nazioni, incluso il Regno Unito, stiano uscendo dal periodo di “crisi” causato dalle seconde ondate del virus, ciò non vale a livello globale. Il Brasile ha registrato il secondo tasso di mortalità più alto al mondo al 9 aprile e, come l’India, deve far fronte alla carenza di vaccini. Altrove in Europa, come in Francia e Germania, si continua a vedere un aumento dei casi, provocando restrizioni e blocchi parziali.

In India sono in atto sforzi intensi per combattere l’ondata. Le scuole vengono convertite in ospedali e il paese sta tentando di importare forniture di ossigeno. Il governo sta anche investendo denaro nelle grandi aziende farmaceutiche, incluso il Serum Institute of India. Ma si tratta di decisioni arrivate troppo tardi per salvare le vite di coloro che mesi fa chiedevano al governo di amplificare i suoi sforzi e la preparazione alla pandemia. La task force del Lancet sul caso indiano afferma già che la repubblica, entro giugno 2021, potrebbe assistere a un numero di decessi giornalieri correlati al Covid pari a 2.300.

Se lo spettacolare mutuo soccorso su Twitter può essere considerato una testimonianza dello spirito umano, racconta al contempo una storia orribile. Le risorse mediche di base non sono più una certezza per i cittadini indiani. Gli ospedali traboccano, proprio mentre le scorte di vaccini stanno finendo. Filmati devastanti mostrano persone che chiedono l’elemosina lungo le strade degli ospedali per potervi entrare, alcune addirittura dormono sui marciapiedi durante la notte. Il sistema sanitario, dicono i medici, è “collassato”. Il primo ministro Modi sembra non avere un piano. Le persone non hanno che l’un l’altro e i social network, dove i feed di Twitter si sono trasformati in elenchi di morte. È il terribile riflesso della mancanza di preparazione del paese per salvare i suoi cittadini. Il costo di tutto ciò sono state vite umane. “Il marciume ha radici profonde”, ha twittato giovedì l’autore Samrat Choudary. “E il Covid-19 ha smascherato tutto”.

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A chi interessa davvero l’Africa postcoloniale?

A chi interessa davvero l’Africa postcoloniale?

Barkhane: le operazioni coloniali e i conflitti fra interessi occidentali sotto il manto della lotta al terrorismo nel Sahel.

a cura di Intersecta.

L’opération Barkhane, di cui si parla veramente poco, è una campagna militare francese in Africa che, dietro la necessità, non solo francese, di arrestare lo sviluppo dei gruppi terroristi salafiti (legati ad Al Quaida, a
Daech o autonomi) che insanguinano il Sahel e destabilizzano i fragili governi locali, cela la voglia dell’ex potenza coloniale di continuare a gestire la vasta regione, il cui sottosuolo è ricco di minerali preziosi e terre rare, e che rappresenta un crocevia fondamentale per tutti i tipi di traffici (in primo luogo esseri umani e armi, ma anche droga).
La campagna è iniziata nel 2014, sotto la presidenza Hollande, e nasce dalla necessità di ristabilire il predominio francese nell’area, messo a rischio dall’incancrenirsi della crisi libica e dalla difficile situazione in
Mali, la cui parte settentrionale era stata presa dai djihadisti (in una strana alleanza con gli indipendentisti tuareg) e poi faticosamente riconquistata dalle truppe lealiste e dalla Francia. Doveva esaurirsi in pochi anni ed eliminare la minaccia terroristica, ma si è rivelata un vero pantano per la Francia, oltre a costare in termini di vite umane (45 morti fra i militari francesi) e di risorse economiche.
Prima Hollande e soprattutto poi Macron avrebbero voluto dare alla missione un respiro europeo, coinvolgendo sul campo gli altri paesi dell’Unione, e presentandola come “risposta europea al terrorismo”.
La risposta dei paesi europei è stata però: “Marameo!”.
Perché? In primo luogo, la missione sarebbe stata a guida francese, e questo gli altri paesi lo avrebbero gradito poco. Inoltre, visto che era chiaro che la lotta al terrorismo era il paravento per le mire
espansionistiche francesi, paesi come l’Italia e la Germania, che hanno nella stessa zona interessi economici confliggenti con quelli di Parigi (vedi l’Italia in Libia) non avevano e non hanno nessuna intenzione di dare una mano al principale rivale. “Sono ex colonie tue, sbrigatela tu”, hanno fatto sapere prima a Hollande e poi a Macron.
L’unica cosa che la Francia ha ottenuto è un minuscolo contingente di soldati estoni, cechi, danesi e britannici, peraltro mai coinvolti in azioni di scontro sul campo.
Per quanto riguarda invece gli alleati africani, Niger, Ciad, Mali, Mauritania e Burkina Faso, la situazione non è per niente migliore. Presidenti che promettono sostegno e truppe, e che contemporaneamente trattano con le componenti più moderate della guerriglia djihadista, o che cercano di mettere le mani sui fondi per
accontentare le pretese di generali locali. La permeabilità fra le truppe africane e i gruppi terroristi è inoltre molto evidente, e non sono rari i casi di doppio gioco. Del resto l’aerea del Sahel, poverissima sebbene ricca di risorse, e amministrata da governi corrotti che fanno leva sulle diatribe etniche per conservare il potere, è da anni un serbatoio per il reclutamento di giovani in fuga dalla disoccupazione e dall’assenza di
prospettive, che finiscono per ingrossare le fila dei vari gruppi djiadisti.
La Francia conduce quindi una guerra sporca, con droni, aerei, carri armati mimetici, in un territorio impervio e ostile, con degli avversari spesso invisibili che a sorpresa attaccano. Ha già perso, come dicevo,
45 uomini, e nonostante abbia assestato diversi colpi ai gruppi terroristici (non disdegnando di colpire anche i civili, come in un attacco in Mali ai primi di Gennaio, in cui un intero villaggio fu raso al suolo e malgrado il tentativo di fare passare quella povera gente per terroristi la verità venne a galla), di fatto non ha cambiato niente nei rapporti di forza nell’area. Anzi, alcuni gruppi fra quelli che combatte con le armi, rischiano presto di entrare nelle coalizioni di governo in Mali e in Burkina Faso.
L’unico vero alleato che Parigi aveva, e l’unico a capo di un esercito quantomeno decente e un po’ più fedele degli altri, era il Ciad di Idriss Déby, autocrate messo al potere nel 1990 proprio dall’ex potenza
coloniale e da allora sempre rieletto “democraticamente” (e pazienza si gli oppositori sono incarcerati, esiliati o peggio), che ci teneva essere l’interlocutore principale e a dire la sua su tutto quello che succedeva
nel Sahel. Tuttavia la morte, qualche giorno fa in uno scontro a fuoco proprio con i gruppi djhadisti, proprio di Déby, rischia seriamente di complicare ancora di più la situazione per la Francia, e a Parigi già da tempo alcuni generali parlano sempre meno sottovoce di “Vietnam à la sauce française” e di una faccenda che non si risolverà prima di dieci o quindici anni.
Il problema per Macron è quantomai spinoso perché questa guerra impopolare sta anche costando parecchio ai contribuenti, che soprattutto in tempo di emergenza sanitaria hanno sempre meno voglia di pagare per tenere delle truppe a fare non si sa bene cosa. Il presidente e la ministra della difesa Florence Parly lodano i successi dell’operazione, ma il malcontento monta sempre più, malgrado un dibattito parlamentare sui costi e i risultati della missione finora sia stato impedito.
Si comincia lentamente a parlare di exit strategy, anche se non si sa come e quando, e i G5 Sahel, pomposamente convocati da Macron con gli alleati africani approdano regolarmente a dei nulla di fatto.
In tutto questo, rimane il fatto che il Sahel è il principale teatro dei traffici di migranti provenienti dall’Africa centro occidentale (Nigeria in primo luogo, ma anche Senegal, Gambia, Congo) e orientale (la Somalia sconvolta dall’infinita guerra civile e l’Eritrea sotto una ferrea dittatura), transito obbligato per migliaia di disperati e fonte di guadagno per milizie e trafficanti (a loro volta pagate anche dall’Europa per ridurre i flussi).
E’ evidente quindi che la morte di Déby rende ancora più critica la situazione e difficile prevedere gli sviluppi, considerando anche quello che sta avvenendo in Etiopia (guerra nella regione del Tigray), e nel
Sudan (difficile governo di transizione e compromesso fra civili e militari dopo la caduta di Bashir).
Ma a chi interessa davvero l’Africa postcoloniale?

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Lo stato è il peggior nemico delle donne.

Lo stato è il peggior nemico delle donne.

Critica femminista e libertaria ai nodi di potere patriarcale che soffocano la società e che trovano la loro intersezione negli stati-nazione. 

di Angry Pollyanna, per Intersecta.

Nel suo bellissimo discorso a proposito di femminismo, in occasione dello scorso 8 marzo, Maria Galindo ha detto cose fondamentali per chi ha come obiettivo ultimo la depatriarcalizzazione della società. Dalla traduzione letterale di un passaggio cruciale: “il femminismo è una proposta di rivoluzione dell’ordine stabilito, non l’incorporazione delle donne nella medesima struttura patriarcale per rafforzarla. Depatriarcalizzare significa decostruire e trasformare totalmente la società, non femminilizzarla”. Galindo parla di controcultura, contropotere, di riscrivere i sentimenti del corpo sociale. Per rivoluzione intende il cambiamento dell’ordine simbolico e materiale delle cose, in modo continuo e non finalista. La trasformazione dell’immaginario sociale prevede un costante lavoro teorico e pratico atto a smantellare ogni aspetto che supporta la civiltà patriarcale. Un radicalismo femminista nella sua accezione più profonda non può perciò tapparsi gli occhi davanti all’inevitabile conflitto femminismo-stato.

L’incarnazione per antonomasia della moderna civiltà patriarcale è lo stato. Se non teniamo in considerazione questo fatto essenziale, assisteremo per l’ennesima volta alla “riduzione a brand del femminismo, per essere impacchettato e rivenduto”.

Chi ci ha sbattuto di recente in faccia come un secchio di acqua gelata la violenza istituzionale misogina,  è stato il collettivo cileno Las tesis, di Valparaiso, che ha creato nel 2019 la manifestazione- spettacolo “Un violador en tu camino“, ispirato dall’infaticabile e impagabile lavoro di Rita Segato. E’ un inno contro la cultura dello stupro e la violenza di stato. Le femministe cilene hanno inserito una parte esplicitamente dedicata alla violenza della polizia. Violenza che le donne cilene conoscono bene, che hanno sperimentato sui loro corpi e le loro menti sia durante le manifestazioni di piazza del 2019, sia nel passato, durante il regime di Pinochet. Questo happening femminista è stato tradotto in molte lingue e riproposto in vari paesi del mondo. Anche laddove non è stata tradotta la parte che Las tesis ha dedicato alla polizia parafrasandone l’inno machista, esiste l’abuso di stato e dei suoi organismi nei confronti delle donne. Il consenso collettivo, internazionale, non identitario alla protesta di Las tesis ci dice chiaramente che il conflitto stato-feministe è di portata globale.

Il 3 marzo scorso Sarah Everard è stata rapita e brutalmente uccisa da un poliziotto, a Londra. Durante la veglia in memoria di Sarah la polizia ha colpito le partecipanti arrestandone tre. Un rapporto UK del 2014 afferma che 194 donne sono state uccise dal 1970 mentre si trovavano sotto custodia delle forze dell’ordine.

Da uno studio recente effettuato in USA emerge che dei 500 ufficiali di polizia accusati di abusi sessuali tra il 2012 e il 2018 solo 43 sono andati a processo. Quelli che commettono abusi tra le loro pareti domestiche rappresentano una cifra incalcolabile, poiché raramente vengono denunciati dalle loro compagne, le quali sanno bene che è quasi impossibile ottenere protezione e giustizia da quell’apparato che protegge sé stesso e i suoi uomini a qualsiasi costo. Nelle prigioni statunitensi le percentuali di donne costrette a subire abusi fisici o sessuali vanno dal 60% al 94%.

In Italia a febbraio 2021 è stata emessa la condanna in corte d’appello per i due carabinieri che nel settembre del 2017 stuprarono due studentesse statunitensi.

L’agente di polizia di stato Massimo Pigozzi, condannato poi in via definitiva per le atrocità commesse nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001, fu mantenuto in servizio attivo presso la questura di Genova, nonostante le richieste di Amnesty international di sospendere dall’impiego gli indagati. Nel 2005 violentò 4 donne sottoposte a fermo all’interno delle celle in cui erano detenute; denunciarono Pigozzi, il quale fu condannato a 12 anni in via definitiva.

Due ispettori, un sovrintendente e un assistente della polizia di stato che operavano presso la questura di Roma,  furono arrestati nel 2013 per numerosi reati, tra i quali lo stupro di alcune prostitute.

Nel 2018 due allievi della scuola di polizia di Brescia sono stati arrestati per lo stupro di una turista tedesca di 19 anni, in un ostello di Rimini.

Ciò che accomuna tanti servitori di stato, che si tratti della d.i.n.a (polizia segreta del regime Pinochet, che usava abitualmente tortura e umiliazione sessuale come metodi per punire le prigioniere, come testimoniato da Carmen Rojas, che fornì dettagliate informazioni sugli abusi perpetrati alle detenute di villa Grimaldi) o dell’attuale polizia cilena, che si tratti delle forze dell’ordine europee o statunitensi, parliamo sempre e comunque della massima espressione di un organismo patriarcale, dove le vicende di abuso, violenza e assassinio nei confronti di donne non sono casi isolati, ma ricorrenti e sistemici a livello globale.

In un rapporto di Amnesty international del 2001, intitolato “Corpi violati, menti spezzate“, il terzo capitolo è dedicato alla tortura sulle donne da parte di attori statali e gruppi armati. In esso si dice: “la tortura è usata come uno strumento di repressione politica, per isolare e punire le donne che sfidano l’ordine vigente”. Da tale rapporto emerge che i trattamenti crudeli, gli stupri, l’umiliazione sessuale, sono strumenti classici adottati dalle fdo di molti paesi del mondo. “Nel solo periodo gennaio-settembre 2000, i casi accertati di donne maltrattate durante la loro custodia in carcere furono  innumerevoli nei seguenti paesi: Arabia saudita, Bangladesh, Cina, repubblica democratica del Congo, Ecuador, Egitto, Filippine, Francia, India, Israele, Kenya, Libano, Nepal, Pakistan, Russia, Spagna, Sri lanka, Sudan, Tajikistan, Turchia, Usa.

In Usa il maltrattamento di detenute include, oltre alle percosse, stupro e varie forme di abuso sessuale, anche su donne incinte o gravemente malate. Le denunce di abusi sessuali su donne negli Usa chiamano in causa quasi sempre il personale carcerario maschile, a cui, contrariamente agli standard internazionali, è consentito l’accesso senza supervisione agli istituti di pena femminili in  molte giurisdizioni.

In Cina molte donne, in particolare lavoratrici migranti, sono state detenute con l’accusa di prostituzione e soggette a violenza sessuale. La polizia ha il potere di emettere all’istante multe in base al solo sospetto di prostituzione e può tenere le presunte prostitute e i loro clienti in detenzione amministrativa fino a due anni. Molte di loro sono morte in custodia a causa di torture e maltrattamenti”.

In questi ultimi tempi sentiamo parlare, fortunatamente sempre  più spesso, di abolizione della polizia e di giustizia riparativa. Chi conosce e perora tali cause non pensa ad abbattimenti operati a segmenti, a provvedimenti a compartimenti stagni, né tantomeno a blande riforme emergenziali. Gli strumenti che gruppi e individualità  pensano e che in taluni casi riescono ad adottare sono pratici: autonomia di gestione, rapporti diretti e non sovradeterminanti, rispetto per le decisioni e l’autodeterminazione delle vittime, richiesta di conversione dei fondi pubblici destinati alle fdo a scopo risarcitorio per le vittime. Insomma, si pensa a cambiamenti sostanziali, a multiple e simultanee trasformazioni sociali. Non a colpi di rivoluzioni fatte da organizzazioni genuflesse a leadership supponenti, né a forza di sopperimenti e palliativi a vuoti e soprusi istituzionali mediante chiamata al voto nazionale. Lo stato-nazione del resto è la malattia che produce tutte le metastasi patriarcali. Un esempio lampante di quanto lo stato sia sfacciatamente ipocrita sulla questione della violenza di genere è dato dai cav, centri antiviolenza. Lo stato non riconosce nei fatti la violenza domestica e il maschilismo come fenomeni strutturali e soprattutto consequenziali ad un assetto e una cultura che esso stesso promuove in ogni modo e forma. Pertanto tratta i violenti non occultabili come “singole mele marce”, esattamente come fa con gli appartenenti alle fdo. I cav dovrebbero ospitare molestatori, stalker, abusatori, stupratori, dove personale qualificato potesse attuare percorsi formativi e rieducativi prima che sia troppo tardi, prima che commettano altri abusi o femminicidi. Se uno stato che blatera di benessere collettivo volesse dimostrare che le sua non sono solo parole di  circostanza affidate ai suoi esponenti ogni 25 novembre e ogni 8 marzo, garantirebbe libertà e sicurezza alle vittime, senza confinarle in centri dove tutti o quasi gli oneri e i problemi da risolvere ricadono sulle volontarie e le vittime che chiedono assistenza. Lasciate sole, senza casa, senza reddito, il cui unico approdo è costituito da cav sempre più in affanno a causa dei tagli sui fondi di sussistenza. Anche questa è violenza di stato. Come lo è quella del tribunale dei minori che ha portato via sua figlia a Ginevra Amerighi nove anni fa, con un dispositivo “temporaneo”, per affidarla al padre, un uomo potente e violento.

In India le Gulabi gang, in Usa alcuni gruppi facenti parte del BLM,  in Bolivia il collettivo Mujeres creando, in Cile il già menzionato Las tesis, il Ni una menos in Argentina, che ha ispirato la nascita dei gruppi territoriali di Nudm in Italia: tutte, in qualche modo, organizzano forme di autodifesa, compresa quella fisica, contro gli abusi machisti puntualmente ignorati, quando non addirittura avallati, dallo stato.

Se da anarchista “con un braccio abbraccio i bisogni effettivi, urgenti e con l’altro abbraccio l’ideale” (M. Galindo), ossia agisco in modo concreto all’interno di un sistema reale dove e come posso,  da femminista so bene che un anarchismo che considera secondarie le questioni di genere non è sinistra, non è libertarismo, è spazzatura rossobruna, cui si adatta perfettamente la sintesi di Letty Cottin Pogrebin: “quando gli uomini sono oppressi è una tragedia, quando le donne sono oppresse è tradizione”.

Il patriarcato è una struttura millenaria che ha dato origine a ogni sciagura che si riversa su donne, persone lgbtiqa+, animali non umani, uomini insofferenti alle gerarchie. Misoginia, omofobia, transfobia, razzismo, specismo, disuguaglianze sociali ed economiche, che si tratti di servitù della gleba o di neoliberismo, paternalismo e maternalismo liberali, stato del benessere e democrazia: sono tutti prodotti patriarcali. Occorre chiedersi cosa sia l’essenza di questo tanto nominato patriarcato. Occorre capire che si tratta di un sistema di poteri ad ampio raggio e distribuiti in modo discrezionale, capace di adattarsi nel tempo, nello spazio, nelle circostanze e di mutare a seconda delle esigenze dell’apparato politico di turno. Apparato che può essere platealmente dominante o illusoriamente e subdolamente magnanimo e illuminato, ma che conserva sempre intatto il suo potenziale coercitivo e la sua nefasta influenza culturale pervasiva.

Lo stato di diritto è una farsa perché i diritti che concede dall’alto sono appannaggio di élite sociali normate e a loro volta normanti; determinate per classe, genere, etnia, orientamento. E’ doveroso esercitare pressione costante sul ben poco illuminato padre di famiglia nazionale, affinché la farsa si trasformi in concretezza. Vigilare sullo stato applicativo di diritti faticosamente ottenuti in passato, pretenderne l’estensione più ampia possibile, lottare per averne di nuovi, è ciò che garantisce una goccia di equità in un mare d’ingiustizia. In attesa, forse vana o forse no, di un processo di smantellamento dei centri di potere, graduale ma inesorabile, in favore dell’assunzione di responsabilità e di controllo reciproco condiviso da parte di formazioni sociali piccole, indipendenti, e fortemente interconnesse. In poche parole: autodeterminazione e senso di appartenenza alla globalità in un unicum.

Il re è nudo, lo stato è nudo, e non saranno i suoi devoti servitori a decretarlo. E’ un annuncio che dovrà provenire dal basso (nel mentre domandiamoci come mai usiamo disinvoltamente questo termine pur non rapportandoci con una monarchia assoluta, ma con la cd rappresentanza della volontà popolare).

Il femminismo è uno strumento oppositivo: decostruire strutture patriarcali è suo diritto e dovere. A cominciare da stato e polizia.

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La democrazia porta la colonia al suo interno.

La democrazia porta la colonia al suo interno.

Come l’ordine democratico non sia nato dal nulla, ma nasconda una storia di violenza che si camuffa construendo dei miti.

di Achille Mbembe, da “Necropolitica”, (Ombre corte, 2016)

Il mondo coloniale, in quanto figlio della democrazia, non era l’antitesi dell’ordine democratico. È sempre stato il suo volto doppio o, ancora, oscuro. Nessuna democrazia esiste senza il suo doppio, senza la sua colonia, poco importa quale sia il nome e la struttura. La colonia non è esterna alla democrazia e non è necessariamente situata fuori dalle sue mura. La democrazia porta la colonia al suo interno, proprio come il colonialismo porta la democrazia, spesso sotto forma di maschera. Come indicava Frantz Fanon, questo volto oscuro in effetti nasconde un vuoto primordiale e fondante: la legge che ha origine nel non diritto, e che è istituita come legge fuori dalla legge. A questo vuoto fondante si aggiunge un secondo vuoto, questa volta di conservazione. Questi due vuoti sono strettamente imbricati l’uno nell’altro. Paradossalmente, l’ordine democratico metropolitano ha bisogno di questo duplice vuoto, in primo luogo, per dare credito all’esistenza di un contrasto irriducibile tra esso e il suo apparente opposto; secondo, per nutrire le sue risorse mitologiche. In altri termini, il costo delle logiche mitologiche necessarie per il funzionamento e la sopravvivenza delle moderne democrazie è l’esteriorizzazione della loro violenza originaria ai terzi luoghi, ai non luoghi, di cui la piantagione, la colonia o, oggi, il campo e la prigione, sono figure emblematiche. La violenza esteriorizzata nelle colonie è rimasta latente nella metropoli. Parte del lavoro delle democrazie consiste nell’attenuare ogni consapevolezza di questa latenza; è rimuovere ogni reale possibilità di interrogare i suoi fondamenti, i suoi sottostanti e le mitologie senza le quali l’ordine che assicura la riproduzione della democrazia di stato improvvisamente vacilla. Il grande timore delle democrazie è che questa violenza, latente all’interno ed esteriorizzata nelle colonie e in altri terzi luoghi, riemerga all’improvviso, e quindi minacci l’idea che l’ordine politico sia stato creato da se stesso (istituito tutto in una volta e per tutti) riuscendo più o meno a farsi passare per buon senso.

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La salute mentale in Palestina, fra pandemia e occupazione.

La salute mentale in Palestina, fra pandemia e occupazione.

In Bilico. Gli effetti della pandemia sulla salute mentale in Palestina. Prima parte.

di Daniela Sala per Radio Radicale, rubrica Fai Notizia

Ohaila Shomar ormai sa per esperienza che le chiamate peggiori sono quelle che arrivano di notte. Quando, due ore dopo la mezzanotte, risponde a una delle trenta linee telefoniche del call center della ONG Sawa, a chiamare, all’altro capo della linea, è una ragazza di 19 anni.

Ha ingerito qualche decina di pillole, e solo un ripensamento all’ultimo l’ha spinta a chiamare il numero gratuito che in Palestina offre un pronto soccorso psicologico a chi tenta il suicidio.

“Siamo stati con lei al telefono per un bel po’; si rifiutava di chiamare un’ambulanza, di dirci il suo indirizzo, o di chiamare chiunque fosse in casa. Era in una situazione molto brutta, abbiamo cercato di aiutarla come potevamo, innanzitutto cercando di capire bene che cosa era successo, e che pillole avesse preso, e quante. Con l’aiuto del dottore che lavora con noi, abbiamo cercato di darle dei consigli su come comportarsi per contrastare l’effetto delle pillole che aveva preso. Le abbiamo chiesto di bere molta acqua, e di cercare di vomitare. Alla fine siamo riusciti a evitare il peggio, ma non è stato facile, e siamo stati con lei al telefono per più di un’ora e mezza”.

Shomar oltre a rispondere al telefono è la direttrice di Sawa, un’organizzazione palestinese che offre supporto psico-sociale telefonico e online. Con l’inizio della pandemia si è trovata a ricevere decine di chiamate simili; a Luglio del 2020, quando è arrivata quella telefonata, la Cisgiordania era per la seconda volta in pieno lockdown: negozi chiusi, coprifuoco, e checkpoint palestinesi all’uscita di ogni città, in aggiunta ai consueti posti di blocco israeliani.

Nei giorni seguenti la ragazza ha chiamato di nuovo, come ci racconta in una video chiamata Shomar, e le hanno spiegato tutti i meccanismi di sostegno e i centri di supporto psicosociale a cui poteva rivolgersi gratuitamente, anche lei ha preferito continuare con la consulenza telefonica da parte di Sawa.

“Sì, sono chiamate molto difficili. Ci troviamo di fronte a situazioni ogni volta diverse. Di solito, le persone ci parlano dell’idea del suicidio, oppure, nel peggiore dei casi, hanno tentato il suicidio. Spesso ci parlano della situazione che stanno vivendo, di come si sentono disperati, senza uscita. Nell’ultimo anno abbiamo ricevuto 56 chiamate di questo tipo da parte di uomini, e 90 chiamate da parte di donne che hanno pensato al suicidio o l’hanno tentato. Sono chiamate molto difficili anche perché non sappiamo quasi mai da dove venga la chiamata; Inoltre quasi sempre queste chiamate arrivano di sera o a notte fonda, ed è molto difficile in quell’orario trovare altri servizi o centri di riferimento, perché quasi tutti sono chiusi”.

Dal momento in cui sono stati registrati i primi casi di COVID 19 a Betlemme, a Marzo, Shomar si è subito organizzata insieme ai suoi colleghi per lavorare in modalità emergenza: da nove operatori che coprivano sedici ore al giorno sono passati in modalità h24.

“Per la prima volta è stato nel 2008, con la guerra a Gaza, che abbiamo provato a lavorare in modalità di emergenza. Così quando è scoppiata la pandemia e siamo entrati in lockdown, per noi è stato abbastanza semplice, vista l’esperienza che abbiamo, convertire di nuovo il nostro servizio in modalità di emergenza. Attraverso la nostra hot line offriamo servizi diversi, sia legali che di supporto psico-sociale. Offriamo servizi di counseling via telefono, via chat o attraverso la nostra app, lavoriamo in queste tre modalità. Recentemente abbiamo anche lanciato un’app per le donne in particolare. Al momento abbiamo trenta linee telefoniche attive, diciassette operatori che su più turni rispondono 24 ore su 24, sette giorni su sette”.

Fra Giugno e Luglio Sawa, che offre supporto e consulenza non solo a chi tenta il suicidio, ma anche a chi subisce violenza domestica o ha problemi legati alla salute mentale, ha registrato un aumento fra il 30% e il 35% delle chiamate in entrata rispetto ai mesi precedenti, centinaia di chiamate ogni giorno, soprattutto da giovani e adolescenti. La pandemia, come ci racconta Shomar, è stata un trauma per tutti, e a livello psicologico è noto che spesso un nuovo trauma risveglia traumi passati. Tra i palestinesi, nati e cresciuti in un continuo contesto di violenza politica, è difficile trovare chi non abbia traumi pregressi. E questo deterioramento della salute mentale della popolazione sembra essersi manifestato anche in un aumento dei suicidi. Se, come diceva Shomar, tra Gennaio e Luglio del 2020 sono 52 le persone che hanno contattato Sawa per un tentato suicidio, nello stesso periodo dell’anno precedente erano solo 10, mentre in tutto il 2020 sono stati 56 uomini e 89 donne a chiamare Sawa a causa di un tentativo di togliersi la vita. Ma i numeri, quando si parla di suicidio, sono comunque solo la punta dell’iceberg; in un contesto complesso come quello palestinese la cautela è d’obbligo.

“In generale non possiamo dire con certezza se c’è stato o no un aumento dei suicidi, perché i numeri che conosciamo sono solo una piccola frazione del reale. Per esperienza personale so di persone che si sono suicidate, eppure la loro morte  è stata registrata come una caduta accidentale o come un incidente d’auto”.

A parlare così è Samah Jabr, uno dei pochissimi psichiatri che lavorano in Cisgiordania, 23 in tutto per una popolazione di 2,5 milioni di persone, e direttrice del dipartimento di salute mentale del Ministero palestinese della Salute: In effetti nonostante la OMS in un report pubblicato a Novembre identifichi fra le priorità proprio la revisione delle linee guida sulla salute mentale e lo sviluppo di una strategia locale per la prevenzione dei suicidi in Palestina, i numeri ufficiali diffusi dal Dipartimento di pianificazione e ricerca della polizia palestinese, registrano una media quasi costante fra i venti e i trenta suicidi all’anno.

“Quello che possiamo dire per certo, è che i numeri ufficialmente registrati dal dipartimento della polizia palestinese sono i casi di suicidio assolutamente innegabili, ma ce ne sono molti di più che scompaiono fra le pieghe del sistema, e penso che se vogliamo migliorare il nostro approccio al fenomeno,  parte della nostra strategia nazionale deve anche includere una raccolta dati più efficace, insieme a un lavoro per diminuire lo stigma e il senso di colpa che accompagnano il fenomeno. Il motivo per cui ho voluto che oggi oltre a me incontrassi anche Zaynab, è che stiamo lavorando insieme proprio a questo, a un training indirizzato ai dottori dei reparti di emergenza. Tra le altre cose abbiamo ideato un nuovo protocollo su come agire nei casi di sospetto tentativo di suicidio”.

Nella video chiamata con Samah, è presente anche Zaynab Hinnawi, che oltre ad avere un dottorato in farmacologia è specializzata in psicologia clinica.

“Riteniamo che questa sia una questione urgente e fondamentale, perché i dottori e il personale dei reparti di emergenza sono in prima linea, e possono davvero fare la differenza. Sono le prima persone a entrare in contatto con una persona che ha tentato il suicidio, e forse per quella persona sarà l’unica occasione di contatto con un medico. Ed è proprio per questo che come primo passo per intervenire sul fenomeno dei suicidi, abbiamo pensato a un training di questo tipo, che poi speriamo di potere espandere. Il risultato è appunto un piano per il personale ospedaliero nei reparti di emergenza, avviato a novembre in cinque ospedali della Cisgiordania, tre a Hebron, un a Beit Jala, e uno a Gerico. L’idea del training si basa in realtà su uno studio condotto dalla ong svizzera  Médecins du monde MDM, che ha identificato un dato allarmante: il 40% delle persone che si sono suicidate erano state in precedenza soccorse almeno una volta in ospedale per un tentato suicidio, ma i medici che le avevano soccorse non avevano riconosciuto il problema, oppure lo avevano ignorato”.

“Lo studio di MDM mostra che ci sono molti casi di tentato suicidio che non vengono identificati. Ci sono persone che sono state ricoverate nei reparti di emergenza, sono state soccorse, ma poi quando sono state dimesse non hanno avuto alcun tipo di supporto. Questo succede perché i medici non chiedono ai pazienti le cause delle loro ferite o del loro trauma, o perché anche se lo vengono a sapere poi coprono la cosa, e conosco casi del genere per esperienza diretta. So ad esempio del caso di un ragazzo ricoverato in pronto soccorso per un avvelenamento di pesticidi, molto difficile da trattare. I medici sono riusciti a salvarlo quasi per miracolo; una volta dimesso il ragazzo però è tornato a casa, sempre con l’idea di suicidarsi, e senza averne parlato con nessuno, e si è impiccato. I nostri dati mostrano che un intervento appropriato da parte dei medici dei reparti di emergenza potrebbe salvare la vita al 20% delle persone, in questi casi. L’obiettivo è che una volta completato il training medici e infermieri siano in grado, attraverso una serie di domande discrete, che seguono però un preciso protocollo, di identificare le persone che manifestano un comportamento autolesionista, che hanno tentato il suicidio e che rischiano di ripetere il gesto se dimessi senza un accompagnamento. In pratica, se fino a oggi il protocollo prevedeva che una persona che avesse tentato il suicidio fosse segnalata alla polizia, ora vogliamo cambiare le cose, e far si che la persona che da questo primo test risulta a rischio suicidio, venga ai servizi di supporto psico-sociali competenti, e che riceva un trattamento adeguato. Ad esempio attraverso il ricovero in ospedale psichiatrico se si tratta di un caso grave e urgente, oppure che sia presa a carico dai centri di salute mentale per un programma di accompagnamento specifico, di counseling, di supporto. Si tratta di una svolta fondamentale”.

Come ci spiega Samah Jabr, il problema è da un lato sì legato allo stigma che la questione del suicidio si porta dietro, ma dall’altro anche a un meccanismo psicologico molto consueto: tendiamo a negare le cose che non sappiamo come affrontare. E non è tutto: nel momento in cui il personale medico riconosce questi casi, è tenuto a occuparsene, e questo si aggiunge a una serie di responsabilità da cui medici e infermieri sono già sommersi. Responsabilità e carichi di lavoro erano criticità già esistenti, ma che sono state esacerbate dalla pandemia.

“Personalmente credo che come in molti altri contesti, anche qui ci siano una serie di fattori di comorbilità preesistenti rispetto alla pandemia. Qui per esempio c’è una situazione di forte violenza politica che è preesistente, ma scontiamo anche lo scarso investimento nella salute e in particolare nella salute mentale. C’è questa idea che i problemi di salute mentale non siano davvero problemi di salute, cioè l’idea che la salute fisica sia sempre più importante, come dimostra per esempio la decisione del ministro della salute di chiudere i centri di riabilitazione per trasformarli in centri anti COVID. Senza dubbio quindi la pandemia ha accentuato le vulnerabilità già esistenti, ma d’altra parte, visto che mi trovo nella posizione di poter prendere delle decisioni e orientare le scelte politiche, ho colto l’occasione per chiedere un aumento delle risorse al dipartimento della salute mentale, e anche per fare informazione sul tema spiegando come la pandemia influisca anche sulla salute mentale”.

La dottoressa Jabr tutto sommato è ottimista, anche riguardo ai risultati che il training avrebbe già dato.

“Abbiamo notato dei cambiamenti positivi già fra l’inizio e la fine di ogni training, a meno di un mese di distanza. Abbiamo visto dottori e infermieri trattare diversamente i casi. La loro attitudine è cambiata: due giorni fa, tanto per fare un esempio, ho ricevuto la chiamata di un medico che mi diceva di essersi trovato di fronte a un caso di sospetto suicidio, e voleva da me un consiglio su come comportarsi.

Quindi siamo sempre ottimiste, perché è già possibile notare un cambiamento, un miglioramento nella pratica”.

Un altro punto di osservazione privilegiato sul fenomeno della salute mentale in pandemia, è l’ospedale psichiatrico di Betlemme, l’unico in Cisgiordania, aperto dal 1998. Ibrahim Khemys, è il direttore della struttura, che conta 180 posti letto per pazienti sia in fase acuta che ricoverati per un lungo periodo. Nell’ospedale lavorato tre psichiatri e cinquantacinque infermieri.

“L’impatto della pandemia sulla salute mentale in generale, e anche in Palestina, è noto. Già prima che il virus arrivasse in Palestina c’era molta paura a livello globale, e come forse ricorderete i primi casi qui sono stati proprio a Betlemme. Era il Marzo 2020, e si è diffusa subito molta paura, soprattutto fra gli abitanti di Betlemme, accompagnata dallo stigma contro le persone di quell’area. Quasi subito abbiamo poi effettivamente notato un incremento dei ricoveri presso l’ospedale psichiatrico, e questo è dovuto a diversi fattori. Da un lato per esempio al fatto che con la chiusura di diversi centri di salute mentale diversi nostri pazienti hanno avuto delle ricadute. Poi con la chiusura dei centri di riabilitazione per le persone con dipendenze da sostanze, che sono che sono stati convertiti in centri COVID, sono anche aumentati i ricoveri di questi casi”.

Sulla questione dei suicidi, le cose sono invece un po’ più complicate, soprattutto di nuovo a causa dello stigma.

“Per quanto riguarda l’aumento di suicidi e di tendenze suicide, è una cosa che abbiamo notato, ma più nella nostra pratica privata che non con le ammissioni all’ospedale. Questo succede perché le persone ricoverate nel nostro ospedale di solito non arrivano qui direttamente, ma ci sono riferite da altri servizi, come i pronto soccorso. Ma in generale chi tenta il suicidio preferisce coprire la cosa, non parlarne, c’è molto stigma intorno. Nelle cliniche private in ogni caso abbiamo visto un aumento, soprattutto fra le persone istruite e culturalmente preparate. Abbiamo visto spesso casi di persone in depressione o con tendenze suicide a causa di un peggioramento delle loro condizioni economiche”.

E fra questi casi, alcuni sono stati seguiti direttamente da Khemys.

“Ricordo ad esempio un caso, di un uomo d’affari molto conosciuto nell’area, una persona con diversi negozi e diversi dipendenti. A causa del lockdown e del peggioramento delle condizioni economiche, quest’uomo si è trovato in difficoltà, non riuscendo più a ripagare una serie di deviti e le tasse, ed è andato in depressione, con alcune manifestazioni psicotiche. Abbiamo cercato di seguirlo il più attentamente possibile, ma questi sono trattamenti che richiedono molti mesi. Dopo circa una decina di giorni che era in terapia, ha scritto un biglietto di addio alla famiglia in cui diceva di volersi suicidare. Per fortuna i suoi familiari lo hanno trovato in tempo, e lo hanno portato in ospedale. E’ difficile in generale trattare questi casi, bisogna agire sia con i farmaci, sia con la terapia. Ci vuole tempo, sono casi complessi”.

Il tema della salute mentale è un tema molto complicato, e lo è ancora di più in un contesto complesso come quello palestinese.

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Quando il governo uccide civili indifesi, sono sempre “guerriglieri”.

Quando il governo uccide civili indifesi, sono sempre “guerriglieri”.

Le autorità venezuelane presentano l’esecuzione di una famiglia di contadini ad Apure, facendoli passare per un “gruppo armato”.

Da La Izquierda Diario Venezuela           Traduzione: Intersecta

Migliaia di persone sono state sfollate a seguito degli scontri avvenuti lo scorso fine settimana tra gruppi armati operanti nell’area di confine (presumibilmente i cosiddetti “dissidenti delle FARC”) e forze governative. Le azioni dei militari e della FAES contro la popolazione sono state molto dure, con  raid ovunque, arresti arbitrari, saccheggi di case e piccole imprese, bombardamenti nelle comunità e persino l’esecuzione di un’intera famiglia, in seguito indicata come “membri di gruppi irregolari” .

Giovedì 25 marzo, una famiglia è stata prelevata dalla sua casa nel quartiere 5 de Julio, settore La Victoria della parrocchia Urdaneta dello stato di Apure, ed è stata in seguito trovata morta a El Ripial, un altro settore della stessa parrocchia di confine. Le forze di polizia dichiarano che erano membri di un “gruppo armato irregolare” che si sarebbe scontrato con le forze armate e di polizia che operano nell’area. Vari parenti negano di essere membri di qualche gruppo armato e, tanto meno, di essersi scontrati con i militari e gli ufficiali delle Forze di Azione Speciale (FAES) della Polizia Nazionale Bolivariana.

Centinaia di intere famiglie nell’ultima settimana sono dovute fuggire dalla zona, attraversando il vasto fiume Arauca verso il comune colombiano di Arauquita. Secondo le autorità della zona, sono stati allestiti 8 rifugi per accogliere gli sfollati, che secondo un tribunale emesso dall’ufficio del difensore civico il 25 marzo, hanno raggiunto il numero di 2.653 venezuelani e 521 colombiani. Circa 3.000 sfollati in meno di una settimana dall’inizio degli scontri tra quello che sembra essere uno dei cosiddetti “gruppi dissidenti” delle FARC, e l’esercito venezuelano, sostenuto nei giorni scorsi dalle FAES.

Le vittime denunciate di queste esecuzioni sono Luz Dey Remolina, suo marito Emilio Ramírez e due giovani, Jeferson Uriel Ramírez, il loro figlio, e Ehiner Anzola Villamizar, cognato di Luz Dey. Nelle immagini mostrate dai funzionari statali, queste persone appaiono con alcuni indumenti simili a quelli usati dai gruppi armati, oltre che con armi e granate accanto ai corpi. Secondo i resoconti di diversi abitanti della zona, la FAES e l’esercito stavano conducendo raid casuali nelle case, allontanando le famiglie, effettuando alcuni arresti, e in genere poi le famiglie tornavano a casa. Tuttavia, la famiglia di Luz Dey Remolina e Emilio Ramírez non è mai tornata, e in seguito sono stati trovati tutti morti a El Ripial, anche se le forze di sicurezza li avevano portati fuori dalle loro case vivi.

Oltre alle testimonianze di parenti e abitanti della zona, semplici analisi da parte degli utenti di Twitter delle fotografie scattate sul luogo mostrano che nelle immagini presentate sono evidenti elementi di montaggio. Ogni persona morta appare con una pistola o una granata proprio vicino alla mano destra, nella stessa posizione in tutte le immagini; nel caso di coloro che vengono mostrati con stivali di gomma (come quelli usati dai gruppi armati) e pantaloni militari, gli stivali sono puliti e senza tracce d’uso, così come i pantaloni militari, che sembrano puliti e stirati; la cintura dei pantaloni in realtà è improvvisata con una corda e ciò prova che i pantaloni non erano della vittima; Il corpo di Emilio Ramírez mostra chiari segni di fratture e gravi contusioni a un braccio.

Cosa riferiscono i membri della famiglia

Raiza Isabel Remolina, la nipote di Luz Dey Remolina, attraverso un video che è circolato ampiamente oggi, sottolinea: “mia zia, mia cugina, suo marito [e] Ehiner Villamizar, sono stati vilmente assassinati … i miei parenti sono stati portati via dai gruppi FAES, del governo nazionale, questo gruppo stava perquisendo tutte le case del settore, presumibilmente stavano cercando guerriglieri, ei miei parenti sono stati portati via e sono apparsi a El Ripial, sono apparsi sdraiati sul campo, con le divise dei gruppi irregolari .. . hanno infilato un paio di pantaloni a mio cugino, gli hanno messo gli stivali, una pistola accanto a lui, hanno messo le armi in mano  a mia zia … persone innocenti che non avevano niente a che fare con gruppi irregolari, persone che lavoravano nei campi … sono entrati nella loro casa e li hanno presi ”.

Fabiola Álvarez, compagna dell’unico figlio rimasto della famiglia, dichiara in un audio quanto segue: “chiaramente quello che hanno fatto è un massacro, coperto da una messa in scena, perché mai e mai i miei suoceri sono stati guerriglieri … mio suocero era un bracciante agricolo, mio ​​cognato era un ragazzo, che anche a 20 anni non usciva per le strade del suo quartiere … mia suocera una casalinga … Voglio giustizia per loro, voglio che finisca questo inferno, voglio che i nostri diritti umani siano rispettati ”.

È la stessa richiesta di Raiza Isabel: “Oggi devo solo chiedere giustizia per la mia famiglia… erano persone laboriose e combattive. Chiedo solo al popolo del Venezuela, a chiunque veda questo video, di renderlo virale, in modo che sia fatta giustizia … tutto ciò che sta accadendo nello stato di Apure e non è stato segnalato, nessuno sa niente, non mostrano tutto ciò che è successo lì a La Victoria … tutte le famiglie che si sono dovute rifugiare in Colombia, lasciando le loro case, le loro proprietà, tutto, buttate via. Nel caso dei miei parenti, per non averlo fatto, per non essere partiti, purtroppo sono rimasti lì per terra ”.

Secondo un rapporto dell’Associated Press, chi fugge afferma di temere ordigni esplosivi (mine antiuomo piazzate nell’area da gruppi armati attivi) e scontri armati, nonché abusi e abusi da parte delle forze armate venezuelane. “C’è una forte presenza del governo venezuelano e ne abbiamo paura, perché a volte maltratta troppo i civili … Le forze aeree stanno bombardando i marciapiedi”, ha detto uno degli sfollati. Un’altra persona, una donna di 38 anni, ha sottolineato che le forze di sicurezza stavano saccheggiando le case: “Il governo sta saccheggiando e picchiando le persone … Sono tutte insieme: le guardie, tutte quelle persone … è la prima volta nella nostra vita che fuggiamo così da casa nostra, lasciando le nostre cose.

Il disastroso ritorno di “El Amparo”

Come mostrano i dati raccolti in questi anni, la decomposizione del chavismo al potere è arrivata a un punto tale che le pratiche omicide delle organizzazioni militari e di polizia presentano lo stesso modus operandi dell’esercito colombiano contro la popolazione civile, e come quelle avvenute nel nostro paese nel periodo del puntofijismo, un regime contro il quale proprio il chavismo si era ribellato. Mentre in Colombia la realtà dei ricostruzioni fittizie si è diffusa come pratica nefasta contro la popolazione, giustiziando centinaia e migliaia, falsamente accusati di essere guerriglieri e di scontrarsi con le forze armate, anche qui abbiamo avuto massacri con un procedimento simile, come quello di El Amparo e degli “amparitos” (esecuzioni simili, anche se di minore entità numerica), precisamente ad Apure, dove furono assassinati i pescatori, facendoli poi passare per guerriglieri.

Il procuratore generale imposto dal la già dissolta”costituente”, Tarek William Saab, ha annunciato venerdì pomeriggio di aver nominato dei procuratori per indagare su quanto accaduto a La Victoria – El Ripial, tuttavia nello stesso annuncio afferma che le indagini saranno “in coordinamento con il Comandante Operativo Strategico della FANB, Remigio Ceballos ”, cioè con il capo di una delle organizzazioni militari denunciate per gli eccessi nei confronti della popolazione. Non è difficile prevedere il livello di obiettività e rigore che l’indagine avrà, subordinata, come tante sfere dello Stato oggi, al potere discrezionale dei militari.

Il che, purtroppo, non sorprende, venendo da colui che, di fronte alla morte in custodia militare di un leader politico (il consigliere Fernando Albán), si è precipitato ad affermare subito, senza alcun tipo di indagine, che la causa del decesso era stata dichiarata proprio dal corpo di polizia che lo teneva prigioniero. E guarda caso era “suicidio”.

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Polizia. Un’alleata delle donne o parte del problema?

Polizia. Un’alleata delle donne o parte del problema?

Il caso Sarah Everard dimostra che più poliziotti non renderanno le donne più sicure.

Nicole Froio per Bitchmedia     Traduzione: Intersecta

Women hold signs during a protest at the Parliament Square, following the kidnap and murder of Sarah Everard, in London, Britain March 15, 2021. REUTERS/Henry Nicholls

Il 3 marzo, Sarah Everard, una dirigente di marketing londinese di 33 anni, è scomparsa mentre tornava a casa. Da qualche parte lungo il suo percorso di 50 minuti a piedi da Clapham a Brixton, è stata rapita e brutalmente assassinata dal poliziotto di 48 anni Wayne Couzens. Il corpo della Everard è stato trovato nascosto in un sacco della spazzatura ad Ashford, nel Kent, e la brutalità scioccante del femminicidio ha spinto le donne nel Regno Unito a rivolgersi ai social media per condividere le loro esperienze, raccontare l’insicurezza che provano tornando a casa, la rabbia verso le futili misure di sicurezza adottate dai governi e il dolore di aver perso un’altra donna a causa della violenza maschile.

Il fatto che l’assassino di Sarah Everard sia un agente di polizia ha un significato difficile da negare; ma purtroppo ci sono stati tentativi di fare proprio questo. Quando i gruppi di difesa Sisters Uncut e Reclaim These Streets hanno annunciato la veglia a distanza sociale prevista per sabato 13 marzo presso il palco della musica di Clapham Common, la polizia metropolitana, cioè datore di lavoro di Couzens, l’ha dichiarata illegale a causa delle restrizioni dovute al coronavirus. Le Sisters Uncut, un gruppo che si è organizzato contro la violenza sulle donne, poliziesca e non, da sette anni, sono scese in strada lo stesso e sono state raggiunte da centinaia di altre persone che piangevano collettivamente la morte di  Sarah Everard. Meno di due ore dopo l’inizio dell’evento, gli agenti di polizia hanno informato le donne in lutto che dovevano andarsene a causa dei vincoli del COVID-19 e un gruppo di agenti si infiltrato nel gruppo. Queste tecniche di contenimento  coinvolgono i manifestanti circostanti per tenerli in uno spazio ristretto, il che rende impossibile l’allontanamento sociale o l’abbandono dei luoghi, come la polizia continuava a dire al gruppo di fare.

Rapidamente, la polizia è diventata violenta, spingendo l* partecipanti alla veglia fuori dal palco e in alcuni casi facendol* cadere a terra. Quattro manifestanti sono state arrestate. A ciò è seguita un forte indignazione civile. La polizia è stata violenta nei confronti dei partecipanti alla veglia di sabato, ma la commissaria della polizia metropolitana Cressida Dick, che era stata anche responsabile di un’operazione del 2005 in cui un immigrato brasiliano innocente è stato colpito a morte da alcuni agenti, ha difeso la gestione della veglia da parte delle forze, osservando che il raduno ha rappresentato “un rischio considerevole per la salute delle persone”. Nonostante le richieste pubbliche di dimissioni in seguito all’incidente, Dick ha rifiutato di dimettersi. Sul campo, il collettivo Sisters Uncut è rimasto fermo nella sua determinazione di opporsi alle forze di polizia, sfruttando lo slancio della veglia violentemente repressa per fare campagna contro un disegno di legge che ridurrà ulteriormente il diritto di protestare nel Regno Unito. “È nell’interesse di ogni persona, ma soprattutto di ogni donna, che il Parlamento neutralizzi la Polizia, la criminalità, le condanne e il sistema penale. Se non lo facciamo, abbiamo tutto da perdere “, hanno scritto in un articolo per iNews.

Il gruppo Reclaim These Streets  invece ha assunto un tono conciliante nei confronti della polizia, affermando addirittura di non volere le dimissioni della commissaria Dick e di essere disponibili a parlare con la polizia per “ricostruire i rapporti con le donne che hanno perso la fiducia e stanno soffrendo. ” In un’intervista di lunedì 15 marzo, Anna Birley, membro di Reclaim These Streets e consigliera del partito laburista, ha dichiarato: “Siamo un movimento di donne che cercano di sostenere e responsabilizzare altre donne. E poiché [la commissaria Dick è] una delle donne più anziane nella storia della polizia britannica, non vogliamo in qualche modo sparare nel mucchio “. Un rapporto su gal-dem, una pubblicazione dei media impegnata a raccontare le storie di persone emarginate nel Regno Unito, ha anche posto importanti domande al gruppo Reclaim These Streets, che ha raccolto mezzo milione di sterline per coprire le spese legali ma ha ignorato il gruppo Sisters Uncut.

È chiaro che le militanti femministe che gestiscono il gruppo Reclaim These Streets credono ancora che la violenza contro le donne possa essere affrontata attraverso la polizia, la criminalizzazione e l’incarcerazione di singoli molestatori. E’ stato tuttavia trascurato un elemento nel dibattito post-veglia, cioè che l’assassino di Everard non solo era un poliziotto, ma era già stato oggetto di indagini per atti osceni in luogo pubblico.

I commenti sui social media sono possono essere facilmente divisi in due gruppi: uno insiste sul fatto che “le donne dovrebbero temere i poliziotti, non gli uomini”; l’altro, che “i poliziotti devono garantire la sicurezza delle donne”. Ciò che questa divisione ignora è il modo in cui la violenza della polizia e la violenza contro le donne sono intimamente connesse. Nella migliore delle ipotesi, la polizia non protegge attivamente le donne e, nel peggiore dei casi, sono gli autori della violenza contro le donne e / o incarcerano le sopravvissute alla violenza. Quando una donna che lasciava la veglia di Everard è stata fatta oggetto di molestie da parte di un uomo mentre tornava a casa, un poliziotto le ha detto che l’incidente non sarebbe stato indagato perché “Ne abbiamo abbastanza di rivoltosi, stasera”.

La storia tra donne e polizia è piena di tensione. Il Regno Unito in particolare ha una lunga storia di poliziotti sotto copertura che intrecciano finte relazioni con attiviste politiche donne per spiarle, in quello che le vittime di queste tattiche hanno chiamato “stupro coordinato” e, proprio come la polizia in tutto il mondo, la polizia britannica perpetra violenza mortale contro le persone non bianche e arresta e deporta i migranti richiedenti asilo. Un rapporto del 2014 dell’Ispettorato di polizia sulla polizia e la violenza domestica ha rivelato che solo otto forze di polizia locale su 43 nel Regno Unito hanno risposto bene ai casi di violenza domestica. Dopo la veglia di sabato scorso, Sisters Uncut ha pubblicato un elenco di 194 donne che sono state uccise in prigione o sotto la custodia della polizia dagli anni ’70.

Negli Stati Uniti nel frattempo, studi hanno rivelato che i poliziotti abusano dei loro partner e delle loro famiglie a ritmi sbalorditivi. Secondo l’American Civil Liberties Union (ACLU), quasi il 60 per cento delle persone nelle carceri femminili negli Stati Uniti e fino al 94 per cento della popolazione carceraria in alcuni penitenziari femminili hanno precedenti di abusi fisici o sessuali pre-incarcerazione. La criminalizzazione delle sopravvissute è un aspetto della polizia e dello stato carcerario, poiché il sistema ignora, e persino tacitamente sanziona, la violenza di alcuni attori – spesso uomini bianchi ricchi e poliziotti che brutalizzano persone non bianche- mentre incarcera prostitute, cittadini senzatetto, malati di mente e altre persone che cercano semplicemente di sopravvivere a un panorama sempre più precario del capitalismo dei disastri.

 

Tali statistiche sono presentate dal mainstream come fallimenti della polizia nel mantenere le donne al sicuro; invece l*abolizionist*del carcere sostengono che il sistema funziona esattamente come previsto. La legittima paura delle donne di aggressioni, stupri e molestie in una società profondamente misogina è stata a lungo utilizzata per giustificare una maggiore sorveglianza e criminalizzazione delle persone razzializzate.  L* sopravvissut* alla violenza sistemica vengono incarcerat*, deportat*o semplicemente lasciat*morire senza supporto materiale o psicologico. Anche quando la polizia crede loro ed entrano nel sistema giudiziario dei processi, il sistema tende a traumatizzarl* di nuovo piuttosto che fornire qualsiasi tipo di assistenza. Con il pretesto di proteggere le donne, il sistema di giustizia penale convalida invece la violenza maschile attraverso l’istituzionalizzazione, senza fare nulla per sradicarla o sostenere le persone sopravvissute.

Invece di essere un veicolo per un cambiamento reale che trasforma alla radice il problema della violenza contro le donne, la forza di polizia è un’istituzionalizzazione della violenza maschile usata dagli stati nazionali per reprimere le masse, specialmente le masse che sono solitamente razzializzate o a comunque viste come devianti. Usando la forza, la sorveglianza e la criminalizzazione eccessive, la polizia si traveste da soluzione al problema sociale della misoginia e del sessismo, senza fare nulla per sradicarlo o sostenere l*  su* sopravvissut* o le persone che cercano giustizia per chi non c’è più. Come a dimostrare questo punto, il 16 marzo, il governo conservatore ha annunciato che la polizia avrebbe potuto pattugliare bar e club per “proteggere” le donne dopo l’omicidio di Sarah Everard. Nel frattempo, 12 anni di tagli del governo ai fondi per rifugi contro la violenza domestica, ai servizi di salute mentale e allo stato sociale in genere hanno fatto in modo che le donne rimangano povere, vulnerabili e senza alcuna via d’uscita. Nei sette anni dalla sua fondazione, Sisters Uncut ha sostenuto che la violenza di stato dovrebbe essere riconosciuta come un aspetto della violenza contro le donne.

L’omicidio di Sarah Everard e la risposta a esso sottolinea che la sicurezza delle donne richiede più della “protezione” da parte di attori dello stato che, anche quando non sono, come Wayne Couzens, gli stessi autori della violenza contro le donne, lavorano comunque al servizio dello status quo dell’eteropatriarcato e della supremazia bianca. Negoziazioni conciliative con la polizia non dovrebbero nemmeno essere sul tavolo quando è dimostrabile che più attività di polizia non equivale a più sicurezza. Con creatività e solidarietà, la sicurezza delle donne può essere raggiunta solo spingendo a depontenziare la polizia e incanalando i soldi del suo finanziamento in programmi preventivi e reattivi contro la violenza che mirano veramente a ciò di cui le donne hanno bisogno per essere sicure e protette. Questo è ciò che Sarah Everard, e tutte le donne, meritano.

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Perché le donne sono scomparse dall’industria della birra?

Perché le donne sono scomparse dall’industria della birra?

Come le rigide norme di genere hanno espulso di fatto le donne da una tradizione secolare.

di Laken Brooks, per The Conversation. Qui nella versione corretta di Smithsonianmag.                                                 Traduzione: Intersecta

Nota del redattore, 17 marzo 2021: la scorsa settimana abbiamo pubblicato questo articolo apparso originariamente su The Conversation, un sito senza scopo di lucro che pubblica scritti di esperti accademici di tutto il mondo. Dopo la pubblicazione, abbiamo ascoltato il parere di divers* studios* che non erano d’accordo con la struttura, l’analisi e le conclusioni discusse nell’articolo seguente. Sostengono, infatti, che le raffigurazioni contemporanee delle streghe abbiano avuto origine da fonti diverse dalle donne birraie e che il trasferimento dalle donne agli uomini del lavoro della birra, in vari contesti geografici e storici, sia avvenuto per ragioni economiche e lavorative. Abbiamo corretto una serie di errori di fatto nella nostra nota del redattore del 10 marzo 2021, che si trova in fondo alla pagina, e abbiamo modificato il titolo dalla versione originale. Per comprendere meglio il contesto di questa storia, incoraggiamo l* lettr* a guardare anche a due post sul blog della storica e archeologa Christina Wade, qui e qui, e un saggio della scrittrice di birre e liquori Tara Nurin, qui, come consigliato allo Smithsonian’s dalla storica della birra, Theresa McCulla, curatrice dell’American Brewing History Initiative presso il National Museum of American History.

Cosa c’entrano le streghe con la tua birra preferita?

Quando pongo questa domanda agli studenti dei miei corsi di letteratura e cultura americana, ricevo un silenzio sbalordito o risate nervose. Le sorelle Sanderson non hanno bevuto bottiglie di Sam Adams in “Hocus Pocus”. Ma la storia della birra indica un’eredità non così magica di calunnie transatlantiche e imposizioni di ruoli di genere.

Fino al 1500, la produzione della birra era principalmente un lavoro femminile, cioè fino a quando una campagna diffamatoria accusò le donne birraie di essere streghe. Gran parte dell’iconografia che oggi associamo alle streghe, dal cappello a punta alla scopa, potrebbe essere legata proprio alle donne birraie.

Un compito domestico di routine

Gli esseri umani bevono birra da quasi 7.000 anni e i primi birrai erano donne. Dai vichinghi agli egiziani, le donne producevano birra sia per le cerimonie religiose che per preparare una bevanda pratica e ricca di calorie.

In effetti, la suora Hildegard von Bingen, che viveva nell’odierna Germania, scrisse notoriamente sul luppolo nel XII secolo e aggiunse l’ingrediente alla sua ricetta della birra.

Dall’età della pietra al 1700, il luppolo e, più tardi, la birra erano un alimento base per la maggior parte delle famiglie in Inghilterra e in altre parti d’Europa. La bevanda era un modo economico per consumare e conservare i cereali. Per la classe operaia, la birra rappresentava un’importante fonte di nutrienti, ricca di carboidrati e proteine. Poiché la bevanda era una parte così comune della dieta della persona media, la fermentazione era, per molte donne, uno dei loro normali compiti domestici.

Alcune donne intraprendenti portarono questa abilità domestica al mercato e iniziarono a vendere birra. Le vedove o le donne non sposate hanno usato la loro abilità nella fermentazione dei cereali per guadagnare qualche soldo in più, mentre le donne sposate hanno collaborato con i loro mariti per gestire la loro attività di birra.

Cacciare le donne dall’industria della birra.

Quindi, se viaggi indietro nel tempo fino al Medioevo o al Rinascimento e vai in un mercato in Inghilterra, probabilmente vedrai uno spettacolo stranamente familiare: donne che indossano cappelli alti e appuntiti. In molti casi, si trovavano di fronte a grandi calderoni.

Ma queste donne non erano streghe; erano birraie.

Indossavano cappelli alti e appuntiti in modo che i loro clienti potessero vederli nell’affollato mercato. Trasportavano la loro birra in calderoni. E le donne che vendevano la birra nei negozi non avevano i gatti come famigli demoniaci, ma per tenere i topi lontani dal grano. Alcuni sostengono che l’iconografia che associamo alle streghe, dal cappello a punta al calderone, abbia avuto origine da donne che lavoravano come mastri birrai.

Proprio mentre le donne stavano stabilendo il loro punto d’appoggio nei mercati della birra in Inghilterra, Irlanda e nel resto d’Europa, iniziò la Riforma. Il complesso movimento religioso, nato all’inizio del XVI secolo, predicava norme di genere più severe e condannava la stregoneria.

I birrai maschi hanno visto un’opportunità. Per ridurre la loro concorrenza nel commercio della birra, questi uomini accusarono le birraie di essere streghe e di usare i loro calderoni per preparare pozioni magiche invece di alcol.

Sfortunatamente, le voci hanno preso piede.

Nel corso del tempo, è diventato più pericoloso per le donne praticare la produzione e la vendita della birra perché potevano essere erroneamente identificate come streghe. A quel tempo, essere accusati di stregoneria non era solo un passo falso sociale; poteva sfociare in un procedimento giudiziario o una condanna a morte. Le donne accusate di stregoneria venivano spesso ostracizzate nelle loro comunità, imprigionate o addirittura uccise.

Alcuni uomini non credevano davvero che le donne birrai fossero streghe. Tuttavia, molti credevano che le donne non dovessero passare il loro tempo a produrre birra. Il processo richiedeva tempo e dedizione: ore per preparare la birra, pulire i pavimenti e sollevare pesanti fasci di segale e grano. Se le donne non avessero più potuto preparare la birra, avrebbero avuto molto più tempo a casa per crescere i loro figli. Nel 1500 alcune città, come Chester, in Inghilterra, resero illegale per la maggior parte delle donne la vendita di birra, preoccupate che le donne lavoratrici non trovassero marito.

L’iconografia delle streghe con i loro cappelli a punta e calderoni è sopravvissuta, così come il dominio degli uomini nell’industria della birra: le prime 10 aziende di birra del mondo sono guidate da amministratori delegati uomini e hanno membri del consiglio per lo più uomini.

Le principali compagnie di birra hanno avuto la tendenza a dipingere la birra come una bevanda per uomini. Alcuni studiosi sono addirittura arrivati a chiamare le pubblicità della birra “manuali sulla mascolinità”.

Questo pregiudizio di genere sembra persistere anche nei birrifici artigianali più piccoli. Uno studio presso la Stanford University ha rilevato che mentre il 17% dei birrifici artigianali ha un CEO donna, solo il 4% di queste aziende impiega una mastra birraia come supervisore esperto che sovrintende al processo di produzione della birra.

Non deve essere così. Per gran parte della storia non è stato così.

Nota del redattore, 10 marzo 2021: questo articolo è stato aggiornato per riconoscere che non è noto in modo definitivo se le donne birraie abbiano ispirato alcune delle iconografie popolari associate alle streghe oggi. È stato anche aggiornato per correggere che fu durante la Riforma che le accuse di stregoneria si diffusero.

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La decolonizzazione della salute mentale.

La decolonizzazione della salute mentale.

L’importanza della decostruzione di  un sistema di salute mentale incentrato sull’oppressione

di Karina Zapata, per il Calgary Journal    Traduzione: Intersecta

Subito dopo avere dato alla luce sua figlia, otto anni fa, Mimi Khúc è caduta in una grave depressione postpartum. Mentre molte madri trascorrono i primi mesi dopo il parto lottando per rimanere sveglie, lei ha trascorso quel tempo cercando di capire come sopravvivere.

“Non sono riuscita a trovare risorse. Non sono riuscita a trovare ragioni che spiegassero perché la vita fosse così difficile per me”, ci dice Mimi Khúc, scrittrice, ricercatrice e insegnante a Washington, D.C. specializzata in salute mentale e studi decoloniali.

Diverse persone le hanno suggerito che la causa poteva essere uno squilibrio chimico che poteva  essere curato con i farmaci. Ma non era abbastanza. Quindi si è rivolta alla sua esperienza negli studi asiatici americani per trovare risposte da sola.

Insieme alla difficoltà di essere una neomamma, ha trovato molte narrazioni di contorno che hanno contribuito al suo senso di sofferenza: la difficoltà di essere un’asiatica americana in Nord America, il background di rifugiata ereditato dalla sua famiglia e le pressioni legate al fatto di essere una madre asiatica americana.

La comprensione  e la decodificazione di queste narrazioni ha aiutato Mimi Khúc a riconoscere il suo dolore e a trovare nuovi strumenti per la guarigione quando l’approccio individualistico e medico che le era stato prescritto non funzionava – non avendo tenuto conto di importanti fattori esterni che hanno contribuito al declino della sua salute mentale.

In effetti, secondo la dotteressa Khúc, quell’approccio a volte può essere controproducente per molte persone, comprese le persone di colore, che sono spesso colpite a livello psicologico da atti di oppressione.

Questo è il motivo per cui i professionisti in tutto il Nord America stanno lavorando per decolonizzare la salute mentale lavorando verso la guarigione collettiva per lenire le ferite della colonizzazione e dei traumi basati sull’oppressione, guidati in questo dagli studi indigeni e decoloniali.

Un sistema che non funziona per tutti

Elisa Lacerda-Vandenborn ha condiviso un’esperienza simile a Khúc. Quando si è trasferita dal Brasile al Canada nel 2002, si è confidata con un terapeuta sui suoi attacchi estremi di solitudine e depressione. Ma lei  lasciava ogni appuntamento sentendosi come se fosse colpa sua se stesse lottando contro un male.

“Era un approccio molto personalizzato. Tipo, sai, mettiti in un angolo e scopri chi sei e lavora sulla tua autostima”, dice l’insegnante dell’Università di Calgary e candidata al dottorato in psicologia dell’educazione.

Da sola, Elisa Lacerda-Vandenborn ha scoperto che la sua tristezza era in realtà causata dalla mancanza della sua famiglia e di un senso di comunità, che era una parte fondamentale della sua vita in Brasile. Si è poi trasferita in una cooperativa, riuscendo a far parte di una comunità anche in Canada. La sua salute mentale è migliorata drasticamente.

Dice che il modo in cui funziona il sistema di salute mentale ora – con professionisti medici che usano meccanismi di coping e farmaci personalizzati e di somministrazione quotidiana come soluzioni principali – può essere isolante e più dannoso che utile per le persone che hanno bisogno di qualcosa in più del tradizionale aiuto psichiatrico.

Sia Elisa Lacerda-Vandenborn che Mimi Khúc pensano a quanto possa essere particolarmente dannoso questo approccio per persone come loro, cresciute in società più comunitarie a causa delle loro culture di origine. Dicono anche che il sistema di salute mentale deve fare di più per riconoscere le dinamiche culturali e il razzismo che influenzano la loro vita quotidiana e la vita di molte altre persone non bianche.

La dottoressa Khúc dice che è su questo punto che l’attuale sistema di salute mentale può essere migliorato per le persone di colore.

“Diciamo sempre che qualcuno sta lottando perché è visivamente depresso o sta attraversando il suo dolore individuale o la sua lotta individuale e non pensiamo spesso al dolore nel contesto delle forze storiche, delle strutture sociali o delle dinamiche culturali”.

Quel contesto, dice, è cruciale per le persone razzializzate, i cui background culturali danno forma a ciò che sono.

“La terapia è meravigliosa ed è uno strumento utile, ma non coglie anche la misura in cui si sperimenta la sofferenza”, dice. “La terapia non può spiegarmi – o almeno la maggior parte dei terapisti non può spiegarmi – come il razzismo modella la mia sofferenza quotidiana”.

Sebbene Jennifer Mullan, scrittrice, accademica, psicologa clinica e fondatrice di Decolonizing Therapy nel New Jersey, affermi che alcune persone hanno bisogno di terapia e farmaci individuali per stare meglio, è d’accordo con la collega Khúc.

“Non possiamo separare le persone e la loro sofferenza – non solo la malattia – da ciò che sta accadendo sistematicamente”.

Questo è il motivo per cui queste tre donne, Lacerda-Vandenborn, Khúc e Mullan, stanno lavorando per decolonizzare la salute mentale in Canada e negli Stati Uniti.

Decolonizzare la salute mentale

Jennifer Mullan si concentra sulla terapia decolonizzante attraverso un gruppo di peer education che gestisce come terapista presso la New Jersey University e come fondatrice della Decolonizing Therapy, che mira a sensibilizzare online.

“Facciamo molto lavoro sulle origini ancestrali del malessere, molto lavoro sul trauma intergenerazionale, affrontiamo la rabbia come una funzione e un normale sistema di comprensione del vivere in un mondo che continua a opprimerci e non fornisce a molte di noi ciò di cui abbiamo bisogno”, dichiara.

Secondo Elisa Lacerda-Vandenborn, molti individui oppressi hanno bisogno di connessione, proprio ciò a cui l’attuale sistema di salute mentale non lascia spazio.

“È il nostro momento di partecipare alla decolonizzazione. Questo è un processo condiviso “.

Jennifer  Mullan sottolinea che decolonizzare la salute mentale non significa solo fare ricerca sulla competenza culturale, intesa come capacità di comprendere e interagire con persone di culture diverse. E’ invece importante riconoscere che per molti individui neri, indigeni e non bianchi, il trauma dell’oppressione e della colonizzazione gioca un ruolo importante nel loro stato di salute mentale.

“La decolonizzazione non è una metafora e cercare di occuparsi meglio della salute mentale non sarà sufficiente. Essere culturalmente competenti, a mio modesto e amorevole parere, non è sufficiente ”, afferma la dottoressa Mullan.

Il lavoro della dottoressa Khúc, che si concentra sulla decolonizzazione della salute mentale degli asiatici americani, è in linea con questa affermazione.

“Voglio dire, chi più delle persone che lo stanno vivendo può dire in che modo qualcosa fa male e perché qualcosa fa male? Di sicuro ne sanno di più rispetto a medici bianchi che pensano di essere addestrati nella competenza culturale”.

Andare verso la guarigione collettiva

Per Mimi  Khúc, un sistema di salute mentale decolonizzato è un sistema che consente alle comunità di decidere cosa è considerato sofferenza, e non un sistema che decide per loro.

“Quando dico decolonizzazione, voglio mettere in discussione e interrogare i modi in cui queste forze e istituzioni più grandi ci hanno detto cosa conta come salute mentale e cosa conta come sofferenza”, ci dice la Khúc. “Per indagare su questo, devo attingere alla comunità e pensare al tipo di conoscenza che proviene dalle nostre comunità su cosa sia la sofferenza”.

“Come decostruiamo questi sistemi di potere per consentire alle persone di rivendicare le proprie conoscenze ed esperienze?”

Ma, secondo Jennifer Mullan, l’idea di guarigione collettiva è stata sistematicamente vietata alle persone di colore non dando loro il tempo di riunirsi in gruppi o pensare ai loro bisogni emotivi.

“Penso che quello che è successo negli ultimi 20 o 30 anni è che molte persone di colore hanno iniziato a cercare di sopravvivere, comprensibilmente”, ci spiega. “Il sistema è davvero bravo nel farci concentrare solo sulla sopravvivenza, così non abbiamo il tempo di riunirci e guarire collettivamente in comunità, il che penso sia piuttosto cruciale”.

Riconoscere la colonizzazione e il trauma basato sull’oppressione, ci spiega, aiuterebbe in questo.

Colonizzazione e traumi basati sull’oppressione

Tuttavia, può anche essere difficile per le persone riconoscere i traumi causati dalla colonizzazione e dall’oppressione come problemi di salute mentale.

Mimi Khúc, per esempio, ha lottato per stabilire questa connessione fino a quando non ha scavato in profondità nelle sue narrazioni di sofferenza quando stava vivendo la depressione postpartum. Ora incoraggia gli altri a usare la loro esperienza e convivenza con il trauma per decolonizzare la salute mentale.

“La mia speranza per decolonizzare la salute mentale è porre al centro la comunità e usare le arti per pensare a nuove forme che possono affrontare la nostra sofferenza e per responsabilizzare coloro che soffrono, renderli i produttori della propria conoscenza, delle proprie pratiche di guarigione”.

Questa sofferenza, dice Jennifer Mullan, è spesso radicata nella colonizzazione e nell’oppressione.

“Sento così tanto la depressione, l’ansia, il costante stato di trauma che stiamo attraversando, questo complesso trauma evolutivo, questo concetto di risposta di lotta, fuga, congelamento in cui ci troviamo sono dovuti a sistemi di oppressione, e so tutto ciò è dovuto a questi atti palesi e occulti di razzismo e colonizzazione e agli effetti della colonizzazione sulle nostre menti, corpi e spiriti “.

La dottoressa Mullan dice che le microaggressioni – commenti o azioni che sottilmente e spesso involontariamente esprimono un atteggiamento prevenuto nei confronti di qualcuno – sono anche atti di oppressione che possono causare stress traumatico basato sulla razza in molte persone non bianche.

“Il livello costante di accresciuta consapevolezza, ipereccitazione e cognizione di cui i neri e i razzializzati devono essere costantemente fare prova è davvero sbalorditivo ed è spesso il motivo per cui siamo molto esausti, molto traumatizzati e molto tristi”.

La sofferenza o il trauma causato dall’oppressione, secondo le tre ricercatrici, è spesso tramandata di generazione in generazione. Molte persone razzializzate stanno ora sentendo quel trauma. Questo è spesso indicato come trauma intergenerazionale e talvolta come trauma storico.

Secondo uno studio del 2018 pubblicato su World Psychiatry, gli scienziati suggeriscono che il trauma può essere trasmesso alle generazioni successive attraverso un cambiamento duraturo nella funzione del DNA. Questo cambiamento è epigenetico, al contrario di quello genetico. Ciò significa che la struttura del DNA stesso non è cambiata, ma l’espressione del DNA può esserlo.  Questo mutamento epigenetico può avere un effetto duraturo sull’individuo e sulla sua prole.

Ciò è particolarmente vero per le persone razzializzate che potrebbero non aver avuto il tempo di pensare ai loro bisogni emotivi. Jennifer Mullan ha visto questo meccanismo all’opera con i suoi stessi genitori, che hanno svolto due o tre lavori per assicurare il cibo in tavola e un tetto sopra le loro teste, ma erano ancora costantemente in difficoltà.

“Non c’era modo per mio padre di esaminare le sue storie di traumi. Non c’era modo in quel momento per  mia madre di essaminare eventuali relazioni tossiche nella sua famiglia”, racconta. “Quella riduzione al minimo delle nostre emozioni, credo che sia stata tramandata di generazione in generazione fino a quando molti di noi ora stanno ricordando e riconnettendosi con i nostri antenati.”

Jennifer Mullan sta ora cercando di fare capire che molte persone sperimentano traumi intergenerazionali, nonostante il termine sia spesso associato soltanto alle vittime delle scuole residenziali, dell’Olocausto, dei campi di internamento giapponesi e della schiavitù.

Tuttavia, non avrebbe imparato ciò se non fosse stato per i contributi degli autori indigeni.

Gli studi decoloniali indigeni come guida.

Quando la dottoressa Mullan ha iniziato la sua ricerca sulla decolonizzazione della salute mentale, si è rivolta a molti autori indigeni come Maria Yellow Horse Brave Heart e Eduardo e Bonnie Duran, affinché le illustrassero la psicologia postcoloniale. Questa letteratura le ha permesso di vedere una connessione tra il lavoro di decolonizzazione che le comunità indigene stanno facendo e il lavoro decolonizzazione della salute mentale che sta attualmente svolgendo lei,  entrambi radicati nel trauma intergenerazionale.

“Dato che stavo già facendo ricerche sui traumi intergenerazionali, ho iniziato a guardare a tutti i modi in cui avevamo – avevo – dimenticato me stessa, e avevo dimenticato la mia gente. Me ne ero dimenticata perché ne avevo il privilegio, stavo dimenticando anche la mia negritudine perché la mia famiglia stava cercando di emanciparsene”.

Il lavoro decoloniale indigeno è estremamente importante anche per Elisa Lacerda-Vandenborn, il cui lavoro si concentra sulla scienza, la conoscenza e i modi di essere indigeni e su come tale prospettiva viene applicata alla psicologia in Canada.

Questa prospettiva le ha permesso di provare un senso di familiarità quando ha sofferto per la prima volta di solitudine e isolamento in Canada.

“Quando ho iniziato a cercare cose che fossero in linea con una prospettiva più comunitaria, è stato nel sapere degli indigeni che ho trovato quello che mi serviva. È quasi come se avessi trovato la casa. Siamo collegati da un filo conduttore,  l’importanza della comunità, l’importanza delle relazioni, l’importanza di guardare al contesto.”

Khúc pensa spesso a questa sintonia di vissuto quando usa il termine “decolonizzazione” per riferirsi al malessere degli asiatici americani.

“Voglio essere rispettosa verso le persone indigene che stanno facendo il lavoro decoloniale e non usare il termine alla leggera, ma anche io, come vietnamita americana e asiatica americana, ho la mia storia di colonizzazione, anche noi abbiamo le nostre storie di relazioni con pratiche coloniali”, ci racconta.

“Come rifugiata, mi sento come un soggetto coloniale sfollato”, aggiunge, riferendosi alla storia della colonizzazione in Vietnam e al modo in cui ciò la colpisce ancora oggi, nonostante lei ora viva negli Stati Uniti “Quindi decolonizzare il sistema è sì utilizzare un pratica relativa ai progetti decoloniali indigeni, ma è anche qualcosa di diverso”.

Elisa Lacerda-Vandenborn si riferisce a questo come un “terzo spazio”, che si trova tra le prospettive occidentali e le prospettive indigene. Per lei e Mimi Khúc, questo spazio integra pezzi da tutte e tre le prospettive in modo che il sistema di salute mentale possa dare alle persone ciò di cui hanno veramente bisogno, il che è cruciale per la decolonizzazione della salute mentale.

Jennifer Mullan aggiunge che, al fine di lavorare per un sistema di salute mentale decolonizzato, la guarigione per tutte le persone dovrebbe avvenire in tanti modi, non riconducibili che solo a terapie individuali e prescrizioni farmacologiche.

“Credo davvero che la nostra comprensione della terapia debba uscire da dalla visione che vede nella sofferenza solo un problema col cervello. Credo anche l’approccio indigeno e spirituale debbano essere maggiormente inclusi come forma di terapia, e che non si dovrebbe considerare terapia soltanto il lavoro che si fa in uno studio con un medico diplomato”.

Ciò significa che quando prescrivono risorse per la guarigione, idealmente i professionisti della salute mentale dovrebbero raccomandare metodi appropriati specificamente per il paziente che stanno trattando. Può assomigliare al lavoro spirituale degli indigeni, allo yoga, allo sciamanesimo e altro ancora. Ogni persona è diversa, e ha un sua storia.

La dottoressa Mullan dice che alcune persone hanno bisogno di terapie individuali e farmaci per stare meglio. Tuttavia, vorrebbe vedere approcci di guarigione più collettivi e olistici alla salute mentale come opzioni riallacciandosi a quanto avveniva prima della colonizzazione.

“Penso che continuiamo a incolpare noi stess* o il nostro cervello o le nostre storie di traumi – e non che non abbiano un ruolo importante – ma stiamo continuando a ignorare la responsabilità di questi sistemi di oppressione”.

Anche la dottoressa Khúc sottolinea che questo lavoro è importante per tutti, non solo per le persone razzializzate.

“Penso che la pratica della decolonizzazione debba provenire dalle comunità razzializzate, ma l’idea è che vada a vantaggio di tutt* perché prende la salute mentale e la rimette nelle mani delle comunità. Tutte le comunità trarrebbero vantaggio dal fatto che fosse nelle loro mani e non soltanto nelle mani dei cosiddetti esperti”.

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Basmanov, l’uomo che fece innamorare Ivan il terribile.

Basmanov, l’uomo che fece innamorare Ivan il terribile.

La storia non va usata per rafforzare le proprie convinzioni, va semplicemente studiata.

a cura della Redazione di Intersecta

“Era un giovane di circa vent’anni, di straordinaria bellezza, gravemente colpito da un’espressione facciale sgradevolmente sfacciata. Era vestito più preziosamente degli altri e, contrariamente alla consuetudine generale dell’epoca, portava i capelli lunghi e nella sua faccia senza barba, come in tutto il suo comportamento, si esprimeva qualcosa di incosciamente virile . Il comportamento degli altri nei suoi confronti sembrava un po ‘strano. Parlarono con lui come a una persona del loro genere e non mostrarono particolare rispetto per lui; ma quando si avvicinò a uno dei gruppi, gli opričniki separarono immediatamente e quelli che erano stati seduti sulle panchine si alzarono e gli offrirono il loro posto. Sembrava che volessero stare attenti a lui o temerlo. Quando si rese conto di Serebrjanyj e Micheitsch, li misurò con uno sguardo altero, fece un cenno agli opričniki che avevano condotto gli sconosciuti a Sloboda e sembrò indagare sul loro nome, poi sbatté di nuovo le palpebre a Serebrjanyj e sussurrò con un sorriso malizioso in silenzio qualcosa ai suoi compagni. “

Questo estratto di un famoso romanzo storio di Aleksej Tolstoj, cugino del più noto Lev, offre un vivido ritratto di Fyodor Alexeyevich Basmanov, opričnik (cioè membro dell’esercito privato dello Zar Ivan IV, che esercitava il potere politico e militare nella parte di Russia direttamente governata dallo Zar, negli anni del conflito con i boiardi), confidente, assaggiatore personale, e per alcuni anni amante dello Zar noto come Ivan il terribile.

Sì, perché l’autoritario e sanguinario Zar di tutte le Russie, religiosissimo e responsabile di massacri (per le cui vittime faceva celebrare funzioni in suffragio), spietato con i potenti boiardi e amato dai poveri contadini (che in tantissime leggende popolari lo raffigurano come sovrano buono e saggio), lucido e folle al tempo stesso, violento e incline al misticismo, che in vita sua ebbe otto mogli, non nascose mai un debole per i ragazzi belli e intelligenti, possibilmente in abiti femminili.

E il giovane Fyodor, valoroso combattente e giovane capriccioso e vanitoso, dai lineamenti delicati e lunghi capelli neri, entrò subito nel cuore dello Zar perché gli ricordava nelle fattezze l’adorata prima moglie Anastassija Romanowna Sacharjina-Jurjewa, l’unica persona in grado di mitigare i suoi eccessi dovuti alla depressione e agli attacchi di ira di cui soffriva, e che sarebbero degenerati in paranoia nel ultimi anni della sua vita.

Fyodor era il figlio di Alexei Danilowitsch, e insieme i due difesero valorosamente la città di Ryazan contro i Tatari, venendo per questo accolti a corte e entrando nelle grazie dello Zar.

Il giovane Basmanov divenne quindi confidente e amante di Ivan IV (che non aveva nessuna remora a mostrarsi in pubblico in dolci atteggiamenti con lui), e utilizzò la vicinanza allo zar per aumentare il suo potere a corte ed emarginare i rivali. Libero, disinibito, di vivace intelligenza, per alcuni anni giocò un ruolo di rilievo nella vita politica dell’Opričnina, e arrivò a diventare comandante in capo delle truppe di stanza nel sud della Russia.

Fino a quando il padre Alexei venne accusato, non si sa se a torto o a ragione, di una congiura al soldo del nemico giurato dello Zar, il re Sigismondo II di Polonia, e padre e figlio cadono in digrazia e vengono arrestati.

A questo punto la storia diventa poco certa: si narra che Fyodor, per dimostrare la sua assoluta fedeltà a Ivan il terribile sia stato spinto a uccidere con le proprie mani il padre, e che per questo ebbe salva la vita, che concluse in esilio in un monastero a Belozersk, dove morì anni dopo per malattia. Altre versioni, meno credibili, riportano che fu decapitato o addirittura impalato.

Basmanov è descritto dai testimoni contemporanei come arrogante e mitomane: amava la ricchezza, gli piaceva indossare in pubblico i gioielli e vestiti costosi che lo zar gli aveva dato. Secondo le fonti, era però anche un abile e ambizioso soldato, e ha saputo dimostrarlo più volte sul campo di battaglia. È spesso raffigurato con una corona di fiordalisi blu in testa e stivali rossi, ed è così che lo interpreta Dmitri Pissarenko nel film “Ivan il Terribile” del 1991, diretto da Gennadiy Vasilev.

Sembra strano immaginare lo Zar cristianissimo di tutte le Russie, amico personale di alcuni asceti noti come “Stolti di Cristo” e poi canonizzati dalla Chiesa Ortodossa, che si innamora ricambiato di un giovane militare, ma il nostro stupore è dovuto a un pregiudizio radicato, quello secondo cui il medioevo cristiano, a Oriente e a Occidente, sia stato un monolite storico improntato alla più rigida omofobia. Non era così.

I primi decreti apertamente omofobi vennero adottati secoli dopo dallo Zar Pietro il Grande, noto come sovrano moderno e riformatore, influenzato dall’Illuminismo.

La storia non va usata per rafforzare le proprie convinzioni, va semplicemente studiata.