Le cavie umane del dottor Belkin.

Le cavie umane del dottor Belkin.

La triste storia della sperimentazione sovietica sulle persone transgender e intersex.

di Intersecta

Il dottor A. I. Belkin

L’Unione sovietica è stato un paese profondamente omotransfobico, oltre
che autoritario e paternalista; con la scusa di costruire “l’uomo e la
donna del comunismo realizzato”, il potere politico interveniva,
controllando la scienza e la medicina dell’epoca, sui corpi degli esseri
umani, cercando di piegare la vita all’ideologia.
A partire dagli anni ’60, cominciarono ad essere autorizzati, dopo anni
di divieto assoluto, i primi interventi di cambio di sesso, ma ciò non si
tradusse in maggiore libertà per le persone transgender, né
nell’accettazione a livello sociale del non binarismo di genere.
Semplicemente, alcune persone diventarono cavie nelle mani della scienza
medica controllata dal potere.

La riassegnazione chirurgica del genere è stata affidata per più di
trent’anni all’endocrinologo Aron I. Belkin, direttore del Centro di
endocrinologia psichiatrica di Mosca.
Luminare della medicina sovietica, benvoluto dal partito, appassionato di
psichiatria e di psicoanalisi (anche quando era proibita in Russia) il
dottor Belkin è stato il deus ex machina degli esperimenti di cambio di
sesso su esseri umani. In maniera alquanto ipocrita e crudele, un
necrologio del 2003, anno della sua morte, lo salutava come “il padre dei
transessuali russi”. In realtà si trattava di un padre padrone.

Belkin era anche un esponente di spicco della sperimentazione sovietica
per la “correzione” chirurgica e ormonale di bambini e adulti
intersex. Quando, in un ospedale dell’immenso paese euroasiatico,
nasceva un individuo a cui i medici non erano in grado di assegnare in
maniera inequivocabile un sesso, la povera creatura veniva trasportata a
Mosca, e spettava al dottor Belkin decidere se era un uomo o una donna, e
operare di conseguenza. Bisturi e ormoni, senza andare troppo per il sottile, e se il “trattamento” non aveva i risultati sperati si insabbiava il tutto. La medicina sovietica non sbagliava mai.
Il fatto che si cambiasse sesso, non significava peraltro che fosse
considerato “normale” farlo.
Cambiare il sesso dei cittadini sovietici implicava non solo complesse
procedure mediche, ma anche un incubo di scartoffie per placare i
burocrati totalitari e dare ai pazienti identità civiche completamente
nuove che nascondevano le loro transizioni di genere. Si poteva cambiare
sesso, ma non si poteva dire di averlo fatto.
Lungi dal considerare il nonbinarismo come una condizione fisiologica
dell’essere umano, il potere sovietico e la scienza medica da esso
foraggiata giocavano all’allegro chirurgo sui corpi delle persone, e le
identità transgender erano viste come cavie su cui sperimentare improbabili teorie
politico-sociali.

(fonte: Daniel Healey, Russia, in glbtq: An Encyclopedia of Gay, Lesbian, Bisexual, Transgender, and Queer Culture, glbtq, Inc, 2004, last updated 19 July 2005).

 

Un anziano imam contro la barbarie della “brava gente” italiana.

Un anziano imam contro la barbarie della “brava gente” italiana.

I crimini di guerra dell’Italia in Libia e la storia di Omar al Mokhtar.

di Intersecta

Dal 1911 al 1931, l’Italia ha condotto la campagna di Libia, che ha portato alla graduale colonizzazione dell’intero territorio del paese nordafricano.

Non ci siamo fatti mancare niente: campi di concentramento, bombe all’iprite vietate dalla Convenzione di Ginevra, rappresaglie contro civili, stupri di guerra, mutilazioni genitali, villaggi interi lasciati morire di fame a causa del premeditato taglio dei rifornimenti di acqua e cibo, tregue prima firmate e il giorno dopo violate per giocare “l’effetto sorpresa”….

La missione civilizzatrice in terra d’Africa della fiera stirpe italica, che ancora oggi, e nonostante il meritorio lavoro di diversi storici seri, si fatica a vedere e valutare nella sua terrificante interezza.

Vincenzo Biani, artigliere italiano in Tripolitania, raccontava in un libro di memorie il bombardamento dell’oasi di Gifa, nel 1928, in termini entusiastici: «Una spedizione di otto apparecchi fu inviata su Gifa, località imprecisata dalle carte a nostra disposizione, che erano dei semplici schizzi ricavati da informazioni degli indigeni; importante però per una vasta conca, ricoperta di pascolo e provvista di acqua in abbondanza. Ma senza oasi e senza case: un punto nel deserto. Fu rintracciata perché gli equipaggi, navigando a pochi metri da terra, poterono seguire le piste dei fuggiaschi e trovarono finalmente sotto di sé un formicolio di genti in fermento; uomini, donne, cammelli, greggi; con quella promiscuità tumultuante che si riscontra solo nelle masse sotto l’incubo di un cataclisma; una moltitudine che non aveva forma, come lo spavento e la disperazione di cui era preda; e su di essa piovve, con gettate di acciaio rovente, la punizione che meritava. Quando le bombe furono esaurite, gli aeroplani scesero più bassi per provare le mitragliatrici. Funzionavano benissimo. Nessuno voleva essere il primo ad andarsene, perché ognuno aveva preso gusto a quel gioco nuovo e divertentissimo. E quando finalmente rientrammo a Sirte, il battesimo del fuoco fu festeggiato con parecchie bottiglie di spumante, mentre si preparavano gli apparecchi per un’altra spedizione. Ci si dava il cambio nelle diverse missioni. Alcuni andavano in ricognizione portandosi sempre un po’di bombe con le quali davano un primo regalo ai ribelli scoperti, e poi il resto arrivava poche ore dopo. In tutto il vasto territorio compreso tra El Machina, Nufilia e Gifa i più fortunati furono gli sciacalli che trovarono pasti abbondanti alla loro fame».

La resistenza all’invasione fu forte e organizzata: basata interamente sull’uso di tecniche di guerriglia, poteva contare sulla perfetta conoscenza del territorio e sul sostegno della popolazione civile, che non tollerava le continue esazioni delle truppe italiane. L’elemento che unificava le varie tribù ribelli era l’appartenenza a una confraternita sufi, quella dei Senussi, che oltre ad avere una grande importanza spirituale aveva gestito il potere politico per alcuni anni, opponendosi anche all’impero ottomano.

La dottrina dei Senussi ben si adattava al carattere delle genti del deserto: a differenza di altre correnti sufi non predicava l’estasi tramite danza o uso di eccitanti, e si teneva lontana da ogni estremismo politico o religioso, cercando di perseguire il giusto mezzo e dimostrandosi possibilista, a differenza delle scuole classiche sunnite, riguardo all’apertura dell’ ijtihad, cioè l’interpretazione dei testi coranici. Le popolazioni beduine la fecero presto propria, e gli imam senussiti divennero autorità riconosciute.

Proprio un anziano imam senussita, Omar al-Mukhtar, che per tutta la vita insegnò in una madrasa, divenne il leader riconosciuto della resistenza libica, e si rivelo un abile stratega, in grado di tenere in scacco per anni l’esercito Italiano.

Esercito italiano che per fiaccare definitivamente la resistenza decise di ricorrere all’inganno e ai bombardamenti indiscriminati, voluti fortemente dai criminali di guerra Badoglio e Graziani, e alla deportazione forzata di migliaia di persone per distruggere la rete di sostegno logistico ai gruppi ribelli.

Le coste libiche si riempirono di campi di concentramento in cui venivano rinchiusi gli abitanti di interi villaggi, sospettati di sostenere al Muktar. Immaginate uomini, donne, anzioni e bambini, costretti a marciare nel deserto per centinaia di km fino a un campo di concentramento in cui saranno torturati. Vi ricorda qualcosa?

Ma andiamo avanti.

“Anche Cufra, città santa dei senussiti nella Libia sudorientale, dove intanto si erano ritirate le bande ribelle di Abd el Gelli Sef en-Nasser e Saleh el Atèusc, subì un attacco dal cielo prima di essere presa nel gennaio del 1931 da una colonna di “meharisti”, mercenari libici su cammelli e autocarri.

I guerriglieri sopravvissuti fuggirono con le proprie famiglie ma i reparti cammellati e l’aviazione li inseguirono per vari giorni fino ad annientarli in gran parte: tra le vittime anche donne e bambini.

Cufra fu sottoposta a tre giorni di saccheggi e violenze: 17 capi senussiti furono impiccati, 35 indigeni evirati e lasciati morire dissanguati, 50 donne stuprate; si registrarono anche 50 fucilazioni e 40 esecuzioni con ascia, baionette e sciabole. Le truppe vittoriose si abbandonarono a ogni atrocità: alle donne incinte venne squartato il ventre e i feti infilzati, giovani furono donne violentate e sodomizzate con le candele, teste e testicoli mozzati portati in giro come trofei, tre bambini immersi in calderoni di acqua bollente, ad alcuni vecchi vennero estirpate le unghie per essere poi accecati”.

(Michele  Strazza,http://win.storiain.net/arret/num153/artic3.asp)

Il 9 settembre 1931, Omar al Muktar, che guidava una delle ultime squadre ribelli salvatesi dal massacro, viene catturato in un’imboscata. Sebbene sia un prigioniero di guerra, e una persona anziana (73 anni), viene subito processato e fatto impiccare davanti a ventimila beduini radunati con la forza dalle truppe di Graziani e costretti ad assistere all’esecuzione, come monito.

L’esecuzione di al Muktar avvenne, secondo alcuni resoconti, il 16 settembre, mentre secondo altri l’anziano imam fu giustiziato due giorni dopo la sua cattura, l’11 settembre.

Sarebbe il primo degli 11 settembre vergognosi della nostra epoca, ma quello meno ricordato in assoluto.

Ironia della sorte, anni dopo il colonnello  Gheddafi elesse al Mutkar eroe nazionale libico al punto di portare con se il figlio dell’imam quando venne in Italia a firmare un accordo con Berlusconi, ma durante il suo lungo governo represse duramente i senussi, ossia la confraternita a cui “l’eroe nazionale” per tutta la vita era appartenuto.

Di quello che pensava davvero l’anziano imam di Zanzur, non interessò mai a nessuno.

 

 

 

 

 

 

Voglio solo giocare a calcio.

Voglio solo giocare a calcio.

La lotta di Yoann Lemaire contro l’omofobia nello sport.

a cura di Intersecta.

Yoann Lemaire (a destra), con l’ex nazionale francese Christian Karembeu.

Yoann Lemaire è un calciatore dilettante originario delle Ardenne, nato il 3 Aprile 1982. E’ stato il primo calciatore, in Francia, a rivelare pubblicamente la sua omosessualità, nel 2004, e ciò ha fatto di lui il simbolo della lotta contro l’omofobia nello sport, e soprattutto nello sport machista per eccellenza, il calcio.
Il suo ruolo sul campo è quello di difensore centrale, e ha giocato nelle Divisioni Regionali e poi in Promozione nel club FC Chooz, fino a quando, nell’Agosto del 2009, Yoann è violentemente insultato per il suo orientamento sessuale da un compagno di squadra, davanti alle telecamere della tv nazionale.
Invece di difenderlo, i suoi dirigenti non lo fanno più giocare, e lui decide di prendersi un anno sabatico.
Vuole però tornare in campo e in squadra, e nell’estate del 2010 viene organizzata una conciliazione a livello di Lega, nel corso della quale il giocatore che lo aveva insultato si scusa, e il presidente della squadra e il sindaco del comune fanno mea culpa. Yoann chiede quindi di essere reintegrato in organico, cosa che il presidente fa, ma già nel settembre dello stesso anno apprende il suo definivo licenziamento da un comunicato firmato dalla presidenza.
Comunicato che dice, testuale: “Capisco che le nostre ragioni potranno sembrarle patetiche, ma sono giustificate dall’esigenza di proteggere le due parti”. Nel giro di qualche giorno, la notizia si diffonde.
Il 3 settembre 2010, la sottosegretaria allo sport Rama Yade dichiara alla radio pubblica che atti come questo non devono restare impuniti e che Yoann deve, se vuole, tornare a giocare nella Lega regionale,scegliendo lui stesso il club che preferisce; in seguito la Yade chiederà la soppressione della licenza a un dirigente dell’ FC Chooz che aveva insultato e minacciato Lemaire su Facebook. I mezzi di comunicazione nazionali e internazionali daranno rilievo al caso.
Contattato dal giornalista Jacques Vendroux, Yoann Lemaire acccetta di giocare nel Varieté club de France di Thierry Roland (una sorta di equivalente francese della nostra nazionale cantanti, in cui giocano per beneficienza personaggi dello spettacolo ed ex calciatori professionisti), accanto ai campioni del mondo del 1998. In seguito, grazie al clamore mediatico e all’amicizia e la stima di colleghi blasonati, riesce ad avere un posto nella squadra del paese in cui è nato, l’US Vireux, che milita anch’essa in Lega regionale. Nel 2010 pubblica un libro dal titolo “Sono l’unico calciatore gay, o meglio, lo ero”, con la prefazione del famoso calciatore professionista Vikash Dhorasoo.
Ritiratosi ufficialmente dal calcio giocato nel settemre 2011, con una partita celebrativa fra la sua squadra e il Varieté club, alla presenza di Rama Yade e del grande tennista Yannick Noah, Yoann rimette i tacchetti nel 2012, per aiutare il “suo” US Vireux, che ha seri problemi economici. Questo ritorno in campo gli regala la soddisfazione di affrontare, e battere, l’FC Chooz, cioè la squadra che l’aveva umiliato e licenziato.
Nel 2017 realizza il suo sogno, fonda un’associazione, Footensemble, che ha lo scopo di mantenere vivo il dibattito sull’omosessualità nello sport e sul rispetto dell’identità sessuale e di genere di ogni essere umano.
Footensemble si dedica alla sensibilizzazione dei giovani che si avvicinano allo sport e al sostegno di tutt* l* sportiv*, dilettanti o professionisti, che subiscono discriminazioni per il loro orientamento sessuale e/o di genere.
Scopo dell’associazione è fare sì che a nessuna persona che ama praticare sport venga sbarrata la strada perché ha fatto coming out.

Bugiardi di Stato.

Bugiardi di Stato.

Violenza e menzogna nelle democrazie occidentali. La storia dei Saint Aubin.

di Dominique Simonnot, pubblicato su “Le Canard Enchainé”. Traduzione: Intersecta.

Tutti gli studenti di diritto, tutti quelli che si interessano agli anni turbolenti della guerra d’Algeria e dell’Oas, organizzazione dell’esercito segreto (gruppo terroristico antiarabo di estrema destra che si opponeva all’indipendenza dell’Algeria e al governo francese), si sono almeno una volta trovati davanti al caso del combattimento senza tregua fra i coniugi Saint Aubin e il potere francese.
Nel Giugno del 1964 Jean Claude, il loro giovane figlio, che percorre in auto una strada del sud della Francia con la giovanissima Dominique, a cui sta dando un passaggio, sbatte violentemente contro un albero. I due muoiono sul colpo.
La giustizia non vede altro che un banale incidente diventato tragedia, caso chiuso in pochi giorni. Stava però facendo i conti senza Andrée e Jean, genitori di Jean Claude, onesti e puntigliosi gioiellieri di Dijon che nel corso degli anni, per amore del figlio, si trasformano in abili investigatori e poi in tenaci avversari del potere ufficiale.
Non hanno mai creduto che il loro amato figlio, ottimo guidatore, si fosse gettato di punto in bianco su un albero. Ecco che si scopre che vicino al luogo dello scontro sorge una base dell’esercito. E un operaio che andava in fabbrica aveva visto al momento dell’incidente un camion militare sgommare e allontanarsi in tutta furia. I genitori interrogano di persona i testimoni, e capiscono subito che la giustizia, la polizia, l’esercito e il governo nascondono degli sporchi segreti.
Hanno assolutamente ragione!
Testimoni messi a tacere, anche con morti sopette, truffatori spacciatisi per vecchie spie in grado di svelare l’enigma, ministri bugiardi. Niente è mancato al menu dell’ignominia, ma tutto questo non è bastato a fermare i Saint Aubin, che impareranno, in quarant’anni di contro indagine, a non stupirsi di niente.
Due tesi si delineano. La prima: dei soldati hanno involontariamente tamponato ad alta velocità l’auto di Jean Claude, sono scappati e sono stati comperti dai superiori. La seconda, più cupa e terrificante: Jean Claude è stato scambiato per un capo dell’Oas e eliminato per sbaglio dai servizi segreti di De Gaulle.
Un libro recentemente uscito (L’Affaire Saint Aubin, di Denis Langlois. Non tradotto in italiano) racconta in maniera appassionate tutte le menzogne ufficiali che hanno accompagnato i Saint Aubin fino alla loro morte, Jean nel 1994 e Andrée nel 2003.
Nel 1990, François Mitterand riconosce per la prima volta una “disfunzione grave” della giustizia, e concede un indennizzo economico ai coniugi.
Insufficiente e amaro…

Codici e riti fra natura e cultura.

Codici e riti tra natura e cultura
Un etologo spiega che la ritualità non è patrimonio esclusivo dei sapiens sapiens.

Di Danilo Mainardi

Konrad Lorenz, studiando il corteggiamento di molte specie di anitre, aveva notato che all’interno della parata era presente un qualcosa che assomigliava al comportamento del bere, ma l’acqua non veniva più assunta mentre il collo veniva mosso con ostentata lentezza. Inoltre, al termine del movimento, il becco estratto dall’acqua produceva un grazioso e appariscente zampillo. Insomma: il bere s’era tramutato nel “rito del bere”, con conseguente cambiamento di significato. In origine, infatti, il comportamento aveva, semplicemente e palesemente, la funzione di mandare giù dell’acqua, mentre poi, ad avvenuta evoluzione, quel movimento modificato espressamente serviva per comunicare qualcosa al proprio partner. Il processo evolutivo della ritualizzazione produceva, questo concluse Lorenz, un comportamento stereotipato, a scarsissima variabilità, mirato esclusivamente alla comunicazione.

Il comportamento animale è affollato da comportamenti così. Si pensi, oltre ai corteggiamenti, ai combattimenti (dei cervi, dei galli). Ogni parata, in realtà, è un rito. E, quel che più conta, un rito scritto nei geni, frutto di evoluzione biologica. La ritualizzazione, inoltre, non è solo visiva. Ogni canale sensoriale può esserne coinvolto. Penso, tanto per dire, a quella acustica dei picchi, che in vario modo usano il becco e il legno degli alberi. E si capisce bene, ascoltandoli, se stanno lavorando a scavare per tirar fuori larve o per costruirsi il nido, oppure se, invece, martellano per comunicare qualche informazione. Nel primo caso il suono è disordinato e discontinuo (ricorda il trafficare dell’artigiano), nel secondo è invece ritmica sequenza, variabile solo se varia il messaggio (come se fosse il raffinato suono d’uno xilofono).

Un caso specialissimo, perché un poco ci fa uscire dal puro comportamento istintivo, è quello del cacatua delle palme (Probosciger aterrimus), uno splendido e grosso pappagallo di colore nero con guance nude e rosse dell’Australia e della Nuova Guinea. Ogni maschio di questa specie corteggia la femmina in un modo assai particolare: dopo essersi procurato un corto bastone, tenendolo con una zampa, lo batte ritmicamente sul terreno, di norma dopo essersi messo in posizione prominente. È pertanto un tam-tam anche il suo e, dato che si tratta di un’abitudine presente in ogni individuo maschio della specie, si ha ragione di ritenere che si tratti di un codice istintivo. Ciò non di meno, sia per le differenze tra un bastone e l’altro, sia per dove viene percosso, il suono prodotto dai vari individui risulta assai variabile e riconoscibile. È probabile che, proprio in base a questa variabilità, le femmine possano esercitare la loro scelta sessuale.

Sempre in tema di comunicazione acustica un altro caso, per ciò che c’interessa, assai significativo, è quello dei cosiddetti ratti-canguro (genere Diplodomys), piccoli roditori deserticoli che, per il grande sviluppo degli arti posteriori e, soprattutto, per l’atteggiamento e il modo di muoversi, superficialmente somigliano ai canguri veri. Battendo ritmicamente sul terreno una delle zampe posteriori i ratti-canguro emettono dei segnali che, in codice, comunicano informazioni di carattere minaccioso. Più precisamente, quei ratti possiedono un ben definito territorio e, quando escono dalla tana scavata sottoterra, tamburellando informano eventuali ratti passanti che è conveniente girare alla larga, altrimenti verranno aggrediti. È stato fatto, qualche anno fa, un singolare esperimento ritrasmettendo (la tecnica del playback) registrazioni di questi suoni emessi da vicini di tana o, in alternativa, da individui compiutamente estranei. Si è così potuto dimostrare che i ratti-canguro sanno perfettamente riconoscere, per sottili ma concrete differenze, i codici dei vicini, i “cari nemici”, da quelli degli estranei, che sarebbero i nemici veri. Si curano, infatti, ben poco del familiare tamburellare dei primi, mentre nel secondo caso assumono atteggiamenti allarmati e decisamente aggressivi.

Ho detto, fin qui, di riti e codici per buona parte istintivi, anche se in verità i ratti-canguro e i cacatua delle palme, a una base “a stretto controllo genetico”, aggiungono un tocco di individualismo e di discernimento tra l’altro funzionalmente essenziali. Un ulteriore e notevole passo avanti, a ogni modo, lo scopriremo affrontando il comportamento dei primati superiori.

“Non sono umani ma non sono nemmeno animali”, scrisse anni fa Adriaan Kortlandt, uno scienziato che di grandi scimmie se n’intendeva come pochi. Sia che si tratti di gorilla, scimpanzé o oranghi, è infatti facile intuire la loro parentela con noi umani, se li si osserva senza pregiudizi. Ce l’attestano la struttura corporea, le movenze, le espressioni facciali. Insomma, quel 90% abbondante di DNA che ci accomuna si fa sentire, eccome. Guardandoli ci specchiamo in loro leggendo la più antica delle storie, quella naturale. E ciò pone quesiti sulla nostra lontanissima origine, ci affascina e insieme ci sgomenta.

Mi piace, trattando della nostra “parentela allargata”, ma in special modo del gorilla, fare un tuffo nella leggenda evocando quella sempre attuale di King Kong, giocata proprio su questa ambiguità: fascino e, appunto, sgomento. Il primo film della serie, senz’altro il più coinvolgente, è del 1933, quando ancora della più grande scimmia si sapeva ben poco. E quel poco era quasi sempre errato. Basta pensare che il gorilla fu scoperto dalla scienza ufficiale solo nel 1847 e che il primo esibito in uno zoo fu possibile ammirarlo in Inghilterra nel 1855. Allora s’immaginava che i gorilla fossero ferocissimi. Un esploratore, Rupert Garner, per osservarne il comportamento fece la pensata, ora inimmaginabile, di costruire nella foresta una gabbia in cui poi si rinchiuse. E loro fuori, stupiti, a osservarlo. Oggi, invece, li si studia facendosi accettare, con pazienza e con sapienza, come membri aggiunti al loro gruppo. Un’avventura ormai vissuta da moltissimi etologi, che ci hanno lasciato descrizioni dettagliate sulla loro pacifica vita.

Niente di strano, pertanto, che la loro immagine, dai primi malamente conosciuti agli attuali, sia decisamente cambiata. Straordinaria è stata la sua evoluzione nella nostra cultura. E si tratta di un’evoluzione sicuramente non compiuta, perché tanto ci resta ancora da scoprire.

Penso a eventi recenti e ciò mi fa scegliere, in tema di codici, un esempio quanto mai esplicativo. Possediamo, infatti, un documento, brevi sequenze filmate, in cui, in una situazione naturale, è possibile studiare l’interazione di un gorilla femmina, Afrodite, con un’etologa. Una delle tante che hanno dedicato la vita allo studio di questi primati facendosi accettare alla periferia dei loro gruppi. I gorilla, va a finire, rapidamente smettono di temerle e interagiscono con loro. Le sequenze di quel filmato, che con i miei studenti ho analizzato nel dettaglio, perfino fotogramma per fotogramma, mostrano Afrodite mentre se ne sta in piedi sul ramo di un albero. L’etologa è sotto di lei, sul terreno. Forse non lo sapete, ma quello che è senz’altro il comportamento più noto dei maschi, battersi il petto con le mani, viene talora messo in atto anche dai piccoli e dalle femmine. E, infatti, Afrodite lo fa, ma non col minaccioso atteggiamento maschile, spesso preludio di una carica, bensì in modo pacato. Si tratta, tutto sommato, di un messaggio solo vagamente, o forse nemmeno più, aggressivo. E l’etologa, cogliendolo, risponde a modo suo battendo, con lo stesso ritmo, i palmi delle mani sulle cosce. Afrodite la guarda incuriosita, probabilmente divertita e le risponde battendosi ancora il petto. Inizia così un dialogo in codice, ma ciò che è straordinario è che la gorilla, dopo un po’ di questi scambi, smette di battersi il petto e quel suono in codice l’ottiene battendo le mani sul tronco dell’albero. Esattamente lo stesso ritmo. Stiamo straordinariamente assistendo allo slittamento, frutto di consapevolezza, di un comportamento in origine istintivo che si sta trasformando in una convenzione, in qualcosa di culturale. Un lessico nuovo e inventato che in qualche modo crea un ponte tra due individui di due specie diverse. Diverse sì, perché questo sono l’uomo e il gorilla, ma che qualcosa di comune, qualcosa di importante, pure ce l’hanno.

E questo qualcosa ora sappiamo, almeno in parte, che cos’è: sono i neuroni specchio, quelle speciali cellule nervose che consentono al cervello di riconoscere il significato degli atti compiuti da altri individui. Ebbene, questo è un aspetto, uno dei tanti, che sicuramente abbiamo in comune col gorilla, oltre che con tante altre specie, e non è cosa da poco.

Il caso di Afrodite, seppure assai significativo, rimane pur sempre circoscritto a un singolo individuo. Ben diverso invece è quello degli scimpanzé della riserva del fiume Gombe in Tanzania, che hanno, si potrebbe dire, fatto tornare di moda il tam-tam. E l’hanno fatto nel modo etologicamente più interessante. Da ragazzini, leggendo le storie dei cosiddetti pellerossa, oppure Tarzan l’uomo-scimmia, abbiamo appreso tutto sui codici rituali primitivi, che allora credevamo esclusivamente umani. Gli indigeni (allora si chiamavano così) ne avevano inventato, in Nordamerica, uno visivo, le nuvolette, calibrando il fuoco e il fumo, mentre in Africa c’era quel suono ritmico e, per gli esploratori, minaccioso. Misteriosi tamburi e mani nere ritmanti messaggi acustici.

E ora sappiamo che anche i gorilla e gli scimpanzé possono suonare, su base più o meno culturale, il tam-tam. Altri primitivi tamburi, dunque, e altre mani. Somiglianze e differenze. Ma prima occorre che descriva ciò che fanno gli scimpanzé del Gombe. S’avvicinano a certi alberi dalla base cava e, usando le mani posteriori (non per niente sono quadrumani), tambureggiano con ritmo preciso su quegli strumenti naturali. Lanciano, s’asserisce, informazioni a loro amici lontani. È molto probabile che avvisino del loro arrivo; è possibile, inoltre, che colui che trasmette si faccia, per lo stile personale, riconoscere come individuo.

Differenze rispetto al tam-tam degli umani: questi per tambureggiare costruiscono arnesi, gli scimpanzé no; gli umani usano gli arti anteriori, gli scimpanzé i posteriori. Penso inoltre che, più che probabilmente, molte differenze siano nascoste nei contenuti informativi, ma di questi sappiamo ancora troppo poco. Notevole, invece, è il fatto che, sicuramente, sia il tam-tam degli africani umani (dubito che esista ancora, al di là del folklore a uso dei turisti) sia quello degli scimpanzé rappresentano casi di ritualizzazione acustica compiutamente culturale.

Il caso degli scimpanzé è senz’altro, tra tutti, il più interessante perché si ritrova nel loro tam-tam un suggestivo parallelismo tra la comunicazione animale e quella umana primitiva. Quella fatta di colpi battuti, di nuvolette di fumo. Nella nostra specie il rito acustico, a ogni modo, presto si evolve inglobando parole. Il che mi consente un’osservazione maligna (di cui chiedo umilmente scusa). Ricordo, infatti, al proposito, due esempi negativi: nelle arene si tortura il toro mentre ritualmente si urla olè; negli stadi, invece, si insulta l’arbitro col rituale “scemo-scemo”. L’evoluzione culturale umana, purtroppo, anche di questi scherzi gioca. Gli scimpanzé, potrei concludere, fortunatamente non ci sono ancora arrivati. C’è chi pensa che non siano abbastanza intelligenti.

(Il testo è tratto da Danilo Mainardi, Nella mente degli animali, Cairo Editore, Milano 2006, pagine 254).

El Salvador, la violenza transfobica miete altre due vittime.

El Salvador, la violenza tranfobica miete altre due vittime.

Le politiche migratorie dell’Occidente corresponsabili delle stragi di persone non binarie in paesi con omofobia di Stato.

di Micol Mian, pubblicato da “Il grande colibri”.

L’inizio del 2019 conferma i pericoli vissuti dalla comunità LGBTQIA (lesbiche, gay, bisessuali, trans, queer, intersex e asessuali) salvadoregna, in un paese che già vive situazioni drammatiche: due donne transgender sono state uccise nel solo mese di febbraio, per una triste coincidenza a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, e gli attivisti si stanno organizzando per non lasciar cadere nel vuoto questa ennesima tragedia.

Violenza endemica
La popolazione salvadoregna, e quella LGBTQIA in particolare, non è purtroppo nuova agli spargimenti di sangue. El Salvador ha uno dei tassi di omicidio più alti del mondo e la violenza perpetrata dalle gang, e dalle forze dell’ordine che tentano di reprimerle, può essere assimilata a una vera e propria guerra intestina che causa imponenti migrazioni sia interne che esterne, come illustra dettagliatamente il rapporto di Human Rights Watch (Osservatorio sui diritti umani; HRW).

Se l’intero paese, con la sua storia insanguinata, reduce da decenni di massacri e crimini di guerra, soffre per le conseguenze disastrose di un problema anche politico che continua a esacerbarsi, a farne le spese in maniera più dolorosa sono, come spesso accade, soprattutto le fasce di popolazione più fragili e marginali. Già nel 2017 le Nazioni Unite hanno intrapreso un’indagine sull’alto tasso di omicidi di donne transgender, dimostrando come la popolazione LGBTQIA salvadoregna viva nella paura.

Lo stupro, la schiavitù sessuale e l’omicidio ai danni di donne, bambini e membri della comunità LGBTQIA non sono neanche prerogativa esclusiva delle gang, purtroppo: come sottolinea HRW, un’indagine giornalistica del 2017 ha rivelato l’esistenza di squadroni della morte all’interno di unità d’élite della polizia salvadoregna (riconosciuti colpevoli, tra le altre cose, di omicidi e aggressioni sessuali ai danni di molteplici giovani donne) e gli inviati delle Nazioni Unite hanno documentato il clima di minacce e intimidazioni creato dalle forze di sicurezza ai danni della popolazione LGBTQIA.

2 omicidi in 6 giorni
In questo quadro generale, è abbastanza evidente perché due omicidi a distanza tanto ravvicinata facciano pensare a qualcosa di più che a una triste coincidenza temporale. Nella copertura mediatica i due casi si sono fatti eco a vicenda e, complice anche un triste dato biografico, hanno dato nuovo impulso alle battaglie degli attivisti locali.

Il più recente dei due omicidi ha avuto luogo nella città di Sonsonate, nella parte orientale del paese: l’8 febbraio una giovane donna transgender di appena vent’anni, Lolita, è stata aggredita a colpi di machete da un gruppo di sconosciuti ed è morta in ospedale in seguito alle ferite. Ma è l’altro caso a risultare ancora più emblematico del groviglio di problemi e minacce a cui sono sottoposte le persone LGBTQIA nel Salvador.

La vittima, Camila, una trentenne lavoratrice del sesso, era scomparsa verso la fine di gennaio, mettendo in allarme gli attivisti dell’Asociación Solidaria para Impulsar el Desarrollo Humano (Associazione di solidarietà per promuovere lo sviluppo umano; ASPIDH), un gruppo salvadoregno di difesa delle persone transgender, che l’hanno infine trovata in un ospedale di San Salvador. A quanto risulta, la donna era stata rinvenuta in una strada poco trafficata nella periferia della capitale, ferita, ed è morta in ospedale qualche giorno dopo, il 3 febbraio, a causa delle percosse e delle ferite d’arma bianca.

Morte annunciata
Ciò che fa particolarmente scalpore, però, è che Camila sapeva di essere in pericolo e proprio per questo aveva cercato di fuggire dal paese: spaventata dalle minacce di morte ricevute dalle gang, nel 2018 si era unita a una delle carovane che partivano alla volta degli Stati Uniti. Una storia comune a molti migranti dell’America centrale, del resto, regione segnata da sconquassi politici particolarmente esplosivi in cui gli Stati Uniti hanno responsabilità fortissime. Raggiunta la destinazione, però, Camila è stata arrestata e rimpatriata nel Salvador, dove è andata incontro proprio al destino che stava cercando di evitare.

Questa storia getta una nuova luce sull’incubo dell’emigrazione LGBTQIA in America centrale, sottolineando come la transfobia e l’omofobia (che difficilmente viene accettata come motivazione per concedere lo status di rifugiato, come dimostra il caso di Camila) rappresentino davvero un rischio aggiuntivo per le persone che tentano di fuggire dai loro paesi.

Elemento, del resto, che diverse testimonianze avevano già messo in evidenza, come quella di Cristel, che in un rapporto di Amnesty International raccontava di essere fuggita proprio in seguito all’ultimatum di una gang: se non se ne fosse andata entro 24 ore, l’avrebbero uccisa. Simili ultimatum sono un tratto comune alle storie di molti migranti e, nel caso delle persone LGBTQIA, vanno spesso a sommarsi all’ostilità familiare e alla violenza pressoché identica perpetrata dalle forze dell’ordine.

Lo spettro dell’impunità
È proprio sul fronte legislativo che i gruppi LGBTQIA salvadoregni stanno cercando di agire, sulla coda di queste ultime violenze. Se, infatti, El Salvador negli ultimi anni ha tentato di compiere passi avanti nella difesa dei diritti istituendo il reato di crimine d’odio e rendendo tecnicamente possibile la punizione dei perpetratori di simili attacchi, la realtà è che dal 2015, anno in cui il reato è stato istituito, nessun caso è stato processato come tale e, stando ai dati di HRW, nessun omicidio di stampo omofobico o transfobico è finora risultato in una condanna.

Le associazioni LGBTQIA hanno presentato esposti alla polizia chiedendo di indagare sugli omicidi di Camila e Lolita e di prendere in considerazione l’elemento transfobico, ma secondo Washington Blade la polizia si è mostrata molto reticente al riguardo, rifiutando di classificare gli omicidi come crimini d’odio perché le morti hanno avuto luogo in ospedale e i referti non accennano al fatto che fossero vittime di violenza.

Ma, come sostiene il sito Gay Star News, la situazione è confusa e presenta risvolti ancora più inquietanti: secondo l’associazione LGBTI Presentes, infatti, alcuni testimoni dell’omicidio di Camila sosterrebbero che siano stati proprio degli agenti di polizia a prelevarla, picchiarla e scaricare il suo corpo a qualche chilometro di distanza da dove lavorava.

La speranza è che, nonostante la situazione convulsa, l’impegno degli attivisti permetta di segnare qualche passo verso il superamento dell’impunità e una sensibilizzazione non solo teorica a quella che resta una crisi umanitaria.

Parlo in nome…

Parlo in nome… 

Discorso di Thomas Sankara alle Nazioni Unite del  4 Ottobre 1984.

di Thomas Sankara, da thomassankara.net

“Presidente, Segretario generale, onorevoli rappresentanti della comunità internazionale. Vi porto i saluti fraterni di un paese di 274.000 chilometri quadrati in cui sette milioni di bambini, donne e uomini si rifiutano di morire di ignoranza, di fame e di sete, non riuscendo più a vivere nonostante abbiano alle spalle un quarto di secolo di esistenza come stato sovrano rappresentato alle Nazioni Unite.

Sono davanti a voi in nome di un popolo che ha deciso, sul suolo dei propri antenati, di affermare, d’ora in avanti, se stesso e farsi carico della propria storia – negli aspetti positivi quanto in quelli negativi – senza la minima esitazione.

Sono qui, infine, su mandato del Consiglio nazionale della rivoluzione (Cnr) del Burkina Faso, per esprimere il suo punto di vista sui problemi iscritti all’ordine del giorno, che costituiscono una tragica ragnatela di eventi che scuotono dolorosamente le fondamenta del nostro mondo alla fine di questo millennio. Un mondo dove l’umanità è trasformata in circo, lacerata da lotte fra i grandi e i meno grandi, attaccata da bande armate e sottoposta a violenze e saccheggi. Un mondo dove le nazioni agiscono sottraendosi alla giurisdizione internazionale, armando gruppi di banditi che vivono di ruberie e di altri sordidi traffici.

Non pretendo qui di affermare dottrine. Non sono un messia né un profeta; non posseggo verità. I miei obiettivi sono due: in primo luogo, parlare in nome del mio popolo, il popolo del Burkina Faso, con parole semplici, con il linguaggio dei fatti e della chiarezza; e poi, arrivare ad esprimere, a modo mio, la parola del “grande popolo dei diseredati”, di coloro che appartengono a quel mondo che viene sprezzantemente chiamato Terzo mondo. E dire, anche se non riesco a farle comprendere, le ragioni della nostra rivolta. È chiaro il nostro interesse per le Nazioni Unite, ed è nostro diritto essere qui con il vigore e il rigore derivanti dalla chiara consapevolezza dei nostri compiti.

Nessuno sarà sorpreso di vederci associare l’ex Alto Volta – oggi Burkina Faso – con questo insieme così denigrato che viene chiamato Terzo mondo, una parola inventata dal resto del mondo al momento dell’indipendenza formale per assicurarsi meglio l’alienazione sulla nostra vita intellettuale, culturale, economica e politica.

Noi vogliamo inserirci nel mondo senza giustificare comunque questo inganno della storia, né accettiamo lo status di “entroterra del sazio Occidente”. Affermiamo la nostra consapevolezza di appartenere a un insieme tricontinentale, ci riconosciamo come paese non allineato e siamo profondamente convinti che una solidarietà speciale unisca i tre continenti, Asia, America Latina ed Africa in una lotta contro gli stessi banditi politici e gli stessi sfruttatori economici.

Riconoscendoci parte del Terzo mondo vuol dire, parafrasando José Martí, “affermare che sentiamo sulla nostra guancia ogni schiaffo inflitto contro ciascun essere umano ovunque nel mondo”. Finora abbiamo porto l’altra guancia, gli schiaffi sono stati raddoppiati. Ma il cuore del cattivo non si è ammorbidito. Hanno calpestato le verità del giusto. Hanno tradito la parola di Cristo e trasformato la sua croce in mazza. Si sono rivestiti della sua tunica e poi hanno fatto a pezzi i nostri corpi e le nostre anime. Hanno oscurato il suo messaggio. L’hanno occidentalizzato, mentre per noi aveva un significato di liberazione universale. Ebbene, i nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi.

Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per vent’anni. Non ci sarà salvezza per noi al di fuori da questo rifiuto, né sviluppo fuori da una tale rottura. Tutti quei nuovi “intellettuali” emersi dal loro sonno – risvegliati dalla sollevazione di miliardi di uomini coperti di stracci, atterriti dalla minaccia di questa moltitudine guidata dalla fame che pesa sulla loro digestione – iniziano a riscrivere i propri discorsi, e ancora una volta ansiosamente cercano concetti miracolosi e nuove forme di sviluppo per i nostri paesi. Basta leggere i numerosi atti di innumerevoli forum e seminari per rendersene conto.

Non voglio certo ridicolizzare i pazienti sforzi di intellettuali onesti che, avendo gli occhi per vedere, scoprono le terribili conseguenze delle devastazioni che ci hanno imposto i cosiddetti “specialisti” dello sviluppo del Terzo mondo. Il mio timore è che i frutti di tanta energia siano confiscati dai Prospero di tutti i tipi che – con un giro della loro bacchetta magica – ci rimandano in un mondo di schiavitù in abiti moderni.

Questo mio timore è tanto più giustificato in quanto l’istruita piccola borghesia africana – se non quella di tutto il Terzo mondo – non è pronta a lasciare i propri privilegi, per pigrizia intellettuale o semplicemente perché ha assaggiato lo stile di vita occidentale. Così, questi nostri piccolo borghesi dimenticano che ogni vera lotta politica richiede un rigoroso dibattito, e rifiutano lo sforzo intellettuale per inventare concetti nuovi che siano all’altezza degli assalti assassini che ci attendono. Consumatori passivi e patetici, essi sguazzano nella terminologia che l’Occidente ha reso un feticcio, proprio come sguazzano nel whisky e nello champagne occidentali in salotti dalle luci soffuse.

Dopo i concetti di negritudine o di personalità africana, segnati ormai dal tempo, risulta vana la ricerca di idee veramente nuove prodotte dai cervelli dei nostri “grandi” intellettuali. Il nostro vocabolario e le nostre idee hanno un’altra provenienza. I nostri professori, i nostri ingegneri ed economisti si accontentano di aggiungervi semplicemente un po’ di colore – perché spesso le sole cose che si sono riportati indietro dalle università europee sono le lauree e i loro eleganti aggettivi e superlativi!

È al tempo stesso necessario e urgente che i nostri esperti e chi lavora con la penna imparino che non esiste uno scrivere neutro. In questi tempi burrascosi non possiamo lasciare ai nemici di ieri e di oggi alcun monopolio sul pensiero, sull’immaginazione e sulla creatività. Prima che sia troppo tardi – ed è già tardi – questa élite, questi uomini dell’Africa, del Terzo mondo, devono tornare a casa davvero, cioè tornare alla loro società e alla miseria che abbiamo ereditato, per comprendere non solo che la lotta per un’ideologia al servizio dei bisogni delle masse diseredate non è vana, ma che possono diventare credibili a livello internazionale solo divenendo autenticamente creativi, ritraendo un’immagine veritiera dei propri popoli. Un’immagine che gli permetta di realizzare dei cambiamenti profondi delle condizioni politiche e sociali e che strappi i nostri paesi dal dominio e dallo sfruttamento stranieri che lasciano i nostri stati nella bancarotta come unica prospettiva.

È questo che noi, popolo burkinabé, abbiamo capito la notte del 4 agosto 1983, quando le prime stelle hanno iniziato a scintillare nel cielo della nostra terra. Abbiamo dovuto guidare la rivolta dei contadini che vivevano piegati in due in una campagna insidiata dal deserto che avanza, abbandonata e stremata dalla sete e dalla fame. Abbiamo dovuto indirizzare la rivolta delle masse urbane prive di lavoro, frustrate e stanche di vedere le limousine guidate da élite governative estraniate che offrivano loro solo false soluzioni concepite da cervelli altrui. Abbiamo dovuto dare un’anima ideologica alle giuste lotte delle masse popolari che si mobilitavano contro il mostro dell’imperialismo. Abbiamo dovuto sostituire per sempre i brevi fuochi della rivolta con la rivoluzione, lotta permanente ad ogni forma di dominazione.

Prima di me, altri hanno spiegato, e senza dubbio altri spiegheranno ancora, quanto è cresciuto l’abisso fra i popoli ricchi e quelli la cui prima aspirazione è saziare la propria fame e calmare la propria sete, e sopravvivere seguendo e conservando la propria dignità. Ma è al di là di ogni immaginazione la quantità di “derrate dei poveri che sono andate a nutrire il bestiame dei nostri ricchi!”

Lo stato che era chiamato Alto Volta è stato uno degli esempi più lampanti di questo processo. Eravamo l’incredibile concentrato, l’essenza di tutte le tragedie che da sempre colpiscono i cosiddetti paesi in via di sviluppo. Lo testimonia in modo eloquente l’esempio dell’aiuto estero, tanto sbandierato e presentato, a torto, come la panacea. Pochi paesi sono stati inondati come il Burkina Faso da ogni immaginabile forma di aiuto. Teoricamente, si suppone che la cooperazione debba lavorare in favore del nostro sviluppo. Nel caso dell’Alto Volta, potevate cercare a lungo e invano una traccia di qualunque cosa si potesse chiamare sviluppo. Chi è al potere, per ingenuità o per egoismo di classe non ha potuto o voluto controllare questo afflusso dall’esterno, e orientarlo in modo da rispondere alle esigenze del nostro popolo.

Analizzando una tabella pubblicata nel 1983 dal Club del Sahel, con notevole buon senso Jacques Giri concludeva nel suo libro “Il Sahel domani” che, per i suoi contenuti e i meccanismi che ne reggono il funzionamento, l’aiuto al Sahel era un aiuto alla mera sopravvivenza. Solo il 30%, sottolinea Giri, di questo aiuto permette al Sahel di vivere. Secondo Giri, il solo obiettivo dell’aiuto estero è continuare a sviluppare settori non produttivi, imporre pesi insopportabili ai nostri magri bilanci, disorganizzare le campagne, aumentare il deficit della nostra bilancia commerciale, accelerare il nostro indebitamento.

Pochi dati bastano a descrivere l’ex Alto Volta. Un paese di sette milioni di abitanti, più di sei milioni dei quali sono contadini; un tasso di mortalità infantile stimato al 180 per mille; un’aspettativa di vita media di soli 40 anni; un tasso di analfabetismo del 98%, se definiamo alfabetizzato colui che sa leggere, scrivere e parlare una lingua; un medico ogni 50.000 abitanti; un tasso di frequenza scolastica del 16%; infine un prodotto interno lordo pro capite di 53.356 franchi CFA, cioè poco più di 100 dollari per abitante. La diagnosi era cupa ai nostri occhi. La causa della malattia era politica. Solo politica poteva dunque essere la cura. Naturalmente incoraggiamo l’aiuto che ci aiuta a superare la necessità di aiuti. Ma in generale, la politica dell’aiuto e dell’assistenza internazionale non ha prodotto altro che disorganizzazione e schiavitù permanente, e ci ha derubati del senso di responsabilità per il nostro territorio economico, politico e culturale.

Abbiamo scelto di rischiare nuove vie per giungere ad una maggiore felicità. Abbiamo scelto di applicare nuove tecniche e stiamo cercando forme organizzative più adatte alla nostra civiltà, respingendo duramente e definitivamente ogni forma di diktat esterno, al fine di creare le condizioni per una dignità pari al nostro valore. Respingere l’idea di una mera sopravvivenza e alleviare le pressioni insostenibili; liberare le campagne dalla paralisi e dalla regressione feudale; democratizzare la nostra società, aprire le nostre anime ad un universo di responsabilità collettiva, per osare inventare l’avvenire. Smontare l’apparato amministrativo per ricostruire una nuova immagine di dipendente statale; fondere il nostro esercito con il popolo attraverso il lavoro produttivo avendo ben presente che senza un’educazione politica patriottica, un militare non è nient’altro che un potenziale criminale. Questo è il nostro programma politico.

Dal punto di vista della pianificazione economica, stiamo imparando a vivere con modestia e siamo pronti ad affrontare quell’austerità che ci siamo imposti per poter sostenere i nostri ambiziosi progetti. Già ora, grazie a un fondo di solidarietà nazionale alimentato da contributi volontari, stiamo cominciando a trovare risposte all’enorme problema della siccità. Abbiamo sostenuto ed applicato i principi di Alma Ata aumentando il nostro livello dei servizi sanitari di base. Abbiamo fatto nostra come politica di stato la strategia del GOBI FFF consigliata dall’UNICEF; pensiamo che le Nazioni Unite dovrebbero utilizzare il proprio ufficio nel Sahel per elaborare piani a medio e lungo termine che permettano ai paesi che soffrono per la siccità di raggiungere l’autosufficienza alimentare.

In vista del XXI secolo abbiamo lanciato una grande campagna per l’educazione e la formazione dei nostri bambini in un nuovo tipo di scuola, finanziato da una sezione speciale della nostra lotteria nazionale “istruiamo i nostri bambini”. E, grazie al lavoro dei Comitati per la difesa della rivoluzione, abbiamo lanciato un vasto progetto di costruzione di case pubbliche (500 in cinque mesi), strade, piccoli bacini idrici ecc. Il nostro obiettivo economico è creare una situazione in cui ogni burkinabé possa impiegare le proprie braccia ed il proprio cervello per produrre abbastanza da garantirsi almeno due pasti al giorno ed acqua potabile.

Promettiamo solennemente che d’ora in avanti nulla in Burkina Faso sarà portato avanti senza la partecipazione dei burkinabé. D’ora in avanti, saremo tutti noi a ideare e decidere tutto. Non permetteremo altri attentati al nostro pudore e alla nostra dignità.

Rafforzati da questa convinzione, vorremmo abbracciare con le nostre parole tutti quelli che soffrono e la cui dignità è calpestata da un pugno di uomini o da un sistema oppressivo.

Chi mi ascolta mi permetta di dire che parlo non solo in nome del mio Burkina Faso, tanto amato, ma anche di tutti coloro che soffrono in ogni angolo del mondo. Parlo in nome dei milioni di esseri umani che vivono nei ghetti perché hanno la pelle nera o perché sono di culture diverse, considerati poco più che animali. Soffro in nome degli Indiani d’America che sono stati massacrati, schiacciati, umiliati e confinati per secoli in riserve così che non potessero aspirare ad alcun diritto e la loro cultura non potesse arricchirsi con una benefica unione con le altre, inclusa quella dell’invasore. Parlo in nome di quanti hanno perso il lavoro, in un sistema che è strutturalmente ingiusto e congiunturalmente in crisi, ridotti a percepire della vita solo il riflesso di quella dei più abbienti.

Parlo in nome delle donne del mondo intero, che soffrono sotto un sistema maschilista che le sfrutta. Per quel che ci riguarda siano benvenuti tutti i suggerimenti, di qualunque parte del mondo, circa i modi per favorire il pieno sviluppo della donna burkinabé. In cambio, possiamo condividere con tutti gli altri paesi la nostra esperienza positiva realizzata con le donne ormai presenti ad ogni livello dell’apparato statale e in tutti gli aspetti della vita sociale burkinabé. Le donne in lotta proclamano all’unisono con noi che lo schiavo che non organizza la propria ribellione non merita compassione per la sua sorte. Questo schiavo è responsabile della sua sfortuna se nutre qualche illusione quando il padrone gli promette libertà. La libertà può essere conquistata solo con la lotta e noi chiamiamo tutte le nostre sorelle di tutte le razze a sollevarsi e a lottare per conquistare i loro diritti.

Parlo in nome delle madri dei nostri paesi impoveriti che vedono i loro bambini morire di malaria o di diarrea e che ignorano che esistono per salvarli dei mezzi semplici che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo piuttosto investire nei laboratori cosmetici, nella chirurgia estetica a beneficio dei capricci di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di calorie nei pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel. Questi mezzi semplici raccomandati dall’OMS e dall’UNICEF abbiamo deciso di adottarli e diffonderli.

Parlo, anche, in nome dei bambini. Di quel figlio di poveri che ha fame e guarda furtivo l’abbondanza accumulata in una bottega dei ricchi. Il negozio è protetto da una finestra di spesso vetro; la finestra è protetta da inferriate; queste sono custodite da una guardia con elmetto, guanti e manganello, messa là dal padre di un altro bambino che può, lui, venire a servirsi, o piuttosto, essere servito, giusto perché ha credenziali garantite dalle regole del sistema capitalistico.

Parlo in nome degli artisti – poeti, pittori, scultori, musicisti, attori – che vedono la propria arte prostituita per le alchimie dei businessman dello spettacolo. Grido in nome dei giornalisti ridotti sia al silenzio che alla menzogna per sfuggire alla dura legge della disoccupazione. Protesto in nome degli atleti di tutto il mondo i cui muscoli sono sfruttati dai sistemi politici o dai moderni mercanti di schiavi.

Il mio paese è la quintessenza di tutte le disgrazie dei popoli, una sintesi dolorosa di tutte le sofferenze dell’umanità, ma anche e soprattutto una sintesi delle speranze derivanti dalla nostra lotta. Ecco perché ci sentiamo una sola persona con i malati che scrutano ansiosamente l’orizzonte di una scienza monopolizzata dai mercanti d’armi. Il mio pensiero va a tutti coloro che sono colpiti dalla distruzione della natura e ai trenta milioni di persone che muoiono ogni anno abbattute da quella terribile arma chiamata fame.

Come militare non posso dimenticare il soldato che obbedisce agli ordini, il dito sul grilletto e che sa che la pallottola che sta per partire porta solo un messaggio di morte. Parlo con indignazione a nome dei palestinesi, che un’umanità disumana ha scelto di sostituire con un altro popolo, solo ieri martirizzato. Il mio pensiero va al valoroso popolo palestinese, alle famiglie frantumate che vagano per il mondo in cerca di asilo. Coraggiosi, determinati, stoici e instancabili, i palestinesi ricordano alla coscienza umana la necessità e l’obbligo morale di rispettare i diritti di un popolo: i palestinesi, con i loro fratelli ebrei, si oppongono al sionismo.

Sono al fianco dei miei fratelli soldati dell’Iran e dell’Iraq che muoiono in una guerra fratricida e suicida, come sono vicino ai compagni del Nicaragua, i cui porti minati e i villaggi bombardati affrontano il loro destino con tanto coraggio e lucidità. Soffro con tutti i latinoamericani che faticano e lottano sotto i predatori dell’imperialismo. Sono a fianco dei popoli dell’Afghanistan e dell’Irlanda, di Grenada e di Timor Est, tutti alla ricerca di una serenità ispirata dalla loro dignità e dalle leggi della propria cultura. Parlo qui in nome di tutti coloro che cercano invano una tribuna davvero mondiale dove far sentire la propria voce ed essere presi in considerazione realmente. Molti mi hanno preceduto su questo palco e altri seguiranno. Però solo alcuni prenderanno le decisioni. Eppure, qui ufficialmente siamo tutti uguali.

Bene, mi faccio portavoce di tutti coloro che invano cercano un’arena dalla quale essere ascoltati. Sì, vorrei parlare in nome di tutti gli “abbandonati del mondo”, perché sono un uomo e niente di quello che è umano mi è estraneo. La nostra rivoluzione in Burkina Faso abbraccia le sfortune di tutti i popoli; vuole ispirarsi alla totalità delle esperienze umane dall’inizio del mondo. Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo e di tutte le lotte di liberazione dei popoli del Terzo mondo. I nostri occhi guardano ai profondi sconvolgimenti che hanno trasformato il mondo. Traiamo insegnamenti dalla rivoluzione americana, le lezioni della sua vittoria contro la dominazione coloniale e le conseguenze della sua vittoria. Facciamo nostra la dottrina della non ingerenza degli europei negli affari americani e degli americani negli affari europei. Ciò che Monroe proclamava nel 1823 “l’America agli Americani”, oggi viene da noi ripreso affermando “l’Africa agli Africani” e “il Burkina Faso ai Burkinabé”. La rivoluzione francese del 1789, distruggendo le basi dell’assolutismo, ci ha insegnato l’intimo legame che esiste fra diritti umani e diritti dei popoli alla libertà. La grande rivoluzione d’ottobre del 1917 ha trasformato il mondo, portato il proletariato alla vittoria, scosso le fondamenta del capitalismo e realizzato i sogni di giustizia della comune di Parigi.

Aperti a tutti i venti di volontà dei popoli e delle loro rivoluzioni, ad avendo appreso anche la lezione di alcuni terribili fallimenti che hanno portato a tragiche violazioni dei diritti umani, vogliamo prendere da ogni rivoluzione solo il suo nocciolo di purezza che ci impedisce di diventare schiavi della realtà di altri, anche quando, dal punto di vista ideologico, ci ritroviamo con interessi comuni.

Signor presidente, questo inganno non è più possibile. Il nuovo ordine economico mondiale per cui stiamo lottando e continueremo a lottare può essere raggiunto solo se saremo capaci di fare a pezzi il vecchio ordine che ci ignora; se occuperemo il posto che ci spetta nell’organizzazione politica internazionale e se, data la nostra importanza nel mondo, otterremo il diritto di essere parte delle discussioni e delle decisioni che riguardano i meccanismi regolatori del commercio, dell’economia e del sistema monetario su scala mondiale. Il nuovo ordine economico internazionale non può che affiancarsi a tutti gli altri diritti dei popoli, – diritto all’indipendenza, all’autodeterminazione nelle forme e strutture di governo – come il diritto allo sviluppo. Come tutti gli altri diritti dei popoli può essere conquistato solo nella lotta e attraverso la lotta dei popoli. Non sarà mai il risultato di un atto di generosità di qualche grande potenza.

Continuo a nutrire un’incrollabile fiducia – condivisa dalla grande comunità dei paesi non allineati – che sotto le grida di dolore dei nostri popoli, il nostro gruppo manterrà la sua coesione, rafforzerà il suo potere di negoziazione collettivo, troverà alleati fra tutte le nazioni, e insieme a quelli che ci possono ascoltare, inizierà ad organizzare un sistema di relazioni economiche internazionali realmente nuovo.

Signor Presidente, ho accettato di parlare in questa illustre assemblea perché, malgrado tutte le critiche che le sono rivolte da alcuni dei membri più importanti, le Nazioni Unite rimangono un forum ideale per le nostre richieste, un luogo indispensabile di legittimità per tutti i paesi senza voce.

È questo giustamente ciò che il Segretario Generale dell’Onu vuole significare quando scrive: “L’organizzazione delle Nazioni Unite è unica nel senso che riflette le aspirazioni e le frustrazioni di numerosi paesi e raggruppamenti in tutto il mondo. Uno dei maggiori meriti dell’Onu è che tutte le nazioni, incluse quelle oppresse e vittime dell’ingiustizia” – sta parlando di noi – “anche quando devono fronteggiare la dura realtà del potere, possono venire e trovare una tribuna dove essere ascoltati. Una giusta causa può anche incontrare opposizione o indifferenza, ma troverà comunque una eco presso le Nazioni Unite; tale caratteristica non è sempre stata apprezzata, tuttavia è fondamentale”. Non ci può essere migliore definizione del senso e del significato della nostra organizzazione.

C’è quindi la necessità urgente che ciascuno di noi lavori per consolidare le fondamenta dell’Onu e per attribuirgli i mezzi necessari all’azione. Adottiamo quindi le proposte fatte dal Segretario generale perché possiamo aiutare la nostra organizzazione a superare i numerosi ostacoli che i grandi poteri le oppongono con tanta solerzia per screditarla agli occhi dell’opinione pubblica.

Signor presidente, riconosciuti i meriti, benché limitati, della nostra organizzazione, non posso che essere lieto dell’arrivo di nuovi membri. La delegazione burkinabé dà quindi il benvenuto al 159° membro della nostra organizzazione, lo stato del Brunei Darussalam. A causa della follia di coloro che, per la stravaganza del destino, hanno in mano la leadership del mondo, il Movimento dei non allineati – di cui, mi auguro, il Brunei Darussalam farà presto parte – ha l’obbligo di considerare la lotta per il disarmo un obiettivo permanente, come presupposto essenziale del nostro diritto allo sviluppo.

A nostro parere, dobbiamo analizzare con cura tutti gli elementi che hanno portato alle calamità che hanno afflitto il mondo. In questo senso, il presidente Fidel Castro esprimeva in modo mirabile il nostro punto di vista quando, nel 1979, all’apertura del Sesto summit dei non allineati, dichiarava: “Trecento miliardi di dollari sono sufficienti a costruire 600.000 scuole all’anno per 400 milioni di bambini; oppure 60 milioni di case confortevoli per 300 milioni di persone; oppure 30.000 ospedali con 18 milioni di letti; oppure 20.000 fabbriche che possono dare lavoro a 20 milioni di lavoratori; oppure a rendere possibile l’irrigazione di 150 milioni di ettari di terra che, con adeguate scelte tecniche, possono produrre cibo per un miliardo di persone…”. Se moltiplichiamo queste cifre per dieci – e sono sicuro che rimarremmo al di sotto della realtà di spesa odierna – ci rendiamo conto di quanto l’umanità sperperi ogni anno nel settore militare a scapito della pace.

Ecco perché l’indignazione delle masse si trasforma rapidamente in rivolta e in rivoluzione contro le briciole che vengono loro gettate sotto la forma insultante degli “aiuti”, aiuti spesso legati a condizioni francamente spregevoli. Si può comprendere infine perché il nostro impegno per lo sviluppo ci chiede di essere dei combattenti per la pace, sempre.

Promettiamo dunque di lottare per sciogliere le tensioni e introdurre nelle relazioni internazionali principi degni di un modo di vivere civile, estendendoli a tutte le regioni del mondo. Ciò significa che non possiamo continuare a vendere passivamente parole. Riaffermiamo la nostra determinazione ad essere proponenti attivi di pace, ad assumere il nostro posto nella lotta per il disarmo, e infine ad agire come fattori decisivi nella politica internazionale, liberi dal controllo delle superpotenze, qualunque piano esse possano avere.

La ricerca della pace va di pari passo con la realizzazione dei diritti dei paesi all’indipendenza, dei popoli alla libertà e delle nazioni all’autodeterminazione. In questo senso il premio più miserabile e terribile – sì, terribile – va assegnato al Medio Oriente, in termini di arroganza, insolenza e incredibile ostinazione, ad un piccolo paese, Israele, che da più di venti anni con l’inqualificabile complicità della sua potenza protettrice, gli Stati Uniti, continua a sfidare la comunità internazionale. Beffa della storia, che solo ieri consegnava gli ebrei all’orrore delle camere a gas, Israele infligge ora agli altri la sofferenza che ieri fu sua. Israele, il cui popolo amiamo per il suo coraggio e i sacrifici del passato, deve sapere che le condizioni della propria tranquillità non possono essere raggiunte con la forza delle armi finanziate dall’estero. Israele deve imparare a diventare una nazione come le altre e con le altre. Oggi, da questo podio, affermiamo la nostra solidarietà attiva e militante con gli uomini e le donne dello splendido combattivo popolo palestinese, e ci rincuoriamo sapendo che nessuna sofferenza dura per sempre.

Signor Presidente, quanto alla situazione politica ed economica dell’Africa, nutriamo una profonda preoccupazione per le pericolose sfide che vengono lanciate ai diritti dei nostri popoli, da parte di alcuni paesi che, sicuri delle proprie alleanze, si fanno beffe dell’etica internazionale. Naturalmente, abbiamo il diritto di rallegrarci per la decisione di ritirare le truppe straniere dal Ciad affinché gli abitanti di questo paese, liberi da ingerenze esterne, possano cercare tra loro nuove vie per porre fine a questa guerra fratricida e, dare al popolo che piange da molte stagioni, i mezzi per asciugarsi le lacrime.

Tuttavia, malgrado alcuni progressi registrati dai popoli africani nelle lotte all’emancipazione economica, il nostro continente continua a riflettere la realtà essenziale delle contraddizioni tra le superpotenze, a portare il peso delle intollerabili e apparentemente infinite tribolazioni del mondo contemporaneo. Riteniamo inaccettabile e condanniamo incondizionatamente il destino dispensato al popolo del Sahara occidentale dal regno del Marocco che ricorre a tattiche dilatorie per rinviare il momento inevitabile della restituzione, che il volere del popolo Saharawi imporrà. Dopo aver visitato personalmente le regioni liberate dai Saharawi, mi è chiaro che nulla potrà impedire il cammino verso la liberazione totale del paese sotto la guida militante e lungimirante del Fronte Polisario.

Signor Presidente, non parlerò a lungo della questione di Mayotte e delle isole dell’arcipelago Malagasy (Madagascar). Quando le cose sono ovvie, e quando i principi sono chiari, non c’è bisogno di elaborarli. Mayotte appartiene alle Isole Comore; le isole dell’arcipelago al Madagascar.

In America Latina, salutiamo l’iniziativa del gruppo di Contadora che costituisce un passo positivo nella ricerca di una giusta soluzione per una situazione esplosiva. Il comandante Daniel Ortega, a nome del popolo rivoluzionario del Nicaragua, ha fatto qui proposte concrete ed ha posto questioni di fondo a chi di dovere. Aspettiamo di vedere la pace nel suo paese e in tutta l’America centrale il prossimo 15 ottobre e dopo il 15 ottobre, e prendiamo l’opinione pubblica mondiale a testimone di ciò.

Come abbiamo condannato l’aggressione straniera nell’isola di Grenada, condanniamo tutte le invasioni; ecco perché non possiamo tacere di fronte all’invasione armata dell’Afghanistan.

C’è una questione particolare di una tale gravità da richiedere a ognuno di noi una posizione franca e ferma. Si tratta, potete immaginarlo, del Sudafrica. L’incredibile insolenza che questo paese ha per tutte le nazioni del mondo, incluse quelle che sostengono il suo sistema terroristico volto a liquidare fisicamente la maggioranza nera di questo paese, e il disprezzo con cui accoglie tutte le risoluzioni dell’Assemblea generale costituiscono una delle preoccupazioni maggiori del mondo contemporaneo.

Ma la cosa più tragica non è che il Sudafrica sia accusato dall’intera comunità internazionale per le sue leggi apartheid, né che continui illegalmente a tenere la Namibia sotto il suo stivale colonialista e razzista, o che sottometta impunemente i suoi vicini alla legge del banditismo. No, la cosa più deprecabile e umiliante per la coscienza umana è che sia divenuta una “banalità” la miseria di milioni di esseri umani che per difendersi non hanno altro che il loro petto e l’eroismo delle loro mani nude. Certa di poter contare sulla complicità delle grandi potenze, sul coinvolgimento attivo di alcune di queste e sulla collaborazione di qualche triste leader africano, la minoranza bianca non si vergogna a deridere i sentimenti dei popoli che nel mondo ritengono intollerabile la crudeltà che ha corso legale in Sudafrica.

Un tempo si sarebbero formate brigate internazionali per difendere l’onore delle nazioni la cui dignità era minacciata. Oggi, malgrado le ferite purulente che tutti abbiamo sopportato, votiamo risoluzioni che hanno come unico potere, ci viene detto, di portare alla ragione un Paese di pirati che “distrugge il sorriso come la grandine abbatte i fiori”.

Signor presidente, presto ricorrerà il 150° anniversario dell’emancipazione degli schiavi dell’impero britannico. La mia delegazione sostiene la proposta avanzata da Antigua e Barbuda di commemorare con solennità questo evento così importante per i paesi africani e per tutti i neri. A nostro avviso, tutto quello che potrà essere fatto, detto e organizzato nel corso delle cerimonie commemorative dovrebbe sottolineare il terribile prezzo pagato dall’Africa e dagli africani allo sviluppo della civiltà umana. Un prezzo pagato senza ricevere nulla in cambio e che spiega senza alcun dubbio la tragedia attualmente in corso nel nostro continente. È il nostro sangue che ha nutrito le radici del capitalismo, provocando la nostra attuale dipendenza e consolidando il nostro sottosviluppo. La verità non può più essere nascosta da cifre addomesticate. Dei neri deportati nelle piantagioni, molti sono morti o sono rimasti mutilati. Per non parlare della devastazione cui è stato sottoposto il nostro continente e delle sue conseguenze.

Signor presidente, se il mondo, grazie a Lei e al nostro Segretariato generale, si convincerà, in occasione di questo anniversario, di tale verità, comprenderà poi perché, con tutti noi stessi, vogliamo la pace fra le nazioni e perché sosteniamo e proclamiamo il nostro diritto allo sviluppo nell’uguaglianza assoluta attraverso l’organizzazione e la ridistribuzione delle risorse umane.

Dal momento che tra tutte le razze umane apparteniamo a quelle che hanno sofferto di più, noi burkinabé abbiamo giurato di non accettare d’ora in avanti la più piccola ingiustizia nel più piccolo angolo del mondo. È il ricordo della nostra sofferenza che ci pone vicino all’OLP contro le bande armate israeliane, che ci fa sostenere l’African National Congress (ANC) e la South West Africa People’s Organization (SWAPO), ritenendo intollerabile la presenza sul suolo sudafricano di uomini “bianchi” che distruggono il mondo in nome del loro colore. Infine, è sempre questo ricordo che ci fa riporre nell’Organizzazione delle Nazioni Unite una fiducia profonda in un dovere comune, in un compito comune per una comune speranza.

Chiediamo di intensificare la campagna per la liberazione di Nelson Mandela affinché possa essere qui con noi nella prossima sessione dell’Assemblea generale, testimone del trionfo della nostra dignità collettiva. Chiediamo che, in ricordo delle nostre sofferenze e nel segno del perdono collettivo, sia creato un Premio internazionale della riconciliazione umana, da assegnare a chi contribuirà alla difesa dei diritti umani. Proponiamo che il budget destinato alle ricerche spaziali sia tagliato dell’1%, per devolvere la cifra corrispondente alla ricerca sulla salute e al ripristino dell’ambiente umano perturbato da tutti questi fuochi d’artificio nocivi all’ecosistema.

Proponiamo anche di rivedere tutta la struttura delle Nazioni Unite per porre fine allo scandalo costituito dal diritto di veto. È vero che certi effetti più diabolici del suo abuso sono stati controbilanciati dalla vigilanza di alcuni fra gli stati che detengono il veto. Tuttavia, nulla può giustificare un tale diritto, né le dimensioni di un paese né la sua ricchezza.

Alcuni difendono tale iniquità sostenendo che essa si giustifica con il prezzo pagato durante la Seconda guerra mondiale. Ma sappiano, questi paesi, che anche noi abbiamo avuto uno zio o un padre che, come migliaia di altri innocenti, sono stati strappati dal Terzo mondo e inviati a difendere i diritti calpestati dalle orde di Hitler. Anche la nostra carne porta i solchi delle pallottole naziste. Mettiamo fine all’arroganza delle grandi potenze che non perdono occasione per rimettere in questione i diritti degli altri popoli. L’assenza dell’Africa dal club di quelli che hanno il diritto di veto è ingiusta e deve finire.

La mia delegazione non avrebbe assolto al suo compito se non avesse chiesto la sospensione di Israele e l’espulsione del Sudafrica dalle Nazioni Unite. Quando, con il tempo, questi paesi avranno compiuto le trasformazioni necessarie a renderli ammissibili nella comunità internazionale, ognuno di noi, e il mio paese per primo, darà loro il benvenuto e guiderà i loro primi passi.

Vogliamo riaffermare la nostra fiducia nelle Nazioni Unite. Siamo loro grati per il lavoro compiuto dalle loro agenzie in Burkina Faso e per la loro presenza al nostro fianco mentre stiamo attraversando tempi difficili. Siamo anche grati ai membri del Consiglio di Sicurezza per averci concesso di presiedere il lavoro del Consiglio per due volte quest’anno. Possiamo solo augurarci che questo Consiglio adotterà e applicherà il principio della lotta contro lo sterminio per fame di 30 milioni di esseri umani ogni anno, una distruzione maggiore di quella di una guerra nucleare.

La mia fiducia in questa organizzazione mi porta a ringraziare il Segretario generale Xavier Pérez de Cuellar, per la sua visita in Burkina, durante la quale ha potuto toccare con mano la dura realtà della nostra esistenza, e farsi un quadro fedele dell’aridità del Sahel e della tragedia del deserto che avanza. Non potrei terminare senza rendere omaggio alle eccellenti qualità del nostro presidente (Paul Lusaka dello Zambia) capace di condurre questa 39ª sessione con la saggezza che gli riconosciamo.

Signor presidente, ho viaggiato per migliaia di chilometri. Sono venuto qui per chiedere a ciascuno di voi di unirvi in uno sforzo comune perché abbia fine l’arroganza di chi ha torto, svanisca il triste spettacolo dei bambini che muoiono di fame, sia spazzata via l’ignoranza, vinca la legittima rivolta dei popoli, e tacciano finalmente i suoni di guerra, e che infine si lotti con una volontà comune per la sopravvivenza dell’umanità. Cantiamo insieme con il grande poeta Novalis: “Presto le stelle ritorneranno a visitare la terra che lasciarono durante l’era dell’oscurità; il sole depositerà il suo spettro severo e tornerà ad essere una stella fra le stelle, tutte le razze del mondo torneranno nuovamente insieme; dopo una lunga separazione, le famiglie rese un tempo orfane saranno riunificate e ogni giorno sarà un giorno di riunificazione e di rinnovati abbracci; poi gli abitanti dei tempi antichi torneranno sulla terra, in ogni tomba si riaccenderanno le spente ceneri; dappertutto le fiamme della vita bruceranno di nuovo, le antiche dimore saranno ricostruite, i tempi antichi rinasceranno e la storia sarà il sogno di un presente esteso all’eternità.

La patrie ou la mort, nous vaincrons!”

“Con tutto il mondo da rivendicare, senza alcun limite”

“Con tutto il mondo da rivendicare, senza alcun limite”

Con “Orlando” Virginia Woolf ci insegna la libertà di essere noi stess*.

di Giuseppe Porrovecchio, pubblicato su thevision.com 

Tilda Swinton nel film “Orlando” del 1992, diretto da Sally Potter e ispirato al romanzo della Woolf.

Fu a una cena organizzata a Londra dal cognato Clive Bell che Virginia Woolf incontrò per la prima volta Vita Sackeville-West, il 14 dicembre del 1922. “Non un granché per i miei gusti più severi, florida, baffuta, variopinta come un pappagallino, con tutta la disinvolta grazia dell’aristocrazia, ma priva del genio dell’artista”, annotò Woolf sul proprio diario, mentre Vita scrisse al marito Harold Nicolson di essere rimasta stregata dalla scrittrice: “Semplicemente adoro Virginia Woolf, e lo faresti anche tu. Cadresti stecchito davanti al suo fascino e alla sua personalità”.

Il mese dopo, Woolf invitò Vita nella sua casa a Richmond per mostrarle la Hogarth Press, la piccola casa editrice che aveva fondato insieme al marito Leonard attraverso la quale stampava brevi opere, come La terra desolata di T. S. Eliot. Fu dopo averle chiesto di contribuire con un testo inedito e aver ricevuto Seduttori in Ecuador, che l’autrice cominciò a considerarla con un’ammirazione e un rispetto del tutto nuovi. A parte qualche lettera e sporadiche visite reciproche, l’amicizia tra le due esplose però solo nel dicembre del 1925, quando il marito di Vita venne inviato dal Foreign Office alla Legazione Britannica di Teheran e Woolf soggiornò per tre giorni a Long Barn, dall’amica.

“Per favore, in mezzo a tutto questo caos, continua ad essere una stella, luminosa e stabile. Proprio poche cose rimangono, a indicare la strada: la poesia, e tu, e la solitudine”, le scrisse Vita in una lettera i primi di gennaio. “Ma pensare a te è un grande conforto, quando non sto bene – chissà perché. Ancora più gradevole – meglio vederti”, rispose Woolf. Ben presto, l’amicizia si trasformò in qualcosa di più profondo. Woolf era rimasta affascinata dalle gambe di Vita, slanciate come betulle, dalla sua opulenza, dalla carnagione color pesca, dai vestiti sgargianti, dalle collane di perle, dalle “viole degli occhi”, dal suo istinto da cacciatrice. “Adorata Creatura”, le scriveva.

Vita si allontanò spesso da Londra per accompagnare il marito nelle sue missioni diplomatiche, viaggiando soprattutto in Persia, dove scrisse Passaggio a Teheran e il poema The Land. Nonostante l’amore, tradì Woolf, ferendola più volte nel corso della loro relazione. Vita seduceva le donne esercitando un potere al tempo stesso materno e mascolino: con alcune amanti, come Violet Trefusis, si travestiva da uomo, facendosi chiamare Julian. La sua carica sessuale aveva risvegliato Woolf, che a quarant’anni si scopriva finalmente capace di poter godere a pieno del proprio corpo. Né Harold né Leonard si intromisero nella loro relazione: il primo perché trovava nel matrimonio con Vita una copertura per le sue stesse passioni omosessuali; il secondo perché l’amore per Virginia superava qualsiasi altra cosa.

Fu all’inizio dell’ottobre 1927 che, quasi per gioco, Woolf annunciò a Vita di aver deciso di scrivere un libro su di lei, intitolato Orlando. “Supponi che Orlando si riveli essere Vita; e che sia tutto su di te e sulla sensualità della tua carne e sulle lusinghe della tua mente (cuore non ne hai, tu che corteggi la Campbell per i vialetti)… Ti darebbe fastidio? Dì sì o no”. Vita ne fu elettrizzata e così il romanzo divenne per Woolf un modo di indagare il passato dell’amica e trascorrere più tempo insieme, a Long Barn. L’estate successiva Woolf terminò Orlando, che fu pubblicato  l’11 ottobre 1928, ottenendo il plauso unanime dei critici e facendo subito riconoscere in Vita il modello su cui era stato ideato il protagonista. “Ho vissuto in te per tutti questi mesi – ora che ne esco, tu chi sei in realtà? Esisti? Ti ho inventata io?”.

Il giovane Orlando è un nobile inglese, prediletto della regina Elisabetta I, amante della solitudine e della poesia. La sua storia si snoda attraverso i secoli ed è destinata a trasformarsi: dopo aver vissuto più di cent’anni senza invecchiare, il giovane si sveglia d’improvviso, dopo un sonno lungo sette notti, nel corpo di una donna e come tale vivrà per altri due secoli, fino agli inizi del Novecento. Se nelle recensioni dell’epoca l’opera brillava soprattutto per l’uso innovativo che la Woolf faceva dell’elemento temporale, oggi Orlando brilla nel suo essere un manifesto per la parità e la fluidità di genere.

Nel 2018 la scrittrice britannica Jeanette Winterson, sul Guardian, definiva Orlando come il primo vero romanzo inglese trans per “la capacità del/la protagonista di gestire la propria transizione con grazia e profonda consapevolezza”. Lasciando che Orlando si guardi allo specchio e si scopra per la prima volta donna, la Woolf non fa altro che rimarcare un’oggettività tanto banale quanto centrale nell’attuale questione della disforia di genere, eliminata solo lo scorso giugno dall’elenco dei disordini mentali e comportamentali ma che paradossalmente deve ancora essere certificata per ottenere la rettifica dei documenti: “Orlando – vano sarebbe stato negarlo – era diventato donna. Ma sotto ogni altro rapporto, Orlando rimaneva tale e quale quello di prima”.

Orlando è sempre Orlando, il suo essere non è definito dal suo genere sessuale. In tal senso Orlando si costituisce come una critica alle etichette e alle limitazioni stabilite dai pregiudizi di genere, e anzi promuove l’idea che l’identità di genere non debba essere determinata dal sesso biologico, eleggendo la realtà androgina allo stato più naturale delle cose. Oggi nei Paesi anglofoni è comune utilizzare il pronome plurale “they” (loro) per riferirsi al singolo individuo non binario – che non si identifica cioè soltanto nel genere maschile o femminile, ma in una identità fluida, in continuo divenire, oscillante da un genere all’altro. Se Merriam-Webster, il più antico dizionario americano, ha aggiunto questa definizione solo due mesi fa, Woolf utilizzò il pronome con quest’uso già nel 1928, nelle prime pagine della trasformazione di Orlando, con la chiarezza che “in ciascun essere umano avviene un’oscillazione da un sesso all’altro”.

La forza del romanzo sta proprio nella capacità di Woolf di raccontare la vita – e quindi l’amore, l’orgoglio, la famiglia, la sessualità e la politica – unendo la prospettiva maschile e quella femminile in unico personaggio, risultato della condensazione delle differenze e degli opposti. Due nature considerate spesso a causa di diversi pregiudizi inconciliabili tra loro trovano un loro punto d’incontro, sfidando le convenzioni sociali della morale bigotta di allora, ma anche di oggi. Woolf faceva infatti parte del Bloomsbury Group, un circolo anticonformista e liberale un circolo anticonformista e liberale di cui erano membri anche i fratelli Thoby e Adrian, la sorella Vanessa, il marito Leonard e altri intellettuali dell’epoca, come John Maynard Keynes ed E. M. Forster. Si parlava di arte, letteratura, sesso e al centro dei dibattiti finivano le definizioni di concetti come la bellezza, la verità e il bene. Spesso si metteva in discussione la morale corrente, in quanto il gruppo non tollerava la monarchia e, soprattutto, combatteva ogni discriminazione sull’orientamento sessuale e ogni distinzione tra uomo e donna.

In questa luce, questo romanzo rappresenta anche una satira della società e delle discriminazioni perpetrate sulla base del sesso biologico. La trasformazione di Orlando ha infatti implicazioni sociali e legali ben precise: divenuta donna è costretta alla condiscendenza con gli uomini e al matrimonio, e tutta la sua vita viene messa in discussione, perché una donna non può avere i privilegi di un duca, né far da portavoce con i Turchi e nemmeno ereditare la casa di famiglia. In quanto donna, Orlando scopre quanto siano ristrette le sue libertà e scomodi gli abiti che deve indossare, “i quali hanno una funzione più importante che mantenerci al caldo. Quella di cambiare la nostra visione del mondo e il modo in cui il mondo ci vede”. Woolf non fa che sottolineare come ciò che rende un uomo tale agli occhi della società sia il potere che possiede dalla nascita, mentre una donna è caratterizzata solo dalla mancanza di quel potere, economico, culturale e fisico.

Nonostante le norme, però, Orlando ha la forza di rifiutare qualsiasi tipo di  costrizione: storica, fantastica, sociale. Il tempo diventa irrilevante. Invecchiare diventa irrilevante. Persino il sesso biologico diventa irrilevante. È come se accettare pienamente che non v’è una forma perfetta permetta di vivere come si è sempre voluto. Con tutto il mondo da rivendicare, senza alcun limite.

Egualitarismo e gerarchia negli amori non binari della Grecia classica.

Egualitarismo e gerarchia negli amori non binari della Grecia classica.

“Amore fra uomini” e “amore fra donne” a confronto, fra tracce di patriarcato e gerarchia e spontaneità del sentimento.

di Eva Cantarella

(estratto da: “Iniziazione greca e euhura indoeuropea: Bernard Sergent, L’homosexualité initiatique dans l’Europe ancienne”, publicato su Dialogues d’histoire ancienne  Année 1987  n.13)

 

Come è evidente, il libro (L’homosexualité initiatique dans l’Europe ancienne, di Bernard Sergent, pubblicato nel 1986) è ricchissimo, e tentare di seguire il discorso di Sergent nei particolari richiederebbe uno spazio ben maggiore di quello consentito da una semplice rassegna : così ché, di necessità, mi limiterò ad analizzare e discutere alcuni problemi che a mio giudizio meritano una particolare attenzione. Il primo di questi problemi nasce dalle pagine dedicate da Sergent all’omosessualità femminile. Gli amori fra donne, in Grecia, sono documentati, come è ben noto, all’interno dei thiasoi , e poi in genere dei circoli femminili vale a dire in ambiente pedagogico. Le ragazze bene, a Lesbo, a Sparta o in Pamfilia, venivano istruite, prima del matrimonio, affinché fossero capaci di realizzare un ideale di bellezza coltivata, che comportava la conoscenza della musica, della poesia, della danza e la pratica dello sport. Secondo Marrou, gli amori che nascevano in questi “circoli” sarebbero stati la conseguenza di una segregazione patologica tra i sessi. Ma Sergent – giustamente esclude questa possibilità : le scuole come quelle di Saffo, egli dice, erano delle scuole iniziatiche femminili, omologhe ai gruppi iniziatici maschili di cui (grazie alla testimonianza di Eforo, Strabone e Dionogi di Alicarnasso) conosciamo l’esistenza, per fare un esempio, in terra spartana. La più antica testimonianza sull’omosessualità (che per un caso è quella di Saffo) collega dunque istituzionalmente l’amore fra donne a quel rito di passaggio fondamentale nella vita femminile, che è il matrimonio. E Sergent fa rilevare; a questo proposito, le analogie tra le iniziazioni femminili e quelle maschili. Come i ragazzi passavano un periodo “en brousse”, apprendendo la caccia e la guerra, cosi le ragazze si riunivano ai margini della città, nelle zone di confine: a Karyai, tra la Laconia e l’Arcadia, o a Limnai, tra la Laconia e la Messenia, le spartane ; le ateniesi a Brauron, una delle località dell’Attica più lontane dalla città. Qui esse vivevano un periodo di segregazione, esattamente come facevano i giovani maschi, e in questo contesto si stabilivano le relazioni amorose tra la maestra e alcune della sue allieve. Ma dobbiamo credere – si chiede Sergent – che tutto questo altro non fosse che un’imitazione delle istituzioni maschili? La risposta è negativa. Osserva Sergent, giustamente, che l’etnologia ha svelato l’esistenza di numerose istituzioni iniziatiche femminili : le “scuole” di Lesbo, di Sparta e della Pamfilia, dunque, altro non sono che le ultime forme, nel VII secolo, di queste istituzioni. Né rileva, egli osserva, che mentre esitono molti miti iniziatici maschili, non esista, invece, alcun mito iniziatico femminile. Anche prima che la città diventasse rigorosamente un gruppo di uomini, infatti, la società greca era una società che valorizzava culturalmente solo gli uomini : e il mito, portatore di messaggi che garantivano la riproduzione sociale, ignorava le donne. Ma questo non toglie che qualche traccia delle iniziazioni femminili sia rimasta : sul tempio-altare – tomba di Apollo, ad Amiklai, accanto allo figura di Giacinto, il giovane eroe amato dal dio, sta una figura di donna. E Pausania dice che gli Spartani credevano che essa fosse Poluboia, sorella di Giacinto. Il mito, dunque, ignora Poluboia : esso narra solo dell’amore di Apollo per il ragazzo, dal lui educato e quindi ucciso. Ma Poluboia resta nell’iconografia. Essa è la sorella, che partecipava alle feste Giacinzie accanto al fratello: alle Giacinzie, infatti, si celebrava il passaggio nella fase adulta della vita sia dei ragazzi sia delle fanciulle. Sino a questo punto io credo che Sergent abbia ragione : del resto, che in Grecia esistessero dei riti inziatici femminili è stato dimostrato, con riferimento ad Atene, da A. Brelich, che come è ben noto ne ha individuato le tracce in alcuni versi della Lisistrata. Con riferimento a Sparta, è sufficiente rinviare agli studi di C. Calame. Il problema, dunque, non è quello di dimostrare l’esistenza della iniziazioni femminili, né di dimostrare che i circoli di fanciulle erano legati a queste iniziazioni : anch’io sono convinta che i “thiasoi” non fossero semplici e piatte imitazioni dei gruppi maschili. Il problema, secondo me, è quello di cercare di capire quale fosse la funzione dell’amore fra donne : più precisamente, di capire se quest’amore faceva veramente parte del processo iniziatico. Nel quadro delle iniziazioni maschili, il rapporto omosessuale può essere spiegato in modi diversi, ma può comunque essere spiegato. Secondo Bethe l’amante, sottomettendo l’amato, avrebbe “ispirato” in lui, trasmettendogli il suo sperma, la potenza maschile (donde il sostantivo eispnélas e il verbo eispnein, in questo significato). Altri ritiene, invece, che la sodomizzazione fosse un atto di sottomissione del giovane all’adulto, una sorta di umiliazione necessaria per essere ammesso nel gruppo di quelli che, dominando, detenevano il potere. Ma l’amore fra donne che significato simbolico e sociale poteva mai avere ? L’amore fra donne è paritario, non prevede sottomissione, non può simbolizzare trasmissione di potenza (neppure quella di generare, la sola potenza delle donne). A questo aggiungasi un’altra considerazione : nei circoli femminili gli amori non nascevano solo tra la maestra e le allieve. Nascevano anche tra le ragazze che frequentavano la scuola . Il “Partenio del Louvre”, di Alcmane, rivela l’amore fra due ragazze, Agido e Agesicora, entrambe allieve della “maestra” Enesimbrota. Il rapporto è paritario non solo sessualmente, ma anche intellettualmente e culturalmente : non è un rapporto in cui una persona domina e insegna, e l’altra subisce e impara. Che conclusioni trarne ? Certamente, non quella di escludere la funzione iniziatica dei circoli femminili. Quel che io credo sia lecito chiedersi, però, è se, per caso, il rapporto omosessuale femminile (anche se istituzionalizzato in un matrimonio rituale, come quello di Agido e Agesicora) non fosse indipendente dalla funzione pedagogica. La mia sensazione è che nei circoli femminili il rapporto pedagogico fosse affidato, essenzialmente, alle pratiche di vita comunitaria : e che l’amore, invece, fosse l’espressione di un sentimento bilaterale e paritario, che dava vita a una relazione assai diversa da quella diseguale che legava l’iniziando maschio al suo amante, inevitabilmente improntata a una dissimmetria di ruoli, all’interno dei quali la subalternità del ragazzo era condizione necessaria alla realizzazione della indispensabile funzione pedagogica. Non è un caso, io credo, se a enfatizzare l’aspetto pedagogico dell’omosessualità femminile è un uomo, come Plutarco, il quale narra che a Sparta le donne adulte, se per caso amavano la stessa ragazza, si adoperavano insieme per renderla migliore (Lyc., 18, 9). Le poesie di Saffo, invece, anche se insistono sull’aspetto pedagogico e formativo della vita nel thiasos, pongono l’accento, quando parlano dei rapporti d’amore, sull’aspetto affettivo ed erotico della relazione. In qualche modo, insomma, si ha la sensazione – quantomeno a mio parere – che l’omosessualità femminile fosse una libera scelta affettiva, e sia stata solo dall’esterno costruita culturalmente come rapporto pedagogico, sul modello di quella maschile. Come ha osservato I. Bremmer, non è un caso, forse, che il termine che indica la ragazza amata sia maschile.

La guerra nera: il Proclama di Davey e gli Aborigeni della Tasmania.

La guerra nera: il Proclama di Davey e gli Aborigeni della Tasmania.

Ovvero, come i primi a non rispettare le leggi sono i loro promulgatori. Lo sterminio di un popolo felice.

dal blog zweilawyer.com

Tavola illustrata del proclama di Davey.

La Guerra Nera e il Proclama di Davey sono stati momenti fondamentali nella storia degli aborigeni di Tasmania.
Alla fine del Settecento, gli Aborigeni di Tasmania (Palawa) sono già pochissimi. Un numero tra i 3.000 e gli 8.000, stando agli studi più approfonditi. Non ci sono ancora coloni europei, solo cacciatori di balene e foche e alcuni commercianti. I primi inglesi arrivano all’inizio dell’Ottocento e, come data ufficiale dell’esperienza coloniale viene preso, solitamente, il 1803.

Purtroppo però, già in quell’anno le fonti orali Palawa raccontano di una grave epidemia, occorsa appena prima dell’arrivo degli inglesi, che ne ha dimezzato il numero. Si è trattato, con tutta probabilità, di un virus, forse vaiolo, portato dai navigatori europei.

Ad ogni modo, è quasi incredibile pensare che, nel 1803, la popolazione nativa della Tasmania fosse di massimo 3.000 persone.

Il conflitto iniziale tra inglesi e palawa riguarda essenzialmente l’approvvigionamento di cibo, acqua e altri beni essenziali.

La Tasmania, tra 1820 e 1832, è percorsa da un conflitto a bassa intensità tra Inglesi e Aborigeni. Alla fine, gli Inglesi contano 201 morti, gli Aborigeni 878. Questi 878, se ci basiamo sui numeri riportati sopra, rappresentano almeno 1/4 della popolazione, quindi una cifra davvero ragguardevole.

Qui sotto, il Proclama di Thomas Davey, governatore della Tasmania, emanato nel 1830 per dimostrare l’uguaglianza, davanti alla legge, dei due popoli. Ne vengono dipinte 100 copie, da affiggere anche negli angoli più remoti dell’isola. Il proclama si applica nelle terre governate dagli Inglesi, mentre in quelle aborigene continuano ad applicarsi le loro consuetudini.

Ancora oggi, si parla di Proclama di Davey, nonostante il governatore fosse morto nel 1823, sette anni prima del provvedimento. Questo è dovuto al fatto che, quando viene riscoperto nel 1860-70, tutti sono convinti che l’esatta datazione sia il 1816. In Law and Art: Justice, Ethics and Aesthetics,
Oren Ben-Dor aggiunge che:

Intorno al 1860, il documento servì l’interesse dei coloni in Tasmania di inserire il “rule of law” nella narrativa che voleva quelli in Tasmania come “insediamenti legittimi”, e di farlo nel tempo più risalente possibile.

All’eccezionale (osservate bene tutti i dettagli) parità formale sancita dal proclama non seguì, ovviamente, quella reale.

Gli aborigeni della Tasmania sono, in quel momento, tra le popolazioni più primitive del mondo. Non sono in grado di accendere il fuoco autonomamente e non costruiscono neanche delle capanne, utilizzando invece le grotte dell’isola. Tuttavia, grazie alla conoscenza del territorio e all’eccellente uso di lance e frecce, mettono in difficoltà diversi gruppi di coloni.

Da entrambe le parti cadono, nella maggior parte dei casi, donne e bambini. Gli Aborigeni infatti attaccano le fattorie in pieno giorno, con gli uomini al lavoro, mentre gli Inglesi attendono la notte o le prime luci dell’alba per i loro, più devastanti e coordinati, attacchi punitivi.

Nel 1835, sono rimasti un migliaio di nativi. L’ultima ad avere 100% di sangue aborigeno è una donna, Truganini. Morirà nel 1876.

Nel volume The lost Tasmanian race (1884), J. Bonwick delinea in modo inequivocabile le divisioni interne ai coloni. Il Comitato per la Protezione degli Aborigeni di Hobart, già molto attivo in quel periodo, fa presente che:

“le aggressioni e gli insulti subiti dagli indigeni, da parte di soggetti indegni, unite al loro spirito selvaggio, hanno contribuito a renderli fautori di una vendetta indiscriminata [nei confronti dei coloni]”

Il volume di Bonwick contiene inoltre diverse riflessioni, di sorprendente profondità e attualità, sui rapporti tra indigeni e nuovi arrivati. Sottolinea, in modo particolare, come gli indigeni considerino i coloni come una razza a parte, perché, fino a poco tempo prima, erano ancora convinti di “

“essere soli al mondo”. Anche se scrive nel 1880ca, Bonwick dà un’opinione molto schietta sugli indigeni quando scrive:

Anche se sono al livello più basso di barbarie (“barbarism”, che in inglese ha un significato più tecnico), si tratta comunque di uomini e donne. Lasciati soli per migliaia di anni e rimanendo molto primitivi, hanno comunque dei sentimenti […] I loro bisogni sono pochi e facili da soddisfare. […] Le risate felici davanti al fuoco la sera, gli scherzi e il divertimento, i giochi tra madre e figlio, trasformano i loro campi in un vivace dipinto. […] Vivono senza rimpianti per le cose belle del passato e nessun vero desiderio per il futuro, solo il presente li interessa o gli porta gioia.

 

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