Il misticismo erotico di Hafez, ponte poetico fra Oriente e Occidente.

Il misticismo erotico di Hafez, ponte poetico fra Oriente e Occidente.

Hafez, lo Stilnuovo e la poesia persiana.

di Gabriele Stilli, dal blog  lasepolturadellaletteratura.it

Ascesa di Maometto in Paradiso, miniatura dal Isra' e Mirai, manoscritto del XV secoloAscesa di Maometto in Paradiso, miniatura dal Isra’ e Mirai, manoscritto del XV secolo

Questa volta è a Shiraz che si svolge la nostra storia, nel cuore della Persia. Sappiamo poco di Hafez, questo poeta cortigiano che attorno alla metà del Trecento si aggirava per le strade mezzo religioso, mezzo miscredente, mezzo chi lo sa. È il più grande poeta dell’Iran; si dice che ogni famiglia iraniana tenga in casa, accanto al Corano, una copia del suo canzoniere. Per noi occidentali, invece, avvicinarsi a questa raccolta di liriche lacere e pregne di simboli appare un salto arduo e ardito.

È  il salto che si compie immergendosi in quelle città color sabbia, in quelle strade tortuose, nel sole a picco che cede il passo a radure di alberi e steppa, nel in quel nulla fatto di sabbia e colline a distesa tra un centro abitato e l’altro. Siamo nel Trecento, e dopo un secolo di dominazione mongola, turbolenze, alternzanze e intrighi di palazzo, si apre una breve parentesi di tranquillità, che il buon Hafez aveva imparato a sfruttare. La decadenza di quell’epoca è per lui un sottile rumore di fondo. Non si avverte, leggendo il suo Libro del coppiere, né la guerra, né la paura: leggiamo del vino, dei bei fanciulli, di taverne e prostitute.

Hafez canta il sacro e il profano, i giovinetti dalle belle sopracciglia, le bettole dove ubriacarsi, le viuzze strette color dell’ambra dove incontrare l’amato. Nulla pare turbarlo, solo non fosse quest’insistenza per le epoche passate: dove sono i re antichi? Dove Creso, dove Noè? si domanda, e viene da rispondere che dormono sulla collina, come in una regale e antica Spoon River. E forse l’amore è un modo per esorcizzare la decadenza, dimenticarla.

Il libro del coppiere è infatti un cocktail particolare, che ha sconcertato e continua a sconcertare gli studiosi. Non è un romanzo d’amore né un poema epico: al contrario (e qui la definizione di “Petrarca d’Oriente”, solitamente affibbiata ad Hafez, calza a pennello) si tratta di un attento gioco di variazioni e riprese, un caleidoscopio variegato come le miniature che di lì a qualche secolo esploderanno nei colori e nelle forme. Ma più che a Petrarca, forse è bene accostarlo agli stilnovisti, al primo Dante, a Cavalcanti.

Reza Abbasi, I due amanti, 1630Reza Abbasi, I due amanti, 1630

Proviamo a mostrarlo con questo ghazal, che leggiamo nella traduzione di Carlo Saccone, grande esperto della letteratura persiana, da cui prendiamo le mosse per la nostra analisi. Non è facilissimo leggere Hafez, bisogna prestare attenzione: dietro il linguaggio paludato, arcaizzante, si cela una grande lirica, un afflato d’amore sublime.

La tua bellezza il mondo intero ha catturato in lungo e in largo

il sole dei cieli è confuso pel volto leggiadro della luna terrena

Mirar codesta Leggiadria e venustà è precetto a tutte le creature

contemplare il volto tuo bello è dovere per le schiere degli angeli

Dal tuo volto luce ebbe in prestito il sole del quarto cielo

come settima terra schiacciato è dal peso di debito sì grande!

Quell’anima che a lui non si dona, cadavere sarà in eterno

quel corpo che mai gli è soggetto, ben merita sì squartamento!

Baciare la polvere dei piedi di lui: quando mai a te sarà dato?

La storia del tuo amore, o Hafez, sarà il vento un dì a recargliela.

(Hafez, Il libro del coppiere, Carocci, 2003, p. 91)

Sembra un canto amoroso, di perdizione totale per una bellissima donna. Leggiamo poi che tale bellissima donna è in realtà un lui (notare come la lirica passi dal tu al lui con uno scarto quasi cinematografico). Non ci scomponiamo troppo: si tratterà dunque di un bellissimo giovinetto. Ma ci sono riferimenti astronomici che rimangono ancora oscuri, si fa riferimento alle schiere degli angeli, si parla di “precetto” per indicare l’impossibilità di tutti gli esseri di fronte a questa leggiadrìa, a questa tanto mirabile grazia: chi sarà questo misterioso giovinetto? Non è un equivalente maschile della Laura petrarchesca. Forse…

Sì, è Lui. È proprio Lui: Dio, Allah. È Dio, con i cerchi dei cieli e le schiere degli angeli. Quanto Dante in queste immagini. È il raggiungimento di Dio  attraverso lo specchio per l’amore per un fanciullo. È una realtà totalizzante e trascendente, intoccabile, come sono intoccabili le donne degli stilnovisti.

Come Cavalcanti o Guinizzelli devono attendere il saluto dell’amata come una grazia divina, così Hafez attende un cenno dal suo giovinetto, è completamente assorto nella bellezza di questo giovane angelicato, di questo Dio incarnato.

È un musulmano poco ortodosso, Hafez, e spesso ce lo mostra con richiami a Zoroastro, con richiami a Platone. E il giovinetto descritto da questa poesia non è davvero simile alla donna-angelo? Anche se il nostro religioso eretico-erotico spesso si lascia andare ad un amore più carnale non abbiamo dubbi, siamo di fronte alla stessa poetica, allo stesso mondo.

Allora ci rendiamo conto che forse a quei tempi non esisteva un “occidente giudaico-cristiano” contrapposto ad un “medio-oriente islamico”, ma si trattava di un unico spazio condiviso, formato da due culture, due gusti, due sessi differenti, l’uno islamico, l’altro cristiano.

E tutto ciò non ha da insegnarci qualcosa, oggi, proprio in questi giorni?

La prostituzione nei pinguini di Adelia.

La prostituzione nei pinguini di Adelia.

Ovvero, come la natura prende a mazzate i preconcetti.

dal blog http://lepassionicondivise.altervista.org/

Fin dove può arrivare la distinzione tra l’animale e l’uomo? Ancora non lo sappiamo: più si guarda un animale nel dettaglio e più si ci si accorge che noi, a determinate cose, ci siamo arrivati solo più tardi. Per esempio, la prostituzione era già stata osservata nel bonobo e nello scimpanzé, ma da recenti studi sappiamo che anche i pinguini si prostituiscono (sopratutto i pinguini di Adelia). L’obbiettivo è quello di migliorare le chance di sopravvivenza, sia dei piccoli che del genitore; quindi, quanto possiamo rendere tabù questo tema? Per noi è giusto affrontarlo!

In Antartide la ricerca di pietre può essere un’impresa davvero ardua. Infatti i pinguini, a volte, devono scavare nel ghiaccio per poter trovare qualche roccia. Ma a cosa servono queste rocce? Una volta sciolto il ghiaccio, il nido potrebbe diventare una pozza fangosa, rendendo difficile la cova della uova, ma una base fatta di rocce permette di mantenere la struttura stabile. Quindi ai maschi tocca una ricerca disperata, a differenza delle femmine che hanno trovato un altro modo per procurarsele.

Le femmine di pinguino di Adelia si rendono “disponibili” sessualmente ad altri maschi. Grazie a questa disponibilità il maschio cede una o più pietre alla femmina, che torna al proprio nido, dove ad aspettarla c’è il partner stabile. Alcune femmine possono guadagnare grandi quantità di pietra in questo modo, all’incirca 62! Il fenomeno della prostituzione è legato anche ad un  interesse più personale, ovvero un maschio può “pagare” la femmina con dell’ottimo cibo. 

Per quanto sia giusta o sbagliata per la concezione umana, questa pratica fornisce al pinguino femmina e ai suoi piccoli un vantaggio in termini di sopravvivenza. Il maschio che ci guadagna? Il piacere sessuale senza riproduzione forse?

La Damnatio memoriae del lavoro del Dottor Hirschfeld.

La Damnatio memoriae del lavoro del Dottor Hirschfeld.

Come i nazisti fecero sparire in pochi mesi una delle più importanti esperienze mondiali di cultura non binaria: L’Istituto di Studi Sessuali di Berlino.

a cura di Intersecta

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Il movimento LGBTIQ non nasce in USA negli anni ’60, ma molto prima e in un luogo insospettabile.
Già alla fine dell’Ottocento, un medico e giornalista tedesco, Magnus Hirschfeld, militante omosessuale ante litteram, fondò insieme ad alcuni amici il Wissenschaftlich-humanitäres Komitee, un’associazione politico-culturale che aveva come obiettivo dichiarato l’abolizione del Paragrafo 175, la sezione del codice penale tedesco che criminalizzava l’omosessualità.
Sarà stato un caso, un’iniziativa di corto respiro, subito repressa, potreste pensare. E invece no.
Hirschfeld non era isolato, godeva della stima di personaggi importanti nel mondo della scienza e delle arti europee (da Tolstoj a Hermann Hesse, da Einstein a Thomas Mann) e riuscì a dare vita a un Istituto di studi sessuali a Berlino (1919).
Tale istituto seguiva un approccio rivoluzionario e avveniristico allo studio della sessualità umana e di quelle che venivano ancora chiamate “perversioni”: non considerava l’omosessualità una malattia, ma un fenomeno neutro, sempre esistito e moralmente accettabile.
Le teorie di Hirschfeld sulle basi biologiche dell’omosessualità appaiono certamente datate, come anche la nozione di “terzo sesso”, che non tiene conto del fatto che l’identità sessuale sia un continuum e non funzioni a compartimenti stagni, ma ciò non toglie niente all’importanza dell’esperienza dell’Istituto, che ha rappresentato qualcosa di unico nell’Europa del primo Novecento.
Oltre ad essere una grande biblioteca per ricercatori contenente un grande archivio di documenti, l’Istituto possedeva anche sezioni mediche, psicologiche ed etnologiche, oltre che un apposito consultorio matrimoniale e sessuale. La struttura veniva visitata da circa 20.000 persone l’anno, e forniva circa 1.800 consulti. I visitatori più indigenti venivano seguiti gratuitamente. Inoltre l’Istituto patrocinava l’educazione sessuale, la contraccezione, la cura per le malattie trasmesse sessualmente e l’emancipazione femminile, oltre ad essere un precursore assoluto dei diritti civili e l’accettazione sociale degli omosessuali e dei transgender. (fonte Wikipedia)
Tutto questo venne cancellato nel giro di pochi anni dal partito nazionalsocialista, che dal suo arrivo al potere arrestò e deportò medici e collaboratori dell’istituto (Hirschfeld riuscì a scappare, dopo avere subito due gravi attentati, e morì esule a Nizza nel 1935), soppresse tutte le organizzazioni omosessuali, distrusse i locali gay delle grandi città tedesche, e diede alle fiamme l’immenso archivio e la biblioteca dell’istituto, con la preziosissima documentazione raccolta in anni di lavoro. Oltre alla violenza fisica, bruta, quella più subdola della damnatio memoriae.

Quando nel medioevo il matrimonio gay era un rito cristiano.

Quando nel medioevo il matrimonio gay era un rito cristiano.

Testo originale: Civil partnership, medieval style: In the days when same-sex marriage was a Christian rite. Articolo di Jamie McGinnes tratto da Daily Mail On line del 14 maggio 2012 liberamente tradotto da Lidia Borghi e pubblicato sul sito gionata.org

Basilio I il Macedone, Imperatore di Bisazio. E’ noto che ebbe diverse amicize maschili, e che sia ricorso più volte al rito della “Fratellanza spirituale”, che prevedeva una cerimonia alla presenza di un sacerdote e una formula affine a quella del matrimonio. Secondo molti storici la fratellanza non era una rapporto solo spirituale, ma poteva avere dei risvolti carnali.

Come dimostra una ricerca le unioni omosessuali nelle chiese cristiane si svolgevano già nel lontano Medioevo. Gli storici dicono che le cerimonie includevano molti dei riti propri dei matrimoni eterosessuali, con l’intera comunità raccolta in una chiesa, la benedizione della coppia davanti a un altare e lo scambio di santi voti. Un sacerdote officiava l’assunzione dell’Eucaristia cui seguiva una festa di nozze per gli ospiti.

Tutti questi elementi sono raffigurati nelle illustrazioni coeve alla santa unione dell’imperatore-guerriero Basilio I (867-886 dC) con il suo compagno Giovanni, come dice un articolo pubblicato sul blog “I Heart Chaos” questa settimana.

E il professor John Boswell, il defunto presidente del dipartimento di storia dell’Università di Yale, ha scoperto che c’erano cerimonie chiamate “L’ufficio del matrimonio fra persone dello stesso sesso” e “L’ordine per unire due uomini” dal X al XII secolo. Nel 1980 il medievalista pubblicò “Cristianesimo, tolleranza sociale e omosessualità: le persone omosessuali in Europa occidentale dal principio dell’era cristiana fino al secolo XIV”.
Secondo la sezione di “Studi LGBT” del sito dell’Università di Yale, il controverso libro ha sostenuto che la posizione della Chiesa cattolica moderna sull’omosessualità “è partita dalla tolleranza e persino dalla celebrazione dell’amore omosessuale che aveva caratterizzato il primo millennio degli insegnamenti della Chiesa”. La ricerca mette in (una nuova) prospettiva il dibattito che sta infuriando in America sul matrimonio fra persone dlelo stesso sesso dopo che il presidente Barack Obama ha annunciato che ora lo supporta.

Il cronista Gerald of Wales (Geraldus Cambrensis) documentò le unioni cristiane tra persone dello stesso sesso che si svolgevano in Italia tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. Un’icona del museo dell’arte di Kiev mostra due martiri cristiani con tanto di vesti per l’occasione, san Sergio e san Bacco, che alcuni studiosi moderni ritengono fossero gay.
L’immagine dei due uomini contiene in sé una tradizione romana, quella del ‘pronubus’ (l’uomo migliore), nell’immagine di Cristo tra di loro che, a quanto pare, stava supervisionando il loro matrimonio. Severo, il Patriarca di Antiochia (512-518 dopo Cristo) ha spiegato che, “non dobbiamo mettere da parte il fatto che (Sergio e Bacco) sono stati uniti nella vita”.

Un rito greco del XIII secolo chiamato “L’Ordine per la solenne unione tra persone dello stesso sesso”, invocava san Sergio e san Bacco e pregava Dio di “garantire la salvezza a loro, Tuoi servi (X e Y), la grazia di amarsi l’un l’altro e di rispettarsi senza odio e di non essere causa di scandalo per tutti i giorni della loro vita, con l’aiuto della Santa Madre di Dio e tutti i Tuoi santi”. E la cerimonia si concludeva con le parole: “Ed essi baciano il Santo Vangelo e l’un l’altro e tutto è concluso”.

Un Ufficio serbo Slavonico del XIV secolo dell’Unione fra persone dello stesos sesso indicava che la coppia posava la mano destra sulla Bibbia mentre aveva un crocifisso posto nella mano sinistra. Dopo aver baciato la Bibbia, la coppia veniva invitata a baciarsi e il prete le dava la comunione.
Registrazioni delle unioni cristiane fra persone dello stesso sesso risalenti al periodo medievale sono state trovate in tutto il mondo, in luoghi lontani come il Vaticano, da San Pietroburgo a Istanbul.

 

Il gemello che divide.

Il gemello che divide.

Jaroslaw Kaczynski, tornato semplice deputato dopo la morte del fratello, è il vero padrone della Polonia, e in Europa non ha soltanto degli amici.

di Anne-Sophie Mercier, pubblicato su “Le Canard enchainé” del 23 Ottobre 2019.  Traduzione: Intersecta

Lo chiamano “prezes” (presidente, capo), e già questo dice molto. Non ha bisogno di essere Capo di Stato e nemmeno Primo Ministro. Sarebbe una discreta perdita di tempo, a che serve rispondere alle interviste, o battagliare con quello che resta dell’opposizione? L’ha già fatto una volta, quando era Primo Ministro nel 2005, ma le medaglie lo annoiano, gli allori lo lasciano indifferente, e ha lasciato dietro di sé il tempo delle ragazzate. E’ quindi ormai solo un “semplice deputato” , Jaroslaw Kaczynski, e decide tutto, anche quando è ricoverato in ospedale.

Non ama i riflettori, preferisce esercitare il potere dal sedile posteriore della sua auto. I ministri, i maggiorenti, i giudici, i giornalisti della tv pubblica? Li nomina, li promuove e li revoca a piacere suo. I Capi di Stato esteri in visita in Polonia, è lui a riceverli. A capo del PiS (Diritto e Giustizia), il partito ultraconservatore polacco, che ha di nuovo vinto le elezioni legislative il 13 ottobre, è da solo al posto di comando dopo la morte del suo gemello Lech (da cui si distingueva solo per un neo sul viso), in un incidente aereo nel 2010. La Polonia è l’unico paese UE dove i dirigenti ufficiali sono solo delle marionette.

Sulle foto ufficiali degli anni ’80, Kaczynski era sorridente e capellone, sigaretta in bocca, accanto a suo fratello Lech. E’ l’epoca delle grandi lotte, di Danzica, di Solidarnosc. Walesa non era proprio un amico, ma un alleato.

Oggi Jaroslaw Kaczynski è un sinistro ometto in nero. Ogni mese va a raccogliersi sulla tomba di suo fratello, e cerca ancora – o finge di cercare, come lo accusano gli oppositori – i responsabili di quella tragedia.

I Russi, naturalmente, ma perché non incolpare anche Donald Tusk, ex primo ministro, oggi presidente del Consiglio Europeo?  Quando non polemizza con Tusk, incrocia la spada con Walesa, regolarmente accusato dal PiS di essere stato a libro paga dei Sovietici. Il potere giudiziario polacco? Egualmente da liquidare, perché “contaminato” dal periodo comunista. Peccato solo che il muro sia crollato la bellezza di trent’anni fa!

In quindici anni, la Polonia non ha conosciuto recessioni economiche. Il debito è contenuto, la crescita vigorosa, la mano d’opera ben formata, la disoccupazione su livelli bassi. I polacchi si arricchiscono, il denaro europeo arriva a fiumi: 86 miliardi nel periodo 2014-2020. Il paese è stato molto coccolato dall’amministrazione Juncker. Sono state costruite nuove autostrade, ponti, enormi palazzi.  E Kaczynski ha vinto la sua scommessa politica. Scommettendo tutto sulla “Polonia B” versione polacca della “Francia del basso” o dell’”America profonda”, rimarrà al potere per altri quattro anni.

Ha aumentato il salario minimo e le pensioni, e ha lanciato il programma “500+”, che l’ha reso ancora più popolare: 500 zloty, cioè 115 euro, per ogni bambino ogni mese per tutte le famiglie. Il PiS chiama tutto questo “economia di mercato sociale” e non si può dire che non piaccia agli elettori.

L’opposizione è a terra, divisa. “L’inteligentsia è ancora sotto la sbronza della sconfitta. Aveva giocato tutto sulla carta del liberalismo senza andare a vedere la Polonia B, senza pensare alla necessità di una redistribuzione intelligente da contrapporre a quella populista”, racconta Georges Mink, specialista della Polonia.

Adesso il potere vuole evitare che, sotto l’effetto dell’euforia e dell’agio, ci si rammollisca troppo e che cominci a serpeggiare il veleno della divisione nel campo dei vincenti.  Allora Kaczynski fa il suo lavoro, cioè trovare nuovi nemici per compattare le truppe. Dopo Tusk e Walesa, tocca alla comunità omosessuale, accusata di minare le fondamenta della Polonia eterna. Fuori di qui, finocchi!

E neanche le femministe sono invitate alla festa. Dopo avere cercato, invano, di vietare l’aborto nel 2016, il PiS, appoggiato dalla potente Conferenza Episcopale, ha provato diverse volte a inasprire la legislazione in materia, già una della più restrittive in Europa.

Europa che è considerata, nonostante i soldi che versa alle casse polacche, responsabile di tutti i mali. Il discorso euroscettico è molto diffuso nel PiS, anche se, a Bruxelles, è tutta un’altra storia. “I ministri e gli eurodeputati recitano, perché le decisioni europee in realtà vanno spesso nella direzione degli interessi polacchi”, ironizza un funzionario della Commissione. Ciò nonostante, gli eurodeputati del Pis funzionano a circuito chiuso, non si mescolano agli altri e non parlano inglese né francese. Accogliere qualche migliaio di migranti per aiutare Greci e Italiani? Non se ne parla proprio. Come non c’è nemmeno alcuna intenzione di rifornirsi di materiale bellico europeo per la difesa nazionale. Poco tempo fa, Varsavia ha acquistato dagli Americani degli F35, dei lanciarazzi e dei missili Patriot per un valore complessivo di circa 10 miliardi di dollari (provenienti dall’Europa, naturalmente!).

Attaccato da Juncker per le sue politiche contrarie allo stato di diritto, il prezes ora può respirare. Il suo amico Orbàn blocca puntualmente le procedure lanciate contro di lui, e la nuova presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, è un po’ più conservatrice, quindi a priori più permissiva nei suoi confronti. Tutto ciò non può che far piacere all’ometto in nero comodamente seduto sul sedile posteriore della sua auto.

 

Il reazionarismo delle rivoluzioni senza empatia.

Il reazionarismo delle rivoluzioni senza empatia. 

Ovvero, dell’incapacità, in ambienti militanti, di riconoscere il privilegio personale.

di Jane Marple, per Intersersecta

Occorre dire che il benaltrismo, piaga odiosa molto in voga, trae la sua origine dalla visione romantica, velleitaria, patetica di ciò che comunemente si definisce rivoluzione culturale. Non esiste la rivoluzione culturale tutta di un botto. Esistono tante piccole e grandi lotte, individuali e collettive; strumenti più o meno efficaci per creare controcultura; adeguamento e adattamento dei comportamenti alle nuove esigenze sociali. Chi promuove il cambiamento culturale, il cui scopo finale è esclusivamente lenire sofferenze, diminuire esclusioni e discriminazioni, lo fa nei modi che ritiene più opportuni e ogni volta che ne ha occasione. Minimizzare o screditare le azioni di chi lotta, specialmente se sono individui coinvolti in prima persona in una determinata situazione, è il trionfo di quel cancro politico inestirpabile denominato liberalismo. Quell’arricciare il nasino insofferente, quell’ergersi sullo scranno di giudice super partes, quel concedere o meno valore alle istanze altrui, quel posizionamento sovradeterminante di chi pensa di aver capito tutto dell’autodeterminazione, quel moto di stizza contro il politicamente corretto senza avere la minima idea di cosa sia, da dove nasca e di quale impatto abbia realmente a livello culturale e quindi sulla vita delle persone: questo è il liberalismo odierno, nella sua più becera e autoritaria declinazione. E mi fa sempre molta impressione vedere come certa gente non abbia la minima curiosità, se non emotiva almeno intellettiva, di mettersi nei panni di chi subisce ogni giorno cancellazione sociale. Proprio loro, che fanno del protagonismo egoico il loro cavallo di battaglia su tutto, anche in ambiti nei quali non c’è alcuna necessità della loro opinione senza fondamento. Che anzi, rinforza lo status quo.

“Sii ciò che vuoi, basta che non ti veda”.

“Sii ciò che vuoi, basta che non ti veda”, il Kazakistan e la comunità LGBT 

dal sito bibrinews.wordpress.com 

[Traduzione da Colta] di Adil’ Nurmakov

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Il manifesto pubblicitario del 2014, che ha involontariamente contribuito all’acuirsi dell’omofobia in Kazakistan.

“Negli ultimi anni ci sono stati grandi cambiamenti  nella coscienza collettiva, in particolare nell’acettazione delle minoranze sessuali”, afferma V.T., seduto in una piccolo bar di Almaty. Effettivamente l’atmosfera in città era tutt’altra. In pochi potevano permettersi di non nascondere il loro orientamento anche ai genitori, ma alla maggior parte delle persone la cosa non provocava isterismo, non era politicizzato, i locali gay lavoravano liberamente, non ne facevano uno spauracchio. “Oggi, il coming-out è qualcosa di aberrante”, – aggiunge V.T.

Nelle altre regioni del Kazakistan la situazione è ancora più conservativa, e molto. Il vento del cambiamento non ha soffiato in molte città e il pensiero della società fu plasmato dal retaggio dell’Unione Sovietica, paese in cui l’omosessualità veniva considerata un crimine e una perversione sessuale, strettamente legata al degrado della dignità umana nei gulag. Aleksandr Lepechov, attivista del movimento LGBT kazako dall’inizio degli anni 2000, è di Pavlodar e un anno fa ha pubblicato su internet il suo diario raccontando dettagli scandalosi delle discriminazioni, delle pressioni e violenze da parte della polizia, dei datori di lavoro, di semplici conformisti e omofobi violenti. “Nei miei racconti ci sono molto esempi della mia vita personale, ma spero che in questo modo le persone possano avere una quadro un po’ più completo del rapporto della società kazaka verso le persone LGBT”, scrive Aleksandr dalla Svezia, dove è emigrato qualche anno fa.

Uno dei pilastri morali del governo kazako è la tolleranza, ma non per le minoranze sessuali. L’articolo sui rapporti tra individui dello stesso sesso è stato escluso dal Codice Penale nel 1997, in cambio non è stata elaborato nessun meccanismo di difesa verso la discriminazione. Questo vale anche per i cosiddetti incitamenti all’odio: la lingua dell’odio contro una razza, una cittadinanza o una religione, la legislazione del Kazakistan li considera estremismi. Ma le dichiarazioni omofobe di personaggi pubblici non sono considerate discutibili. Gli esperti concordano sul fato che lo Stato, da molto tempo, non ha dato nessuna spinta propositivo alla comunità LGBT. Inoltre, l’interesse per la protezione dei loro diritti e l’innalzamento del loro livello di accettazione sociale è rimasto nullo.

“Il Kazakistan solitamente non permette la pubblica discriminazione politica preoccupato dalla reazione della comunità internazionale. Il Governo si guarda intorno impaurito per la propria reputazione”, afferma Ajdur Shakenova della Fondazione “Soros-Kazakistan”. Ma la mancanza di riconoscimento del movimento LGBT da parte della politica fatto sì che, per la maggior parte dei Kazaki, le minoranze sessuali sono ancora viste attraverso la lente di stereotipi e miti. Ad esempio, essi sono accusati per la diffusione del virus dell’HIV, sono visti come una minaccia per i bambini, molti credono ancora che l’omosessualità si possa e debba essere curata.

“Un paio di anni fa a Kapchagay hanno dato fuoco alla casa di un transgender , il quale aveva partecipato apertamente ad una trasmissione televisiva. Chi è stato? Il Governo? Certo che no”, dice R.S. Secondo lui, coloro che dividono la maggioranza dei gay kazaki, non è lo Stato, ma i moralisti, che giocano un ruolo fondamentale sulle pressioni verso il movimento LGBT. Nella serie di ragioni degli esperti vengono inserite le caratteristiche culturali e la mancanza di educazione sessuale. Essa riguarda non solo la comunità LGBT. Nella stessa lista possiamo trovare femminismo stereotipato e deriso, che rappresenta le donne come oggetti sessuali, strumenti di riproduzione e assistente di famiglia: creature, che dovrebbero “conoscere il proprio posto.”

Eppure queste caratteristiche e tendenze non sono uniche del Kazakistan, sono piuttosto comuni anche nei paesi sviluppati. Che cosa è cambiato negli ultimi anni? Un fattore possibile fu l’attiva migrazione interna, che ha radicalmente mutato la composizione della popolazione urbana e ha aumentato la domanda pubblica di punti di riferimento tradizionali. Infine, il paradigma conservatore può crescere con l’invecchiamento del regime politico; una parte significativa dell’élite ha le sue radici nel passato sovietico. “Stiamo assistendo alla sovrapposizione dei valori tradizionali sui principi della Dichiarazione universale dei diritti umani, e la promozione della famiglia e del matrimonio come una priorità a scapito di altre libertà dei cittadini”, – afferma con rammarico Ainur Shakenova.

Molti puntano il dito sull’influenza dell’establishment e della propaganda russa, che molto spesso utilizza situazioni riguardanti la sessualità per giustificare la loro opposizione verso i principi morali occidentali, identificando nel movimento LGBT il crollo morale degli Stati Uniti e dell’Europa. Ciò è particolarmente evidente nel giornalismo kazako, spesso involontariamente copiano deliberatamente gli articoli russi che utilizzano in maniera forte formule “caricate” per mettere in cattiva luce le minoranze sessuali: “sodomia”, “omosessualità”, “pervertito” e così via.

A differenza dei media, internet è utile per fornire alla società altri punti di vista. Ma nel World Wide Web in lingua russa, i cui utenti sono per la stragrande maggioranza cittadini di paesi ex-sovietici, questo argomento non provoca grandi controversie. Si ritiene che Internet possa servire da piattaforma per lo scambio di informazioni e la comunicazione di diversi gruppi vulnerabili della società, aiutarli ad ottenere fiducia personale e cercare di cambiare l’opinione pubblica. In effetti, la discussione on-line di questioni relative alla comunità LGBT, sono un flusso abbastanza omogeneo di odio. L’uso di toni duri della politica di stato diventano spesso inviti pubblici a rappresaglie dure contro gli omosessuali.

“La cosa peggiore è che l’atmosfera esplosiva di odio crea un ambiente in cui è normale insultare e discriminare altre persone. Se tutto questo continuerà nulla impedirà di trovarsi bersaglio, specialmente di persone deboli, e sfociare in violenze forti nei loro principi morali”, dice V.T. In Internet, invece, le intimidazioni verso le persone che fanno parte delle minoranze sessuali non avvengono molto frequentemente. Si può assistere più che altro a raptus emotivi da parte di cittadini omofobi ma non sono mai avvisaglie di vero pericolo. Spesso nei messaggi personali rivolti ai gay – e a quelli che simpatizzano per loro – gli viene detto di lasciare il paese, racconta V.T., e non molto tempo fa, ha deciso di seguire il consiglio di queste persone ostili. “Provate a immaginare una vita in cui, semplicemente, non potete prendere per mano una persona per strada; è ugualmente difficile quanto lasciare la propria patria”, dice.

Internet può aggravare la radicalizzazione o la “arcaizzazione” delle coscienze, come la definisce Ainur Shakenova. L’ignoranza e l’aggressione di certe persone affiorano sempre di più nella comunicazione virtuale. I commentatori inneggiano a bruciare i gay sul rogo, anche se in realtà non hanno questo in mente, ma aumentano l’odio. La gente comune, che non ha una posizione specifica sulle persone LGBT o li tratta in maniera neutra, dopo aver partecipato a tali discussioni ha maggior probabilità di essere contro la “propaganda gay” piuttosto che volerne sapere di più sul problema. “Con un deficit di fonti di informazioni fuori dalla rete, internet può aiutare gli adolescenti ad imparare di più sulla propria identità di genere, trovare amici e interlocutori – riconosce Amin Altayeva, una giovane ricercatrice che studia la comunità LGBT e i social media – ma per coloro che non appartengono a questa comunità, il discorso che ora va per la maggiore assume un carattere distruttivo”.

A fine estate 2014, avvenne un fatto che divise gli internauti kazaki in due schieramenti inconciliabili. Tale fatto affrontava due questioni molto delicate: le tradizioni nazionali e l’omosessualità. La sezione locale dell’agenzia pubblicitaria internazionale, Havas Worldwide creò, per un importante concorso di pubblicità dell’Asia Centrale Red Jolbors a Bishkek (Kirghizistan), un manifesto per un gay club di Almaty, Studio 69,  di cui vinse il primo premio. Nel manifesto era raffigurato un bacio tra il poeta russo Alexander Pushkin e il compositore kazako Kurmangazy,  è diventato un modo popolare per Almaty per esplorare la città. Il club si trova all’incrocio di strade intitolate in onore di questi due artisti. Inoltre, l’immagine richiamava esplicitamente il famoso graffito di Dmitri Vrubel sul muro di Berlino raffigurante il bacio tra Leonid Il’ič Brežnev ed Erich Honecker (dopo lo scandalo della pubblicità, Vrubel si schierò a sostegno dell’agenzia pubblicitaria).

Il manifesto non doveva essere utilizzato per gli scopi previsti: era solamente un lavoro destinato ad un concorso. Ma, una volta in rete, ha provocato uno tsunami di commenti accesi per “l’abuso fatto del grande antenato della nazione kazaka”. L’agenzia pubblicitaria è stata accusata di “propaganda omosessuale fatta in modo ripugnante” – e tutta la comunità LGBT in Kazakhstan è stato vittima accidentale di questa campagna.

I commentatori più “innocui” hanno dichiarato che le minoranze sessuali non avrebbero dovuto “esporsi” e avrebbero dovuto rimanere nascosti; i più radicali hanno incitato a bruciarli vivi. Ma entrambe le parti erano d’accordo su una cosa: l’agenzia e così anche tutti i gay non devono restare impuniti. Il movimento giovanile conservatore “Bolashak”  tenne una tavola rotonda,  nella quale chiesero di dichiarare i cittadini omosessuali fuori legge e “picchettarono” il club Studio 69, irrompendo nel locale e gridando slogan omofobi. Dopo una serie di cause legali l’agenzia pubblicitaria è stata costretta a chiudere, e i suoi dirigenti costretti a lasciare il paese. Il processo principale si è svolto con violazioni delle norme processuali, e fu solo l’inizio.  Le vittime sono state risarcite per “danni morali” con una multa di circa 180 mila dollari riconosciuti agli insegnanti e agli studenti di Conservatorio Kurmangazy. Una persona tra i querelanti in seguito ha ammesso che il sindaco stesso li ha incitati a presentare esposto in tribunale.

Nella storia internazionale della lotta per i diritti civili, ci sono innumerevoli esempi di azioni provocatorie rivelatesi dei catalizzatori che potevano dare una spinta alle coscienze collettive. Tuttavia, la reazione pubblica della comunità gay in Kazakhstan rispetto allo scandalo è stata inesistente, e nelle conversazioni private è stato riconosciuto il più delle volte che il manifesto ha attirato verso di loro “attenzioni indesiderate” con aggravante omofoba. Nell’imminente futuro, nessuno potrà organizzare un Gay Pride in Kazakistan, temendo per la sicurezza dei suoi partecipanti (anche se in Russia, per esempio, gli attivisti si sono mostrati in pochissime manifestazioni, anche questo anno).

Tuttavia, nella valutazione di questo caso è importante considerare che la comunità LGBT in Kazakhstan, oggi, semplicemente non esiste. Quasi tutte le ONG, impegnate in questo ambito, hanno cessato di esistere o sono finite nell’oblio. È difficile aspettarsi posizione solide e concrete da parte di uno stato in cui le istituzioni pubbliche sono praticamente inesistenti, e lo stesso non è in grado di svilupparle. Affinché la campagna provocatoria possa dare i suoi frutti, non necessariamente tutta la società deve essere preparata, ma è necessario che coloro ai quali è destinata, siano sufficientemente mobilitati e motivati ad agire. “Se in questo momento fossimo stati sostenuti da più persone, forse, le conseguenze sarebbero state diverse”, – dice “la riluttante attivista” Darija Hamitzhanova, ex direttore dell’agenzia che ha sviluppato il manifesto. “Forse, un giorno qualcosa potrà cambiare,” – aggiunge al telefono da Kiev, dove è fuggita, temendo ulteriori persecuzioni.

Le autorità hanno ritenuto il manifesto una minaccia verso la propria politica, dice Eugene Plakhina. Da quel momento, l’accordo di reciproca neutralità della comunità LGBT e lo Stato, simile al noto principio don’t ask, don’t tell, è stato sciolto: la storia del manifesto ha dato una scossa alla società civile e il regime non è disposto a riconciliare situazioni che non può controllare. “La risposta dello Stato è stata rafforzare l’autocensura: la libertà di espressione, che ha rappresentato il manifesto, è una minaccia per la realizzazione delle libertà politiche – concorda N.B. – che non vogliono concedere “. Gulnara Bazhkenova, nota pubblicista kazaka, vede questo come un tentativo di placare lo stato d’animo della maggioranza. “Oggi la questione della mancanza di libertà nel paese ha un enorme potenziale e la politica ci gioca”, ci spiega.

Le battaglie verbali sul manifesto in tribunale e nei Social Network hanno coinciso con la fase finale delle discussioni parlamentari in merito alla legge sulla “propaganda gay” – o meglio, alla “protezione dei bambini da informazioni dannose per la loro salute e sviluppo.” In parte, proprio il processo per il “caso Kurmangazy-Puskin”, che ha suscitato critiche di influenti difensori dei diritti umani di Human Rights Watch, ha contribuito a richiamare ulteriormente attenzione verso il progetto di legge, che ricalca l’analogo documento russo. La prima volta era stata chiesta nel 2012, nello stesso momento dell’iniziativa dell’assemblea legislativa di San Pietroburgo. Da quel momento è rimasta ferma, ma nel 2014 in modo rapido e inaspettato è stato trovato un accordo in parlamento e negli altri dicasteri, e a febbraio 2015 è arrivata al Presidente della Repubblica. È rimasta in giacenza per molto tempo. Solo tre mesi più tardi, si è reso noto che il progetto di legge era stato inviato al Consiglio costituzionale, che aveva deciso di respingerla.

Sebbene molti si siano affrettati a gioire per tale decisione, i motivi dei membri del Consiglio erano abbastanza tecnici, sottolineando che “alcune disposizioni” sono state formulate in modo impreciso e questo avrebbe potuto portare ad una violazione dei diritti dei cittadini. I promotori del disegno di legge hanno promesso ai giornalisti che avrebbero finalizzato il documento e avrebbe chiesto un ulteriore esame. Le sue vere prospettive sono vaghe, almeno nel caso in cui Almaty sarà scelta come capitale dei Giochi Olimpici Invernali nel 2022. La decisione del Consiglio costituzionale, probabilmente , sono state condizionate non dalle dure critiche da parte di un certo numero di organizzazioni per i diritti umani competenti, ma dal rischio che correva l’immagine del paese. Poche settimane prima del veto, 27 campioni olimpici di tutto il mondo hanno firmato una lettera indirizzata al capo del Comitato Olimpico Internazionale, Thomas Bach, per respingere la proposta del Kazakistan di ospitare i Giochi a causa delle politiche discriminatorie contro le persone LGBT.

Questa volta, si è riusciti a bloccare il progetto di legge scandalo. Tuttavia, il fatto che sia stato approvato da entrambe le camere del parlamento e abbia superato tutte le perizie, è molto inquietante. “Nessuno ha notato che è anticostituzionale?” – afferma V.T. poche settimane prima della sua partenza dal Kazakistan. Del resto, cercando di far passare questa legge, il governo non può essere affatto incline alla moralizzazione. Come in molti altri paesi, in cui le autorità utilizzano una retorica simile a rafforzano la vigilanza della sfera dei media, la legge kazaka contiene punti molto curiosi. Tra questi, le restrizioni di accesso ai siti stranieri per gli internauti attraverso il controllo su tutti i gateway esterni e punti di scambio del traffico interni, ma anche l’introduzione le responsabilità dei cittadini per la sostituzione non dichiarata dell’indirzzo IP, ossia l’utilizzo di proxy CGI e gallerie virtuali, utilizzati per accedere a risorse che altrimenti verrebbero bloccate.

Se gli utenti kazaki attivi che scrivono commenti omofobi, fossero a conoscenza questi dettagli, forse il loro atteggiamento verso la legge sulla “propaganda gay” sarebbe diverso. Anche se è improbabile che possano cambiare il loro parere sulla comunità LGBT: la maggior parte dei kazaki ammette di non volere che gli omosessuali si dichiarino. Molte persone omosessuali sono d’accordo con tali condizioni e sono pronte a nascondere per tutta la vita il loro orientamento sessuale ai colleghi, agli amici e ai familiari, dice N.B. Molti si sposano vivendo due vite parallele. I giovani si ritrovano nelle discoteche nonostante i rischi di imbattersi in tassisti abusivi o in “riparatori”: giovani ragazzi che aspettano i ragazzi che escono dalle discoteche gay all’uscita per picchiarli. Dopo l’ondata di omofobia in Russia, la cui risonanza si è sentita anche in Kazakistan, sempre più gay e lesbiche tornano al cosiddetto “kvartirnik”: un modo per socializzare e far festa, tipica di inizio anni ’90. Tuttavia, non tutti gli omosessuali riescono a rimanere nascosti. Per i gay è più semplice nascondere il proprio orientamento, rispetto ai transgender e per questo è possibile che la nuova generazione di attivisti del movimento LGBT in Kazakistan potrà essere composto da loro. “La coalizione Trans* del blocco ex comunista” racchiude un’importante delegazione kazaka e si rivolge ad un nuovo livello di azione. Se prima le ONG operanti per le minoranze sessuali, fornivano principalmente assistenza all’interno del programma per la lotta all’HIV, i nuovi gruppi di iniziativa sono finalizzati proprio alla promozione dei diritti umani e della autodifesa, così come la creazione di precedenti legali per la successiva formazione di garanzie a livello legislativo contro la discriminazione.

Anche se le operazioni per il cambiamento del sesso in Kazakhstan è inclusa in parte nell’elenco dei servizi medici forniti gratuitamente dallo Stato, la procedura per riconoscere che la persona è “appropriata” per una tale operazione è difficile e umiliante. Ad esempio, comprende un lungo esame psichiatrico in isolamento e la castrazione forzata o la sterilizzazione. “Lo Stato impone la propria autorità sul corpo umano, regola come a una persona verrà consentito di controllare il proprio corpo,” – dice K.K., uno dei membri della coalizione. Ancora più difficile è cambiare i documenti per le persone transgender che hanno cambiato il proprio sesso. Infatti, dopo tale operazione la persona cessa di esistere per le autorità pubbliche, nel registro passaporti anche il codice di riconoscimento non può essere cambiato, e in esso vi è il genere assegnato alla nascita. Ad Almaty, nella primavera di quest’anno, tale procedura è stata considerata un motivo valido per licenziare un poliziotto che aveva cambiato sesso. I media hanno seguito la vicenda più per il suo carattere sensazionale che per il suo vero significato, mostrando chiaramente il carattere discriminatorio della legge kazaka.

Per quale motivo questi ritardi nel cambio dei documenti non sono stati risolti quando la possibilità di cambiare sesso era prevista dalla legge? Secondo K.K., “una concessione ai transgender” è stata data dal Codice della sanità pubblica nel 2010-2011 come parte del pacchetto di normativa umanitarie all’interno della Presidenza kazaka dell’OSCE e molti emendamenti di altre leggi sono rimasti incompleti. I compagni di coalizione sono molto più taglienti: secondo loro, è stato fatto al fine di “scoraggiare la nostra voglia di essere noi stessi”, di umiliare. “Loro [i funzionari] non sanno niente di noi, non capiscono e non vogliono capire” – mi spiega, seduti in un bar, molto concitato per tutto il tempo della conversazione senza toccare da bere. Dopo una pausa, K.K. aggiunge: “Vedi, il problema non è che i parlamentari non pensano alla comunità LGBT. Loro non sanno neanche quali altre persone hanno bisogno di aiuto: le madri, i disabili, gli anziani…”

Nonostante il sarcasmo, la coalizione non è incline a lamentarsi ed è pronta a lavorare con la comunità e lo Stato. Mentre gli attivisti si sono impegnati a migliorare la propria competenza nel campo del diritto, hanno tenuto riunioni, di solito in segreto, con persone di idee comuni e cercano rappresentanti tra le personalità e le organizzazioni pubbliche. Dopo la legalizzazione del matrimonio omosessuale negli Stati Uniti, quando KazNET ancora una volta è stata colpita da un’ondata di omofobia, la comunità LGBT e i simpatizzanti hanno trovato improvvisamente un alleato nella voce de “L’orda kazaka” su Facebook, la cui posizione può essere descritta come un nazionalismo illuminato. Per molti patrioti è stata vista come una rottura verso le tradizioni, ma l’anonimo autore di questa pagina in risposta ai commenti sbalorditi dei suoi lettori ha tirato fuori un intero elenco di argomenti chiari in difesa dei diritti LGBT.

Secondo K.K. per cominciare a risolvere il problema, è necessario prima di tutto riconoscerlo. I transgender kazaki hanno superato questo step e hanno iniziato a darsi da fare, ma la questione discriminazione riguarda non solo chi ne è vittima. “La palla è passata agli attivisti liberali, agli opinion leader, ai personaggi popolari. Loro rappresentano la posizione dell’intera società, o almeno la influenzano”- dicono i membri della coalizione. Finora, nessuno di questi ha dato un segnale.

L’illuminata ipocrisia del sultano Quaboos, e le incertezze sul futuro dell’Oman.

L’illuminata ipocrisia del sultano Quaboos, e le incertezze sul futuro dell’Oman

di Caio Gracco, per Intersecta.

L'immagine può contenere: cielo, crepuscolo, montagna, spazio all'aperto, acqua e natura (Veduta di Muscat, capitale del sultanato dell’Oman)

In Oman, paese del Golfo confinante con Yemen e Arabia Saudita, le persone omosessuali non hanno diritti riconosciuti per legge, anzi, l’omosessualità sarebbe ancora reato passibile di tre anni di carcere, ma la pena non viene applicata mai e si cerca di tenere queste questioni lontane dai tribunali.
In più, si vocifera tranquillamente che il potente sultano Qaboos bin Said al-Said, divorziato e senza figli, sia gay, e lui non ha mai smentito ufficialmente. Forse perché una smentita suonerebbe come una mezza ammissione.
In una parte del mondo in cui le persone non binarie rischiano la vita, la tranquilla ipocrisia di questo sultanato autoritario ma “moderato”, ha fatto sì che tanta gente dei paesi vicini vi abbia trovato rifugio. Senza diritti, certo, e senza “dare scandalo”, ma senza rischi di venire impalat* o decapitat*.
Esponente della corrente islamica ibadita, unica scuola rimasta dell’antica tradizione karighita (una sorta di terzo islam, dopo sunnismo e sciismo), e maggioritaria nel paese, Qaboos si è formato in Gran Bretagna, ama la musica classica (nell’orchestra di Stato suonano insieme uomini e donne), e, caso unico nel Golfo, concede libertà di culto e permette l’edificazione di ogni tipo di edificio religioso, dalle chiese cattoliche ai templi induisti.
Non è un paese libero, l’Oman, e se il successore di Qaboos (e non si ha la minima idea di chi possa essere, forse un cugino o un nipote) la penserà diversamente dal moderato e moderno attuale sultano, nessuno potrà impedirgli di fare rientrare l’Oman negli stardard pessimi della penisola araba in tema di diritti (a parte forse la Gran Bretagna, che è molto vicina al sultanato ma che non crediamo abbia voglia di esporsi troppo).
Una situazione delicata, insomma, che mostra ancora una volta come il potere, per quanto possa essere illuminato, moderato, aperto, moderno, è e sarà sempre un organismo autonomo che pensa solo al proprio mantenimento, a scapito delle persone che vi sono sottoposte.
Nessun sovrano, e la responsabilità di ognuno che si fa responsabilità di tutti, sarà sempre meglio che un “buon sovrano”.

 

Anacardo sarà lei!

Anacardo sarà lei!

Perché, coi problemi che abbiamo, mettersi a denigrare chi cerca anche ingenuamente di trovare una soluzione, non è una buona idea.

di Jane Marple, per Intersecta

Un articolo del 2017 di Matteo Lenardon, pubblicato su “The Vision”, gira ininterrottamente su profili facebook e sui blog, e viene utilizzato come argomento di chiusura definitiva dei discorsi sull’alimentazione etica e la responsabilità del consumatore nei confronti degli altri esseri viventi e dell’ambiente tutto, uomo compreso.

In particolare Lenardon, con argomenti di facile impatto ma di scarsa consistenza, vuole fare passare la vulgata secondo cui il consumo di chi rifiuta prodotti di derivazione animale sia in realtà più impattante per il pianeta e incida negativamente sul tenore di vita delle popolazioni dei paesi poveri. Interessante, certo. Peccato sia falso.

E’ falso in primo luogo perché quello che i vegetariani e i vegani si nutrano massicciamente di prodotti vegetali esotici frutto di monocolture che distruggono gli ecositemi di paesi poveri è un mito non suffrgato da prove. In realtà molti veg preferiscono prodotti locali e alcuni praticano l’autoproduzione o l’acquisto nei mercati di prossimità; ma anche volendo minimizzare questo aspetto, i numeri dicono che la gran parte dei prodotti delle monocolture non riguada il consumo umano, ma quello degli animali allevati per produrre carne e latte. Quindi la non eticità sarebbe non del consumo vegetariano, ma del consumo all’interno di un modello capitalista globale. E che bella scoperta, bravo Lenardon!

Quindi forse occorrerebbe soffermarci sul concetto di eticità, prima di sostenere con boria che “Non c’è nulla di etico in un vegano”.

Possiamo infatti ammettere che sì, gli anacardi non sono etici. Gli avocado nemmeno. Non lo sono neppure il gas, il petrolio, il legname, il rame, il coltan. E neppure il famigerato km 0, se a raccogliere frutta e verdura sono braccianti al soldo del caporalato. Non lo sono il 99,9% degli indumenti che indossiamo. Non lo sono le auto elettriche. Ma se ciclicamente rispuntano fuori articoli raffazzonati come questo di Matteo Lenardon su vegani e vegetariani non etici, non è per sensibilizzare l’opinione pubblica su tutti i tragici risvolti occulti di ciò che consuma. È solo per stigmatizzare una categoria umana a vantaggio di un’altra, ossia per sviare l’attenzione sulla questione di fondo, decisamente più imponente e complessa: il sistema. Puntare il ditino su persone come vegani, vegetariani, fannoilpossibileriani, è quanto di più indecente e idiota si possa fare a livello culturale. Se in giro, specialmente tra chi opera in quelle che giustamente sono state definite “fabbriche di orientamento delle opinioni”, ossia i mass media, ogni tanto si facesse avanti una persona intelligente e intellettualmente onesta, che lavora con le parole, potremmo cominciare a discutere seriamente su ciò che possiamo fare o non fare per ridurre la sofferenza altrui in primis, nessuna specie esclusa, per iniziare a cambiare una società intera poi.
Infine, a proposito di export crudele, se proprio si deve cominciare da una parte, perché non si parla mai dei prodotti del narcotraffico, l’industria più potente del pianeta, e soprattutto a quale parte di mondo sono destinati principalmente? Domanda e offerta del mercato: funziona così per tutto. Qualcuno lo spieghi a Lenardon e a quelli che postando il suo articolo pensano di avere dato scacco matto ad ogni critica al modello dominante. Non hanno fatto scacco matto a nessuno, hanno solo cacato sulla scacchiera. Inquinando.

Convergenze parallele in salsa rosa?

Convergenze parallele in salsa rosa?

Pallide ex sinistre e femminismi autoritari si stanno simpatici.

 Risultati immagini per convergenza parallela

di Jane Marple, per Intersecta.

Note a margine dell’intervista della giornalista Marina Terragni, esponente di spicco del femminismo autoritario italiano, autonominatosi radicale, a Matteo Renzi, capo politico di un movimento neocentrista di matrice liberale e cattolica, fresco fuoriuscito dal Parito Democratico.

L’intervista è stata pubblicata dal Quotidiano nazionale, non preannuncia nessun patto organico nè convergenza politica fra la Terragni e Renzi, ma lascia emergere parecchie affinità di pensiero.

Se son rose…

Una giornalista come Marina Terragni, che incarna il femminismo istituzionale liberale, uterino e maternalista, raccoglie le parole di Matteo Renzi sugli intenti riformisti del suo neonato partito. Un binomio azzeccatissimo, perché il terreno comune è notevole: quote rosa per la spartizione di potere, “utero in affitto”, ossia gestazione per altri, tema complesso e delicato risolto superficialmente con un’espressione di disprezzo e il solito piglio superficiale e sovradeterminante, visione parziale e approssimativa dei desiderata e delle esigenze di un’intera popolazione. Insomma, la sinistra che non c’è mai stata sceglie di interloquire con un femminismo mistificato.

Secondo voi poi, è un caso che uno dei massimi sostenitori “di sinistra” (sic.) della politica del decoro (cioè la repressione del dissenso e di ogni tipo di devianza a colpi di ordinanze e polizia, con la scusa del senso estetico e della vivibilità delle città) si trovi molto d’accordo con chi vorrebbe l’abolizione pura e semplice del sex work e della pornografia in tutte le sue forme, con la scusa dello sfruttamento delle donne inidpendentemente dal consenso?

Noi non pensiamo sia un caso.

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