Categorie
Articoli

La pseudoscienza, ultimo rifugio delle radfem italiane.

La pseudoscienza, ultimo rifugio delle radfem italiane.

Ideologia, non biologia

di GiuRo con la collaborazione di Brie Morbien, per Intersecta 

Risultati immagini per farfalla ermafrodita

(in foto: una farfalla con un’ala maschile e una femminile)

Sarebbe inutile cercare di negare un fatto purtroppo abbastanza evidente: oggi quelle che si definiscono femministe radicali (le femministe escludenti in pratica) sono egemoni all’interno dell’eterogenea galassia femminista. Ciò non avviene affatto per la validità delle loro argomentazioni (che, anzi, sono molto facili da smontare e che, il più delle volte, non sono affatto argomentazioni ma prese di posizione moralistiche e di opportunismo carrieristico) ma per l’aggressività di chi si riconosce sotto quella bandiera e per le strategie da politica democristiana. In pratica, le sedicenti femministe radicali sono in numero esiguo rispetto alle femministe intersezionali, ma possono contare su importanti agganci politici (arrivano a considerare una di loro l’ex ministra antiabortista Lorenzin) e amicizie nei maggiori partiti politici (in primo luogo il PD) e nei maggiori quotidiani del paese, il che consente loro di dare una visione distorta della reale proporzione delle forze in campo e una visibilità tanto spiccata da essere, purtroppo, spesso il primo “femminismo”in cui ci si imbatta e da cui, il più delle volte, si fugge.

Faremo qui un esempio della totale inconsistenza delle loro argomentazioni, basate su pseudoscienza, riservandoci magari altri esempi per futuri articoli. Una delle posizioni più caratterizzanti dell’ideologia delle sedicenti radfem è lo stigma e la persecuzione di sex workers e persone trans (con annessa la totale obliterazione dell’esistenza delle persone intersex). Se le sex workers vengono sempre e d’autorità ricondotte all’interno di un quadro vittimizzante e, di fatto, vengono trattate come persone affette da un qualche problema psichiatrico serio che le priverebbe della facoltà di intendere e di volere (col beneficio di caricare se stesse in quanto radfem di una autorità quasi sacerdotale di discernere tra il bene e il male), le persone trans vengono ricondotte all’interno di un immaginario cospirazionista in cui il maschio introdurrebbe suoi agenti per sabotare il femminismo e impossessarsi del corpo della donna. Questa visione, settaria e di odio nei confronti delle persone trans, cerca di legittimarsi ricorrendo alla pseudoscienza, in particolare alla pseudobiologia. Si parla di donna biologica, si dice che la distinzione si fonderebbe sulla natura (esattamente come i cattolici parlano di famiglia naturale per quella formata da persone eterosessuali) e viene tirata in ballo come prova inoppugnabile l’esistenza dei cromosomi xx o xy. Qualunque biologo riderebbe di simili distorsioni. La biologia non è un sistema normativo e prescrittivo che dica “la presenza dei cromosomi xx è donna; xy è uomo”; la biologia non si occupa affatto di questo. Se la biologia partisse da assunti di fondo per poi arrivare a delle dimostrazioni, non sarebbe una scienza che studia la realtà ,ma una religione che vuole dimostrare l’esistenza di dio. La biologia è la scienza che studia la vita nei suoi processi chimici e fisici; la biologia studia dunque i cromosomi, il loro funzionamento, ma il dire “xx è femmina” non è biologia; è forzare la biologia a fornire definizioni di genere necessarie per la cultura patriarcale e per la definizione dei ruoli tradizionali.

Se le sedicenti femministe radicali avessero la decenza di studiare un pochino gli argomenti di cui farneticano scoprirebbero che, ad esempio, esistono molte persone intersex che hanno un corredo cromosomico xy, che hanno una produzione di androgeni assimilabile a quella considerata tipica maschile (anche se noi animali umani produciamo tutt* estrogeni e androgeni in quantità variabile), ma il cui corpo non sa impiegare tali ormoni; la sigla identificativa di questa variante è AIS/ CAIS*, e queste persone hanno uno sviluppo fisico associabile a quelle che definiamo donne perché, tramite il processo naturale dell’aromatizzazione, gli androgeni vengono convertiti in estrogeni, e non c’è nulla che differenzi apparentemente questi soggetti dalle altre donne. Esistono poi casi, neppure così rari, di chimerismo**. Questo fenomeno è ancora poco noto in quanto l’endocrinologia è una scienza giovane, ma è un fatto assodato che sta in qualche modo rivoluzionando la biologia. Si scopre con sempre maggiore frequenza che un individuo è dotato di due o più dna. Ciò avviene perché in una prima fase della gravidanza due o più ovuli fecondati vengono a contatto e si fondono formando un corpo solo perfettamente in salute. Gli individui possono essere dello stesso sesso ma anche di sesso differente e, così, ci troviamo davanti a persone con un braccio xx e l’altro xy. E se si sta pensando che questi siano casi sporadici, spiace deludere: attualmente non esistono studi sulla popolazione tanto estesi che permettano di parlare di percentuali. Peggio (dal punto di vista delle femministe escludenti) : alcuni nuovi dati sembrerebbero mostrare che, specie nella donna, la capacità di “ibridarsi” e il chimerismo siano molto molto diffusi ed elevati. Studi sul cervello di donne decedute hanno dimostrato una enorme (maggioritaria) presenza di cellule con cromosomi xy nel loro cervello. È risultato che, durante la gestazione, la comunicazione tra adulto e feto non sarebbe univoca e che cellule staminali del feto entrerebbe in circolo nel corpo femminile; in seguito, queste cellule xy vengono impiegate dal corpo dell’adulta anche per creare tessuti. E queste due varianti appena citate non sono che una stilla del grande spettro di possibilità evolutive degli esseri umani; si stima che le varianti intersex siano superiori alle 40, ed è un numero destinato a salire. Dunque, se volessimo seguire le conclusioni pseudoscientifiche delle sedicenti femministe radicali, dovremmo fare delle analisi a tappeto sulle donne che fanno parte della loro cerchia. In un delirio eugenetico, dovremmo iniziare ad escludere uomini etero, donne trans, intersex. E chissà che, affrontando queste purghe, non siano colpite anche le ispiratrice di questa nuova ideologia della purezza della razza. Prafrasando le fondatrici del femminismo, donne non si nasce ma ci si autodetermina, e non esiste scienza che possa legittimare un determinismo pseudobiologico. Nessuno ha il diritto di affermare “decido io chi è ebreo e chi no”

Fonti:

*AIS/CAIS; Emily Elizabeth [InterAct] https://youtu.be/5vDVUPjBJiM

**Chimerismo; Dr Emily Zarka

References:

  • ABC News. (2006, August 15). She’s her own twin. Retrieved from https://abcnews.go.com/Primetime/shes-twin/story?id=2315693
  • Arcabascio, C. (2007). Chimeras: double the DNA-double the fun for crime scene investigators, prosecutors, and defense attorneys. Akron L. Rev., 40, 435. Available at: https://ideaexchange.uakron.edu/akronlawreview/vol40/iss3/1
  • Chan, W. F. N., Gurnot, C., Montine, T.J., Sonnen, J.A., Guthrie, K.A., and Nelson, J.L. (2012). Male microchimerism in the human female brain. PLOS One 7:e45592. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0045592
  • Fordham, A.J. (1967). Dwarf conifers from witches’-​brooms. Arnoldia 27(4-5):29–50.
  • Gartler, S.M., Waxman, S.H., and Giblett, E. (1962). An XX/XY human hermaphrodite resulting from double fertilization. PNAS 48:332-5.
  • Gould, S.J. (2006) Intelligenza e pregiudizio: contro i fondamenti scientifici del razzismo; traduzione di Alberto Zan. Milano, il Saggiatore.
  • Lee, J.W. and Chung, H.Y. (2018). Capillary malformations (portwine stains) of the head and neck: natural history, investigations, laser, and surgical management. Otolaryngol Clin N Am 51: 197–211. https://doi.org/10.1016/j.otc.2017.09.004
  • Murgia, C., Pritchard, J.K., Kim, S.Y., Fassati, A., and Weiss, R.A. (2006). Clonal origin and evolution of a transmissible cancer. Cell 126(3):477–87. https://doi.org/10.1016/j.cell.2006.05.051
  • Strakova, A., et al. (2016). Mitochondrial genetic diversity, selection and recombination in a canine transmissible cancer. eLife 5:e14552. https://doi.org/10.7554/eLife.14552
  • Yizhak, K. (2019). RNA sequence analysis reveals macroscopic somatic clonal expansion across normal tissues. Science 364(6444) https://doi.org/10.1126/science.aaw0726
  • Zimmer, C. (2018). She has her mother’s laugh: The powers, perversions, and potential of heredity. New York: Dutton. ]
Categorie
Articoli

La I di intersex non serve a darsi un tono.

La I di intersex non serve a darsi un tono.

“Eh ma il movimento intersex è un movimento giovane”.

di Brie Morbien, per Intersecta.

Eh ma il movimento intersex è un movimento giovane.

Questa è la frase che sento più ripetere negli ambienti attivi e con tematica lgbt+ quando si parla del silenziamento delle istanze intersex.

Quella I, spesso aggiunta in discorsi e nella sigla, ottiene ancora poca attenzione da parte delle associazioni più (e meno) rodate e presenti sul territorio italiano. Non è una novità nemmeno per l’estero, ma a differenza nostra all’estero la comunità intersex può contare su organizzazioni dedicate (ricordo che quella I di intersex non è necessariamente legata ad un contesto lgbt+ ma è ad esso trasversale, in quanto si parla di variazioni naturali dello sviluppo del sesso, e in questo senso l’ambiente scientifico è più avanti del comune sentire) e su iniziative sicuramente più centrate.

“Il movimento intersex è un movimento giovane”, dicono.

Ma questo assunto ha un radicamento reale in una concezione del tempo ragionevole o è il frutto di un certo modo di intendere il delicato ambito dei diritti umani da parte nostra?

È questo il dubbio che sovviene, nel momento in cui si realizza che la concezione dei diritti delle donne (per fare l’esempio più eclatante) è ancora estremamente limitata: niente parità salariale, niente parità nei doveri di accudimento familiare, doppio standard estetico e morale. A svantaggio di tutt*. C’è, e non è un mistero, una larga maggioranza di persone che considerano il femminismo una manifestazione di ingratitudine nei confronti di ciò che ormai è assurto ad un simbolismo del potere: l’uomo cis, abile, bianco (ma qualcosa avrebbero da dire le femministe di colore e in merito si è espressa benissimo l’immensa Angela Davis).

Era il 1946 quando alle donne fu CONCESSO il diritto di voto in Italia. Sono passati esattamente 73 anni. Il diritto all’aborto sicuro è continuamente sotto attacco, e sostenere che sia stato garantito fino ad adesso in quello che è uno dei paesi con il più alto tasso di obiezione di coscienza da parte medica è una (mi si conceda) poracciata.

Il delitto d’onore e il matrimonio riparatore sono stati aboliti nel 1981.

Ancora oggi, c’è chi sostiene il femminicidio sia una sorta di delirio di massa, un’invenzione per sovvertire un “ordine naturale” che di naturale non ha nulla e moltissimo invece di politico.

Avrebbero tanto da dire anche le persone trans, cui le altre sigle del movimento lgbt+ dovrebbero molta riconoscenza. Sono passati 50 anni dai moti di Stonewall e a tutt’oggi è proprio la comunità trans a dover costantemente temere per la propria incolumità.
Non si parla di sciocchezze, si parla di morti. Di uno stigma sociale difficilissimo da superare.

Non mi soffermerò sulla questione razzismo: sostenere anche solo lontanamente che si sia lontani dalle logiche colonialiste e dal razzismo è di una scorrettezza e di una falsità senza rimedio. In qualunque parte del globo ci si volti il razzismo è BEN LUNGI dall’essere un fatto dimenticato. Nativi, POC (people of color), minoranze etniche e religiose vivono di una precarietà criminale fatta di stupri, morti, abusi continui da parte della popolazione, della polizia e degli organismi governativi.

Non sono bastati secoli a garantire ad una enorme fetta di popolazione terrestre i più basilari diritti umani. Secoli.

In tutto questo, si può ben capire che il panorama è desolante. Che la politica “dei piccoli passi” non sta dando i risultati sperati e che parlare di giovinezza dei movimenti attivi per la tutela dei diritti umani è quantomeno paraculo. Che non è sano e nemmeno concepibile che servano 10, 20 30, SETTANTATRE ANNI per arrivare ad un’egualità che non ha niente a che fare con una redistribuzione miope e piatta dell’educazione e delle risorse. In quest’ottica è chiaro che il movimento intersex, che esiste e vive da (esagero VOLUTAMENTE per difetto) metà degli anni novanta, non può che essere considerato giovane, nonostante sia letteralmente il tempo di una generazione bella grandicella e dotata di discernimento.

Ritorno al punto, il punto di partenza. Quello che voglio dire è molto semplice. Il movimento intersex ha in sé l’esperienza e la forza di una rivoluzione: rovescia lo stesso concetto cementato di binarismo, di conformità dei corpi, di quanto il controllo capitalista e abusivo permei e contamini tutti i nostri spazi di esistenza. Ed è qualcosa che è stato compreso da molt* attivist* lgbt+, ma spesso senza una modalità che portasse un’autentica differenza per le persone intersex. Questo ha creato diffidenza e sconforto, e a ragione; non vogliamo essere usat* come esempio di liceità delle politiche queer, se continuiamo senza problemi ad essere macellat* con la chirurgia cosmetica genitale o costrett* a terapie ormonali senza consenso o senza informazioni. Quella I implica responsabilità, impegno, scambio. Aggiungerla non è e non può essere una manovra “polite” e politica di aprirsi a non ben definite “differenze”. Ed è questo quello che chiedo a noi tutt*. Una denuncia che vada oltre il singolo evento informativo. Proposte politiche comprensive delle nostre istanze. Le minoranze diventano maggioranza quando, al contrario dell’inerzia della politica mainstream, TUTTE le richieste vengono ascoltate, valutate e promosse, ASSIEME.

Accogliete e promuovete, denunciate, mettetele in statuto.Vogliamo l’abolizione della pratica della chirurgia cosmetica non consensuale e delle terapie ormonali senza consenso informato. Siate la nostra forza e noi saremo la vostra.

O resteremo sempre e indistintamente una frammentazione manipolabile alla mercé di poch* e potentissim*.

Categorie
Articoli

I chiodi nella testa.

I chiodi nella testa.

La vita di un essere umano, oltre i pensieri.

Di Caio Gracco, per Intersecta.

Risultati immagini per chiodi in testa

Chi mi ha messo i chiodi nella testa, e quando?

Me ne sono poste di domande in vita mia, e ad alcune o ho anche trovato una parvenza di risposta. A questa no, e ormai non credo neanche più che una risposta basti a togliere i chiodi, o a spuntarli. Anzi, una risposta, magari frettolosa o dettata dalle contingenze, potrebbe essere l’ennesimo chiodo, e sicuramente non ne ho bisogno.

Cosa sono i chiodi in testa? Semplice, sono pensieri che non vorrei fare, dubbi che non vorrei avere, apparenti certezze che avverso con tutto me stesso, immagini che farei di tutto per togliermi dalla mente, sensi di colpa per cose che non ho fatto ma potrei fare, paure legate a un’inevitabile punizione che però sento di non meritare; tutto questo, nel limitato spazio di una calotta cranica, è riuscito per anni, a fasi alterne e giocando come il gatto col topo, a monopolizzare una vita, rubando i momenti di felicità.

I medici la chiamano “ansia meditativa”, è la situazione in cui si trova chi non riesce a evitare di farsi risucchiare in una spirale di ragionamenti sterili che si autoavvitano, e che portano inesorabilmente verso conclusioni che il soggetto rifiuta, e che cerca di neutralizzare con altri ragionamenti, o con la ripetizione di formule, che variano dalle preghiere alle bestemmie, passando per frasi apparentemente senza senso compiuto ma fondamentali in quella situazione, ma che comunque non fanno altro che allungare l’agonia.

Si vive, si studia si lavora, si incontrano persone, si ascoltano e si fanno discorsi, in alcuni casi, seppur con qualche difficoltà, si allacciano relazioni sentimentali, ma a tutto questo, quando hai i chiodi in testa, puoi dedicare solo una piccola parte del tuo tempo, perché l’azionista di maggioranza della tua mente sono loro, i chiodi, e pretendono sempre di più. I pensieri-chiodi sono come virus, se trovano un ambiente favorevole lo colonizzano, e mutano in continuazione, al solo scopo di riprodursi e di rispondere alle difese che l’organismo colonizzato oppone. I chiodi non hanno una logica legata all’argomento su cui insistono (paura della morte e/o dell’inferno o comunque di una punizione, paura di farsi del male o di farlo ad altri, o che il destino sia già deciso e sia impossibile opporvisi, dubbi non fecondi ma distruttivi sull’identità, sia essa sessuale, politica, affettiva o altro ancora, sensazione di sbagliare sempre e comunque), per loro è indifferente, e non temono incoerenze. Sanno solo che dove il legno è più morbido di può penetrare più in profondità, e lì insistono, spietati. Non sono nemmeno cattivi, come non lo è un virus. Si riproducono e mutano, mutano e si riproducono, e basta.

Sempre i medici, dicono che questi pensieri fanno parte della grande famiglia dei disturbi egodistonici, cioè dei disagi che il soggetto vive come intrusioni non gradite nella sua mente, nella sua intimità (e ciò li distingue da quelli egosintonici, in cui il soggetto in un certo senso percepisce come “normali” le proprie sensazioni e il proprio dolore), e uso il termine intimità non a caso, perché in un certo senso ci si sente violati, violati in quel corpo impalpabile che è la nostra mente.

I chiodi sono una malattia? Forse. Fra l’altro, anche il concetto di malattia è meno monolitico e più fluido di quando non sembri.

Si possono curare con medicine e terapie? Sì, con alterne fortune, in alcuni casi molto più che in altri, sperando di trovare bravi terapisti, e comunque sapendo fin dal principio che, soprattutto con i farmaci, un prezzo da pagare c’è sempre, e non mi riferisco a quello economico, ma agli effetti collaterali, all’assuefazione e al difficile percorso di diminuizione delle dosi  e dismissione.  E’ una scelta su cui riflettere e decidere in autonomia.

Ma al di là del percorso terapeutico, dopo anni di convivenza con i chiodi nella testa ho imparato una cosa, che voglio dirvi da, spero, amico.

I chiodi stanno nella testa, avvelenano i pensieri; cercare vie d’uscita che coinvolgano ancora una volta i pensieri può essere controproducente,  e in realtà c’è un’altra via d’uscita a portata di mano, che tendiamo a sottovalutare ma è lì, con noi. Anzi, siamo noi. E’ il nostro corpo, che ci sopporta e ci supporta mentre ci lambicchiamo il cervello per risolvere chissà quale falso problema. Proviamo a riscoprirci, a respirare pensando a respirare, a camminare pensando a camminare, tocchiamoci il naso, battiamo i denti, facciamo pace con tutto il resto di noi. Lì i chiodi non possono entrare, e da lì possiamo cominciare a ricostruirci e aiutare anche la mente.  In natura, i pensieri ossessivi e cupi vengono solo agli animali prigionieri, ove la prigionia del corpo contagia il cervello. Questi animali egocentrici che noi siamo invece sacrificano il corpo, si scordano di averlo, e ignorano che potrebbe fare molto per la mente.

Può sembrare una proposta bislacca, ma considerate questo aspetto: un virus che monopolizza i pensieri si sconfigge meglio sul suo stesso terreno, oppure aggirando l’ostacolo e dimostrando che oltre a quello che chiamiamo “pensiero” esiste tutto un universo altrettanto vitale, di cui il pensiero è solo uno dei pianeti? Importante certo, ma un pianeta in un universo.

Non è una cosa che si fa in un attimo, ma vi assicuro che così qualche chiodo si toglie, e si riscopre un po’ della vita che per tanto tempo ci è passata accanto.

Cosa fa un leone con una spina nella zampa? Se la leva con i denti.

E se fosse tutta lì la questione?

 

 

Categorie
Articoli

Dove corri, Bianconiglio?

Dove corri, Bianconiglio? Quando è la vita a scappare.

di GiuRo, per Intersecta.

Risultati immagini per bianconiglio

La fiaba di Alice si apre con un coniglio che urla “Sono in ritardo!” e corre verso il buco che lo conduce al mondo delle meraviglie ;  quel coniglio, inseguito dal tempo, siamo sempre noi, sempre in ritardo rispetto allo scorrere della vita. Non che ci siano degli appuntamenti da rispettare; è la stessa vita che è l’occasione a cui siamo invitati, che inseguiamo ma che, spesso, non raggiungiamo.

Racconto qui la storia di qualcuno che, a questa festa, in realtà non è mai arrivato e davanti a cui, a volte, mi si stringe il cuore. Questa persona, è mia madre.

Malgrado antiche origini borghesi, mia madre è nata in un contesto orrendo. Suo padre era un alcolista e, benché non fosse una persona violenta, in casa restava davvero poco e i soldi del suo stipendio da impiegato comunale li spendeva tutti con i suoi amici. Beveva. Tantissimo. Fino a ubriacarsi. E così ha fatto finché il fegato non gli è diventato un corpo nodoso di mille tumori ed è morto. Lo ricordo il nonno, addormentato sulla seggiola, mentre noi bambini giocavamo.

L’alcool non lo aveva reso sterile e, anzi, aveva avuto la forza di generare 8 figli con sua moglie e qualche altro in giro per l’Italia. Ma non dava un centesimo, così la nonna restava fuori tutto il giorno per cercare di guadagnare qualcosa che le permettesse di andare avanti; i figli restavano per strada a giocare con i bambini e a badare a se stessi. Anche con la scuola era tutto difficile e, un bel giorno, mia madre, contrasse una forma gravissima di meningite da cui guarì grazie e ben due punture lombari. Questo la mise in una condizione anche peggiore : era la scema di famiglia, la malata, ma anche la cocca di mamma. Erano gli anni 70, e per risolvere la difficile situazione, parve bene provare a migrare e, così, si trasferirono in Belgio. Qui mia madre risultò presto la testa calda: fece amicizia con una donna trans che, per far vivere bene i nipoti, faceva la sex worker ; fece amicizia con una donna francese che tutti consideravano una puttana. Lei guardava queste persone con ammirazione e avrebbe voluto vivere un po’ a modo loro ma non ebbe mai il coraggio, anche perché le botte che non le dava suo padre, gliele davano la madre e i fratelli. Rifiutò anche molti pretendenti, perché non erano italiani e ai suoi non andava bene che sposasse un non italiano. Ma la situazione era sempre più pesante sicché, quando un giorno vide un suo cugino di 9 anni più grande con un buon lavoro e che sembrava innamorato di lei, pensò che quella fosse la via per la libertà ; non lo amava, non le piaceva, non avevano nulla in comune, ma quando lui le chiese di sposarla, accettò senza pensarci un attimo. Ma la libertà non era in quelle nuove catene. Il cugino presto si rivelò essere un soldatino ossessionato dal senso del dovere; apparentemente tanto una brava persona, ammirato dalla gente, ma, in casa, capace solo di seguire doveri e luoghi comuni; l’uomo meno curioso e stimolante che il grande Nulla avesse creato. Gli attriti cominciarono presto. Lui le vietò di lavorare, di essere indipendente e, quando lui alzava la testa, la picchiava.

Presto arrivai io che, ritagliando il ruolo del nemico di quell’uomo, fui un po’ la fortuna di quella donna: buona parte della violenza che le era destinata, venne ridestinata a me. Eppure, la tensione era davvero tanta, l’amore non esisteva e io, benché piccolo, lo notavo. Attorno a mia madre c’era terra bruciata, lei troppo bella lui troppo insicuro per lasciarle frequentare qualcuno. Allora mia madre mi metteva a sedere su un tavolo e mi raccontava di lei, del suo dolore. E io che la pregavo, la supplicavo di lasciare quell’uomo. Andavo per strada, o a scuola, e conoscendo un uomo bello, intelligente, interessante,  supplicavo mia madre di divorziare, di stare con quell’uomo ma in questo ho pienamente fallito e non sono mai riuscito a convincerla; non ha mai avuto la forza di lasciarlo

Oggi ha superato i 60 anni e in loro rapporto rimane senza amore e conflittuale.

Qualche giorno fa, eravamo soli in una stanza, lei era triste e le ho chiesto cosa avesse; aveva quasi il pianto nella voce e, con un sorriso triste, mi ha detto “Tu hai sempre avuto ragione, fin da quando avevi 5 anni”. Mi sono sentito mancare la terra sotto i piedi. Ho guardato questa donna, così fragile, che avrebbe avuto tutte le carte in regola per trovarsi un altro compagno o, magari, vivere da sola, ma che non aveva avuto la forza di lasciare quell’uomo, che non aveva conosciuto l’amore, che non aveva esplorato davvero la sua sessualità e che ora, benché sia viva, sente che il tempo è scaduto, che è troppo tardi e che ormai tutto è perduto. Penso a se avesse avuto la forza, a quanta vita avrebbe potuto vivere pienamente e a quanto la paura e l’insicurezza glielo abbiano impedito e ciò che temo e mi fa soffrire è che anche oggi ci siano tante donne simili a lei, giovani e piene di tutto ma insicure, spaventate, che lasciano che il treno della vita corra loro davanti e rimangono a terra, in un limbo o in un inferno a cui è solo il terrore a condannare; e penso a quando queste donne di oggi si guarderanno indietro e, stupite, si diranno “perché non l’ho fatto? Perché non ho accettato il consiglio?”.

Sento il bianconiglio “sono in ritardo!”

 

Categorie
Articoli

L’ultimo arrivato

 

di GiuRo, per Intersecta.

Qualche anno fa era diffusa in ambiente divulgativo una analogia: si paragonava la vita sulla terra ad un giorno in cui all’alba iniziavano ad emergere i primi esseri che possono essere definiti viventi; a sera, nell’ultimo quarto d’ora, nasceva l’uomo moderno e la sua storia. La narrazione aveva lo scopo di far capire da quanto poco tempo siamo su questo pianeta e quanto la storia dell’umanità sia, in fin dei conti, qualcosa di estremamente recente e circoscritto nella storia globale del pianeta. Spesso però anche questa narrazione suscita un pensiero del tipo “guarda in un quarto d’ora a che punto siamo arrivati!” e si contempla estasiati la storia dell’uomo e le sue conquiste. È una prassi abbastanza diffusa. Noi umani ci piacciamo, adoriamo noi stessi e il nostro ingegno, amiamo le arti, le scienze, le tecniche, le scoperte, tutte cose che ci fanno sentire degli eletti, gli appartenenti a una specie superiore; in pratica rendendoci reale il dettato biblico: siamo arrivati per ultimi ma abbiamo e abbiamo avuto la capacità di impadronirci del pianeta, di imbrigliarlo, di impadronirci delle sue risorse ai nostri scopi, di dominarlo, per usare un termine che ci piace tanto. Anche l’evoluzione è generalmente intesa in questo senso narcisistico. Nei grafici riportati, si vede sempre un susseguirsi di individui sempre più simili a noi, sempre più perfezionati, e l’idea che passa è che il modello precedente sia soppiantato dal modello successivo fino a portare dal prototipo al modello ultimo. Questo modello teorico è stato scienza fino a non troppo tempo fa ma oggi qualunque persona si occupi di evoluzione, parla di modello a cespuglio, non di modello lineare. L’evoluzione non avviene per successione di modelli sempre più perfezionati ma, nello stesso tempo e nello stesso luogo coesistono specie contigue che si adattano all’ambiente. Quando l’ambiente è molto cambiato e una delle due specie vicine non ha sviluppato adattamenti alla nuova situazione ecologica, soccombe; si estingue. Ogni specie è dunque assolutamente perfetta se adatta al suo ambiente e non necessita di ulteriori adattamenti; l’antichità di una specie, al contrario del sentire comune, non ne fa un fossile vivente, un essere vecchio e superato dalla storia evolutiva del pianeta; al contrario, è una specie la cui grande permanenza ha mostrato la grandissima adattabilità per il suo contesto; sono le specie recenti a porre un qualche problema e, in qualche modo, a non essere collaudate: una specie che debba attraversare molti adattamenti, che debba mutare radicalmente per sopravvivere, mostra di essere una specie poco adatta al suo ambiente, sempre in pericolo, e che proprio questo sia il caso dell’uomo, ultimo arrivato sulla terra, lo mostrano alcuni fatti importanti: noi siamo l’unica specie sopravvissuta appartenente al genere homo, la nostra stessa specie fu, come emerge da recenti studi genetici, sul punto di svenire e ridotta a pochissimi individui (5 mila su tutta la faccia del pianeta) e il fatto che oggi, malgrado i 7 miliardi di individui, è probabile si sia sull’orlo dell’estinzione dell’uomo.

Ci sono altre considerazioni che dovrebbero indurci a fare un immenso bagno di umiltà.
In questi anni nel mondo scientifico è in atto un’autentica rivoluzione copernicana che è a tutt’oggi perlopiù ignota al grande pubblico ma che dovrebbe avere delle enormi ripercussioni sul modo in cui l’uomo intende se stesso.
Chiunque di noi abbia letto un po’ della storia del mondo, davanti un lunghissimo capitolo, quello dei dinosauri. La narrazione ancora oggi largamente diffusa è che questi animali, enormi lucertole, siano sorte 230 milioni di anni fa, abbiano dominato il pianeta per un tempo molto lungo ma che 66 milioni gli anni fa un meteorite abbia causato l’estinzione di tutte quelle bestie e dato inizio alla storia dei mammiferi e, quindi, dell’uomo.
Da tempo questa ricostruzione era messa in crisi da sempre maggiori ritrovamenti e oggi la comunità scientifica è concorde nella asserire che i dinosauri non solo non sono estinti ma sono il gruppo con più rappresentanti sul pianeta, ben più rappresentati dei mammiferi di cui facciamo parte anche noi.
Grossomodo nello stesso periodo in cui comparvero i dinosauri ( circa 230 milioni di anni fa), al suo interno si creò un sottordine, detto Theropoda, con caratteristiche precipue : erano carnivori, erano coperti di piume, avevano ossa cave, mani libere, stazione eretta. Il gruppo avrebbe portato alla nascita, 170 milioni gli anni fa, del tirannosauro e del Velociraptor ma, nello stesso periodo, un dinosauro strettissimamente imparentato con i Velociraptor prese a volare e le somiglianze tra i Velociraptor e questo parente erano tali che, per noi, anche quest’ultimo apparirebbe come un appartenente al gruppo a noi tanto familiare, ossia, un uccello. Sia chiaro, malgrado l’innovazione del volo, gli uccelli non erano una nuova classe di animali ma Theropoda come tutti gli altri sia a livello fisico che comportamentale: come il tirannosauro e il Velociraptor, avevano stazione eretta, stessa anatomia, stesse uova, stesso apparato digestivo, stesse strategie riproduttive, stesso piumaggio, stesse modalità di caccia, facevano il nido; erano e sono dinosauri come gli altri. Si sono trovati fossili di un dinosauro simile all’oca risalente a 80 milioni di anni fa, segno che gli uccelli avevano già spesso forme a noi molto familiari. Poi, 66 milioni di anni fa, un meteorite cadde sulla terra provocando una detonazione migliaia di volte superiore a quella di Hiroshima e un vero e proprio inverno nucleare; per 15 anni, poi, il cielo fu oscurato dai detriti, il sole non sorse, la temperatura crollo’. A questo punto si dice che i dinosauri si estinsero ma, come abbiamo capito, non fu così: ad estinguersi furono quelli che vengono definiti dinosauri non aviani ( cioè: tutti i dinosauri tranne gli uccelli) ma non solo loro; svanirono anche tutti gli pterosauri, gli ittiosauri e, generalmente, qualunque animale superiore ai 25 chili: era tale la scarsità di risorse che qualunque animale fosse anche solo di taglia media, soccombette. Ma per i dinosauri non era neppure la prima estinzione di massa a cui andavano incontro: già nel Permiano- Triassico e nel Triassico-Giurassico erano sopravvissuti a estinzioni di massa; in tre dei cinque episodi di estinzioni della quasi totalità del vivente, abbiamo dinosauri che sopravvivono all’evento. Si sono trovati fossili di uccelli estremamente simili agli attuali risalenti a 40 milioni di anni fa: sono i progenitori degli struzzi, dei pinguini, degli avvoltoi. Dunque, ricapitolando brevemente, in base alla discriminante che vogliamo imporci ( capacità di volo o meno, sempre tenendo in mente che oggi molti uccelli non volano. Si ricordi l’emú, lo struzzo, il kiwi, il kakapoo) abbiamo oggi, vivente e vitale, un gruppo di animali la cui adattabilità era tale da aver richiesto appena piccoli adattamenti per sopravvivere nell’arco di 200 milioni di anni ( e certamente di 170).
Dopo questo lungo excursus, soffermiamoci un attimo sull’uomo. I primi esemplari di uomo moderno (noi) in Africa risalgono, sembra, a circa 130 mila anni fa. A voler essere estremamente generosi, potremmo dire che la storia umana inizia 2,5 milioni di anni fa con homo habilis ma se nessuno che, 170 milioni di anni fa, avesse visto un tirannosauro o un Velociraptor, avrebbe grandi dubbi di trovarsi davanti a un uccello ( e anche oggi consideriamo uccelli essere alti più di 2 metri incapace di volare ed essere grandi quanto un unghia che ronzano volando e che si nutrono di polline), credo che davvero pochi considererebbero un Homo habilis un essere pienamente umano. Dai 2,5 milioni di anni ai 130 mila, le mutazioni furono sostanziali ed il cervello è cambiato profondamente in struttura e volume; poi dopo i 130 mila anni, si è attraversato un periodo di relativa armonia con l’esistente che si è conclusa col fiorire dell’agricoltura, della pastorizia, del patriarcato e della sua cultura dello stupro. I dinosauri da 230 milioni hanno cambiato abbastanza poco di sé e si sono mostrati capaci di attraversare 3 momenti nella storia in cui l’80% del vivente svaniva e ancora oggi piccioni e gabbiani, passeri e corvi ci mostrano quanto i dinosauri teropodi siano adottabili e adatti alla vita. Noi uomini abbiamo raggiunto la nostra forma attuale appena 15 minuti fa (per riagganciarci a quanto si diceva all’inizio) e quasi subito abbiamo iniziato a venerare noi stessi, a porre l’uomo al centro di tutto; ci siamo ingabbiati in una cultura antropocentrica e patriarcale e abbiamo iniziato ad adattare il mondo a noi smettendo di adattare la nostra cultura al mondo. Così una gallina, essere che trattiamo con supponenza e che macelliamo ogni anno a miliardi, qualcuno che riteniamo ontologicamente più stupido, inferiore a noi, potrebbe guardarci negli occhi e raccontarci una storia di successi di 230 milioni di anni, potrebbe guardare, guardare cosa abbiamo fatto in 10 mila anni di società patriarcale e 300 anni di civiltà industriale, guardare alla sesta estinzione di massa causata dall’uomo e a cui i dinosauri sopravviveranno ancora ma noi no, portandoci nel nulla l’ultimo appartenente al genere homo, e potrebbe chiederci  “chi è lo stupido?”

Categorie
Articoli

One more chance.

One more chance, oltre la violenza di genere.

di Baby Sinclair, per Intersecta.

 

Sono qui per parlare di violenza di genere, un tema purtroppo attuale. Ne parlerò portando la mia esperienza.

È una testimonianza personale, vera e vissuta sulla mia pelle.

Nasce già dall’infanzia. Si protrae per anni e sempre per mano di uomini.

La violenza di genere non conosce razza, religione o estrazione sociale. Faccio questo appunto per non alimentare in nessun modo delle conclusioni errate in quanto vengo da una famiglia che si è convertita all’Islam.

Il primo a scagliarsi contro di me fu mio padre. Una storia piuttosto surreale, dove nei primi anni della mia vita ho avuto a che fare con una persona alcolizzata e tossica, in preda alla totale incapacità di controllo. Bastava poco per perdere la pazienza e scagliarsi contro me e mia madre.

Sempre lui, in seguito, fece un cambio drastico di vita. Diventò musulmano, ma il suo modo di seguire la fede fu da subito estremamente integralista. Acquisita un’apparente lucidità la violenza diventò ancor più efferata, tanto da desiderare che tornasse a drogarsi. Non bastavano più le botte ma si aggiunse una nemmeno sottile e completa sottomissione. Ho visto quasi strangolare mia madre.

Quando venivo picchiata spesso non capivo nemmeno il perché. Lui mise dentro me il verme della vergogna, dell’insicurezza e della colpa.

Mi sono ritrovata a scappare per strada in pigiama in attesa dell’arrivo dei carabinieri. Minacce di rapimento, ritorsioni e maledizioni.

Ciò che mi veniva ripetuto spesso era che meritavo tutto questo. Si respirava aria di immoralità. Quelli per me furono anni di clausura e di pianti. Anni passati a sognare un po’ di libertà. Comincia un lungo conto alla rovescia. Promisi a me stessa che a 18 anni sarai scappata. Così fu. Non ho mai capito realmente cosa pensasse mia madre. Era amore o pressione? La loro relazione dura tutt’ora. Inutile dire tutto questo ha segnato la mia vita e di conseguenza anche molte scelte venute in seguito.

Le mie relazioni erano infettive, instabili, distruttive.

Ero totalmente priva di autostima. Ero la prima nemica di me stessa. Parlerò di una relazione in particolare, un tassello aggiunto alla piramide di autodistruzione.

Nel periodo in cui conobbi questo ragazzo mi sentivo sola e spaventata.

Vivo nel terrore che mio padre mi trovasse.

Il solo sentirlo per telefono mi lasciava insonne settimane; questo ragazzo sembrava interessarsi seriamente a me. Era protettivo e affettuoso. Nonostante questo avvertivo che qualcosa non andava.

La sua gelosia.

Piano piano la mia vita divenne totalmente sotto il suo controllo. Mi faceva sentire sempre in difetto, inadeguata…

In fondo papà diceva sempre

“Fai schifo”

” Ti devi vergognare”

” Abbassa lo sguardo quando ti parlo”

Andare al lavoro era un problema enorme fonte di stress.

Lavoravo in un bar.

Lui era sempre lì. Per carattere ero gentile, sorridente, ma purtroppo sapevo che non mi era concesso scherzare. Lui era sempre lì. Mollava il lavoro e veniva a controllarmi.

Quando lo vedevo entrare mi reggelavo. Da lì in poi sarebbe iniziato un incubo.

Mi trasformavo. Diventavo impacciata, il mio viso si incupiva. Contavo i minuti per staccare dal lavoro.

Lui era sempre lì.

Una birra ogni quarto d’ora. Ad ogni bicchiere diventava sempre più aggressivo. Se mi scappava un accenno di sorriso mi fulminava. Sapevo già cosa mi avrebbe aspettato. Un uomo completamente ubriaco che me l’avrebbe fatta pagare. Valutavo ogni giorno la situazione ma era un bravissimo manipolatore. Sapeva che non volevo tornare dai miei. Usava questa cosa come arma. Dopo ogni tragedia tornava da me in ginocchio implorando perdono e promettendo di cambiare. Nel frattempo aveva fatto terra bruciata intorno a me. Io ogni volta ci ricascavo. Era una spirale infinita. Veniva costantemente messa sotto sopra casa. Volavano oggetti che mi scagliava addosso. Mi taglio’ con i vetri di uno specchio frantumato mentre mi seguiva con la scopa.

Un giorno addirittura, stanco degli schiaffi prese delle seppie surgelate e sbattendomele sulla testa me la aprí come si fa con le noci di cocco.

A volte giravo con le labbra scoppiate. Io mi nascondevo, la gente non doveva sapere.

Ero sotto una piena sudditanza psicologica.

Ho sempre cercato di difendermi. Non senza paura.

Una volta prese un coltello da cucina. Corsi per casa alla ricerca di qualcosa. Trovai delle forbici e gliele conficca i nel braccio. O lui o me.

Corse al pronto soccorso e scappai da un’amica. Non potevo farmi trovare al suo ritorno. Certe mattine fatica ad alzarmi dal letto. Avevo dolori ovunque. Quando mi immobilizzata a terra  riempiendomi di calci provavo pena e vergogna per me. Decisi più volte di sbatterlo fuori casa ma lui mi inseguiva. Un giorno si arrampico’ sulla grondaia. Era fuori di sé. Ruppe la finestra.

Ero impietrita. Non alzai un dito. Distrusse letteralmente tutti i mobili di casa. Mi aveva in pugno, mi sentivo in catena.

Incredibile a dirlo ma sapeva anche darmi molto, peccato che era un modo per levarmi la voglia di vivere. In quel periodo entrai anche nel vortice di anoressia e bulimia. Ne sono uscita 5 anni fa.

Conobbi anche la depressione ma quella purtroppo continua a farmi compagnia.

Dentro di me c’era soffocata un’ immensa voglia di vivere. Improvvisamente si fece così grande da sovrastarmi.

Non vedevo soluzioni, non vedevo futuro.

Presi tutti i medicinali che avevo a casa accompagnati da litri di alcol.

Fortunatamente non bastò. Non era certo la soluzione.

A volte si pensa che la disperazione sia l’unico luogo sicuro. Questo solo perché si è tragicamente abituati alla sua presenza, diventa tutto un’ abitudine angosciante.

Dopo tanta strada, e tanto lavoro mi sono riscoperto una donna diversa. Seppur con delle cicatrici, una donna capace di ribellarsi. Ho conosciuto il femminismo. Il femminismo mi ha salvata. La violenza di genere oggi non si combatte con le leggi e le campagne di sensibilizzazione. La violenza si combatte a partire da se stessi.

È necessario decostruire, ripulirsi e autodeterminarsi.

Si deve cambiare senso di marcia la società. Ad ogni singola persona che abbiamo accanto: i nostri amici, i nostri fratelli, i nostri padri, i nostri figli. È fondamentale educare al rispetto, al consenso, alla libertà! Bisogna fare scudo. Trovare appoggio nella sorellanza. Non è semplice ma se oggi parlo di questo è per far capire che le cose si possono cambiare.

Bisogna proteggersi, ribellarsi, fuggire.

Non è mai colpa nostra.

La violenza non ha mai giustificazione.

Non siamo noi quelle sbagliate.

Non c’è vergogna nel chiedere aiuto.

Siamo donne. Meritiamo il meglio. È arrivato il momento di andarcelo a prendere.

Categorie
Articoli

Brasile: Il disboscamento dell’Amazzonia e delle altre foreste pluviali è a norma di legge.

LA CAMERA DEI DEPUTATI BRASILIANA MODIFICA IL CODICE FORESTALE E PERMETTE IL DISBOSCAMENTO AI GRANDI PRODUTTORI AGRICOLI

 

(Da “Uol.com.br” 29/05/2019; traduzione: Intersecta)

 

Con 243 voti contro 19, la Camera dei deputati ha approvato oggi un progetto di legge che, con 35 emendamenti, permette il disboscamento di 5 milioni di ettari nel Paese. La flessibilizzazione prevista può ritardare il rimboschimento di 4 milioni di ettari. La somma delle regioni deforestate equivale al territorio del Portogallo.

Si tratta della misura provvisoria 867, pubblicata alla fine della presidenza di Michele Temer (MDB), che propone di estendere fino al 31 dicembre 2020 la scadenza per l’adesione dei produttori dell’area rurale al Codice Forestale.

Il testo, intanto, è passato alla Commissione Speciale Mista all’inizio di quest’anno ed è stato trasformato nel Progetto di Legge di Conservazione numero 9/2019. Per l’occasione, deputati e senatori hanno incluso 35 emendamenti – sei pagine che, secondo gli ambientalisti “sfigurano il Codice Forestale”.

La votazione è cominciata nella notte di ieri con il tentativo dell’opposizione di impedire che il progetto fosse votato, perché il provvedimento sarebbe caduto se non fosse stato approvato entro il 3 giugno. L’ostruzionismo non ha avuto successo e la votazione è stata fissata per oggi. La discussione è andata avanti tutto il giorno finché, alle 17, il testo è stato approvato dalla maggioranza.

La plenaria, dunque, ha dibattito una proposta del Partito Socialista che pretendeva di escludere dal testo la disposizione che accresceva l’area che si può non considerare più riserva protetta. I membri della maggioranza di governo hanno vinto di nuovo: 252 voti contro79 . Il testo adesso passa al Senato.

L’opposizione ha dichiarato durante la plenaria che l’approvazione del testo avrebbe compromesso il Codice Forestale a vantaggio dei pochi e grandi produttori dell’area rurale. Lo studio del Comitato Tecnico dell’Osservatorio del Codice Forestale, organizzazione civile formata da 28 istituzioni, indica che i 9 milioni di ettari perduti a causa degli emendamenti sono distribuiti in 147, 906 immobili.

“È una concentrazione di terra molto grande”, dice l’avvocata e segretaria esecutiva dell’Osservatorio, Roberta del Giudice. “È un abuso effettuare una modifica che riguarda tutto il settore per favorire 147 mila immobili in tutto il Brasile”

9 MILIONI DI ETTARI

Arrivati ai 9 milioni di ettari, il Comitato Tecnico dell’Osservatorio del Codice Forestale ha valutato la situazione delle riserve protette in Brasile. Il gruppo ha incrociato i dati sulla vegetazione locale fotografata dal satellite con la rete fondiaria brasiliana. In tutto sono stati analizzati 3,5 milioni di immobili e una area di 364.1 milioni di ettari.

Gli specialisti hanno trovato irregolarità in 147,906 immobili con assenza di vegetazione locale per 9044122 ettari. Questo deficit è concentrato nel centro-ovest (in 3.8 milioni di ettari), seguito dal nord(1.7 milioni) e il sud-est (1,6 milioni). Fra gli Stati, il disboscamento è maggiore nel Mato Grosso, Parà e San Paolo, principalmente in zona di espansione agricola.

COME HA FATTO IL PROGETTO AD AMMETTERE IL DISBOSCAMENTO?

L’emendamento più importante ha modificato l’articolo 68 del codice, permettendo il disboscamento di 5 milioni di ettari. L’articolo diceva che la riserva protetta di ciascuna proprietà agricola avrebbe dovuto rispettare la legislazione legale in vigore all’epoca in cui l’immobile rurale era stato creato

“Se hai disboscato per creare una azienda agricola nel 1970, valgono i limiti stabiliti dalla legge dell’epoca,  non il Nuovo Codice Forestale “, spiega il professore della scuola superiore di agricoltura Luiz de Queiroz, Gerd Sparvek, uno dei responsabili della mappatura per l’Osservatorio.

Responsabile della modifica del testo originale, Sergio Souza, dice che il codice non stabilisce quale sia la legge dell’epoca per ciascuno dei biomi “Il legislatore , in quel momento intendeva dire che era chiarissimo quale fosse la legge vigente all’epoca: il codice del 1965 per la foresta Atlantica, la legge del 1989 per il Cerrado e quella del 2000 per l’Amazzonia.

“Vogliono fare revisionismo” dice Roberta del Giudie. La avvocata dice che il codice del 1965 proteggeva già ogni tipo di vegetazione. “Il testo diceva che il termine ‘forestale’ non significa solo foresta fitta” dice “ Abbiamo già sentenze al riguardo. Prima della approvazione del Nuovo Codice, l’allora ministro Luiz Fux ha riconosciuto che anche i territori coperti da vegetazione bassa erano protetti nel 1965”

“È una analisi molto rozza e a loro favore. La divisione dei biomi in base al nome è sorta soltanto nel 1989, ma la terra occupata da bassi arbusti era già da tempo riconosciuto come parte delle nostre foreste” dice Roberta del Giudie.

“Con questa modifica, su tutta la deforestazione nei territori con vegetazione bassa tra il 1965 e 1989, equivalente a 5 milioni di ettari, sarà fatta una sanatoria. Non si dovrà provvedere a risanarlo” dice Gerd dell’università di San Paolo. “Ma, se la tutela parte da 1965, la tutela si abbassa di 1,5 milioni di ettari”.

4 MILIONI DI ETTARI SONO A RISCHIO

Mentre l’emendamento all’articolo 68 libera gli agricoltori dall’obbligo di rimboschimento nelle proprie proprietà, altri emendamenti permettono che 4 milioni di ettari siano a rischio di incorrere nel medesimo destino.

André Guimareas, direttore esecutivo dell’istituto di ricerca ambientale dell’Amazzonia (Ipam) spiega che alcuni emendamenti rinviano la scadenza entro cui i proprietari terrieri dovranno aderire al codice. “Questa scadenza è già stata rinviata quattro volte, creando incertezza giuridica per quanto riguarda l’agro business. Il codice reso più fragile rende più difficile il nostro inserimento nel mercato internazionale.

Roberta spiega che le alterazioni non stabiliscono una scadenza per adeguarsi

“Il produttore sarà obbligato soltanto a ripristinare il bioma dopo una notifica dello Stato. Se da qui a 20 anni un ente federale dovesse procedere a una identificazione e procedere a una notifica, il produttore avrebbe un ulteriore anno per adeguarsi alla normativa. Con Stati in bancarotta e organi di controllo ambientale senza budget, pensi che queste notifiche avverranno?”

Lucas Lacaz Ruiz/Fotoarena/Folhapress

Categorie
Articoli

2017: 71 omicidi politici in Brasile, quasi la metà nel corso di massacri.

METÀ DEGLI OMICIDI IN SCONTRI NEL 2017 SONO STATI CARNEFICINE

Da “Brasil de Fato”. Autrice: Rute Pina. Traduzione: Intersecta

 

Secondo un report della “Commissione pastorale della Terra”, nell’anno 2017, 71 persone sono state uccise in conflitti politici.

 

La Commissione Pastorale della Terra (CPT), ha lanciato questo Lunedì (4 Giugno 2018, NdT), la trentatreesima edizione del report annuale “conflitti in corso in Brasile”, documento che presenta un bilancio degli omicidi verificatisi a causa di conflitti politici nel Brasile rurale.

Secondo il report, dei 71 morti omicidi registrati nel 2017, 31 sono stati massacri; cioè, il 44% delle vittime dei conflitti politici sfociati in scontro aperto, l’anno scorso, sono state frutto di carneficine.

Sono stati cinque i massacri verificatisi in conflitti per la terra, l’acqua, il lavoro. Solo due di questi, a Colniza (MT), e Pau D’Arco (PA), non hanno superato il numero di morti del Massacro di Eldorado dos Carajas, che ha visto come vittime almeno 19 lavoratori senza terra nel 1996.

Era dal 1988, che la Commissione Pastorale non registrava in un solo anno più di due massacri (cioè, in base a quanto stabilito da chi stilava il rapporto, l’omicidio di tre o più persone in uno scontro verificatosi lo stesso giorno).

La CPT fa presente che non rientra nel computo delle vittime l’omicidio di almeno 10 indigeni nella Valle del Javari, in Amazzonia, avvenuto tra il giugno e l’agosto del 2017. Benché esistano indizi che si tratti di un ulteriore massacro, neppure il Ministero Pubblico delle Amazzonie e la Fondazione Nazionale dell’Indio(FUNAI) hanno confermato le motivazioni delle uccisioni.

AUMENTO DELLA VIOLENZA

Secondo il report, il numero di scontri  ha avuto una piccola riduzione del 6,8% l’anno scorso, passando da 1536 scontri nel 2016 a 1431 nel 2017

Tuttavia, le vittime sono aumentate. Il computo delle vittime in corrispondenza di questi scontri è cresciuto del 16,4 % rispetto all’anno precedente, passando da 61 persone uccise nel 2016 a 71 nel 2017. È stata la maggior crescita di crimini politici in scontri dal 2013.

In relazione al 2014, anno in cui sono state registrate 31 vittime, l’anno scorso gli omicidi sono in pratica raddoppiati. Isolete Wichinieski, coordinatrice della Commissione, attribuisce la crescita della violenza al clima politico ed economico che si vive nel Paese.

“ Questi movimenti di capitale a partire dal 2008 per la questione della terra ha influenzato molto la violenza. E, negli ultimi 3 anni, in cui abbiamo l’Impeachment e il governo illegittimo di Temer che ha preso il potere, è stata data la possibilità agli stessi fazendeiros e al commercio agricolo di fare una controriforma agraria” ha detto

Da quando la CPT ha cominciato a monitorare la situazione, gli omicidi in corrispondenza di conflitti si sono concentrati negli stati dell’Amazzonia sotto tutela.

Parà e Rondonia, che hanno registrato rispettivamente 22 e 17 morti, guidano la lista delle località più violente. Insieme, gli stati sono responsabili di più della metà degli omicidi, quasi in 55% del totale. Terzo è lo Stato di Bahia, con 10 omicidi.

Sono aumentati anche i tentati omicidi nel 2017, passando da 74 a 120, cioè un tentativo ogni tre giorni.

CONFLITTI PER L’ACQUA

Altro punto importante nel report della CPT è che si sono registrati 197 conflitti per l’acqua. È il maggior numero dal 2002, da quando cioè la Commissione ha iniziato ha contare in una categoria separata questi casi. In relazione al 2016, i conflitti per risorse idriche sono cresciuti del 14,5%. Tra il 2005 e il 2014 la media annua è stata di 73 casi.

“Questi conflitti, principalmente nell’anno 2017, sono concentrati nell’area sfruttata per le risorse minerali. Su un totale di 197, 124 sono stati causati dalle opere messe in atto dalle società minerarie. C’è anche stato un omicidio. È in corso però anche un processo di sfruttamento commerciale dell’acqua e dell’aumento specifico delle commodities, che esigono una espropriazione di queste aree”, spiega la coordinatrice della CPT.

Nel Parà, per esempio, le comunità del municipio di Barcarena denunciano gli impatti ambientali causati dalla Hydro Alunorte. L’azienda cerca bauxite per la produzione di alluminio nella regione.

Anche l’alto consumo di acqua per l’irrigazione delle monoculture è una delle cause della crescita di questi scontri, ricorda Wichinieski.

“Un altro problema nella questione dell’acqua continua ad essere quello delle centrali idroelettriche. E, un numero minore, 26 conflitti, sono in aree dominate da proprietari terrieri, e quindi dovuti  all’espropriazione delle acque per le grandi produzioni di monoculture, principalmente per l’irrigazione. Questo finisce per impedire o rendere difficile l’accesso all’acqua per le comunità tradizionali”, ha spiegato Isolete.

Lo Stato di Minas Gerais ha visto il maggior numero di scontri per l’acqua,  con 72 casi. Segue Bahia che ha registrato 54 casi. Questo Stato è stato anche teatro di una rivolta popolare causata da un conflitto idrico. Nel novembre dell’anno passato, circa 600 persone sono entrate in due aziende agricole che consumavano grandi quantità di acqua provenienti dal fiume Arrojado, a Correntina (BA) per business agricolo.

L’edizione integrale del report annuale è disponibile nel sito della CPT (www.cptnacional.org.br).

Assassinato de indígenas que aguarda apuração do Ministério Público Federal pode elevar número de mortes em 2017 a 81 - Créditos: Foto: G.Miranda/FUNAI/Survival

 

Categorie
Articoli

Chi è la puttana? Intervista a Zahia Dehar.

Chi è la puttana ?

(Rivista “Antidote”, 2017. Traduzione: Intersecta)

E’ la domanda che abbiamo posto in maniera diretta e trasparente all’oggetto dello scandalo che aveva scosso il calcio e la Francia nel 2010. A lungo coperta di insulti, Zahia racconta oggi di essersi lasciata la vergogna alle spalle, e dichiara la sua volontà di capovolgere le ingiurie ricevute, per farne la bandiera di una lotta egualitaria.

Piccolo test preventivo ai lettori e alle lettrici: potete dire di non aver mai voluto vestirvi “come una puttana”, ballare “come una puttana”,  “andare a puttane”? Rispondete onestamente, è nella vostra testa, non vi sente nessuno. E poi, state tranquilli/e, dicono tutti/e di sì. Perché tutti/e siamo puttane. Mi dispiace, anche vostra madre. È scioccante leggerlo, ed è scioccante anche scriverlo, appartengo alla vostra stessa cultura e alla vostra stessa epoca. Un’epoca in cui, ancora recentemente, un presidente della prima potenza mondiale non ha rischiato di perdere il posto per aver mentito su delle armi di distruzione di massa, mentre il suo predecessore ha subito lo stigma generale per una fellatio.

La guerra si può tollerare, ma un pompino no. La morale e il sesso, l’acqua e l’olio della società.

Tuttavia, come le puttane, anche noi a volte stuzzichiamo, provochiamo, attiriamo, osiamo, giochiamo, abbiamo orgasmi. Viviamo. Ma gratis, quindi tutto a posto. In un mondo in cui tutto ha un prezzo – l’acqua, l’aria, lo spazio e il tempo- remunerare o tariffare l’atto più istintivo sciocca sempre, e suscita scandalo. L’ultimo in data: Zahia. Della sua storia conosciamo solo una notte, ma di lei conosciamo solo un nome: puttana. Oggi, di questo insulto lei ha fatto un messaggio, e immagina anche dei progetti per prendere la parola su questo argomento, insieme a Marilou Berry. L’attrice e regista è diventata sua amica dopo averla vista difendersi in uno studio televisivo, mentre gli insulti volavano. Con Marilou al suo fianco Zahia racconta la sua storia e chiede: chi è la puttana?

Marilou Berry: Di fatto, quale è stato il motivo dello scandalo?

Zahia: Adesso, quando ci penso, non mi sembra un gran che, e soprattutto non ho deciso io di essere famosa. Ma sono stata esposta al pubblico per una cosa, e catalogata.

Marilou Berry: A metterti davanti ai riflettori è stato il fatto di essere minorenne e di esserti ritrovata nel letto di un calciatore (Frank Ribery, NdT) per dei servizi a pagamento?

Zahia: Sì, proprio questo.

Marilou Berry: E quanto tempo è passato fra questo fatto e il momento in cui lo scandalo è esploso?

Zahia: E’ passato molto tempo, tutto è successo quando avevo 16 anni ed è venuto alla luce quando ne avevo 18, due anni dopo. Dall’oggi al domani, sono venuti a cercarmi.

Antidote: Dall’oggi al domani, sei diventata Zahia la puttana ?

Zahia: Esatto.

Antidote: Cos’è diventata la tua vita quotidiana ?

Zahia: Sono stata molto male, non uscivo più, non vedevo nessuno. Stavo da sola. Ai miei occhi, non avevo più futuro, ero Zahia la puttana. E so che, in questa società, questo tipo di donna è demonizzata, come se fosse qualcosa di male… Ma non male quello che queste donne fanno, danno soltanto del piacere. Per me, la puttana rappresenta la libertà. Ma non era percepito così, e la mia vita è diventata un inferno. Potevo solo scegliere fra suicidarmi o concentrarmi sui miei obiettivi e raggiungerli.

Antidote: Hai fatto dei pensieri cupi?

Zahia: Eh sì, sì. Non vedevo più un futuro davanti a me, nessuna possibilità.

Marilou Berry: Ma tu avevi già iniziato a lavorare sulla tua collezione prima che succedesse tutto questo, no?

Zahia: Si, esattamente. Avevo già smesso con quel lavoro da tanto tempo. A 18 anni ho cominciato a creare delle collezioni di lingerie. Ne ho fatte quattro, e una di prêt-à-porter. È quello che ho sempre voluto fare. Dopo lo scandalo pensavo che tutto era perduto, che avrei cominciato la mia vita da adulta con un’etichetta. È stato un trauma enorme.

Marilou Berry: Come hai fatto a gestire la sovraesposizione  mediatica di un fatto ripreso da tutti, deformato, distorto, e a farne qualcosa di chic, con l’approvazione del mondo della moda?

Zahia: Era un vero handicap, ero catalogata ormai, ma non avevo altra scelta che fare quello che ho sempre voluto, e farlo bene. Ora, quando ci penso, mi dico che dopo tutto ero abbastanza forte per subire quello scandalo. Ce la potevo fare. In un certo senso, se doveva succedere a qualcuno nel mondo, io ero sicuramente la più equipaggiata. Da quando ero piccola, me ne frego della parola “puttana”, per me non è mai stato qualcosa di male, non ho mai capito le persone che ne avevano orrore, le ho sempre trovate strane. Perché vederci qualcosa di male? E poi, con tempo, mi sono detta che questa etichetta poteva diventare un messaggio da diffondere. Mi sento bene ora, sono fiera di tutto questo, di dire “Sì, sono una puttana, e allora?”. Questo può aiutare le donne, perché dovrei averne vergogna? Non entrerò nell’ingranaggio e non comincerò a denigrare altre donne pensando di essere meglio di loro. No, non sono meglio di loro. Perché giudicare altre persone? Il sentimento di superiorità è la cosa più orribile del mondo, è all’origine di tutte le barbarie.

Antidote: Come ha reagito la tua famiglia?

Zahia: Mia madre era sconvolta. Non lo sapeva, non capiva più niente.

Antidote: Non sospettava niente di quello che succedeva?

Zahia: No, non le avevo detto niente.

Antidote: Non preoccuparti, se non vuoi rispondere a qualche domanda.

Zahia: No, no, va tutto bene.

Antidote: Come è successo?

Zahia: Sono arrivata in Francia all’età di dieci anni, con mia madre e il mio fratellino. La mamma aveva divorziato da mio padre, e ha voluto lasciare l’Algeria per raggiungere mia nonna qui. Avevamo molti problemi familiari, non avevamo una casa e non sapevamo dove andare a vivere. Ero già in ritardo perché non parlavo francese e cambiavo continuamente scuola; una volta raggiunta una situazione più stabile, non riuscivo più a seguire i corsi e a mettermi al passo con gli altri. È stato un trauma per me, perché in Algeria ero sempre la prima della classe, e di colpo mi ritrovai ad essere l’ultima. E tutti i miei sogni, tutto quello che avrei voluto fare da quando ero piccola, sapevo che non avrei potuto realizzarli. Dovevo trovare un’altra soluzione.

Antidote: E quindi ti sei posta il problema di come realizzare i tuoi sogni?

Zahia: Proprio così.

Antidote: Quanti anni avevi allora ?

Zahia: 15, 16 anni

Antidote: È una soluzione che hai trovato da sola, o qualcuno ti ha approcciata?

Zahia: Ho avuto delle proposte, ma in realtà la cosa più determinante era che ero giovane e volevo avere delle relazioni sessuali. Non volevo rimanere vergine. E poi mi sono detta: che possibilità ho? Tutte le ragazze della mia età avevano un fidanzato, erano innamorate e sognanti per un mese, poi erano tristi, poi cambiavano, poi avevano un nuovo fidanzato e ricominciavano da capo. Sapevo che sarebbe stata solo una perdita di tempo e che non mi avrebbe portato da nessuna parte. Mi sono detta, tanto vale avere delle relazioni sessuali e guadagnare qualcosa in cambio. Lo trovavo più eccitante, non mi piacevano assolutamente gli uomini della mia età. Non li trovavo interessanti.

Antidote: Gli uomini della tua età… degli adolescenti, di fatto.

Zahia: [Ride] Sì ! Non avevo interesse a perdere il mio tempo con dei flirt.

Antidote: Quando dici che era più eccitante, intendi anche a livello sessuale?

Zahia: Sì tutto quello che è proibito è un po’ eccitante, perché non siamo autorizzati a farlo.

Antidote: Ti sei ritrovata naturalmente in un ambiente piuttosto chic?

Zahia: Sì, ho cominciato a uscire e incontrare delle donne che mi portavano con loro. Le seguivo un po’, stavo attenta a quello che dicevano, a quello che facevano… Mi consideravo adulta, e in effetti avevo fretta di crescere, di essere indipendente. E’ per questo che ho iniziato ad uscire, ad andare verso altre avventure, secondo me preparavo il mio futuro.

Antidote: Possiamo dire che vivevi due vite.

Zahia: Sì, rincasavo alle sei di mattina e dovevo andare a scuola, senza aver dormito.

Antidote: Per te, all’epoca, quello che facevi era prostituzione?

Zahia: Lo si può chiamare come si vuole. Se la prostituzione è avere del denaro per una prestazione sessuale allora sì, era quello. Del resto, avrei potuto avere un fidanzatino della mia età e cambiarlo ogni settimana; in fondo è la stessa cosa, salvo il fatto che non avrei avuto niente in cambio.

Marilou Berry: E poi, quando si parla di prostituzione, si pensa subito alle donne che passeggiano avanti e indietro lungo i viali, che ti fanno un pompino in auto per cinquanta Euro, di cui non vedono alla fine neanche il colore. Tutto questo esiste, ma c’è anche una prostituzione che è una vera scelta, che può essere motivata dal guadagno economico, dall’eccitazione, dalla voglia di stare con persone più grandi.

Antidote: Per quanto tempo lo hai fatto?

Zahia: [ Riflette ]… Per quasi un anno, mi pare.

Antidote: Hai sempre saputo che si trattava di un periodo, e non di tutta la tua vita?

Zahia: Sì, l’ho sempre saputo. Per me era un breve periodo della mia vita che mi avrebbe permesso di fare altre cose dopo.

Antidote: Come hai fatto a decidere quanto valevi?

Zahia: Mi sono fatta un’idea seguendo le ragazze che frequentavo.

Antidote: E tu (rivolta a Marion) quanto pensi di valere?

Marilou Berry: Caro. È meglio, più tu chiedi più la persona di fronte a te è rassicurante, penso.

Zahia: Sì, è vero.

Antidote: Secondo voi, molte persone pensano alla prostituzione?

Zahia: Sì, e non capisco perché si è costruito un tabù intorno a questa cosa. Si dice che è vergognoso, ma perché lo sarebbe? Un ragazzino di 14 anni che ha delle fantasie e delle coglie è normale, ma una ragazzina no.

Marilou Berry: Nessuno lo dirà, ma è molto frequente. Comprendo questa voglia, ci abbiamo pensato tutte, da adolescenti.  Non è un percorso che si fa per i soldi e basta, siè più nel campo del desiderio che in quello del bisogno.

Antidote: Il denaro diventa quasi un oggetto sessuale, di fatto.

Zahia: Sì, è così. È anche un modo per realizzarsi nella propria vita sessuale.

Antidote: Ti sei ritrovata con tanti soldi dall’oggi al domani, facevi attenzione a non farlo notare?

Zahia: Sì, ci facevo attenzione. Quando mia madre mi faceva delle domande dicevo che erano dei regali.

Antidote: Ti rimane qualcosa dei guadagni di quel periodo?

Zahia: No, non ho conservato niente. Per alcune donne più grandi era un vero business, mettevano da parte i soldi per comprarsi una casa. Io invece spendevo tutto, sempre.  A volte guardavo in borsa e mi dicevo, “quanto mi resta, 6000 Euro?” (risate collettive) Entravo in un negozio di lusso, vedevo un vestito di quel prezzo e mi dicevo, “che mi importa? Lo compro!” In borsa mi rimanevano venti Euro, ma pensavo: “nessun problema, lo indosserai questo vestito, grazie ad esso guadagnerai ancora di più”. E funzionava! (ride) Dicevo a me stessa che servivano investimenti per avere di più, e allora non smettevo mai di spendere.

Marilou Berry: Qual è stato il tuo primo acquisto con una grossa somma?

Zahia: Un vestito Roberto Cavalli. Adoravo i vestiti di lusso.

Antidote: C’è stata una volta in cui ti hanno trattata da puttana e che ti è rimasta in mente?

Zahia: Oh ! Continuamente.

Antidote: E la prima volta che te lo hanno detto?

Zahia: Cerco di ricordarmelo… [Riflette] In realtà mi trattavano da puttana già da giovanissima. Dalla più tenera età adoro truccarmi, indossare delle minigonne, passavo le giornate a agghindarmi, ma non come una bambina, come una donna. Per la gente, ero la bambina strana. Poi quando ho cominciato a crescere, verso gli 11 o i 12 anni, facevo ancora così, ma non ero più strana, ero la puttana ormai. Vedevo che tutti erano scioccati, ma né per me né per mia madre c’era niente di malsano in quello che facevo. La gente diceva a mia madre di non lasciarmelo fare, ma lei non voleva togliermi quello che mi piaceva. Mi era sempre piaciuto, perché di colpo era diventato il male?

Antidote: Dunque, invece di cambiare loro il loro sguardo su di te, avrebbero voluto che cambiassi tu?

Zahia: Esatto. Ma non ho mai voluto cambiare, e quindi tutti mi chiamavano puttana, dovunque. Ma non mi importava.

Antidote: È Diventata la colonna sonora della tua vita.

Zahia: [ Ride ] Sì, proprio così!

Antidote:  E tu hai mai dato della puttana a qualcuno?

Zahia: Ah no, mai. Non direi mai “lurida puttana” a nessuno, perché non sono d’accordo con questo modo di ragionare. Da quando ero piccola, questa parola mi ha sempre intrigata, la sentivo sempre e mi chiedevo: “Cos’è una puttana?” Sì, è una persona che ha dei rapporti sessuali, ma tutti abbiamo dei rapporti sessuali! Cosa c’è di sbagliato? No, ma loro domandano dei soldi! E questo è sbagliato? No. Quindi la parola puttana non mi ha mai colpito più di tanto, al contrario pensavo che fossero degli idioti quelli che lo dicevano, perché non è un insulto. Per me è come se dicessero “lurido fiore”. E soprattutto, non si può essere femministi/e ed essere d’accordo con questo insulto, dire “non sono come questa o quell’altra donna, sono migliore”. Lo trovo vergognoso. Bisogna valorizzare tutte le donne, e nessuno è superiore alle donne che fanno quel mestiere, siamo tutte uguali. No. Ci vogliono imporre il nostro stile di vita, ma non c’è un unico ideale di donna. Alla fine, c’è l’idea della donna da sposare e quella da non sposare. Bisogna sottostare a tante regole per essere la donna da sposare. Ma perché una persona che vuole essere libera e femminista, dovrebbe seguire queste regole? È un po’ ridicolo, no?

Antidote:  Puoi comprendere che ci siano persone scioccate dal fatto che ci possano essere delle relazioni sessuali a pagamento? Alcuni persone, per esempio, le hanno solo per fare dei figli.

Zahia: [Ride] È molto raro!

Antidote: Chi è stato più duro con te, gli uomini o le donne?

Zahia: [Riflette] Le donne possono guardarti male, sì. C’è questo snobismo fra donne… “Io non sono una puttana”. “Quella lì è solo una puttana”. Ma non si può dire che si valorizza e si difende la donna quando poi si dice: “Ma attenzione, non sono una puttana, io”. E allora io dico: “Sì, sono una puttana, e allora?”

Antidote: Voi dareste del denaro a un uomo per andare a letto con lui?

Zahia: Non l’ho mai fatto, ma sì, è una cosa che potrei fare.

Marilou Berry: Neanch’io, ma penso di sì.

Zahia: [Sorride] Io ne ho trovato uno…. [ridacchia] C’è quest’uomo e io mi sono detta, potrei pagarlo.

Antidote : Il sesso a pagamento è diverso da quello « gratuito »?

Zahia : In realtà il rapporto in sé, è la stessa cosa. Quello che cambia è il rapporto col partner. L’uomo ha un dubbio: “Se questa ragazza sta con me è solo per i miei soldi, non perché mi trova bello”… In una coppia tradizionale, è tranquillo, sa che la donna è lì per i suoi begli occhi. Invece i soldi non danno sicurezza all’uomo, e questo dà più valore alla donna.

Marilou Berry: Quello che amo della tua storia, è che è molto femminista. Al contrario del mito di Pretty Woman, del cliché della puttana che si realizza attraverso un uomo, non c’è un uomo nella tua storia. Tu esisti a prescindere.

Antidote: Hai la voglia di rifarlo, qualche volta?

Zahia : Se ne ho voglia? Quando si è single, si pensa che sia meglio così, piuttosto che avere dei rapporti sessuali e poi aspettare che l’uomo ti richiami. Ci si dice, beh, è meglio così.

Antidote: Potremmo dire che è il tuo modello di scopata.

Zahia: Perché molte donne single si sono confrontate a questo problema. Gli uomini sono spesso interessati solo a una relazione sessuale e le donne possono aspettarsi qualcosa di più. Quindi si dicono che, se solo per avere un rapporto sessuale, tanto vale avere qualcosa in cambio. Così, se lui non richiama, ce ne freghiamo. Ma in un certo senso penso che sia finito quel periodo per me, sono passata ad altro e non sono più giovane come allora. È bello da fare quando si è molto giovani, è interessante e divertente.

Antidote: Pensiamo di intitolare l’articolo “Chi è la puttana?”

Zahia: È un bel titolo.

Antidote: Può essere un insulto, o la risposta a un insulto, un confronto

Zahia: “Chi è la puttana” è anche un voler cercare un colpevole, e io penso che la colpevole non sia la puttana.

 

 

Categorie
Articoli

Benvenuti su Intersecta.

Intersecta è un insieme di singolarità che, ciascuna col proprio vissuto, si incontrano per dar vita a una lotta intersezionale contro ogni forma di oppressione; la pagina risponde a questo vissuto e a questo obiettivo : combattere ogni sorta di oppressione umana sul vivente. Su questa pagina potrai trovare dunque contenuti antispecisti, femministi, antiautoritari, antirazzisti, antifascisti, contro islamofobia, antisemitismo, transfobia, violenza ostetrica, omofobia, abilismo, mascolinità tossica; la pagina offrirà ampio spazio e sostegno alla lotta delle e dei sex workers contro lo stigma che le e li colpisce e alle loro rivendicazioni dei diritti e delle tutele riconosciuti ad ogni altra categoria di lavoratrici e lavoratori autonomi. Ma la pagina si pone anche l’obiettivo di decostruire una rappresentazione stereotipata della realtà, quella che, per esempio, vorrebbe due generi e due sessi e ridurre la sessualità a riproduzione. La pagina darà dunque spazio a realtà come l’intersex. Il nostro intento è mettere in questione la società gerarchica e patriarcale odierna per aprirci a un mondo in cui ciascuno possa godere ed essere goduto per ciò che è, senza etichette che lo uccidano.

Su questa pagina potrete trovare contenuti originali, prodotti dai nostri collaboratori, traduzioni di contributi in altre lingue.

E’ Attiva anche la pagina Facebook “Intersecta”, con una selezione di link ad articoli che reputiamo interessanti.

Buona navigazione!