Gli ormoni come l’LSD.

Gli ormoni come l’LSD.

Una femminista radicale di fronte alla “dissoluzione della civiltà”.

di Evo Pan Witch, per Intersecta

Secondo una sedicente “femminista radicale” italiana, l’acutizzazzarsi dei fenomeni omotransintersexfobici che attraversano l’Occidente non sarebbe l’effetto della mobilitazione reazionaria, cripto e neofascista in atto da Washington a Mosca, che riattiva in maniera strategicamente forsennata le risorse del regime ciseteropatriarcale in stato di panico. Sarebbe invece colpa degli omosessuali maschi «sempre più misogini»[1] e soprattutto delle transgender mtf che pretenderebbero di essere donne, o, peggio, di mettere in discussione il binarismo di genere, minacciando di mistificare e colonizzare l’irrecusabile nocciolo duro dell’essenza femminile[2]. Secondo questa giornalista militante il vero fronte di resistenza all’assalto gay-trans-queer non sarebbero però Trump, Fontana, Pillon, il World Congress of Families e la galassia alt-right, ma le giovani donne adolescenti americane che non ne possono più di Gender Theory, politicamente corretto e dibattiti scolastici sulle transizioni di genere.

«Nella subcultura giovanile» scrive «il cambio di sesso è l’apice della libertà. Gli ormoni – meglio se autoprodotti – e il queer stanno alla generazione Z come l’Lsd stava alla Beat Generation. Ma ogni fenomeno, raggiunto il climax, genera fatalmente i suoi anticorpi: di questa roba “da college” Abi [personaggio di una serie tv che sarebbe altamente rappresentativa della “svolta” delle giovani americane] non ne vuole sapere. Sostiene Amnesty International, le interessano i progetti collettivi e non le peripezie libertaristiche individuali».

Le lotte e le pratiche LGBTQI sarebbero insomma espressione malcelata di una vocazione per un invidualismo filo-anarco-capitalista, climax delle logiche neoliberali: non si tratterebbe allora solo della colonizzazione de “il femminile”, ma della minaccia stessa alla tenuta della società in quanto tale, fondata sul patto (che nessuno ha firmato) di reciprocità e solidarietà, e dei ruoli (di genere, ma non solo) che esso assegna. Non sfuggirà che questa narrazione ripete la solfa secondo la quale il ’68, e ancora prima hippy, beat e cappelloni, con le loro droghe e le loro “subculture” (sono “sub” sempre quelle de* altr*) sarebbero all’origine dell’odierna “atomizzazione” neoliberale in cui tutti ci riduciamo a consumatrici/tori indebitat* e produttrici/tori precar*, imprenditrici/tori di noi stess* e, in definitiva, merce[3]. Non la controffensiva disciplinare capitalista post-fordista con le strategie di downsizing, esternalizzazioni a costo zero e pulviscolarizzazione del lavoro, la privatizzazione del welfare e i processi d’indebitamento collettivo e individuale, ma l’LSD e “la fantasia al potere”, la controperformazione del genere, la decastrazione dell’ano e il commercio di ormoni autosomministrati[4]. A far da cerniera i «fratelli gay che nel loro percorso di normalizzazion-omologazione hanno abbandonato ogni tratto femminile per aderire al modello della virilità etero». Ma la femminilità non era il bastione intoccabile delle donne, il loro segreto che, secondo la lezione differenzialista, a nessun maschio potrebbe mai essere comunicato?[5] Di fianco alle transgender mtf che credono di diventare donne “amputandosi i genitali” – diventando non donne, ma maschi coi genitali amputati – ci sono quindi i gay che sono maschi, e quindi il patriarcato (o l’omopatriarcato, sempre secondo lezione differenzialista), ma che dovrebbero femminilizzarsi: prendere lezioni non tanto dalle donne, ma delle femministe differenzialiste. “Ancillare” però è il femminismo che partecipa ai pride, che sostiene le lotte trans, queer, intersex, nonché quelle delle/i migranti (perché, secondo la nostra, le migrazioni sono la testa di ponte per la penetrazione del fascismo islamico che vuole mettere il burqa a tutte, ma le femministe “ancelle”, stranamente in questo non lontanissime da Amnesty Internazional, non lo vogliono capire: infatti il migrante sarebbe il “mito” che sostituisce l’operaio nell’immaginario maschile della sinistra). Insomma, se siete fr0ci, trans mtf, transfemministe queer, intersex non corrett* o qualsiasi altro tipo di soggettività non conforme, e siete marginalizzat*, perseguitat*, res* abiett*, e magari uccis*, la colpa è vostra. Naturalmente le femministe differenzialiste o “radicali”, alcune delle quali alleate esplicitamente con il Vaticano, o come nel caso della nostra, simpatizzanti di Salvini e del Forum delle Famiglie (benché PD-embedded), restano potenzialmente vostre amiche, a patto che rinunciate «alla pretesa di occupare il centro delle politiche, di negoziare ogni sorta di diritto, di fare della fluidità il paradigma dell’umano – il Neutrum Oeconomicum di cui trent’anni fa il filosofo Ivan Illich preconizzava la venuta». Lo dice una femminista differenzialista che sta nel PD e occhieggia a Salvini e Pillon. Ma voi fidatevi. L’eteropatriarcato è una vostra fantasia (che brama il potere). Piegatevi alla norma, dismettete ogni assurda pretesa di affermazione pubblica della vostra soggettività, ogni folle e bizzarra velleità di traduzione politica delle vostre istanze, ricacciatevi da sol* ai margini e nell’invisibilità, e, finalmente, quando ognun* sarà al suo posto e il patto sociale salvo, vi accoglieremo.

 

 

[1] Quel “sempre di più” occulta completamente, in maniera strumentale, la storia del dibattito interno ai movimenti di liberazione omosessuale “maschile” e quella dei conflitti con i movimenti femministi e lesbici. Lo scopo è quello di autorappresentarsi come “amica” di prima data del movimento di liberazione gay, e quindi di imputare la propria recente omofobia ai gay stessi

[2] Benché l’acronimo TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminism) sia di conio relativamente recente, la storia di questo curioso attivismo finalizzato all’esclusione e al diniego delle soggettività trans è di lunga data. The Transsexual Empire, in cui l’autrice, Janice Raymond, accusa i transessuali tutti di stuprare i corpi femminili tentando di ridurli a meri artefatti colonizzandone identità, cultura, spazio politico e sessualità, è del 1979.

[3] Naturalmente il riferimento occulto è alla Gpa e al biolavoro femminile in generale. Da cui è però esclusa, ovviamente, la maternità, considerata parte della mera sfera “naturale”. Non una prestazione di lavoro gratuito ideologicamente naturalizzata che fornisce la manodopera (sempre più precaria) al mercato del lavoro capitalista e contemporaneamente sigilla la dipendenza economica femminile dai maschi, come il femminismo materialista ci spiega da decenni.

[4] Non è estraneo a tutto questo discorso nemmeno il nesso fra omosessualità “maschile”, queerizzazione del genere, compravendita di uteri e neonati e pedofilia. In un’accelerazione analogica degna dei difensori della famiglia naturale i primi tre fenomeni e la loro evoluzione porrebbero le condizioni di possibilità per il quarto. Perché chi strappa neonati dall’utero materno per appropriarli al cosiddetto omopatriarcato, probabilmente educandoli a vestirsi con gli abiti del sesso opposto, non potrebbe, giunto a questo livello di snaturalizzazione della norma biologica e dei sacrosanti tabù che essa eroga, avventarsi sessualmente su di quegli stessi infanti? Una volta denegata quella divinità che è la Natura, non è tutto permesso?

[5] È sostanzialmente la tesi essenzialista di molte femministe della differenza, da Luce Irigaray a Luisa Muraro.

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