Le vere liberali.

Le vere liberali.

Come le radfem escludenti accusano le femministe libertarie di liberalismo.

di Jane Marple, per Intersecta

 Otto Dix, Ritratto della giornalista Sylvia von Harden, 1926.

 

“Essere femminista significa avere la profonda e radicata convinzione che le donne sono persone”.

Voglio ripartire da qui, dal noto slogan degli anni ’70, per evidenziare la strumentalizzazione donnista che oppone un collettivismo di facciata, squisitamente liberale, al concetto-cardine di autodeterminazione, base fondante di ogni femminismo degno di questo nome. I femminismi sono prassi di liberazione, di affrancamento dalle convenzioni sociali e dai ruoli di genere, di determinazione del sé,  della propria esistenza all’interno di un sistema imposto, in un contesto che non contempla la libertà assoluta, ma solo quella elargita per concessione e intercessione di elite rappresentative. Che in realtà rappresentano ben poche persone,  giusto quelle che possono essere annoverate come adeguate ai diktat sociali e politici dominanti. Questo contesto è il liberalismo. E il donnismo,  autoproclamatosi femminismo radicale, ne è espressione lampante. Autoreferenziale, più che rappresentativo, finge di anteporre l’interesse collettivo a quello individuale. La realtà, infinitamente più complessa, articolata, sfaccettata di come viene tratteggiata da certe guru radfem, viene sistematicamente appiattita dalle loro voci sovrastanti in virtù di una non meglio specificata lotta per la parità di genere. Una parità che passa attraverso il cosa, come, dove, quando, stabilito da una ristretta cerchia di donne cisgender (che si riconoscono nel genere assegnato loro alla nascita)e presentato come valido per tutte. Spesso godono di vari privilegi, non ultimo quello di poter utilizzare appoggi politici e conoscenze tali da rendere la loro propaganda donnista altamente visibile, main stream, e quindi percepita come l’unico “femminismo” praticato e praticabile. Tra i molti, due aspetti trovo particolarmente avvilenti. Il primo: le radfem sono ancorate alla cd differenza biologica, intesa come primato dell’utero e basata sulla concordanza costruita sesso-genere. Il secondo: la violenza verbale gratuita con cui si scagliano nei confronti di chi dissente da loro e il termine paradossale con cui apostrofano il femminismo libertario, ossia “libfem”, che sta per femminismo liberale. Confondono il libertarismo con il liberalismo. Quest’ultimo, di fatto, è l’ossatura costitutiva del LORO approccio ad ogni tematica sociale. Con tale appellativo stigmatizzano puntualmente tutti quei femminismi che rifiutano di negare le complessità e le necessità soggettive e di interi gruppi di persone. Usano slogan-mantra imparati a memoria, pomposi quanto vuoti. Per esempio nei confronti delle sex worker e di chi supporta le loro istanze, con roba del tipo “neoliberiste a favore della mercificazione del corpo della Donna” (si, lo scrivono spesso al singolare e con la d maiuscola). Curiosamente, hanno sdoganato libfem ma il sex work è “un inglesismo che nasconde il fatto che il lavoro sessuale è sempre sfruttamento e costrizione”, ignorando bellamente chi e perché ha coniato questa espressione, nonché la sua grande portata politica e l’adozione del suo uso a livello internazionale.

Ma, lo ribadisco, le liberali sono loro. Che elaborano teorie universali bypassando intere moltitudini di soggetti con esigenze socioeconomiche sostanzialmente opposte alle loro. Che pretendono di determinare le vite altrui basandosi sui loro personali parametri.

Si sono appropriate indebitamente della denominazione radfem o femminismo radicale che dir si voglia, ma non mettono mai in discussione il sistema nella sua interezza, con tutte le sue iatture: economia, capitalismo, razzismo, inquadramento di e nel genere, specismo, competizione, gerarchie sociali in generale. Puntano soltanto il dito su chi cerca di barcamenarsi in questo sistema che non ha voluto né scelto, ma che anzi critica e disprezza. Rafforzano il genere come costrutto culturale e il rigido binarismo ogni volta che scrivono e condividono articoli-spazzatura sulla fantomatica “teoria gender”, se pur scritti senza mai citarla espressamente, trincerandosi dietro un lessico pretenzioso e pseudo accademico.

Riconducono le azioni e le scelte di una sola donna a una presunta quanto inconsistente responsabilità nei confronti di tutte. E qui mi ricollego allo slogan citato all’inizio di questo scritto: le donne sono persone, soggettività diverse, con vissuti specifici. Quando non si tiene conto di ciò,  si esplicita l’autoritarismo che contraddistingue ogni forma di ideologia che riduce gli esseri viventi a categorie. La solidarietà è un fattore importante per costituire forza sociale ribelle al riduzionismo di categoria, non per puntellarlo.

Il femminismo è movimento di idee, controcultura. Il donnismo è immobilismo, cristallizzazione di ruoli. Il femminismo intersezionale non concede, non include, semplicemente si espande continuamente, allarga la sua compagine di alleanze composite, fatta di persone che sono parti in causa a pieno titolo nella decostruzione della civiltà patriarcale: non conformi, anarchiste, migranti, sex worker, uomini a disagio con i cliché machisti.

Il donnismo opera esclusioni, distinzioni arbitrarie, descrive una società piccola piccola, a sua immagine e somiglianza, fomenta conflitti polarizzati su temi sensibili e complicati. Un classico esempio: la gestazione per altri (gpa), sprezzantemente definita utero in affitto. Come se possedere un utero ti rendesse automaticamente donna e madre, come se fosse un patrimonio collettivo soggetto a tutela e non parte di un corpo appartenente a una persona capace di determinarsi da sola. La voluta e studiata confusione che diffondono su sex work e tratta, gpa e schiavitù riproduttiva, mettendo tutto in un unico calderone, è emblematica della loro superficialità, del disinteresse verso le persone e le loro situazioni peculiari. Dietro c’è solo voglia di ribalta e una banale forma di corporativismo dispotico. Neanche un accenno, mai, sulla schiavitù del lavoro in sé, di tutto il lavoro così com’è concepito. Il settarismo delle loro idee corrisponde in pieno al quadro sociale generale in cui viviamo, che non affronta mai i problemi alla radice ma si limita a scalfirne la superficie a colpi di provvedimenti inutili.

Manca una cultura dei soggetti che favorisca il senso di responsabilità individuale e il diritto ad autodeterminarsi. Due traguardi propedeutici ad un collettivismo salutare e di certo non in contrapposizione agli stessi, come sostiene il donnismo radfem. Che ci vuole tutte vittime e bisognose di protezioni esterne, non guerriere come il femminismo mi ha insegnato.

Le radfem sono le vere liberali. E il liberalismo, soprattutto se privo di autocritica, è il male.

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