Vergine?

Vergine?

La costruzione politico-culturale del mito della verginità femminile.

di GiuRo, per Intersecta

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Lev Tchistovsky (1902-1969), dalla serie delle Orchidee.

È fuori di dubbio che nella nostra società la verginità sia ancora un valore; ovviamente però solo se riferita alle donne. Per un uomo è già differente: se hai superato una certa età e non hai mai fatto sesso, impari a guardarti come un perdente, qualcuno con un qualche difetto e non un gap da colmare. Questo gap, genera spesso nel maschio odio nei confronti delle donne: ecco l’incel. Ok, guardando adesso ambienti femminili, anche fra ragazze esiste il virgin Blaming, la ragazza inesperta può essere vista come una perdente, subire bullismo etc ma questo rimane valido nel suo contesto; quando quelle stesse ragazze che fanno bullismo entrano in contatto con maschi coetanei e non, rimane non così semplice parlare di sesso. Di fatto la nostra società riserva un occhio di riguardo per la donna vergine. Dagli anime giapponesi alla chiacchiera da caffè, la donna “pura, inesperta, che non ha dimestichezza con sesso” è ancora un modello largamente considerato erotico; ancora oggi in certe zone d’Italia, al ragazzo si consiglia di prendere una ragazza molto più giovane “così te la cresci tu”. Addirittura nella nostra società resiste e prospera il mito dell’imene. Secondo la definizione che si dà costantemente di questa membrana, questa sarebbe una sorta di sigillo di qualità che il creatore avrebbe messo alla donna per garantire che nessun pene abbia violato quei genitali. Di fatto, l’imene non è un tappo che garantisca la verginità e che si laceri alla penetrazione ; ciò avviene in un numero molto limitato di donne. In un volume edito da poco ( il mito dell’imene) , due ricercatrici svedesi hanno studiato l’imene su un campione molto ampio di donne, alcune adolescenti e vergini, altre sex workers. È risultato assolutamente evidente che non esiste rapporto tra forma dell’imene e frequenza dei rapporti sessuali : l’imene è costituito da un tessuto molto elastico che non ha grandi problemi a resistere alle sollecitazioni di un rapporto sessuale. Addirittura alcune ragazze ancora vergini avevano avuto una lacerazione dell’imene per motivi che nulla avevano a che fare con il sesso mentre alcune sex workers avevano ancora intatta la membrana.

Il mito della verginità è chiaramente connesso col patriarcato e col possesso della donna da parte dell’uomo e deriva da tempi in cui era difficile testare la paternità dell’erede; il modo più immediato per assicurarsela era imporre una totale castità alla compagna. Di fatto, è un mito che in Europa ha avuto strenuo difensori (i greci) e avversari (etruschi e minoici, precedenti agli europei veri e propri) e che si è costruito nel tempo attorno alla figura di Maria, madre di cristo, e di una crescente sessuofobia sempre più radicata e borghese.

Come sempre, e come ogni altro mito fondativo, si tende a proiettarlo nel passato, a un “È sempre stato così” e a vedere come universalmente gli uomini avrebbero sempre venerato la vergine. Ma così non è. In antropologia, negli anni 40 del novecento, la Mead e Malinowski rimasero sorpresi nel notare che i bambini delle isole del pacifico e, poi, dell’oceano indiano, iniziavano molto presto una vita sessuale e nessun adulto pensava di imporre un veto: le giovani iniziavano dei giochi, sperimentavano piacere sessuale e arrivavano alla penetrazione senza che questo fatto fosse vissuto come traumatico, che loro fossero vissute come decadute o mutate di stato o che si prendesse un qualche provvedimento repressivo: il sesso era qualcosa di giocoso, si sperimentava il proprio corpo e si passava lentamente a forme di sesso più articolate; la verginità non era affatto un valore. In giro per il mondo la maggior parte delle culture adottavano questo approccio o addirittura approcci del tutto opposti a quello europeo con forme di condanna della verginità stessa e in certe culture africane il matrimonio era caratterizzato da un rito in cui la donna faceva sesso con tutti gli amici dello sposo e, in fine, dopo aver imparato, si univa allo sposo.

Come detto, è in Europa che la verginità sembra un valore originario e irrinunciabile e basta aver frequentato un liceo classico ed aver fatto una qualche versione dal greco per notare che una sfilza di dee erano vergini: Demetra, Athena, Diana. A volte però ciò che era strano di queste versioni, era che una dea definita poco prima come vergine, aveva rapporti sessuali e poi continuava ad essere definita vergine. Questo non era dovuto a follia dell’autore, o a incoerenza ma al semplice fatto che il termine più comunemente tradotto con “Vergine”, in realtà sarebbe più correttamente da tradurre come “single”: molte dee non avevano un partner, ma quando si presentava una occasione, facevano sesso senza troppi problemi e sensi di colpa. Ma il mondo classico ci è stato tramandato dalla chiesa e questa aveva tutto l’interesse a mascherare comportamenti ritenuti poco consoni. In realtà la stessa parola utilizzata nelle lingue europee per indicare la condizione, vergine cioè, deriva dal latino virgo che a sua volta deriva dalla radice varg, che significava “sessualmente maturo”: la costruzione culturale ha quindi portato un termine che significava “pronta per iniziare una attività sessuale” a significare “persona che non ha praticato e non pratica l’attività sessuale”; quasi l’opposto insomma. Vediamo dunque come il modello della vergine e la sua consacrazione sia legato alla figura della madre di Gesù. Ma anche storicamente, l’insistenza sulla verginità della Madonna e su una coppia, quella formata da Giuseppe e Maria, priva di sesso, è qualcosa di estremamente recente. Fino a non molto tempo fa, la chiesa cattolica pretendeva che Maria fosse vergine al momento del concepimento del figlio di dio ma poi concedeva alla donna una normale vita sessuale, tanto che si ammetteva che Gesù avesse avuto dei fratelli; lentamente questa possibilità venne negata e si passò a un modello di donna totalmente asessuata. Di fatto, nell’immagine odierna, Maria è l’immagine massima della sottomissione e dell’accettazione che arriva ad accettare senza batter ciglio quello che non sarebbe difficile per nessuno considerare uno stupro (Maria viene avvisata a cose fatte di aspettare un bambino e in nessun momento le si chiede se voglia avere un bambino; le si dice che aspetta un bambino e che dovrà portare a termine la gravidanza). Il modello della Madonna che diventa sempre più un modello di donna asessuata che deve accettare di dare un figlio a un uomo che glielo impone è specchio di una società che muta. Basta leggere Dante e Boccaccio per notare quanto, al di fuori del culto per la donna del signore feudale, il rapporto col sesso fosse molto più libero e la donna delle classi  popolari non fosse tenuta a un modello di verginità. Esisteva anzi una certa tolleranza e anche tra i nobili, fino a relativamente tardi, il matrimonio era un fatto di alleanza e non implicava esclusività sessuale. È con la riforma protestante, il puritanesimo e la controriforma che l’Europa assume definitivamente l’attuale assetto misogino e sessuofobo (ma anche, per motivi strettamente attinenti, omofobo, transfobo e intersexofobo). Si crea di fatto quella che viene erroneamente considerata la famiglia tradizionale. I terreni vengono recinti (le enclosure) e anche il corpo della donna diviene proprietà privata e mezzo di produzione: la famiglia diventa una piccola azienda in cui il proprietario ha diritto ad assicurarsi degli eredi e ciò avviene deprivando la donna di ogni vita sessuale. Adesso, nel mondo borghese, una donna è un buon mezzo di produzione se può assicurare di non aver avuto rapporti sessuali con nessuno e assicura di non averne; come Maria, la donna non sarà votata ad altro che a produrre figli per il suo unico dio, il marito.

Oggi, nel nostro mondo mediato e mediatizzato, la donna si trova in una strana posizione. Da una parte abbiamo una sovraesposizione del suo corpo, che farebbe pensare ad una emancipazione; dall’altra il tabù riguardo al sesso è immutato e diffuso da persona che si proclamano femministe. Nel primo caso, il corpo della donna è sessualizzato e inscindibilmente legato al soddisfacimento del desiderio maschile. Una donna, nuda o vestita (importa poco) compare in pubblicità di ogni tipo e si richiama a un immaginario da pornografia mainstream in cui la donna è sempre pronta a un rapporto sessuale, in cui non esiste stupro e, quando questo avviene, è qualcosa di desiderato dalla vittima; dall’altra, la donna casta che “si concede solo al suo uomo, che non si mostra nuda, che è gentile, educata; che sta al suo posto. La donna pudíca”. Sono due modelli solo apparentemente in contrapposizione e che in realtà riprendono il modello tradizionale de ” la donna da sposare e la donna con cui divertirsi”. La costante, in ambo i casi, è che la donna non ha o non le viene riconosciuta una propria sessualità: la donna “disponibile delle pubblicità è solo apparentemente un individuo padrone del proprio corpo; di fatto il suo è un corpo messo a disposizione dello sguardo e dell’eiaculazione maschile. Nella vita di tutti i giorni, la sessualità femminile è derubricata a fatto secondario e la donna è scoraggiata in molti modi dallo scoprire il proprio corpo e la propria sessualità; tutto avviene all’insegna del sacrificio e della rinuncia, sempre davanti ad una causa più grande. Questa può essere, in primo luogo, l’amore (o ciò che viene inteso erroneamente come amore). Anche oggi, in anni in cui si parla tanto di emancipazione femminile e delle donne che si starebbero prendendo tutto, è estremamente frequente scoprire quelle che potremmo definire “,unioni bianche”, rapporti in cui la donna rinuncia completamente al sesso pur avendo dei desideri sessuali: per degli anni, l’uomo non sfiora neppure la compagna, o non la fa sentire desiderata e, il nome di qualcosa di più alto, lei rinuncia, incastrata in una situazione stracolma di frustrazione e insoddisfazione e povera di amore. Abbiamo poi la donna che “rientra nei ranghi” e che, dopo aver vissuto una sessualità libera prima del matrimonio, dopo vive con senso di colpa e condanna quel tempo e diventa promotrice di un modello moralistico all’insegna del ” ero una puttana, non fare i miei errori”. Questi però rimangono in qualche modo individui fortunati perché, in ogni caso, hanno avuto la fortuna di sperimentare, almeno in parte; la situazione in realtà assai più tragica per molte. Basta chiedere a donne che conosciamo se si masturbano per scoprire che più della metà dichiarerà di non farlo e, se una percentuale avrà mentito al riguardo (e anche questo è indicativo. Pochi uomini sentirebbero l’esigenza di mentire al riguardo), in molte, purtroppo, diranno il vero e questo non avviene affatto per una originaria mancanza di interesse per il proprio corpo ma per una interiorizzazione, moralizzazione e reggimentazione del corpo e del desiderio: la masturbazione femminile è infatti vissuta come atto completamente inutile proprio perché non contempla il soddisfacimento del piacere maschile. Molte donne non hanno mai raggiunto l’orgasmo, di nessun tipo, e molte non conoscono neppure il proprio corpo, sia i punti erogeni che addirittura cosa sia la clitoride e a cosa serva. I percorsi di scoperta e appropriazione del corpo sono solo apparentemente incoraggiati; il più delle volte vengono demonizzati e le donne dissuase, sempre in nome di qualcosa di più alto, di più importante. Così, se come si diceva sopra, esistono molte “coppie bianche” in cui la sessualità femminile è sacrificata all’alto valore di quello che viene definito amore, dall’altra, in ambienti che si proclamano non solo femministi ma addirittura unici autentici detentori del sacro vervo femminista, la donna viene completamente espropriata del proprio corpo e della propria sessualità in nome di un sacrificio. La donna viene persuasa che ogni riappropriazione del corpo sia sbagliata e, così, dando il nome di “mercificazione del corpo” al moralismo, alla donna viene preclusa ogni possibilità di mostrarsi nuda, anche semplicemente per spezzare il binomio nudo= sessualità; alla donna viene tolta ogni possibilità di disporre del proprio corpo, di giocare con la propria sessualità e piacere anche in cambio di denaro, perché le donne non sarebbero abbastanza mature ed evolute per disporre del proprio corpo e della propria immagine, mettendo in pratica i pregiudizi della peggiore misoginia, quelli che vorrebbero la donna come essere infantile, un essere senza cervello, giudizio e libero arbitrio. Rientrando perfettamente nel pensiero tradizionale di cui questo pensiero è sviluppo ed espressione, la donna deve essere il più decorosa possibile e, come nella bibbia, non deve attrarre lo sguardo maschile. Come nel modello manipolatorio patriarcale (che ne è la matrice), la donna viene caricata di sensi di colpa e, nel caso decidesse di rompere i dettami e la disciplina di partito, la si accusa di degradare con il suo gesto tutta la categoria, facendole apparire puttane a tutto il genere maschile ( che è accusa simile a quella di disonorare la famiglia). Quello che si definisce femminismo radicale contribuisce dunque oggi in maniera massiccia alla repressione della donna. Il femminismo intersezionale, con la sua insistenza sull’individuo e la sua crescita, offre un’opportunità ancora oggi rara di affrancamento del patriarcato, e per questo subisce attacchi da chiunque sia interessato a mantenere lo status quo, tanto dal campo dichiaratamente patriarcale che da quello del “femminismo dell’esclusione”, interessato a fare terra bruciata al di fuori delle sue posizioni (ricordando in questo la politica del PCI degli anni settanta, tutta tesa a screditare ed eliminare tutto quello che osasse muoversi alla sua sinistra).

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