Dante e Oriana non andavano d’accordo.

Dante e Oriana non andavano d’accordo.

Perché fondare la propria islamofobia sulla Divina Commedia non è una mossa intelligente.

di Caio Gracco, per intersecta

Risultati immagini per dorè divina commedia canto XXVIIIGustave Doré, Maometto. Illustrazione del canto XXVIII della Divina Commedia.

I fondamentalisti cristiani dei giorni nostri, gli Amicone, i Socci, i Gandolfini, nel loro furore antimodernista e insieme anti-islamico, invitano spesso un non meglio precisato Occidente cristiano a cercare le proprie radici nel Medio Evo europeo, periodo d’oro in cui alla “minaccia islamica” si resisteva con le armi.

Qualcuno, per fare capire che ha studiato, fa riferimento, oltre che alla storia delle Crociate (che perfino uno studioso cattolico, ma non pagliaccio, come Franco Cardini, definisce come un fenomeno politico più che religioso, e che ha visto ripetute alleanze di convenienza fra sovrani ideologicamente su campi opposti), alla Divina Commedia, in cui Maometto, orrendamente sfigurato “dal mento infin dove si trulla” sta in un girone infernale insieme ad Alì, a espiare la sua terribile colpa.

Ma qual è questa terribile colpa?

L’avere fondato una religione falsa e blasfema? Il non riconoscere Cristo come unigenito figlio di Dio?

No, niente di tutto questo.

Maometto non è accusato né di blasfemia né di eresia, e i versi che lo riguardano non toccano nessun tema teologico o religioso.  Il motivo per cui Maometto è all’Inferno è squisitamente politico, e il suo posto infatti è in un girone destinato ai seminatori di discordie, insieme ad altre persone che con la religione c’entrano poco o niente, ma che hanno partecipato a congiure o brigato, per motivi politici, in una fazione contro un’altra. Il terribile Maometto, che a distanza di secoli turba Amicone, Panella e Gandolfini,  nell’inferno dantesco è trattato come se fosse un ghibellino, o un partigiano di Cesare contro Pompeo, o viceversa.

I seminatori di discordie, appunto, a cui è dedicato l’intero canto XXVIII.

Non l’anticristo, non il nemico acerrimo di Dio, ma un attaccabrighe. Maometto per Dante era un attaccabrighe, che aveva diviso la cristianità (e per dividerla, in qualche maniera ne faceva parte, non essendo sicuramente un pagano, ma un credente, tutto sommato, nello stesso Dio) scatenando una guerra fra fazioni, cristiani contro saraceni.

Una guerra tutta politica, che Dante condannava perché coltivava, in un periodo storico contrassegnato da conflitti che aveva vissuto anche sulla sua pelle, l’ideale della pace e del governo temporale di un imperatore illuminato (si legga al riguardo in che termini parla di Federico II di Svevia nel Paradiso), in accordo col Papa (chiunque, tranne Bonifacio VIII,, che gode del simpatico trattamento dantesco di vedersi assegnato un girone infernale ancora in vita),  che avrebbe detenuto il monopolio del potere spirituale.

L’islam creava un problema politico.

Non è una condanna da cristiano, ma da guelfo bianco moderato in esilio dalla sua città, che maledice le divisioni e le guerre intestine che avvelenano la comunità umana.

Paradossalmente però, e questo Dante probabilmente non lo sapeva, perché, per quanto estimatore di Avicenna e Averroe (due pensatori musulmani che non mette in un girone infernale, ma nel Limbo, insieme ad Aristotele e Paltone, per intenderci), non era un esperto di storia islamica, il suo pensiero in materia politica non differiva in molto dalla tradizione musulmana.

La principale preoccupazione del sommo poeta fiorentino era la discordia nel consorzio umano, che causa lutti, sofferenze e pulsioni fratricide, contravvenendo ai comandamenti divini.

Gli arabo-musulmani utilizzano un termine preciso per la discordia fratricida, “fitna”, parola che indica tanto “guerra” quanto “scandalo”, e che cominciò a diffondersi in relazione alle guerre che sconvolsero la Umma dopo la morte del Profeta, al tempo dei cosiddetti “Califfi ben guidati”.

Proprio da una fitna, molto profonda, nata fa Alì, cugino e genero di Maometto (che Dante gli piazza accanto come compagno di supplizio), e Muʿāwiya b. Abī Sufyān, trova origine il principale e più doloroso scisma che il mondo islamico abbia conosciuto, e che rimane drammaticamente vivo al giorno d’oggi, quello fra sunniti e sciiti. Dante con ogni probabilità non lo conosceva, ma Hussayn , figlio di Alì e terzo imam per gli sciiti, morto tragicamente a Kerbala insieme alla propria famiglia sotto i colpi dell’esercito del suo rivale Yazid, sarebbe stato un personaggio indimenticabile della Commedia, con una forza drammatica pari a quella di un Ugolino o di Paolo e Francesca.

Ma suggestioni letterarie a parte, è importante sottolineare come le preoccupazioni di un cristiano del basso Medioevo coincidessero perfettamente con quelle del coevo mondo islamico, a dispetto della vulgata sullo “scontro di civiltà” e sull’abisso incolmabile che secondo alcuni separa due culture inconciliabili. In realtà, e la Commedia, a saperla leggere, lo dimostra, i due mondi in conflitto sono un mondo solo, molto differenziato al suo interno ma riconducibile a una medesima matrice, nata dall’incontro delle culture mediterranee. L’uomo medievale, sia esso cristiano, ebreo o musulmano, ha gli stessi interessi, gli stessi problemi, le stesse aspirazioni, le stesse paure, e questo lo sapevano tutti, allora.

Adesso, a quanto pare, no. Ma almeno non si usi Dante per tirare acqua al proprio mulino fondamentalista.

 

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