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Separare sì, giustificare no.

Separare si, giustificare no.

Perché la retorica della separazione dell’essere umano dall’artista può generare mostri.

di Jane Marple, per Interseca

Risultati immagini per filippo lippi madonna col bambino e due angeliMadonna col Bambino e due angeli, capolavoro di Filippo Lippi, pittore, frate e stupratore seriale.

“Io non separo l’uomo dall’opera. Quando ho saputo della presenza di Polanski, ho voluto indagare e consultare scrittori per farmi un’idea e ho visto che la vittima ha considerato il caso chiuso non negando i fatti, ma dicendo che in qualche modo il regista aveva pagato a sufficienza per il suo crimine. Se lei ritiene che in qualche modo la cosa sia chiusa, io non posso occuparmi della questione giudiziale ma posso semplicemente solidarizzare con la vittima. Non mi sarà facile affrontare il film e non voglio partecipare al gala perché rappresento donne nel mio Paese che sono vittime di questo tipo di abusi, per cui non mi sento di alzarmi e applaudire ma il film c’è. Su questo tema c’è un dibattito e quale miglior luogo che questo, il festival, per il confronto? Non intendo essere il giudice di una persona, occorre affrontare il tema attraverso il dialogo”.
Questa la dichiarazione di Lucrecia Martel, presidente di giuria dell’ultima edizione del festival del cinema di Venezia.
Nessun veto, nessun boicottaggio del film, nessuna invocazione manettara, nessun linciaggio da parte sua. Lei, invece, è stata presentata da più parti come la solita “femminista isterica” in cerca di vendetta personale. È stata definita “mina vagante” dai soliti scribacchini ossequiosi verso qualunque forma di potere. Che tradotto significa: doveva stare zitta e al “suo posto”. Siamo davanti all’ennesima distorsione machista, che trema davanti a una donna che manifesta il suo più che giustificato malessere, approfittando, in senso positivo, della sua posizione per aprire un dibattito pubblico importantissimo. Un’occasione che, tanto per cambiare, non è stata colta.
Il punto è questo: il tanto sbandierato mantra “separo l’uomo dalla sua arte” è giustappunto un mantra, una litania vuota. Perché chi difende la produzione artistica del famoso, ricco e potente uomo bianco etero di turno che ha commesso abusi sessuali nei confronti di donne o ragazzine, non si limita mai a continuare ad apprezzarne i prodotti stigmatizzando al contempo il suo comportamento umano. Se anche lo fa, si limita a frasette di circostanza e concentra l’attenzione sulla proverbiale e incommensurabile maestria del soggetto in questione. Ma un cambiamento culturale serio, epocale, se vogliamo che anche questo non resti uno slogan privo di contenuto sostanziale, non c’è e non ci sarà mai se non si capisce cosa c’è in ballo. In ballo c’è la capacità di elaborazione, la disposizione all’ascolto attento e profondo di quel malessere che così intelligentemente ha espresso Lucrecia Martel. Nessuno impedirà mai ai fan di Polanski di vedere i suoi film, perché nessuno impedirà mai a lui di farne. Come nessuno può impedire a me di continuare ad ascoltare e amare la musica di James Brown, nonostante fosse un misogino violento. Ma la difesa che sfocia nell’idolatria, nella genuflessione al “maestro”, distorcendo ogni volta i fatti, le parole e le intenzioni di chi denuncia pubblicamente tutto il dolore e il danno provocati dagli abusi di potere che costui ha messo in atto, di sicuro non è separare l’uomo dalla sua arte. Non dimentichiamo mai che parliamo di potere. Se si sorvola su questo aspetto qualunque discussione, qualunque metoo, è inutile. Lucrecia Martel ci ha reso partecipi di un disagio profondissimo che dovrebbe essere anche nostro. Viene da un paese, l’Argentina, in cui stupri e genocidio di donne sono la norma. Paese dal quale è partito un grande movimento femminista. Così come in molti altri paesi dell’America Latina, tra cui il Messico, da cui proviene l’antropologa femminista Marcela Lagarde, che ha coniato il termine “femminicidio” non a caso, in seguito ad una sapiente teorizzazione sui misfatti legati al genere, su tutte le strutture di potere che li determinano. E a proposito di questo, faccio un’ultima considerazione: se davvero adottiamo un criterio intersezionale per interpretare la realtà, dobbiamo saperlo applicare quando questa si mostra ai nostri occhi in tutta la sua dirompente gerarchizzazione. Di potere e di punizioni. La punizione giuridica, sociale e professionale in casi di violenza di genere e di abusi sessuali non è sempre uguale. James Brown, Carlos Monzon, Mike Tyson, hanno avuto trattamenti assai diversi rispetto a certi “maestri”. Sul perché io un’idea me la sono fatta.
Finisco dicendo che di Polanski e del suo vittimismo non mi frega assolutamente nulla, non mi sembra il caso di spenderci sopra neanche due parole per smontarlo. Ma trovo che il discorso di Lucrecia Martel è uno spunto notevole, un’ispirazione da cogliere al volo, perché le sue parole sono equilibrate, meditate, e vanno molto, molto oltre la vicenda in sé, che ormai si è conclusa per insindacabile giudizio della vittima.

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