Anacardo sarà lei!

Anacardo sarà lei!

Perché, coi problemi che abbiamo, mettersi a denigrare chi cerca anche ingenuamente di trovare una soluzione, non è una buona idea.

di Jane Marple, per Intersecta

Un articolo del 2017 di Matteo Lenardon, pubblicato su “The Vision”, gira ininterrottamente su profili facebook e sui blog, e viene utilizzato come argomento di chiusura definitiva dei discorsi sull’alimentazione etica e la responsabilità del consumatore nei confronti degli altri esseri viventi e dell’ambiente tutto, uomo compreso.

In particolare Lenardon, con argomenti di facile impatto ma di scarsa consistenza, vuole fare passare la vulgata secondo cui il consumo di chi rifiuta prodotti di derivazione animale sia in realtà più impattante per il pianeta e incida negativamente sul tenore di vita delle popolazioni dei paesi poveri. Interessante, certo. Peccato sia falso.

E’ falso in primo luogo perché quello che i vegetariani e i vegani si nutrano massicciamente di prodotti vegetali esotici frutto di monocolture che distruggono gli ecositemi di paesi poveri è un mito non suffrgato da prove. In realtà molti veg preferiscono prodotti locali e alcuni praticano l’autoproduzione o l’acquisto nei mercati di prossimità; ma anche volendo minimizzare questo aspetto, i numeri dicono che la gran parte dei prodotti delle monocolture non riguada il consumo umano, ma quello degli animali allevati per produrre carne e latte. Quindi la non eticità sarebbe non del consumo vegetariano, ma del consumo all’interno di un modello capitalista globale. E che bella scoperta, bravo Lenardon!

Quindi forse occorrerebbe soffermarci sul concetto di eticità, prima di sostenere con boria che “Non c’è nulla di etico in un vegano”.

Possiamo infatti ammettere che sì, gli anacardi non sono etici. Gli avocado nemmeno. Non lo sono neppure il gas, il petrolio, il legname, il rame, il coltan. E neppure il famigerato km 0, se a raccogliere frutta e verdura sono braccianti al soldo del caporalato. Non lo sono il 99,9% degli indumenti che indossiamo. Non lo sono le auto elettriche. Ma se ciclicamente rispuntano fuori articoli raffazzonati come questo di Matteo Lenardon su vegani e vegetariani non etici, non è per sensibilizzare l’opinione pubblica su tutti i tragici risvolti occulti di ciò che consuma. È solo per stigmatizzare una categoria umana a vantaggio di un’altra, ossia per sviare l’attenzione sulla questione di fondo, decisamente più imponente e complessa: il sistema. Puntare il ditino su persone come vegani, vegetariani, fannoilpossibileriani, è quanto di più indecente e idiota si possa fare a livello culturale. Se in giro, specialmente tra chi opera in quelle che giustamente sono state definite “fabbriche di orientamento delle opinioni”, ossia i mass media, ogni tanto si facesse avanti una persona intelligente e intellettualmente onesta, che lavora con le parole, potremmo cominciare a discutere seriamente su ciò che possiamo fare o non fare per ridurre la sofferenza altrui in primis, nessuna specie esclusa, per iniziare a cambiare una società intera poi.
Infine, a proposito di export crudele, se proprio si deve cominciare da una parte, perché non si parla mai dei prodotti del narcotraffico, l’industria più potente del pianeta, e soprattutto a quale parte di mondo sono destinati principalmente? Domanda e offerta del mercato: funziona così per tutto. Qualcuno lo spieghi a Lenardon e a quelli che postando il suo articolo pensano di avere dato scacco matto ad ogni critica al modello dominante. Non hanno fatto scacco matto a nessuno, hanno solo cacato sulla scacchiera. Inquinando.

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