Il reazionarismo delle rivoluzioni senza empatia.

Il reazionarismo delle rivoluzioni senza empatia. 

Ovvero, dell’incapacità, in ambienti militanti, di riconoscere il privilegio personale.

di Jane Marple, per Intersersecta

Occorre dire che il benaltrismo, piaga odiosa molto in voga, trae la sua origine dalla visione romantica, velleitaria, patetica di ciò che comunemente si definisce rivoluzione culturale. Non esiste la rivoluzione culturale tutta di un botto. Esistono tante piccole e grandi lotte, individuali e collettive; strumenti più o meno efficaci per creare controcultura; adeguamento e adattamento dei comportamenti alle nuove esigenze sociali. Chi promuove il cambiamento culturale, il cui scopo finale è esclusivamente lenire sofferenze, diminuire esclusioni e discriminazioni, lo fa nei modi che ritiene più opportuni e ogni volta che ne ha occasione. Minimizzare o screditare le azioni di chi lotta, specialmente se sono individui coinvolti in prima persona in una determinata situazione, è il trionfo di quel cancro politico inestirpabile denominato liberalismo. Quell’arricciare il nasino insofferente, quell’ergersi sullo scranno di giudice super partes, quel concedere o meno valore alle istanze altrui, quel posizionamento sovradeterminante di chi pensa di aver capito tutto dell’autodeterminazione, quel moto di stizza contro il politicamente corretto senza avere la minima idea di cosa sia, da dove nasca e di quale impatto abbia realmente a livello culturale e quindi sulla vita delle persone: questo è il liberalismo odierno, nella sua più becera e autoritaria declinazione. E mi fa sempre molta impressione vedere come certa gente non abbia la minima curiosità, se non emotiva almeno intellettiva, di mettersi nei panni di chi subisce ogni giorno cancellazione sociale. Proprio loro, che fanno del protagonismo egoico il loro cavallo di battaglia su tutto, anche in ambiti nei quali non c’è alcuna necessità della loro opinione senza fondamento. Che anzi, rinforza lo status quo.

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