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Il potere indipendente dai fatti.

Il potere indipendente dai fatti.

Perché è impossibile riformare un meccanismo che si riproduce e diffonde indipendentemente dalla realtà.

di Intersecta

Dicevamo già in altre occasioni, e probabilmente il nostro ripetere sembrerà ossessivo a chi ci legge, che una critica coerente del potere dovrebbe secondo noi partire dall’assunto che la differenziazione fra potere “buono” e potere “cattivo” è completamente arbitraria e fuorviante. Parimenti fuorviante è il concetto di riforma del potere, perché è praticamente impossibile riformare qualcosa di sfuggevole e multiforme, capace di adattarsi ad ogni situazione col solo scopo di riprodursi. Sarebbe come provare a riformare un virus.
Il potere non ha bisogno di avere rapporti con la realtà effettiva, fisica, perché ne crea una virtuale che gradualmente impone come unica ammissibile. Vero e falso, possibile e impossibile diventano termini privi di senso.
Ci piace fare degli esempi per calare nella realtà discorsi che potrebbero sembrare troppo astratti.
Due notizie recenti, che provengono dal continente americano e rispettivamente dall’Ohio e dal Brasile.
Nello stato federato dell’Ohio, in cui i fondamentalisti religiosi cristiani hanno un’enorme influenza sulla politica e la società, il potente movimento antiabortista è riuscito ad ottenere una normativa molto restrittiva in materia di interruzione di gravidanza, proibendola praticamente sempre. Non contenti di questo, i militanti fondamentalisti hanno presentato un proposta di legge che impone ai medici l’impianto in utero gli embrioni delle gravidanze extrauterina, pena l’incriminazione per omicidio. Una tortura di stato sul corpo delle donne e una violazione della libertà e deontologia dei medici? Certo, ma non solo. Questo tipo di impianto è materialmente impossibile, ma i legislatori non vogliono sentire ragioni e la proposta è stata presentata, avendo anche possibilità di essere approvata. Il potere sfida le leggi della natura e del corpo umano, perché le trova immorali.
In Brasile, di fronte allo scandalo degli incendi che stanno divorando ettari su ettari di foresta pluviale, l’amministrazione Bolsonaro protegge la potente e alleata lobby degli allevatori e dei coltivatori intensivi (che di questi incendi ne sa qualcosa) e addita come responsabili le Ong che per la tutela della foresta si battono da anni. La notizia è che alcuni militanti di una Ong che erano stati arrestati per incendio doloso e da tempo stavano in carcere senza prove, sono stati liberati perché un giudice ha notato che tenere gente prigioniera in attesa della costruzione di prove finte (procedura abituale degli inquirenti) non era esattamente costituzionale. Scommettiamo che questo giudice avrà qualche problemino d’ora in poi?
E ritorniamo a quello che si diceva all’inizio. E’ possibile riformare qualcosa che riesce a rendere legge una pratica medica attualmente inesistente, oltre che liberticida assurda e contro la logica, e che non esita a inventarsi prove e tenere persone innocenti in carcere per costruire e imporre la propria verità?
Non sarebbe meglio pensare a un’alternativa?

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Tagliare in due la terra per salvarla tutta?

Tagliare in due la terra per salvarla tutta?

Dibattito fra biologi su come preservare la biodiversità. Concentrarsi su metà delle risorse o ridurre l’impatto antropico in misura minore ma su tutto il pianeta?

di Jean-Luc Porquet, per “Le Canard Enchainé”. Traduzione a cura di Intersecta.

 

E’ un’idea semplice e forte, pensata per colpire nel segno: bisogna proteggere la metà della Terra. Il biologo Eward Osborne Wilson, uno dei primi ad aver dato l’allerta sull’estinzione di massa attualmente in corso, ha fatto questo calcolo: sommando le migliaia di riserve naturali esistenti nel mondo, si può constatare che attualmente sono protetti il 15% della superficie terrestre e il 2,8% di quella oceanica, il che è veramente troppo poco per salvare il vivente. (Metà della Terra. Salvare il futuro della vita. Codice edizioni, 2016)
La natura è generosa, ricorda Wilson: se proteggiamo la metà di un territorio, sopravviverà l’85% delle specie che lo abitano. Tagliamo quindi la Terra in due per salvare il salvabile, considerando come inevitabile la scomparsa del 15% delle specie. Fra i biologi, questa idea suscita un animato dibattito. Bisogna provare a raggiungere questo obiettivo senza preferenza territoriale, come suggerisce l’Half Earth Project, includendo anche zone come il Sahara e l’Antartide, che hanno poca biodiversità? Oppure è meglio preservare la metà delle 846 ecoregioni già identificate come le più ricche, come consiglia il gruppo Nature Needs Half?
Le questioni non sono finite. Chi paga? Chi controlla queste riserve? L’altra metà del pianeta sarà industraliazzata al 100%? Non c’è il rischio che la parte di pianeta sfruttata intensivamente abbia degli effetti nefasti sulla parte protetta? Non sarebbe meglio cercare di allentare un po’ dovunque la pressione antropica sul pianeta, provando a dimezzare le disuguaglianze? Sarebbe necessario instaurare un reddito di base per le popolazioni dei territori protetti? In un saggio in corso di pubblicazione (The Conservation Revolution. Radical Ideas for Saving Nature Beyond the Anthropocene. Verso Books, disponibile da febbraio 2020), i biologi Bram Buscher e Robert Fletcher dibattono di questi problemi e pongono le basi per quella che potrebbe essere una “conservazione conviviale”.
E in Francia? Da un lato, il governo ha appena annunciato la creazione di un undicesimo parco nazionale, fra la Borgogna e lo Champagne. Dall’altro, l’Associazione per la protezione degli animali selvatici, che esiste dfa più di quarant’anni, annuncia la creazione della sua sesta riserva naturale. Servono 2.350.000 € per acquistare 490 ettari nel dipartimento del Vercors (che contengono un antica riserva di caccia), e diversi donatori privati si sono messi a disposizione.
Ma perché questa “riserva per animali selvatici” senza attività umane (in cui sarà ammesso a cenrte condizioni il pubblico)? “Perché lo Stato non fa il suo lavoro!” dice l’associazione, ricordando che nei parchi naturali statali l’uomo può continuare a cacciare, sfruttare le foreste ecc. Invece nelle foreste antiche e molto diversificate comprese in questa riserva, potranno vivere in assoluta libertà lupi, cervi, aquile, gipeti, avvoltoi, cinghiali, volpi, mustelidi, libellule e insetti ormai rari. Piccolo richiamino di memoria: la vita selvatica non è protetta concretamente che sull’1% del territorio francese. A quando il 50%?

 

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Il misticismo erotico di Hafez, ponte poetico fra Oriente e Occidente.

Il misticismo erotico di Hafez, ponte poetico fra Oriente e Occidente.

Hafez, lo Stilnuovo e la poesia persiana.

di Gabriele Stilli, dal blog  lasepolturadellaletteratura.it

Ascesa di Maometto in Paradiso, miniatura dal Isra' e Mirai, manoscritto del XV secoloAscesa di Maometto in Paradiso, miniatura dal Isra’ e Mirai, manoscritto del XV secolo

Questa volta è a Shiraz che si svolge la nostra storia, nel cuore della Persia. Sappiamo poco di Hafez, questo poeta cortigiano che attorno alla metà del Trecento si aggirava per le strade mezzo religioso, mezzo miscredente, mezzo chi lo sa. È il più grande poeta dell’Iran; si dice che ogni famiglia iraniana tenga in casa, accanto al Corano, una copia del suo canzoniere. Per noi occidentali, invece, avvicinarsi a questa raccolta di liriche lacere e pregne di simboli appare un salto arduo e ardito.

È  il salto che si compie immergendosi in quelle città color sabbia, in quelle strade tortuose, nel sole a picco che cede il passo a radure di alberi e steppa, nel in quel nulla fatto di sabbia e colline a distesa tra un centro abitato e l’altro. Siamo nel Trecento, e dopo un secolo di dominazione mongola, turbolenze, alternzanze e intrighi di palazzo, si apre una breve parentesi di tranquillità, che il buon Hafez aveva imparato a sfruttare. La decadenza di quell’epoca è per lui un sottile rumore di fondo. Non si avverte, leggendo il suo Libro del coppiere, né la guerra, né la paura: leggiamo del vino, dei bei fanciulli, di taverne e prostitute.

Hafez canta il sacro e il profano, i giovinetti dalle belle sopracciglia, le bettole dove ubriacarsi, le viuzze strette color dell’ambra dove incontrare l’amato. Nulla pare turbarlo, solo non fosse quest’insistenza per le epoche passate: dove sono i re antichi? Dove Creso, dove Noè? si domanda, e viene da rispondere che dormono sulla collina, come in una regale e antica Spoon River. E forse l’amore è un modo per esorcizzare la decadenza, dimenticarla.

Il libro del coppiere è infatti un cocktail particolare, che ha sconcertato e continua a sconcertare gli studiosi. Non è un romanzo d’amore né un poema epico: al contrario (e qui la definizione di “Petrarca d’Oriente”, solitamente affibbiata ad Hafez, calza a pennello) si tratta di un attento gioco di variazioni e riprese, un caleidoscopio variegato come le miniature che di lì a qualche secolo esploderanno nei colori e nelle forme. Ma più che a Petrarca, forse è bene accostarlo agli stilnovisti, al primo Dante, a Cavalcanti.

Reza Abbasi, I due amanti, 1630Reza Abbasi, I due amanti, 1630

Proviamo a mostrarlo con questo ghazal, che leggiamo nella traduzione di Carlo Saccone, grande esperto della letteratura persiana, da cui prendiamo le mosse per la nostra analisi. Non è facilissimo leggere Hafez, bisogna prestare attenzione: dietro il linguaggio paludato, arcaizzante, si cela una grande lirica, un afflato d’amore sublime.

La tua bellezza il mondo intero ha catturato in lungo e in largo

il sole dei cieli è confuso pel volto leggiadro della luna terrena

Mirar codesta Leggiadria e venustà è precetto a tutte le creature

contemplare il volto tuo bello è dovere per le schiere degli angeli

Dal tuo volto luce ebbe in prestito il sole del quarto cielo

come settima terra schiacciato è dal peso di debito sì grande!

Quell’anima che a lui non si dona, cadavere sarà in eterno

quel corpo che mai gli è soggetto, ben merita sì squartamento!

Baciare la polvere dei piedi di lui: quando mai a te sarà dato?

La storia del tuo amore, o Hafez, sarà il vento un dì a recargliela.

(Hafez, Il libro del coppiere, Carocci, 2003, p. 91)

Sembra un canto amoroso, di perdizione totale per una bellissima donna. Leggiamo poi che tale bellissima donna è in realtà un lui (notare come la lirica passi dal tu al lui con uno scarto quasi cinematografico). Non ci scomponiamo troppo: si tratterà dunque di un bellissimo giovinetto. Ma ci sono riferimenti astronomici che rimangono ancora oscuri, si fa riferimento alle schiere degli angeli, si parla di “precetto” per indicare l’impossibilità di tutti gli esseri di fronte a questa leggiadrìa, a questa tanto mirabile grazia: chi sarà questo misterioso giovinetto? Non è un equivalente maschile della Laura petrarchesca. Forse…

Sì, è Lui. È proprio Lui: Dio, Allah. È Dio, con i cerchi dei cieli e le schiere degli angeli. Quanto Dante in queste immagini. È il raggiungimento di Dio  attraverso lo specchio per l’amore per un fanciullo. È una realtà totalizzante e trascendente, intoccabile, come sono intoccabili le donne degli stilnovisti.

Come Cavalcanti o Guinizzelli devono attendere il saluto dell’amata come una grazia divina, così Hafez attende un cenno dal suo giovinetto, è completamente assorto nella bellezza di questo giovane angelicato, di questo Dio incarnato.

È un musulmano poco ortodosso, Hafez, e spesso ce lo mostra con richiami a Zoroastro, con richiami a Platone. E il giovinetto descritto da questa poesia non è davvero simile alla donna-angelo? Anche se il nostro religioso eretico-erotico spesso si lascia andare ad un amore più carnale non abbiamo dubbi, siamo di fronte alla stessa poetica, allo stesso mondo.

Allora ci rendiamo conto che forse a quei tempi non esisteva un “occidente giudaico-cristiano” contrapposto ad un “medio-oriente islamico”, ma si trattava di un unico spazio condiviso, formato da due culture, due gusti, due sessi differenti, l’uno islamico, l’altro cristiano.

E tutto ciò non ha da insegnarci qualcosa, oggi, proprio in questi giorni?

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La prostituzione nei pinguini di Adelia.

La prostituzione nei pinguini di Adelia.

Ovvero, come la natura prende a mazzate i preconcetti.

dal blog http://lepassionicondivise.altervista.org/

Fin dove può arrivare la distinzione tra l’animale e l’uomo? Ancora non lo sappiamo: più si guarda un animale nel dettaglio e più si ci si accorge che noi, a determinate cose, ci siamo arrivati solo più tardi. Per esempio, la prostituzione era già stata osservata nel bonobo e nello scimpanzé, ma da recenti studi sappiamo che anche i pinguini si prostituiscono (sopratutto i pinguini di Adelia). L’obbiettivo è quello di migliorare le chance di sopravvivenza, sia dei piccoli che del genitore; quindi, quanto possiamo rendere tabù questo tema? Per noi è giusto affrontarlo!

In Antartide la ricerca di pietre può essere un’impresa davvero ardua. Infatti i pinguini, a volte, devono scavare nel ghiaccio per poter trovare qualche roccia. Ma a cosa servono queste rocce? Una volta sciolto il ghiaccio, il nido potrebbe diventare una pozza fangosa, rendendo difficile la cova della uova, ma una base fatta di rocce permette di mantenere la struttura stabile. Quindi ai maschi tocca una ricerca disperata, a differenza delle femmine che hanno trovato un altro modo per procurarsele.

Le femmine di pinguino di Adelia si rendono “disponibili” sessualmente ad altri maschi. Grazie a questa disponibilità il maschio cede una o più pietre alla femmina, che torna al proprio nido, dove ad aspettarla c’è il partner stabile. Alcune femmine possono guadagnare grandi quantità di pietra in questo modo, all’incirca 62! Il fenomeno della prostituzione è legato anche ad un  interesse più personale, ovvero un maschio può “pagare” la femmina con dell’ottimo cibo. 

Per quanto sia giusta o sbagliata per la concezione umana, questa pratica fornisce al pinguino femmina e ai suoi piccoli un vantaggio in termini di sopravvivenza. Il maschio che ci guadagna? Il piacere sessuale senza riproduzione forse?

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La Damnatio memoriae del lavoro del Dottor Hirschfeld.

La Damnatio memoriae del lavoro del Dottor Hirschfeld.

Come i nazisti fecero sparire in pochi mesi una delle più importanti esperienze mondiali di cultura non binaria: L’Istituto di Studi Sessuali di Berlino.

a cura di Intersecta

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Il movimento LGBTIQ non nasce in USA negli anni ’60, ma molto prima e in un luogo insospettabile.
Già alla fine dell’Ottocento, un medico e giornalista tedesco, Magnus Hirschfeld, militante omosessuale ante litteram, fondò insieme ad alcuni amici il Wissenschaftlich-humanitäres Komitee, un’associazione politico-culturale che aveva come obiettivo dichiarato l’abolizione del Paragrafo 175, la sezione del codice penale tedesco che criminalizzava l’omosessualità.
Sarà stato un caso, un’iniziativa di corto respiro, subito repressa, potreste pensare. E invece no.
Hirschfeld non era isolato, godeva della stima di personaggi importanti nel mondo della scienza e delle arti europee (da Tolstoj a Hermann Hesse, da Einstein a Thomas Mann) e riuscì a dare vita a un Istituto di studi sessuali a Berlino (1919).
Tale istituto seguiva un approccio rivoluzionario e avveniristico allo studio della sessualità umana e di quelle che venivano ancora chiamate “perversioni”: non considerava l’omosessualità una malattia, ma un fenomeno neutro, sempre esistito e moralmente accettabile.
Le teorie di Hirschfeld sulle basi biologiche dell’omosessualità appaiono certamente datate, come anche la nozione di “terzo sesso”, che non tiene conto del fatto che l’identità sessuale sia un continuum e non funzioni a compartimenti stagni, ma ciò non toglie niente all’importanza dell’esperienza dell’Istituto, che ha rappresentato qualcosa di unico nell’Europa del primo Novecento.
Oltre ad essere una grande biblioteca per ricercatori contenente un grande archivio di documenti, l’Istituto possedeva anche sezioni mediche, psicologiche ed etnologiche, oltre che un apposito consultorio matrimoniale e sessuale. La struttura veniva visitata da circa 20.000 persone l’anno, e forniva circa 1.800 consulti. I visitatori più indigenti venivano seguiti gratuitamente. Inoltre l’Istituto patrocinava l’educazione sessuale, la contraccezione, la cura per le malattie trasmesse sessualmente e l’emancipazione femminile, oltre ad essere un precursore assoluto dei diritti civili e l’accettazione sociale degli omosessuali e dei transgender. (fonte Wikipedia)
Tutto questo venne cancellato nel giro di pochi anni dal partito nazionalsocialista, che dal suo arrivo al potere arrestò e deportò medici e collaboratori dell’istituto (Hirschfeld riuscì a scappare, dopo avere subito due gravi attentati, e morì esule a Nizza nel 1935), soppresse tutte le organizzazioni omosessuali, distrusse i locali gay delle grandi città tedesche, e diede alle fiamme l’immenso archivio e la biblioteca dell’istituto, con la preziosissima documentazione raccolta in anni di lavoro. Oltre alla violenza fisica, bruta, quella più subdola della damnatio memoriae.

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Quando nel medioevo il matrimonio gay era un rito cristiano.

Quando nel medioevo il matrimonio gay era un rito cristiano.

Testo originale: Civil partnership, medieval style: In the days when same-sex marriage was a Christian rite. Articolo di Jamie McGinnes tratto da Daily Mail On line del 14 maggio 2012 liberamente tradotto da Lidia Borghi e pubblicato sul sito gionata.org

Basilio I il Macedone, Imperatore di Bisazio. E’ noto che ebbe diverse amicize maschili, e che sia ricorso più volte al rito della “Fratellanza spirituale”, che prevedeva una cerimonia alla presenza di un sacerdote e una formula affine a quella del matrimonio. Secondo molti storici la fratellanza non era una rapporto solo spirituale, ma poteva avere dei risvolti carnali.

Come dimostra una ricerca le unioni omosessuali nelle chiese cristiane si svolgevano già nel lontano Medioevo. Gli storici dicono che le cerimonie includevano molti dei riti propri dei matrimoni eterosessuali, con l’intera comunità raccolta in una chiesa, la benedizione della coppia davanti a un altare e lo scambio di santi voti. Un sacerdote officiava l’assunzione dell’Eucaristia cui seguiva una festa di nozze per gli ospiti.

Tutti questi elementi sono raffigurati nelle illustrazioni coeve alla santa unione dell’imperatore-guerriero Basilio I (867-886 dC) con il suo compagno Giovanni, come dice un articolo pubblicato sul blog “I Heart Chaos” questa settimana.

E il professor John Boswell, il defunto presidente del dipartimento di storia dell’Università di Yale, ha scoperto che c’erano cerimonie chiamate “L’ufficio del matrimonio fra persone dello stesso sesso” e “L’ordine per unire due uomini” dal X al XII secolo. Nel 1980 il medievalista pubblicò “Cristianesimo, tolleranza sociale e omosessualità: le persone omosessuali in Europa occidentale dal principio dell’era cristiana fino al secolo XIV”.
Secondo la sezione di “Studi LGBT” del sito dell’Università di Yale, il controverso libro ha sostenuto che la posizione della Chiesa cattolica moderna sull’omosessualità “è partita dalla tolleranza e persino dalla celebrazione dell’amore omosessuale che aveva caratterizzato il primo millennio degli insegnamenti della Chiesa”. La ricerca mette in (una nuova) prospettiva il dibattito che sta infuriando in America sul matrimonio fra persone dlelo stesso sesso dopo che il presidente Barack Obama ha annunciato che ora lo supporta.

Il cronista Gerald of Wales (Geraldus Cambrensis) documentò le unioni cristiane tra persone dello stesso sesso che si svolgevano in Italia tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. Un’icona del museo dell’arte di Kiev mostra due martiri cristiani con tanto di vesti per l’occasione, san Sergio e san Bacco, che alcuni studiosi moderni ritengono fossero gay.
L’immagine dei due uomini contiene in sé una tradizione romana, quella del ‘pronubus’ (l’uomo migliore), nell’immagine di Cristo tra di loro che, a quanto pare, stava supervisionando il loro matrimonio. Severo, il Patriarca di Antiochia (512-518 dopo Cristo) ha spiegato che, “non dobbiamo mettere da parte il fatto che (Sergio e Bacco) sono stati uniti nella vita”.

Un rito greco del XIII secolo chiamato “L’Ordine per la solenne unione tra persone dello stesso sesso”, invocava san Sergio e san Bacco e pregava Dio di “garantire la salvezza a loro, Tuoi servi (X e Y), la grazia di amarsi l’un l’altro e di rispettarsi senza odio e di non essere causa di scandalo per tutti i giorni della loro vita, con l’aiuto della Santa Madre di Dio e tutti i Tuoi santi”. E la cerimonia si concludeva con le parole: “Ed essi baciano il Santo Vangelo e l’un l’altro e tutto è concluso”.

Un Ufficio serbo Slavonico del XIV secolo dell’Unione fra persone dello stesos sesso indicava che la coppia posava la mano destra sulla Bibbia mentre aveva un crocifisso posto nella mano sinistra. Dopo aver baciato la Bibbia, la coppia veniva invitata a baciarsi e il prete le dava la comunione.
Registrazioni delle unioni cristiane fra persone dello stesso sesso risalenti al periodo medievale sono state trovate in tutto il mondo, in luoghi lontani come il Vaticano, da San Pietroburgo a Istanbul.

 

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Il gemello che divide.

Il gemello che divide.

Jaroslaw Kaczynski, tornato semplice deputato dopo la morte del fratello, è il vero padrone della Polonia, e in Europa non ha soltanto degli amici.

di Anne-Sophie Mercier, pubblicato su “Le Canard enchainé” del 23 Ottobre 2019.  Traduzione: Intersecta

Lo chiamano “prezes” (presidente, capo), e già questo dice molto. Non ha bisogno di essere Capo di Stato e nemmeno Primo Ministro. Sarebbe una discreta perdita di tempo, a che serve rispondere alle interviste, o battagliare con quello che resta dell’opposizione? L’ha già fatto una volta, quando era Primo Ministro nel 2005, ma le medaglie lo annoiano, gli allori lo lasciano indifferente, e ha lasciato dietro di sé il tempo delle ragazzate. E’ quindi ormai solo un “semplice deputato” , Jaroslaw Kaczynski, e decide tutto, anche quando è ricoverato in ospedale.

Non ama i riflettori, preferisce esercitare il potere dal sedile posteriore della sua auto. I ministri, i maggiorenti, i giudici, i giornalisti della tv pubblica? Li nomina, li promuove e li revoca a piacere suo. I Capi di Stato esteri in visita in Polonia, è lui a riceverli. A capo del PiS (Diritto e Giustizia), il partito ultraconservatore polacco, che ha di nuovo vinto le elezioni legislative il 13 ottobre, è da solo al posto di comando dopo la morte del suo gemello Lech (da cui si distingueva solo per un neo sul viso), in un incidente aereo nel 2010. La Polonia è l’unico paese UE dove i dirigenti ufficiali sono solo delle marionette.

Sulle foto ufficiali degli anni ’80, Kaczynski era sorridente e capellone, sigaretta in bocca, accanto a suo fratello Lech. E’ l’epoca delle grandi lotte, di Danzica, di Solidarnosc. Walesa non era proprio un amico, ma un alleato.

Oggi Jaroslaw Kaczynski è un sinistro ometto in nero. Ogni mese va a raccogliersi sulla tomba di suo fratello, e cerca ancora – o finge di cercare, come lo accusano gli oppositori – i responsabili di quella tragedia.

I Russi, naturalmente, ma perché non incolpare anche Donald Tusk, ex primo ministro, oggi presidente del Consiglio Europeo?  Quando non polemizza con Tusk, incrocia la spada con Walesa, regolarmente accusato dal PiS di essere stato a libro paga dei Sovietici. Il potere giudiziario polacco? Egualmente da liquidare, perché “contaminato” dal periodo comunista. Peccato solo che il muro sia crollato la bellezza di trent’anni fa!

In quindici anni, la Polonia non ha conosciuto recessioni economiche. Il debito è contenuto, la crescita vigorosa, la mano d’opera ben formata, la disoccupazione su livelli bassi. I polacchi si arricchiscono, il denaro europeo arriva a fiumi: 86 miliardi nel periodo 2014-2020. Il paese è stato molto coccolato dall’amministrazione Juncker. Sono state costruite nuove autostrade, ponti, enormi palazzi.  E Kaczynski ha vinto la sua scommessa politica. Scommettendo tutto sulla “Polonia B” versione polacca della “Francia del basso” o dell’”America profonda”, rimarrà al potere per altri quattro anni.

Ha aumentato il salario minimo e le pensioni, e ha lanciato il programma “500+”, che l’ha reso ancora più popolare: 500 zloty, cioè 115 euro, per ogni bambino ogni mese per tutte le famiglie. Il PiS chiama tutto questo “economia di mercato sociale” e non si può dire che non piaccia agli elettori.

L’opposizione è a terra, divisa. “L’inteligentsia è ancora sotto la sbronza della sconfitta. Aveva giocato tutto sulla carta del liberalismo senza andare a vedere la Polonia B, senza pensare alla necessità di una redistribuzione intelligente da contrapporre a quella populista”, racconta Georges Mink, specialista della Polonia.

Adesso il potere vuole evitare che, sotto l’effetto dell’euforia e dell’agio, ci si rammollisca troppo e che cominci a serpeggiare il veleno della divisione nel campo dei vincenti.  Allora Kaczynski fa il suo lavoro, cioè trovare nuovi nemici per compattare le truppe. Dopo Tusk e Walesa, tocca alla comunità omosessuale, accusata di minare le fondamenta della Polonia eterna. Fuori di qui, finocchi!

E neanche le femministe sono invitate alla festa. Dopo avere cercato, invano, di vietare l’aborto nel 2016, il PiS, appoggiato dalla potente Conferenza Episcopale, ha provato diverse volte a inasprire la legislazione in materia, già una della più restrittive in Europa.

Europa che è considerata, nonostante i soldi che versa alle casse polacche, responsabile di tutti i mali. Il discorso euroscettico è molto diffuso nel PiS, anche se, a Bruxelles, è tutta un’altra storia. “I ministri e gli eurodeputati recitano, perché le decisioni europee in realtà vanno spesso nella direzione degli interessi polacchi”, ironizza un funzionario della Commissione. Ciò nonostante, gli eurodeputati del Pis funzionano a circuito chiuso, non si mescolano agli altri e non parlano inglese né francese. Accogliere qualche migliaio di migranti per aiutare Greci e Italiani? Non se ne parla proprio. Come non c’è nemmeno alcuna intenzione di rifornirsi di materiale bellico europeo per la difesa nazionale. Poco tempo fa, Varsavia ha acquistato dagli Americani degli F35, dei lanciarazzi e dei missili Patriot per un valore complessivo di circa 10 miliardi di dollari (provenienti dall’Europa, naturalmente!).

Attaccato da Juncker per le sue politiche contrarie allo stato di diritto, il prezes ora può respirare. Il suo amico Orbàn blocca puntualmente le procedure lanciate contro di lui, e la nuova presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, è un po’ più conservatrice, quindi a priori più permissiva nei suoi confronti. Tutto ciò non può che far piacere all’ometto in nero comodamente seduto sul sedile posteriore della sua auto.