Tagliare in due la terra per salvarla tutta?

Tagliare in due la terra per salvarla tutta?

Dibattito fra biologi su come preservare la biodiversità. Concentrarsi su metà delle risorse o ridurre l’impatto antropico in misura minore ma su tutto il pianeta?

di Jean-Luc Porquet, per “Le Canard Enchainé”. Traduzione a cura di Intersecta.

 

E’ un’idea semplice e forte, pensata per colpire nel segno: bisogna proteggere la metà della Terra. Il biologo Eward Osborne Wilson, uno dei primi ad aver dato l’allerta sull’estinzione di massa attualmente in corso, ha fatto questo calcolo: sommando le migliaia di riserve naturali esistenti nel mondo, si può constatare che attualmente sono protetti il 15% della superficie terrestre e il 2,8% di quella oceanica, il che è veramente troppo poco per salvare il vivente. (Metà della Terra. Salvare il futuro della vita. Codice edizioni, 2016)
La natura è generosa, ricorda Wilson: se proteggiamo la metà di un territorio, sopravviverà l’85% delle specie che lo abitano. Tagliamo quindi la Terra in due per salvare il salvabile, considerando come inevitabile la scomparsa del 15% delle specie. Fra i biologi, questa idea suscita un animato dibattito. Bisogna provare a raggiungere questo obiettivo senza preferenza territoriale, come suggerisce l’Half Earth Project, includendo anche zone come il Sahara e l’Antartide, che hanno poca biodiversità? Oppure è meglio preservare la metà delle 846 ecoregioni già identificate come le più ricche, come consiglia il gruppo Nature Needs Half?
Le questioni non sono finite. Chi paga? Chi controlla queste riserve? L’altra metà del pianeta sarà industraliazzata al 100%? Non c’è il rischio che la parte di pianeta sfruttata intensivamente abbia degli effetti nefasti sulla parte protetta? Non sarebbe meglio cercare di allentare un po’ dovunque la pressione antropica sul pianeta, provando a dimezzare le disuguaglianze? Sarebbe necessario instaurare un reddito di base per le popolazioni dei territori protetti? In un saggio in corso di pubblicazione (The Conservation Revolution. Radical Ideas for Saving Nature Beyond the Anthropocene. Verso Books, disponibile da febbraio 2020), i biologi Bram Buscher e Robert Fletcher dibattono di questi problemi e pongono le basi per quella che potrebbe essere una “conservazione conviviale”.
E in Francia? Da un lato, il governo ha appena annunciato la creazione di un undicesimo parco nazionale, fra la Borgogna e lo Champagne. Dall’altro, l’Associazione per la protezione degli animali selvatici, che esiste dfa più di quarant’anni, annuncia la creazione della sua sesta riserva naturale. Servono 2.350.000 € per acquistare 490 ettari nel dipartimento del Vercors (che contengono un antica riserva di caccia), e diversi donatori privati si sono messi a disposizione.
Ma perché questa “riserva per animali selvatici” senza attività umane (in cui sarà ammesso a cenrte condizioni il pubblico)? “Perché lo Stato non fa il suo lavoro!” dice l’associazione, ricordando che nei parchi naturali statali l’uomo può continuare a cacciare, sfruttare le foreste ecc. Invece nelle foreste antiche e molto diversificate comprese in questa riserva, potranno vivere in assoluta libertà lupi, cervi, aquile, gipeti, avvoltoi, cinghiali, volpi, mustelidi, libellule e insetti ormai rari. Piccolo richiamino di memoria: la vita selvatica non è protetta concretamente che sull’1% del territorio francese. A quando il 50%?

 

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