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Le botte non significano assenza d’amore…

Le botte non significano assenza d’amore…

Le dichiarazioni deliranti di una psicoanalista e pediatra francese osannata per anni dalla cultura e dalla politica. Rispunta una vecchia intervista del 1979.

di Jerome Canard, pubblicato su “Le Canard Enchainé”. Traduzione di Intersecta.

E’ successo solo tre settimane fa, prima del caso Matzneff (un anziano poeta, ben inserito negli ambienti culturali e politici, al punto da ricevere la legion d’onore, che nei suoi libri parlava apertamente delle sue conquiste, cioè ragazzini e ragazzine fra i 12 e i quattordici anni, e che è stato chiamato in causa da una sua ex preda in un libro che ha fatto scalpore): France 2 ha trasmesso un interessante documentario dedicato a Françoise Dolto, la celebre pediatra e psicoanalista francese. Questo documentario, dal titolo “Nel nome del bambino”, metteva in evidenza il ruolo che questa discepola di Jacques Lacan ha avuto nell’evoluzione dell’approccio degli psicoterauti al bambino, alla sua educazione e ai suoi eventuali traumi.
“Nel nome del bambino” ha completamente ignorato però le affermazioni, a dir poco stupefacenti, che la stessa Françoise Dolto aveva fatto, in una lunga intervista e in un libro, a proposito delle donne vittime di violenze, della pedofilia e dell’incesto. Inoltre, non viene tenuto conto del fatto che la Dolto abbia firmato e diffuso, insieme ad altri grandi nomi come Gabriel Matzneff, Jean Paul Sartre, Michel Foucault, una petizione il 23 Maggio 1977, che chiedeva un alleggerimento delle pene previste dal codice penale per corruzione di minore. In quegli anni fra l’altro, lei era impegnata in diverse trasmissioni radiofoniche dedicate ai bambini, in cui si presentava come una nonnina comprensiva…
Quando, nel 2010, alcuni giornali hanno tirato fuori questa petizione e le sue posizioni quantomeno discutibili sull’argomento, la figlia di Françoise, Catherine Dolto, ha difeso la madre con questo argomento: “Tutto ciò risale all’epoca del suicidio di Gabrielle, insegnante che aveva avuto una relazione con un suo allievo”. Punto e basta.
Riguardo invece agli scritti materni che riproduciamo qua sotto, ha affermato che non sono altro che “citazioni fuori contesto, in cui Françoise Dolto parlava dell’incoscio e non del conscio. E questo snatura il vero senso delle sue parole”.
Sarà, ma anche leggendole “nel loro contesto”, queste parole più che inconscio sembrano incoscienti.

Quello che segue è un estratto di un’intervista comparsa nel novembre 1979 sul numero 44 della rivista femminista “Choisir la cause des femmes”, diretta da Gisèle Halimi. Gran parte di queste tesi saranno ulteriormente sviluppate nel libro “Il bambino, il giudice e la psicanalista”, pubblicato nel 1999, con questa nota di copertina: “questo libro è il dialogo intesno e esemplare fra un giudice minorile e una psicanalista…”

Le donne che subiscono violenza.
Domanda: Per le violenze sulle donne e sui minori il problema è lo stesso?
Dolto: In attesa che le mentalità evolvano, le case per le donne vittime di violenza sono utili. Secono me però questo risolve niente (…). Ho visto una di questa donne, completamente persa, incapace di tutto, anche di occuparsi dei bambini che sono con lei, completamente sottomessa a un’assistente sociale della casa che la ospita. Si comprende come un uomo sposato con un donna come questa, che si aspettava che lei facesse quello che doveva fare, arrivi a picchiarla, sperando di farla cambiare. Ma lei è incapace di cambiare, è una povera inferma. E ce ne sono tante così.
Domanda: Non stara mica giustificando il fatto che donne è bambini siano picchiati da qualcuno di più forte di loro?
Dolto: No, non giustifico niente! Ma dico che è il marito che deve essere aiutato, non la donna da lui picchiata. Bisogna dire al marito: “Lei non non può vivere con questa donna, la lasci”.
Queste donne sono incapaci di quasiasi tipo di attività, spingono i loro mariti alla violenza ma non fanno niente per loro.
Domanda: Non crede che ci siano dei bambini oggetto di violenza che desiderano non esserlo, come delle donne picchiate dal marito che vorrebbero una relazione diversa?
Dolto: No, e la prova è nel fatto che quando si separa un bambino dai genitori violenti, poi lui piange e vuole tornare con loro. Allo stesso modo, la donna picchiata, ricoverata in una casa d’accoglienza, vuole rivedere il marito. Le botte non significano assenza d’amore…
Domanda: Quindi se un bambino viene da noi e ci dice chiaramente: “i miei genitori mi picchiano”, cosa si fa?
Dolto: Bisogna dirgli: “Non è forse quello che vuoi? Non lo fai apposta a farli arrabbiare?”. In questo modo è il bambino che può trovare da solo la soluzione (…). Bisognerebbe spiegare al bambino che, molto spesso, è lui che fa in modo di venire picchiato. E’ una maniera di conquistare l’attenzione dei genitori. E’ necessario insegnargli a non lasciarsi picchiare, ma anche a non farsi palpeggiare da sua madre. Alcune madri sono scandalose, disgustose coi loro figli. Il loro sedicente amore è un incesto. Ci sono della mamme che lasciano i loro bambini di ventidue mesi succhiare i loro capezzoli tutto il giorno, si figuri!

L’incesto e lo stupro.
Dolto: Nell’incesto fra padre e figlia, la figlia adora il suo papà ed è molto contenta di poter rivaleggiare con la mamma.
Domanda: E il padre non ha responsabilità?
Dolto: Beh, è sua figlia, gli appartiene. Lui non fa nessuna differenza fra moglie e figlia, e anzi si sente un po’ anche figlio di sua moglie, o padre di sua moglie. Gli uomini sono come dei bambini, sapesse quanti di loro cercano nella moglie una bambinaia. E tante donne sono contente di ciò! Quindi a questo livello non parlerei di reponsabilità del padre (…)
Domanda: Quindi una ragazzina è sempre consenziente?
Dolto: Senz’altro.
Domanda: Ma allora quando si può parlare di stupro?
Dolto: Non c’è mai stupro, perché sono consenzienti.
Domanda: Quando una ragazzina le racconta che nella sua infanzia ha avuto rapporti sessuali con suo padre, e che ha vissuto questo come uno stupro, lei che le dice?
Dolto: Non può averlo vissuto come uno stupro, ha semplicemente capito che suo padre la ama e che si consola con lei perché sua moglie non vuole più fare l’amore con lui.
Domanda: Come spiega allora il trauma, se la ragazzina è sempre consenziente?
Dolto: Giel’ho detto, il trauma è legato al fatto che la sua sesualità non si sviluppa normalmente, perché la sessualità si forma a partire dal taboo dell’incesto. Il tabbo, valorizza la sessualità, perché il bambino dai 3 ai 13 anni desidera l’incesto. Quando tutto va bene, la sessualità si sposta su un soggetto diverso dalla madre o dal padre. Il fatto che un bambino debba fare compiacere i suoi genitori è già una forma di incesto. E tutta la nostra educazione si basa su questa forma di piacere: “Fai un piacere a mamma, mangia tutta la minestra!”. E’ perverso e vizioso anche questo. Tante ragazzine finiscono a letto col papà per fare piacere alla mamma. “Va nel letto di tuo padre, lui ama le carezze e anche tu, io non ne ho voglia!”
Domanda: Secondo lei allora non ci sono padri viziosi e perversi?
Dolto: Basta che la figlia si rifiuti di andare a letto col padre, dicendo che questo non si fa, e lui la lascerà tranquilla.
Domanda: Forse insistiamo troppo su questo punto, ma sappiamo che ci sono tante ragazzine violentate dal padre e che non sono per niente consenzienti.
Dolto: In questo caso, si ammalano, e così la somatizzazione le sottrae alle attenzioni paterne. E’ una maniera incoscia di sottrarsi all’atto incestuoso…

Questo dialogo assurdo è ancora più incredibile se si considera che due anni prima la Dolto aveva chiaramente condannato la pedofilia. Nel 1977 scriveva in una lettera aperta che “l’iniziazione sessuale degli adolescenti e dei bambini da parte di un adulto (..) anche quando non c’è incesto è sempre un trauma psicologico profondo”.
Ma a quale di queste due Dolto, quella che dice che la pedofilia è una trauma o quella che lo nega, pensavano i sindaci francesi che hanno dato il suo nome a più di 150 istituti scolastici?.

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Lotta al terrorismo o repressione del dissenso?

Lotta la terrorismo o repressione del dissenso?

Greenpeace, Extinction Rebellion e Peta inclusi con i neonazisti nella lista antiterrorismo del Regno Unito.
di Vikram Dodd and Jamie Grierson, pubblicato da “The Guardian”.

traduzione di Intersecta

Una panoramica della “guida contro la radicalizzazione” diffusa dalla polizia britannica.

Il Guardian ha appreso che un documento di polizia antiterrorismo distribuito al personale medico e agli insegnanti nell’ambito dei briefing anti-estremismo voluti dal governo, includeva Greenpeace, Peta e altri gruppi non violenti, insieme a gruppi armati neonazisti.

La guida, prodotta da Counter Terrorism Policing, è utilizzata in tutta l’Inghilterra come parte dell’addestramento per Prevent, lo schema anti-radicalizzazione progettato per fermare coloro che rischiano di commettere violenza terroristica.

La scorsa settimana, la polizia ha affermato che i documenti scoperti dal Guardian che elencano il gruppo di protesta ambientale Extinction Rebellion (XR) insieme a estremisti di estrema destra e jihadisti erano un “errore locale”.
Ma l’elenco dei gruppi visti come una potenziale minaccia, contenuto nel nuovo documento di 24 pagine, include effettivamente Extinction Rebellion. Include anche Greenpeace – tra i cui sostenitori ci sono Dame Judi Dench, Stephen Fry, Gillian Anderson e Joanna Lumley – e gli attivisti per l’inquinamento degli oceani Sea Shepherd, i cui sostenitori includono Sean Connery e Pierce Brosnan. Inoltre è incluso Stop the Badger Cull, che è supportato da Sir Brian May, il chitarrista dei Queen.

Queste associazioni appaiono accanto a una serie di gruppi estremisti di destra tra cui il Combat 18 e il National Front, o la stessa national Action, che è stata vietata per il ricorso alla violenza terroristica. L’ultima pagina di una guida visiva di accompagnamento che il Guardian ha potuto consultare, consiglia alle persone di segnalare “qualsiasi sospettio identificato tramite questo documento” utilizzando un portale online per la segnalazione di attività sospette gestite dalla polizia antiterrorismo con lo slogan: “L’azione contrasta il terrorismo”.

La polizia, chiamata in causa, si giustifica insistendo sul fatto che la guida non intende ritrarre come estremisti tutti i gruppi menzionati e passibili di segnalazione. Lo scopo della guida sarebbe solo quello di migliorare la comprensione dei segni e dei simboli che le persone possono incontrare e ciò sarebbe sottolineato da una dichiarazione nel documento secondo cui “non tutti i segni e simboli indicati in questo documento sono di interesse antiterrorismo”.

Infatti, sulla guida visiva il disclaimer sembra riferirsi specificamente a una serie di simboli religiosi e storici usati dai suprematisti bianchi tra cui “Runa di Odino”, “Rune delle SS” e “Martello di Thor”. I gruppi di sinistra e ambientalisti non sono identificati in modo simile, ma sono comunque presenti in elenco.

I gruppi non violenti presenti nel documento sono furiosi per la loro inclusione. “Dipingere attivisti ambientalisti e organizzazioni terroristiche allo stesso modo non aiuterà a combattere il terrorismo”, ha dichiarato John Sauven, direttore esecutivo di Greenpeace nel Regno Unito. “Danneggerà solo la reputazione di poliziotti che lavorano duramente … Come possiamo forse insegnare ai bambini la devastazione causata dall’emergenza climatica e allo stesso tempo sottintendere che coloro che cercano di fermarla siano estremisti?”

La direttrice di Peta, Elisa Allen, ha dichiarato: “Questo sembra essere un subdolo tentativo di annullare le campagne delle associazioni legalmente riconosciute – ed è qualcosa di tremendamente pericoloso e antidemocratico”.
Un portavoce di Extinction Rebellion dice: “E’ vero che la guida specifica che non tutti i simboli hanno interesse per l’antiterrorismo. Però, se è così, che senso ha metterli tutti insieme in un documento dell’antiterrorismo?”

Anche diversi politici hanno criticato il documento, come Lisa Nandy, candidata alla leadership laburista, che ha definito l’inclusione dei gruppi nonviolenti contro crisi climatica “un’assurdità assoluta”.

Tra i gruppi elencati senza alcun legame noto con la violenza terroristica o che rappresentino minaccia nota alla sicurezza nazionale vi sono Stop the War, la Campagna di solidarietà palestinese, la Campagna per il disarmo nucleare, attivisti vegani, gruppi antifascisti, gruppi antirazzisti, un gruppo di sorveglianza contro gli abusi della polizia e attivisti contro l’espansione deegli aeroporti. Anche i partiti politici comunisti e socialisti sono nella lista.

Tali partiti e movimenti di opinione sono, nella lista, affiancati da numerosi gruppi associati all’ideologia di violenza dell’estrema destra e dal gruppo terroristico National Action, che è vietato, così come altri due. Ci sono anche una serie di simboli e tatuaggi comunemente associati alla supremazia bianca, come una svastica e un poster di “orgoglio bianco in tutto il mondo”, fino ai tatuaggi di un’aquila di ferro e al generale tedesco della seconda guerra mondiale Erwin Rommel.

La guida, da giugno 2019, porta il logo della polizia antiterrorismo su ogni pagina ed è stata presentata in briefing ai lavoratori del settore pubblico.

Un insegnante di scuola, che sostiene da anni gli sforzi per contrastare la radicalizzazione, ha affermato di aver ricevuto il documento come parte della “formazione alla prevenzione” presso l’istituto scolastico in cui lavora: “Il documento è stato fornito con la raccomandazione al personale docente di usarlo per identificare simboli che gli studenti potrebbero disegnare o avere su di loro e decidere se si debba intervenire o meno.

“Il documento è straordinariamente vago e lascia molto alla interpretazione del singolo membro dello staff”, ha aggiunto l’insegnante. “Raggruppare gruppi relativamente innocui come Greenpeace e CND con autentici gruppi estremisti sembra implicare che queste organizzazioni sono nel radar della polizia antiterrorismo e dovrebbero essere interpretate come tali dal personale docente”.

I vertici della Polizia affermano che è “inutile e fuorviante” supporre che i gruppi non violenti nel documento fossero accusati di qualcosa, e dicono che la guida è stata fornita ai docenti solo come “un vademecum per aiutarli a identificare e comprendere la gamma di organizzazioni che potrebbero incontrare” e non suggerisce in alcun modo che l’appartenenza a “gruppi non illegali sarebbe sufficiente per innescare un intervento di prevenzione”.

“La nostra attenzione non è assolutamente rivolta alle proteste legali o alle cause legittime promosse dagli attivisti in tutto il paese”, ha detto al Guardian il vice coordinatore nazionale aggiunto Dean Haydon, vicedirettore della polizia antiterrorismo.

Datato giugno dello scorso anno, il documento è stato inviato a medici, scuole e tribunali di tutela dei minori come guida per diventare “professionisti della prevenzione”.

Un portavoce del Worcestershire Acute NHS Trust (società che gestisce alcuni ospedali pubblici) ha dichiarato che le guide erano disponibili per consentire al personale medico e paramedico di accedervi come parte della formazione alla prevenzione. È distribuita anche negli ospedali di altre regioni el Regno.

La scorsa settimana, la polizia ha ammesso che è stato un errore per una guida esplicita sull’estremismo includere la Extinction Rebellion insieme a gruppi islamisti sostenitori del terrorismo e gruppi di estrema destra. I dirigenti hanno inoltre affermato che questa guida per polizia, insegnanti e altri lavoratori del settore pubblico era rivolta solo al sud-est dell’Inghilterra. Dopo che il Guardian ha rivelato l’esistenza della guida, ne è stata interrotta la distribuzione.

Clare Collier, avvocato presso Liberty (associazione britannica per la tutela dei diritti umani), è convinta che questo documento sia la prova che la protesta pacifica in Gran Bretagna è minacciata dal governo. “Abbiamo a lungo avvertito che l’agenda antiterroristica del governo è una delle maggiori minacce alla libertà di parola nel Regno Unito. Se sei un militante di una qualunque causa, dai cambiamenti climatici alla giustizia sociale o alla lotta contro il razzismo, oggi nel Regno Unito rischi di essere etichettato estremista e che i tuoi dati siano trasmessi alla polizia.

“Le misure antiterrorismo del Regno Unito sono progettate per indurre i lavoratori del settore pubblico come gli insegnanti a spiare i giovani a loro affidati: questa guida non farà che aumentare la confusione e le pressioni che devono affrontare. Rafforza anche le preoccupazioni di lunga data secondo cui la definizione incredibilmente ampia di estremismo usata dal governo offre alla polizia una copertura per considerare l’attività politica non violenta come una minaccia e monitorare e controllare qualsiasi comunità sul territorio nazionale”.

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Le cavie umane del dottor Belkin.

Le cavie umane del dottor Belkin.

La triste storia della sperimentazione sovietica sulle persone transgender e intersex.

di Intersecta

Il dottor A. I. Belkin

L’Unione sovietica è stato un paese profondamente omotransfobico, oltre
che autoritario e paternalista; con la scusa di costruire “l’uomo e la
donna del comunismo realizzato”, il potere politico interveniva,
controllando la scienza e la medicina dell’epoca, sui corpi degli esseri
umani, cercando di piegare la vita all’ideologia.
A partire dagli anni ’60, cominciarono ad essere autorizzati, dopo anni
di divieto assoluto, i primi interventi di cambio di sesso, ma ciò non si
tradusse in maggiore libertà per le persone transgender, né
nell’accettazione a livello sociale del non binarismo di genere.
Semplicemente, alcune persone diventarono cavie nelle mani della scienza
medica controllata dal potere.

La riassegnazione chirurgica del genere è stata affidata per più di
trent’anni all’endocrinologo Aron I. Belkin, direttore del Centro di
endocrinologia psichiatrica di Mosca.
Luminare della medicina sovietica, benvoluto dal partito, appassionato di
psichiatria e di psicoanalisi (anche quando era proibita in Russia) il
dottor Belkin è stato il deus ex machina degli esperimenti di cambio di
sesso su esseri umani. In maniera alquanto ipocrita e crudele, un
necrologio del 2003, anno della sua morte, lo salutava come “il padre dei
transessuali russi”. In realtà si trattava di un padre padrone.

Belkin era anche un esponente di spicco della sperimentazione sovietica
per la “correzione” chirurgica e ormonale di bambini e adulti
intersex. Quando, in un ospedale dell’immenso paese euroasiatico,
nasceva un individuo a cui i medici non erano in grado di assegnare in
maniera inequivocabile un sesso, la povera creatura veniva trasportata a
Mosca, e spettava al dottor Belkin decidere se era un uomo o una donna, e
operare di conseguenza. Bisturi e ormoni, senza andare troppo per il sottile, e se il “trattamento” non aveva i risultati sperati si insabbiava il tutto. La medicina sovietica non sbagliava mai.
Il fatto che si cambiasse sesso, non significava peraltro che fosse
considerato “normale” farlo.
Cambiare il sesso dei cittadini sovietici implicava non solo complesse
procedure mediche, ma anche un incubo di scartoffie per placare i
burocrati totalitari e dare ai pazienti identità civiche completamente
nuove che nascondevano le loro transizioni di genere. Si poteva cambiare
sesso, ma non si poteva dire di averlo fatto.
Lungi dal considerare il nonbinarismo come una condizione fisiologica
dell’essere umano, il potere sovietico e la scienza medica da esso
foraggiata giocavano all’allegro chirurgo sui corpi delle persone, e le
identità transgender erano viste come cavie su cui sperimentare improbabili teorie
politico-sociali.

(fonte: Daniel Healey, Russia, in glbtq: An Encyclopedia of Gay, Lesbian, Bisexual, Transgender, and Queer Culture, glbtq, Inc, 2004, last updated 19 July 2005).

 

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Un anziano imam contro la barbarie della “brava gente” italiana.

Un anziano imam contro la barbarie della “brava gente” italiana.

I crimini di guerra dell’Italia in Libia e la storia di Omar al Mokhtar.

di Intersecta

Dal 1911 al 1931, l’Italia ha condotto la campagna di Libia, che ha portato alla graduale colonizzazione dell’intero territorio del paese nordafricano.

Non ci siamo fatti mancare niente: campi di concentramento, bombe all’iprite vietate dalla Convenzione di Ginevra, rappresaglie contro civili, stupri di guerra, mutilazioni genitali, villaggi interi lasciati morire di fame a causa del premeditato taglio dei rifornimenti di acqua e cibo, tregue prima firmate e il giorno dopo violate per giocare “l’effetto sorpresa”….

La missione civilizzatrice in terra d’Africa della fiera stirpe italica, che ancora oggi, e nonostante il meritorio lavoro di diversi storici seri, si fatica a vedere e valutare nella sua terrificante interezza.

Vincenzo Biani, artigliere italiano in Tripolitania, raccontava in un libro di memorie il bombardamento dell’oasi di Gifa, nel 1928, in termini entusiastici: «Una spedizione di otto apparecchi fu inviata su Gifa, località imprecisata dalle carte a nostra disposizione, che erano dei semplici schizzi ricavati da informazioni degli indigeni; importante però per una vasta conca, ricoperta di pascolo e provvista di acqua in abbondanza. Ma senza oasi e senza case: un punto nel deserto. Fu rintracciata perché gli equipaggi, navigando a pochi metri da terra, poterono seguire le piste dei fuggiaschi e trovarono finalmente sotto di sé un formicolio di genti in fermento; uomini, donne, cammelli, greggi; con quella promiscuità tumultuante che si riscontra solo nelle masse sotto l’incubo di un cataclisma; una moltitudine che non aveva forma, come lo spavento e la disperazione di cui era preda; e su di essa piovve, con gettate di acciaio rovente, la punizione che meritava. Quando le bombe furono esaurite, gli aeroplani scesero più bassi per provare le mitragliatrici. Funzionavano benissimo. Nessuno voleva essere il primo ad andarsene, perché ognuno aveva preso gusto a quel gioco nuovo e divertentissimo. E quando finalmente rientrammo a Sirte, il battesimo del fuoco fu festeggiato con parecchie bottiglie di spumante, mentre si preparavano gli apparecchi per un’altra spedizione. Ci si dava il cambio nelle diverse missioni. Alcuni andavano in ricognizione portandosi sempre un po’di bombe con le quali davano un primo regalo ai ribelli scoperti, e poi il resto arrivava poche ore dopo. In tutto il vasto territorio compreso tra El Machina, Nufilia e Gifa i più fortunati furono gli sciacalli che trovarono pasti abbondanti alla loro fame».

La resistenza all’invasione fu forte e organizzata: basata interamente sull’uso di tecniche di guerriglia, poteva contare sulla perfetta conoscenza del territorio e sul sostegno della popolazione civile, che non tollerava le continue esazioni delle truppe italiane. L’elemento che unificava le varie tribù ribelli era l’appartenenza a una confraternita sufi, quella dei Senussi, che oltre ad avere una grande importanza spirituale aveva gestito il potere politico per alcuni anni, opponendosi anche all’impero ottomano.

La dottrina dei Senussi ben si adattava al carattere delle genti del deserto: a differenza di altre correnti sufi non predicava l’estasi tramite danza o uso di eccitanti, e si teneva lontana da ogni estremismo politico o religioso, cercando di perseguire il giusto mezzo e dimostrandosi possibilista, a differenza delle scuole classiche sunnite, riguardo all’apertura dell’ ijtihad, cioè l’interpretazione dei testi coranici. Le popolazioni beduine la fecero presto propria, e gli imam senussiti divennero autorità riconosciute.

Proprio un anziano imam senussita, Omar al-Mukhtar, che per tutta la vita insegnò in una madrasa, divenne il leader riconosciuto della resistenza libica, e si rivelo un abile stratega, in grado di tenere in scacco per anni l’esercito Italiano.

Esercito italiano che per fiaccare definitivamente la resistenza decise di ricorrere all’inganno e ai bombardamenti indiscriminati, voluti fortemente dai criminali di guerra Badoglio e Graziani, e alla deportazione forzata di migliaia di persone per distruggere la rete di sostegno logistico ai gruppi ribelli.

Le coste libiche si riempirono di campi di concentramento in cui venivano rinchiusi gli abitanti di interi villaggi, sospettati di sostenere al Muktar. Immaginate uomini, donne, anzioni e bambini, costretti a marciare nel deserto per centinaia di km fino a un campo di concentramento in cui saranno torturati. Vi ricorda qualcosa?

Ma andiamo avanti.

“Anche Cufra, città santa dei senussiti nella Libia sudorientale, dove intanto si erano ritirate le bande ribelle di Abd el Gelli Sef en-Nasser e Saleh el Atèusc, subì un attacco dal cielo prima di essere presa nel gennaio del 1931 da una colonna di “meharisti”, mercenari libici su cammelli e autocarri.

I guerriglieri sopravvissuti fuggirono con le proprie famiglie ma i reparti cammellati e l’aviazione li inseguirono per vari giorni fino ad annientarli in gran parte: tra le vittime anche donne e bambini.

Cufra fu sottoposta a tre giorni di saccheggi e violenze: 17 capi senussiti furono impiccati, 35 indigeni evirati e lasciati morire dissanguati, 50 donne stuprate; si registrarono anche 50 fucilazioni e 40 esecuzioni con ascia, baionette e sciabole. Le truppe vittoriose si abbandonarono a ogni atrocità: alle donne incinte venne squartato il ventre e i feti infilzati, giovani furono donne violentate e sodomizzate con le candele, teste e testicoli mozzati portati in giro come trofei, tre bambini immersi in calderoni di acqua bollente, ad alcuni vecchi vennero estirpate le unghie per essere poi accecati”.

(Michele  Strazza,http://win.storiain.net/arret/num153/artic3.asp)

Il 9 settembre 1931, Omar al Muktar, che guidava una delle ultime squadre ribelli salvatesi dal massacro, viene catturato in un’imboscata. Sebbene sia un prigioniero di guerra, e una persona anziana (73 anni), viene subito processato e fatto impiccare davanti a ventimila beduini radunati con la forza dalle truppe di Graziani e costretti ad assistere all’esecuzione, come monito.

L’esecuzione di al Muktar avvenne, secondo alcuni resoconti, il 16 settembre, mentre secondo altri l’anziano imam fu giustiziato due giorni dopo la sua cattura, l’11 settembre.

Sarebbe il primo degli 11 settembre vergognosi della nostra epoca, ma quello meno ricordato in assoluto.

Ironia della sorte, anni dopo il colonnello  Gheddafi elesse al Mutkar eroe nazionale libico al punto di portare con se il figlio dell’imam quando venne in Italia a firmare un accordo con Berlusconi, ma durante il suo lungo governo represse duramente i senussi, ossia la confraternita a cui “l’eroe nazionale” per tutta la vita era appartenuto.

Di quello che pensava davvero l’anziano imam di Zanzur, non interessò mai a nessuno.

 

 

 

 

 

 

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Voglio solo giocare a calcio.

Voglio solo giocare a calcio.

La lotta di Yoann Lemaire contro l’omofobia nello sport.

a cura di Intersecta.

Yoann Lemaire (a destra), con l’ex nazionale francese Christian Karembeu.

Yoann Lemaire è un calciatore dilettante originario delle Ardenne, nato il 3 Aprile 1982. E’ stato il primo calciatore, in Francia, a rivelare pubblicamente la sua omosessualità, nel 2004, e ciò ha fatto di lui il simbolo della lotta contro l’omofobia nello sport, e soprattutto nello sport machista per eccellenza, il calcio.
Il suo ruolo sul campo è quello di difensore centrale, e ha giocato nelle Divisioni Regionali e poi in Promozione nel club FC Chooz, fino a quando, nell’Agosto del 2009, Yoann è violentemente insultato per il suo orientamento sessuale da un compagno di squadra, davanti alle telecamere della tv nazionale.
Invece di difenderlo, i suoi dirigenti non lo fanno più giocare, e lui decide di prendersi un anno sabatico.
Vuole però tornare in campo e in squadra, e nell’estate del 2010 viene organizzata una conciliazione a livello di Lega, nel corso della quale il giocatore che lo aveva insultato si scusa, e il presidente della squadra e il sindaco del comune fanno mea culpa. Yoann chiede quindi di essere reintegrato in organico, cosa che il presidente fa, ma già nel settembre dello stesso anno apprende il suo definivo licenziamento da un comunicato firmato dalla presidenza.
Comunicato che dice, testuale: “Capisco che le nostre ragioni potranno sembrarle patetiche, ma sono giustificate dall’esigenza di proteggere le due parti”. Nel giro di qualche giorno, la notizia si diffonde.
Il 3 settembre 2010, la sottosegretaria allo sport Rama Yade dichiara alla radio pubblica che atti come questo non devono restare impuniti e che Yoann deve, se vuole, tornare a giocare nella Lega regionale,scegliendo lui stesso il club che preferisce; in seguito la Yade chiederà la soppressione della licenza a un dirigente dell’ FC Chooz che aveva insultato e minacciato Lemaire su Facebook. I mezzi di comunicazione nazionali e internazionali daranno rilievo al caso.
Contattato dal giornalista Jacques Vendroux, Yoann Lemaire acccetta di giocare nel Varieté club de France di Thierry Roland (una sorta di equivalente francese della nostra nazionale cantanti, in cui giocano per beneficienza personaggi dello spettacolo ed ex calciatori professionisti), accanto ai campioni del mondo del 1998. In seguito, grazie al clamore mediatico e all’amicizia e la stima di colleghi blasonati, riesce ad avere un posto nella squadra del paese in cui è nato, l’US Vireux, che milita anch’essa in Lega regionale. Nel 2010 pubblica un libro dal titolo “Sono l’unico calciatore gay, o meglio, lo ero”, con la prefazione del famoso calciatore professionista Vikash Dhorasoo.
Ritiratosi ufficialmente dal calcio giocato nel settemre 2011, con una partita celebrativa fra la sua squadra e il Varieté club, alla presenza di Rama Yade e del grande tennista Yannick Noah, Yoann rimette i tacchetti nel 2012, per aiutare il “suo” US Vireux, che ha seri problemi economici. Questo ritorno in campo gli regala la soddisfazione di affrontare, e battere, l’FC Chooz, cioè la squadra che l’aveva umiliato e licenziato.
Nel 2017 realizza il suo sogno, fonda un’associazione, Footensemble, che ha lo scopo di mantenere vivo il dibattito sull’omosessualità nello sport e sul rispetto dell’identità sessuale e di genere di ogni essere umano.
Footensemble si dedica alla sensibilizzazione dei giovani che si avvicinano allo sport e al sostegno di tutt* l* sportiv*, dilettanti o professionisti, che subiscono discriminazioni per il loro orientamento sessuale e/o di genere.
Scopo dell’associazione è fare sì che a nessuna persona che ama praticare sport venga sbarrata la strada perché ha fatto coming out.

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Bugiardi di Stato.

Bugiardi di Stato.

Violenza e menzogna nelle democrazie occidentali. La storia dei Saint Aubin.

di Dominique Simonnot, pubblicato su “Le Canard Enchainé”. Traduzione: Intersecta.

Tutti gli studenti di diritto, tutti quelli che si interessano agli anni turbolenti della guerra d’Algeria e dell’Oas, organizzazione dell’esercito segreto (gruppo terroristico antiarabo di estrema destra che si opponeva all’indipendenza dell’Algeria e al governo francese), si sono almeno una volta trovati davanti al caso del combattimento senza tregua fra i coniugi Saint Aubin e il potere francese.
Nel Giugno del 1964 Jean Claude, il loro giovane figlio, che percorre in auto una strada del sud della Francia con la giovanissima Dominique, a cui sta dando un passaggio, sbatte violentemente contro un albero. I due muoiono sul colpo.
La giustizia non vede altro che un banale incidente diventato tragedia, caso chiuso in pochi giorni. Stava però facendo i conti senza Andrée e Jean, genitori di Jean Claude, onesti e puntigliosi gioiellieri di Dijon che nel corso degli anni, per amore del figlio, si trasformano in abili investigatori e poi in tenaci avversari del potere ufficiale.
Non hanno mai creduto che il loro amato figlio, ottimo guidatore, si fosse gettato di punto in bianco su un albero. Ecco che si scopre che vicino al luogo dello scontro sorge una base dell’esercito. E un operaio che andava in fabbrica aveva visto al momento dell’incidente un camion militare sgommare e allontanarsi in tutta furia. I genitori interrogano di persona i testimoni, e capiscono subito che la giustizia, la polizia, l’esercito e il governo nascondono degli sporchi segreti.
Hanno assolutamente ragione!
Testimoni messi a tacere, anche con morti sopette, truffatori spacciatisi per vecchie spie in grado di svelare l’enigma, ministri bugiardi. Niente è mancato al menu dell’ignominia, ma tutto questo non è bastato a fermare i Saint Aubin, che impareranno, in quarant’anni di contro indagine, a non stupirsi di niente.
Due tesi si delineano. La prima: dei soldati hanno involontariamente tamponato ad alta velocità l’auto di Jean Claude, sono scappati e sono stati comperti dai superiori. La seconda, più cupa e terrificante: Jean Claude è stato scambiato per un capo dell’Oas e eliminato per sbaglio dai servizi segreti di De Gaulle.
Un libro recentemente uscito (L’Affaire Saint Aubin, di Denis Langlois. Non tradotto in italiano) racconta in maniera appassionate tutte le menzogne ufficiali che hanno accompagnato i Saint Aubin fino alla loro morte, Jean nel 1994 e Andrée nel 2003.
Nel 1990, François Mitterand riconosce per la prima volta una “disfunzione grave” della giustizia, e concede un indennizzo economico ai coniugi.
Insufficiente e amaro…