Un anziano imam contro la barbarie della “brava gente” italiana.

Un anziano imam contro la barbarie della “brava gente” italiana.

I crimini di guerra dell’Italia in Libia e la storia di Omar al Mokhtar.

di Intersecta

Dal 1911 al 1931, l’Italia ha condotto la campagna di Libia, che ha portato alla graduale colonizzazione dell’intero territorio del paese nordafricano.

Non ci siamo fatti mancare niente: campi di concentramento, bombe all’iprite vietate dalla Convenzione di Ginevra, rappresaglie contro civili, stupri di guerra, mutilazioni genitali, villaggi interi lasciati morire di fame a causa del premeditato taglio dei rifornimenti di acqua e cibo, tregue prima firmate e il giorno dopo violate per giocare “l’effetto sorpresa”….

La missione civilizzatrice in terra d’Africa della fiera stirpe italica, che ancora oggi, e nonostante il meritorio lavoro di diversi storici seri, si fatica a vedere e valutare nella sua terrificante interezza.

Vincenzo Biani, artigliere italiano in Tripolitania, raccontava in un libro di memorie il bombardamento dell’oasi di Gifa, nel 1928, in termini entusiastici: «Una spedizione di otto apparecchi fu inviata su Gifa, località imprecisata dalle carte a nostra disposizione, che erano dei semplici schizzi ricavati da informazioni degli indigeni; importante però per una vasta conca, ricoperta di pascolo e provvista di acqua in abbondanza. Ma senza oasi e senza case: un punto nel deserto. Fu rintracciata perché gli equipaggi, navigando a pochi metri da terra, poterono seguire le piste dei fuggiaschi e trovarono finalmente sotto di sé un formicolio di genti in fermento; uomini, donne, cammelli, greggi; con quella promiscuità tumultuante che si riscontra solo nelle masse sotto l’incubo di un cataclisma; una moltitudine che non aveva forma, come lo spavento e la disperazione di cui era preda; e su di essa piovve, con gettate di acciaio rovente, la punizione che meritava. Quando le bombe furono esaurite, gli aeroplani scesero più bassi per provare le mitragliatrici. Funzionavano benissimo. Nessuno voleva essere il primo ad andarsene, perché ognuno aveva preso gusto a quel gioco nuovo e divertentissimo. E quando finalmente rientrammo a Sirte, il battesimo del fuoco fu festeggiato con parecchie bottiglie di spumante, mentre si preparavano gli apparecchi per un’altra spedizione. Ci si dava il cambio nelle diverse missioni. Alcuni andavano in ricognizione portandosi sempre un po’di bombe con le quali davano un primo regalo ai ribelli scoperti, e poi il resto arrivava poche ore dopo. In tutto il vasto territorio compreso tra El Machina, Nufilia e Gifa i più fortunati furono gli sciacalli che trovarono pasti abbondanti alla loro fame».

La resistenza all’invasione fu forte e organizzata: basata interamente sull’uso di tecniche di guerriglia, poteva contare sulla perfetta conoscenza del territorio e sul sostegno della popolazione civile, che non tollerava le continue esazioni delle truppe italiane. L’elemento che unificava le varie tribù ribelli era l’appartenenza a una confraternita sufi, quella dei Senussi, che oltre ad avere una grande importanza spirituale aveva gestito il potere politico per alcuni anni, opponendosi anche all’impero ottomano.

La dottrina dei Senussi ben si adattava al carattere delle genti del deserto: a differenza di altre correnti sufi non predicava l’estasi tramite danza o uso di eccitanti, e si teneva lontana da ogni estremismo politico o religioso, cercando di perseguire il giusto mezzo e dimostrandosi possibilista, a differenza delle scuole classiche sunnite, riguardo all’apertura dell’ ijtihad, cioè l’interpretazione dei testi coranici. Le popolazioni beduine la fecero presto propria, e gli imam senussiti divennero autorità riconosciute.

Proprio un anziano imam senussita, Omar al-Mukhtar, che per tutta la vita insegnò in una madrasa, divenne il leader riconosciuto della resistenza libica, e si rivelo un abile stratega, in grado di tenere in scacco per anni l’esercito Italiano.

Esercito italiano che per fiaccare definitivamente la resistenza decise di ricorrere all’inganno e ai bombardamenti indiscriminati, voluti fortemente dai criminali di guerra Badoglio e Graziani, e alla deportazione forzata di migliaia di persone per distruggere la rete di sostegno logistico ai gruppi ribelli.

Le coste libiche si riempirono di campi di concentramento in cui venivano rinchiusi gli abitanti di interi villaggi, sospettati di sostenere al Muktar. Immaginate uomini, donne, anzioni e bambini, costretti a marciare nel deserto per centinaia di km fino a un campo di concentramento in cui saranno torturati. Vi ricorda qualcosa?

Ma andiamo avanti.

“Anche Cufra, città santa dei senussiti nella Libia sudorientale, dove intanto si erano ritirate le bande ribelle di Abd el Gelli Sef en-Nasser e Saleh el Atèusc, subì un attacco dal cielo prima di essere presa nel gennaio del 1931 da una colonna di “meharisti”, mercenari libici su cammelli e autocarri.

I guerriglieri sopravvissuti fuggirono con le proprie famiglie ma i reparti cammellati e l’aviazione li inseguirono per vari giorni fino ad annientarli in gran parte: tra le vittime anche donne e bambini.

Cufra fu sottoposta a tre giorni di saccheggi e violenze: 17 capi senussiti furono impiccati, 35 indigeni evirati e lasciati morire dissanguati, 50 donne stuprate; si registrarono anche 50 fucilazioni e 40 esecuzioni con ascia, baionette e sciabole. Le truppe vittoriose si abbandonarono a ogni atrocità: alle donne incinte venne squartato il ventre e i feti infilzati, giovani furono donne violentate e sodomizzate con le candele, teste e testicoli mozzati portati in giro come trofei, tre bambini immersi in calderoni di acqua bollente, ad alcuni vecchi vennero estirpate le unghie per essere poi accecati”.

(Michele  Strazza,http://win.storiain.net/arret/num153/artic3.asp)

Il 9 settembre 1931, Omar al Muktar, che guidava una delle ultime squadre ribelli salvatesi dal massacro, viene catturato in un’imboscata. Sebbene sia un prigioniero di guerra, e una persona anziana (73 anni), viene subito processato e fatto impiccare davanti a ventimila beduini radunati con la forza dalle truppe di Graziani e costretti ad assistere all’esecuzione, come monito.

L’esecuzione di al Muktar avvenne, secondo alcuni resoconti, il 16 settembre, mentre secondo altri l’anziano imam fu giustiziato due giorni dopo la sua cattura, l’11 settembre.

Sarebbe il primo degli 11 settembre vergognosi della nostra epoca, ma quello meno ricordato in assoluto.

Ironia della sorte, anni dopo il colonnello  Gheddafi elesse al Mutkar eroe nazionale libico al punto di portare con se il figlio dell’imam quando venne in Italia a firmare un accordo con Berlusconi, ma durante il suo lungo governo represse duramente i senussi, ossia la confraternita a cui “l’eroe nazionale” per tutta la vita era appartenuto.

Di quello che pensava davvero l’anziano imam di Zanzur, non interessò mai a nessuno.

 

 

 

 

 

 

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