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La Vodka antivirus del padre padrone Lukashenko.

La Vodka antivirus del padre padrone Lukashenko

In una Bielorussia in forte crisi economica, e sotto minaccia di annessione da parte dell’ingombrante vicino russo, la strategia di Lukashenko è negare totalmente la gravità del covid19. Molti suoi concittadini però non sono d’accordo.

di Linas Jegelevicius, per euronews.comTraduzione: Intersecta

Con il resto del continente in fase di blocco per coronavirus, in Bielorussia tutto continua  a funzionare come al solito.

Alexander Lukashenko, il suo presidente, ha consigliato di bere più vodka, mentre il campionato di calcio di sere A del paese è l’unico in tutta Europa a giocare ancora.

Ma non mancano le voci dissenzienti e l’approccio seguito a Minsk ha creato divisioni.

Alexander e Dima Аleksejevy, padre e figlio,  che vivono nella città di Brest vicino al confine con la Polonia – ne sono un esempio.

Dima pensa che la mossa di fermare il calcio altrove in Europa sia “ridicola”, qualcosa che attribuisce a una “psicosi sciocca” nell’ovest “viziato”.

Continua a sostenere la sua squadra, l’FC Dynamo Brest, che è emersa di recente all’onore delle cronache,  quando ha deciso di sostituire i suoi fan casalinghi con manichini.

Ma suo padre sessantenne, Alexander, guarda la squadra in televisione da casa ed è contro il figlio maggiore che va alle partite.

“Lukashenko è un completo idiota”, ha detto Alexander. “Sta giocando con il fuoco e mette in pericolo la vita di migliaia di bielorussi.”

Le sue critiche a Lukashenko non sono politiche: fino a ora aveva dato al presidente di lunga data della Bielorussia il suo sostegno incrollabile.

Pochi leader mondiali possono eguagliare la derisione sprezzante di Lukashenko  nei confronti della pandemia di COVID-19.

Oltre a bere più vodka, i suoi altri consigli combattere il virus includono “accendi il vapore in bagno”, “mangia più aglio” e “vai in trattore per i campi”.

Quando un attore di spicco morì di COVID-19 alla fine di marzo, il leader bielorusso incolpò la vittima.

“Abbiamo chiesto alle persone in età venerabile di essere più vigili … stava per compiere 80 anni, quindi perché era fuori per le strade e, inoltre, continuava a lavorare?

“Guardate, sua moglie e sua figlia stanno bene, perché hanno un sistema immunitario più forte e, lui, poveretto, ha ceduto.”

Il 21 aprile, la Bielorussia ha riferito di oltre 6.000 infezioni e 51 decessi COVID-19. Fino a 76.000 bielorussi erano stati testati entro il 16 aprile in 24 laboratori fissi e mobili in tutto il paese, secondo il ministero della salute del paese.

“Tutte le vittime soffrivano di diverse malattie croniche”, ha detto un comunicato stampa del Ministero della Salute.

Il ministero non ha risposto alle richieste di commenti di Euronews sul coronavirus in Bielorussia e anche i principali epidemiologi del Paese erano reticenti.

“Un blocco a questo punto sarebbe una misura ridondante”, un medico in un ospedale di Minsk ha dichiarato a Euronews coperto da anonimato.

“Vediamo che alcuni paesi, come la Svezia, non l’hanno attuato, evitando così una tensione per l’economia”.

La Bielorussia mette alla prova le persone con sintomi per COVID-19, nonché coloro che sono stati in stretto contatto con casi confermati.

Il paese, con una popolazione di quasi 10 milioni, esegue circa 4.000 test al giorno. Gli esperti dicono che sono troppo pochi.

Alexander Loban, un medico della città bielorussa di Grodno, che ha trascorso 16 anni negli ospedali olandesi, è stato tra i primi medici bielorussi a far scattare l’allarme per l’approccio della Bielorussia alla lotta contro la pandemia.

Prima di volare nella capitale Minsk dai Paesi Bassi a metà marzo, ha inviato una lettera aperta al presidente Lukashenko, esortandolo a chiudere tutti i confini.

Ma questo lo ha messo nei guai. I paramedici, accompagnati da poliziotti, si presentarono alla sua porta di casa. Dissero che era appena arrivato da un paese altamente infetto e insistevano per misurargli la temperatura. Con 37.1 ℃ sul termometro – valore di cui Loban dubita – fu portato in ospedale contro il suo consenso. Trascorse una settimana da solo e fu successivamente rilasciato senza segni di coronavirus.

Sono sicuro che il mio ricovero non è stato ordinato per preoccupazioni epidemiologiche, ma per ragioni ideologiche “, ha detto Loban a Euronews.

“Mentre l’Occidente ricorre al blocco e alla quarantena per frenare la pandemia, Lukashenko lo chiama sfacciatamente << mera influenza>> “.

“Un uomo istruito non parlerebbe mai come il presidente, che si esprime di merda . Un crollo attende gli ospedali bielorussi se le autorità continuano a minimizzare la gravità della situazione”.

Loban crede che i casi COVID-19 nel paese inizieranno a salire nei prossimi giorni.

“Sono sicuro che non stiamo ascoltando e non vedremo statistiche credibili sulla portata della pandemia dal ministero della salute”, ha aggiunto. “Soprattutto sul bilancio delle vittime”.

Il medico ha fatto riferimento ai commenti della vice ministro della Sanità bielorussa, Elena Bogdan, che ha dichiarato in una riunione del 9 aprile che se un paziente con coronavirus e una malattia cronica muore, la causa della morte dovrebbe essere attribuita a quest’ultima, poiché il virus nel corpo è stato “eliminato” durante il trattamento.

“L’approccio è assurdo e in netto contrasto con il resto del mondo”, ha insistito Loban.

Responsabilità proattiva

Tuttavia la Bielorussia non ci sono  solo Lukashenko e le istituzioni,  specialmente nella capitale Minsk molte persone si stanno organizzando autonomamente per prendere misure precauzionali contro la pandemia.

Il sistema della metropolitana di Minsk pulisce le carrozze ogni giorno e ne pubblica foto sul suo sito web.

“Lo stiamo prendendo sul serio”, ha detto a Euronews Andrej Drob, portavoce della metropolitana di Minsk.

Perfino la Chiesa ortodossa bielorussa, una chiesa molto potente nel Paese  e una fedele sostenitrice del presidente autoritario, non sta correndo rischi. Per ora ha chiesto alle persone di stare lontaeo dalle chiese e le ha incoraggiate a partecipare attivamente alle masse tenute online.

“Dio ci ascolta ovunque … se le persone, invece di ripetere continuamente le parole” pandemia “,” coronavirus “,” COVID-19 “sin dallo scoppio, si fossero pentiti e pregato Dio, chiedendogli di perdonare, avremmo forse ormai dimenticato del virus ”, si dice sul sito web della chiesa Mitropolit Pavel, capo della Chiesa bielorussa ortodossa.

Secondo SATIO, una società di ricerche di mercato e di opinione con sede a Minsk, il 62% dei bielorussi, alla domanda se si fidano del sistema sanitario bielorusso di fronte a una pandemia, ha risposto che temevano il suo “collasso”. Solo il 17%, per lo più intervistato nelle campagne, ha dichiarato di essersi fidato e il 13%, per lo più giovane, vede la minaccia COVID-19 come “esagerata”.

Lo stesso sondaggio ha mostrato che i due terzi hanno iniziato a lavarsi le mani più spesso e, in particolare, un significativo 48% evita ora i bagni pubblici.

Con i casi di COVID-19 che dovrebbero aumentare ulteriormente, il presidente Lukashenko rimane senza vergogna.

“La nostra priorità dovrebbe essere ed è la nostra economia”, ha detto. “Tutto ciò passerà, che già vediamo accadere in Europa. Tuttavia, l’economia rimarrà per sempre. ”

Ha detto che la Bielorussia non ha il “lusso” di mettersi in quarantena. “Che cosa mangeremo allora?” chiede retoricamente.

Sono proprio le conseguenze economiche della pandemia che il presidente bielorusso teme di più, ritengono gli esperti.

“Le nostre massime autorità credono che la Bielorussia, finanziariamente e tecnologicamente, non possa permettersi le misure che molti altri paesi hanno implementato. Da qui l’ignoranza, le incoerenze (delle informazioni e delle statistiche su COVID-19), l’impreparazione e il ritardo nel prendere delle decisioni necessarie. In una parola, il governo bielorusso non ha alcuna strategia “, ha detto a Euronews Janov Poleskij, un analista politico bielorusso.

“Molti regimi autoritari, incluso quello bielorusso, usano le crisi per frenare le libertà civili e politiche tra le altre cose. Non è  solo il coronavirus a indebolire il regime bielorusso, ma anche la prolungata crisi economica, unita alle peggiori nuove condizioni delle importazioni russe di petrolio, ”sottolinea.

In vista di problemi economici futuri, questa settimana la Bielorussia ha chiesto alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS) un prestito di  1 miliardo  di Dollari ( 920 milioni di Euro) per far fronte all’impatto della pandemia di COVID-19.

Lukashenko ha già perso un fedele sostenitore: il vecchio Аleksejev a Brest.

“Non sono l’unico che si è allontanato dal presidente durante la crisi sanitaria”, ha detto Alexander. “Anche molti dei miei conoscenti lo hanno fatto – la sua folle negligenza è semplicemente strabiliante, totalmente assurda.”

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Duck and Cover.

Duck and cover.

La passione del potere per i sudditi impauriti che non si fanno domande.

di Unoka Öccse, per Intersecta

Alla fine degli Quaranta del secolo scorso gli Stati Uniti persero il loro monopolio nucleare.

L’Unione Sovietica divenne la seconda potenza nucleare, e ciò diede inizio, secondo alcune interpretazioni, alla Guerra Fredda. A quel punto, la minaccia sovietica divenne estremamente concreta agli occhi degli statunitensi.

Prima ancora di mettere in piedi delle efficaci politiche di deterrenza nucleare, occorreva pensare a delle strategie di difesa e di sopravvivenza. E la costruzione di rifugi antiatomici non fu l’unico esempio di tali strategie.

Nel 1952 venne diffuso in tutte le scuole statunitensi il film animato “Duck and Cover”, della durata di poco meno di dieci minuti. Finanziato dalla US Federal Civil Defence Administration, esso aveva ufficialmente lo scopo di istruire giovani student* (e non solo) nell’eventualità di un attacco nucleare.

Abbassarsi verso terra e coprirsi all’altezza del collo, riparandosi sotto i banchi e vicino a un muro. Questi sono alcuni esempi di comportamento che la voce narrante, con un tono paternalistico, raccomanda di seguire. Bisogna essere pronti. L’attacco nucleare può essere preceduto da un avvertimento, oppure può accadere all’improvviso.

In tal caso, bisogna trovare riparo dovunque ci si trovi; chiudersi nel guscio come fa Bert The Turtle, non appena scorge il lampo di luce dell’esplosione. Sempre pronti come Paul e Patty, che, qualunque cosa facciano e dovunque vadano, “they always try to remember what to do if the atom bomb explodes”. E poi, quando il pericolo è ormai svanito, si ritorna a fare quello che si stava facendo fino a un attimo prima. Come si fa, solitamente, dopo un attacco nucleare.

L’efficacia di queste azioni è, ovviamente, alquanto dubbia. Sarebbe sufficiente pensare a ciò che accadde soltanto pochi anni prima, con i due attacchi nucleari a Hiroshima e Nagasaki, che uccisero quasi duecentomila persone. Tali consigli, al limite, sarebbero utili soltanto per coloro che si trovino ben lontani dal raggio di esplosione. Ma questo nel film non viene detto.

Il motto Duck and Cover!, che si ripete in modo snervante per tutta la sua durata, è l’informazione più importante. Il punto non è sapere cosa fare, ma sapere di essere in pericolo, ovunque. La semplicità del linguaggio non rende chiare le raccomandazioni, ma la presenza del pericolo. La semplificazione dell’impatto di un attacco nucleare e dei metodi di protezione non tranquillizza, bensì ricorda che non v’è persona che non ne sia coinvolta, che non possa capire e che possa credere di non poter far nulla.

Il pericolo riguarda ogni cittadin*, ogni angolo della città. Un attacco nucleare potrebbe avvenire in ogni momento della giornata. Durante una lezione a scuola, durante un giro in bicicletta, durante il viaggio nello scuolabus. “We must be ready all the time”: anche di domenica, durante un picnic, nel proprio tempo libero. L’intera quotidianità è investita da questa minaccia. Le proprie abitudini devono essere accompagnate dalla costante consapevolezza del pericolo.

Un pericolo del tutto nuovo, inaspettato e terrificante, a cui però bisogna adattarsi. Una minaccia che, proprio per la sua onnipresenza, diventa normale e ordinaria. Ciononostante, mentre il pericolo viene mostrato e spiegato, le sue ragioni d’essere vengono completamente trascurate.

In “Duck and Cover” non c’è spazio per gli interrogativi, ma solo per le risposte. L’origine della conflittualità, le motivazioni che la rendono irrisolvibile e la storia della stessa arma da cui nasce il pericolo sono questioni secondarie.

Il pericolo esiste, è ovunque, riguarda tutt*, e queste sono le istruzioni per conviverci. Al resto pensa il Governo, che adotta le misure e le politiche che ritiene opportune, al di là delle relative conseguenze. Qui sono le risposte a porre il problema, a confermarlo, oppure ad esaltarlo.

Le semplici istruzioni diffondono il terrore. Le rassicurazioni assicurano che il problema è reale. La normalizzazione sconvolge la normalità. La conoscenza del pericolo sottolinea l’ignoranza sul quando e sul dove. L’informazione non deve necessariamente proteggere, ma convincere. Convincere che esiste un problema, e che – detto implicitamente – deve e dovrà essere affrontato con ogni mezzo necessario.

Nell’attesa che il governo risolva la situazione, non resta che obbedire e rispettare ogni must do, come quelli usati spesso nel corso del film.

Questo, almeno, fino alle prossime istruzioni.

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La trasformazione della Tasmania può insegnarci qualcosa?

La trasformazione della Tasmania può insegnarci qualcosa?

L’isola al sud dell’Australia, fino al 1997 considerava l’omosessualità un reato. Adesso è uno fra gli stati australiani più inclusivi. Come è stato possibile?

di Shalailah Medhora, pubblicato su abc.net 

Traduzione: Intersecta

Rodney Croome era uno studente universitario di storia alla fine degli anni ’80, un periodo in cui la Tasmania era un focolaio di omofobia.

“C’erano manifestazioni anti-gay in tutto lo stato, persone che chiedevano che venissimo uccisi, supportate da politici che chiedevano la reintroduzione della pena di morte per omosessualità o che chiedevano alla polizia di spazzarci via”.

Sì, perché all’epoca il sesso tra due uomini consenzienti era illegale in Tasmania e Rodney pensava che non fosse giusto.

“Ho fatto coming out nel 1987, e al primo incontro della comunità gay a cui sono stato sono stato avvisato di non usare il mio cognome quando parlavo con qualcuno, nel caso in cui ci fossero informatori della polizia lì, e di essere preparato alla evenienza che la polizia potesse essere appostata fuori per prendere i numeri di immatricolazione delle auto delle persone partecipanti all’incontro, per aggiungere dei nomi alla lista di omosessuali noti”

Rodney inizia una campagna contro l’omofobia. Nel 1988, allestisce un banchetto al mercato di Hobart, capitale dello stato, e raccoglie firme per una petizione da  inviare al governo della Tasmania per la  modifica delle leggi discriminanti.

“Il Consiglio comunale di Hobart era così arrabbiato che  ha fatto venire la polizia ad arrestarci tutti tutti”.

“Per sette sabati di seguito, 130 persone sono state arrestate mentre difendevano quel banchetto, in quello che è stato il più grande atto di disobbedienza civile per i diritti dei gay nella storia australiana”, ricorda.

Rodney è arrestato quattro volte.

“Sono stato tenuto alla stazione di polizia per quattro sabati, a volte per molte ore di fila. Non avevo idea di quanto tempo sarei rimasto lì, ti tolgono i lacci delle scarpe e la cintura, ovviamente con lo scopo di intimidire, e devo dire che intimidiva”.

Ma ciò non ha impedito a Rodney e ad atr* militant* di attivarsi per il cambiamento.

“Per far cambiare le leggi, abbiamo dovuto portare il nostro caso alle Nazioni Unite … per far sì che scoprissero che le nostre leggi erano una violazione degli standard internazionali sui diritti umani, e ci siamo riuscit*. E poi ci siamo rivolti al governo federale per far approvare una legge che fosse incompatibile con la legge della Tasmania. E poi all’Alta Corte, affinché dichiarasse illegittima la legge della Tasmania. E ci siamo riusciti*”.

Alla fine, nel 1997, la Tasmania rende legali le relazioni gay.

Rodney ha continuato a lottare per la comunità LGBTIQA+ e nel 2015 i suoi sforzi sono stati riconosciuti dallo stato. È stato nominato “Tasmaniano dell’anno”, ed è stato in corsa per il premio “Australiano dell’anno”.

Ma quando l’Australia ha lanciato, nel 1917, un referendum postale sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, Rodney ha temuto che il suo amato stato avesse ancora pregiudizi contro le persone gay e lesbiche.

“Sapevo che la Tasmania aveva fatto molta strada da quando abbiamo criminalizzato l’omosessualità fino al 1997, ma non sapevo esattamente a che punto fossimo”.

Ha avuto però una piacevole sorpresa, perché il 64% de* tasmanian* ha votato Sì al referendum.

“Il risultato dimostra che l* tasmanian* oggi sono fra le persone più inclusive e aperte del paese, e la Tasmania è il secondo stato australiano per numero di consensi alla proposta”.

“Questi risultati  hanno certificato la validità di tutto il duro lavoro che così tante persone hanno fatto negli ultimi 30 anni per cercare di trasformare l’Australia”.

Da quando il matrimonio tra persone dello stesso sesso è stato legalizzato, la Tasmania ha avuto 108 matrimoni omosessuali.

Ma come ha fatto la Tasmania dall’essere il posto peggiore per essere gay a diventare uno stato federato fra i più gay friendly?

Andrew Badcock, mental health advocate per la comunità LGBTIQA+, sostiene che questo dipende dall’accettazione da parte della collettività.

Avere più persone che si sentono al sicuro quando escono perché le leggi sono cambiate ha innescato un cambiamento anche nella mentalità comune.

“Significa che alcune persone che hanno vissuto il tempo delle discriminazioni stanno imparando molte cose, ad esprimersi diversamente, a pensare diversamente,  e iniziano a conoscere la cultura LGBTIQA+.”

Andrew ha affermato che il governo dello stato ha adottato politiche concertative per ottenere il contributo della comunità LGBTI sulle leggi che la riguardano e ha ascoltato le sue voci.

“La Tasmania non è perfetta, ma ha il pregio di saper portare a termine le cose, e chi non fa del suo meglio è ritenuto dagli altri responsabile dei problemi”.

Rodney ha affermato che molti politici del governo statale hanno imparato dalle difficoltà del passato e non vogliono che lo stato torni indietro.

“Molti dei nostri legislatori hanno vissuto quel periodo e hanno visto quali danni causa l’odio”.

Certo, le cose non sono ancora perfette in Tasmania per la comunità LGBTIQA+.

Sarah Livingston, 21 anni, ha creato il gruppo Queer Youth of Tasmania su Facebook per offrire ai giovani tasmaniani LGBTIQA+ una rete di supporto.

“Mi piacerebbe dire che le scuole sono più inclusicìve; mi piacerebbe dire che fare coming out con i genitori non è più assolutamente un pericolo. Mi piacerebbe poter dire che non abbiamo nemmeno bisogno di protestare per i diritti, che non siamo costrett* ad  accompagnare l* nostr* amic* trans alla toilette in modo che non siano deris* o peggio. Mi piacerebbe dirlo, ma ancora non posso: questo è il mio obiettivo finale. ”

Durante la campagna per il referendum postale del 2017, una giovane donna trans è stata aggredita in pieno giorno in un luogo pubblico.

L’attrice comica Chloe Black racconta che la comunità trans era particolarmente vulnerabile durante la campagna referendaria sul matrimonio omosessuale perché gran parte del dibattito era incentrato sulle questioni trans piuttosto che sul matrimonio omosessuale stesso.

Il fronte del No , visto che le persone omossessuali ora sembrano meno fragili, ha pensato di focalizzarsi sull’attacco alle persone transessuali e alle scuole inclusive: “Adesso mio figlio dovrà indossare la gonna a scuola?”

Ma nonostante ciò, Chloe pensa che la Tasmania sia un posto davvero fantastico in cui vivere.

La comunità trans sta trovando il modo di creare le proprie reti di supporto, anche per le persone nelle regioni più remote.

“Internet ha riunito molte persone nella comunità trans. C’è una vera fonte di sostegno, adesso, mentre prima di Internet si era da sol*”.

Rodney ha promesso di continuare a combattere per la comunità LGBTIQA+.

“Il fatto che la situazione sia molto migliorata, non significa che abbiamo finito, o che dobbiamo fingere di non vedere i problemi che rimangono.  C’è ancora discriminazione, c’è ancora odio e dobbiamo fare tutto il possibile per combatterlo”.

 

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Di cosa parliamo quando parliamo di integrazione?

Di cosa parliamo quando parliamo di integrazione?

Come le migliori intenzioni possono celare un pregiudizio coloniale.

di Andrea Staid, da “Abitare illegale. Etnografia del vivere ai margini in Occidente”, ed. Milieu, 2017

I romanès oggi abitano in appartamenti, in case autocostruite su terreni di proprietà o in campi abusivi, in roulotte e camper. Per la mia ricerca mi sono soffermato su chi ancora oggi sceglie o si ritrova per necessità a vivere in case mobili o autocostruite e una delle tematiche che ho discusso con i miei interlocutori Rom e Sinti è stata l’annosa questione del superamento dei campi. La Commissione dell’Unione Europea con la Comunicazione n.173 del 4 aprile 2011 affronta la questione del superamento dei campi all’interno di “Un quadro dell’Unione Europea per le strategie nazionali di integrazione dei Rom fino al 2020”, una commissione approvata dal Consiglio europeo nella seduta del 23-24 giugno 2011, che ha sollecitato gli Stati membri all’elaborazione di strategie nazionali di inclusione dei Rom o all’adozione di misure di intervento nell’ambito delle politiche più generali di inclusione sociale per il miglioramento delle condizioni di vita di questa popolazione.

Il Governo italiano, nel 2012, ha deciso di seguire questa questione con un approccio interministeriale prendendosi questo impegno: “Si è preso atto, da un lato, della necessità, non solo di fornire all’Unione Europea, le risposte che sono fino ad oggi mancate, ma al tempo stesso di segnare una Strategia che possa guidare nei prossimi anni una concreta attività di inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti (Rsc), superando definitivamente la fase emergenziale che, negli anni passati, ha caratterizzato l’azione soprattutto nelle grandi aree urbane. D’altra parte, gli assi principali di intervento, investono ruoli, funzioni e competenze di Amministrazioni diverse, che devono concorrere in maniera coordinata all’obiettivo che il Governo si è prefissato nella cornice comunitaria.”

Una proposta di legge interessante perché vuole risolvere delle reali problematiche ma che deve stare attenta a non equiparare tutti campi. Nella maggior parte dei casi dove la situazione è critica sia da un punto di vista sociale che igienico, riscontriamo due fattori principali: il primo è che si tratta di campi molto repressi, estremamente temporanei, senza elettricità e acqua corrente, il secondo fattore è la problematica del sovraffollamento.

Non in tutti i campi si riscontra questa situazione, nei casi che ho indagato etnograficamente si vive mediamente bene, servizi di base sono ben gestiti e c’è una forte volontà sociale e politica di vivere in un campo e non in un appartamento all’interno di un “normale” palazzo.

Sandy che vive a Pavia al nostro secondo incontro mi spiega perché lei è contraria a una legge per il superamento dei campi:

“A me piace vivere in un campo non solo per tradizione, ma perché qui non si vive come in una casa normale. Nella casa sei tu tra le quattro mura che ci vivi dentro, qui io apro la porta e ci sono i miei o gli zii e i miei cugini o amici pronti ad aiutarmi e a condividere e a fare quattro chiacchiere. Anche per i bambini è completamente diverso, i nostri sono abituati a vivere all’aria aperta, non stanno mai chiusi in casa, sono sempre in movimento, sfogano le loro energie, anche per questo fanno fatica ad andare a scuola, per loro è assurdo stare seduti per varie ore chiusi in una aula, i nostri non ci riescono proprio. […]

Io ho le chiavi di tante case, in generale non si lascia mai la propria casa senza lasciare le chiavi a qualcuno, è normale condividere le proprie case. Io sono sempre stata in un campo, sono nata in ospedale ma ho sempre vissuto in un campo. All’interno del campo ho vissuto in casa, camper, roulotte, casa mobile e poi adesso ce la siamo costruita. Potevo andare in città, stare in un palazzo ma io non posso andarci tra quattro mura, neanche in ospedale riesco a stare ferma. Anche i miei figli secondo me vivranno nel campo, loro non mi chiedono di andare via, di vivere come i toro compagni di classe, loro aprono la porta e escono anche se piove o nevica, sono bambini liberi.”

 

Anche nel Villaggio le Rose di Milano il discorso dei superamenti dei campi non è visto molto bene anche perché dopo tanti anni di sacrifici per costruire un luogo dove vivono decine di famiglie l’idea di doverlo abbandonare per colpa di una legge calata dall’alto non è accolta bene.

“Sono contrario a una legge che ci obbliga ad andare via, all’obbligo di andare a vivere in un palazzo, il problema sono i campi troppo grossi o quelli sporchi, lì non si può vivere. Tu pensa che quando vado a trovare mia figlia che vive in appartamento, duro un’ora, un’ora e mezza, poi scoppio. Il marito gaggio di mia figlia invece si sente sicuro nelle quattro mura, è la sua protezione, a me succede l’incontrario, non mi sento libero, non mi se mio agio, a esco dalla casa sto bene! Hai capito, così se ci mettete in una casa ci vedete morti, la gente della nostra età non può resistere in un appartamento… mia figlia ci ha messo anni ad accettare di vivere con suo marito in appartamento. […] Spostarci tutti in appartamento è un genocidio culturale, noi abbiamo una struttura per eccellenza che è la famiglia allargata, apriamo la porta e abbiamo qualcuno pronto ad aiutarci. Il superamento dei campi è controproducente per tutti.”

Nelle parole sia di Sandy sia di Iaio riscontriamo una forte volontà di vivere in un campo, non perché ci si è solamente abituati ma perché è lì che hanno creato il loro senso di concepire e abitare un luogo. In un campo non si è mai soli, lo spazio fuori dalla casa ricopre un aspetto fondamentale per la vita dì Rom e Sinti e non è rinegoziabile con dei modelli abitativi standardizzati. Anche Giorgio mi racconta di come per sua madre che vive nel campo di zona Rogoredo a Milano sia impensabile andare a vivere in un appartamento.

“Per me ora la vita è in una casa solo per me e la mia famiglia, ma per mia madre farla andare via dal campo e assegnargli un appartamento significa ucciderla, e poi le case popolari non sono tante perché metterci chi non ci vuole andare?”

Sono molti i Rom e i Sinti che scelgono di vivere in un campo e che quel luogo creano delle pratiche di abitare che significano la loro esistenza, un aspetto centrale è quello della proprietà della casa che ci si costruisce una proprietà potremmo dire a tempo determinato e non solo perché molto spesso è abusiva e rischia di essere rasa al suolo dalle amministrazioni comunali ma anche perché in queste comunità vige una particolare concezione di proprietà privata.

“La proprietà privata l’abbiamo ma la concepiamo diversamente dai gaggi, oggi c’è domani vediamo, l’importante è avere un camper per prendere e andare via, nessuno di noi si suiciderebbe perché ci portano via la casa.”

Per i Rom e per i Sinti la proprietà privata esiste ma è un concetto abbastanza effimero. Anche le case che vengono costruite con anni di sacrifici a un certo punto vengono lasciate e molto spesso regalate a un amico o a un parente, mai vendute:

“Tra di noi le case non si vendono semmai c’è la pratica dei baratto: mi dai qualcosa, mi aiuti a costruire la mia casa nuova, non è che io te la vendo, magari mi puoi restituire più avanti, per esempio l’altra casa che aveva costruito mio padre l’ha data a mio nipote, non per soldi l’ha aiutato a costruire quella nuova, ma senza obblighi, un aiuto e sostegno reciproco.”

Tra romanès non si vende, si scambia, soltanto con i gaggi si possono fare affari, mai all’interno della propria comunità. Il senso dell’abitare romanés lo troviamo nei rapporti sociali che lega i membri della comunità. La necessità di costruirsi la propria casa insieme alla famiglia, di vivere in spazi aperti e condivisi è la sostanza della concezione della casa Rom e Sinti.

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L’assedio è violenza, non amore.

L’assedio è violenza, non amore.

Perché la retorica romantica non deve essere un alibi per comportamenti predatori.

di Jane Marple, per Intersecta

Quello di corteggiamento è un concetto che andrebbe discusso, perché dietro questo termine innocuo e universalmente accettato possono nascondersi le peggiori turpitudini. Per molte persone, in genere appartenenti al genere maschile ma per motivi storici e culturali, non biologici, corteggiamento significa:  Insisto, insisto con mille lusinghe finché non cedi alle mie pressioni. Ti confondo, ti bombardo di attenzioni e di premure. Ti tratto da principessa bambina, ti mostro tutti i prodotti più invitanti del mio campionario da venditore-imbonitore. Perché presumo che tu non sappia con certezza ciò che vuoi, chi vuoi, cosa non vuoi,chi non vuoi. L’assedio è una prassi cavalleresca, che si tratti di fortezze o di esseri umani poco importa. Devo arrivare ad ottenere ciò che voglio, da chi voglio. Perché dovrei ambire ad un consenso spontaneo, entusiasta, senza remore, quando vedo chi mi sta di fronte come un tassello del mio mosaico da conquistador anziché come una persona in grado di intendere e di volere me, libera da condizionamenti? Perché dovrei aspirare a relazioni interpersonali adulte, paritarie, senza fronzoli, basate sulla reciprocità, quando posso “averti”?

Il corteggiamento viene accostato alla caccia, vorrà pur dire qualcosa, no?

L’esercizio di potere rimane la forma più ambita di rapportarsi con le potenziali partner-prede. Solo che non è un rapporto. È una forma di abuso. Come qualsiasi altra forma di potere. Il femminismo ha insegnato che niente può essere equo a questo mondo se non proviene da una piena volontà di autodeterminazione. A cominciare dalle relazioni umane. Che dovrebbero essere basate sulla spontaneità, reciprocità, bilanciate in quanto a forza ed entusiasmo. Finché esisterà il concetto di persuasione, ossia il corteggiamento, quella forma di assoggettamento apparentemente gentile, nessuna società potrà mai definirsi libera. La domesticazione fondata sulla subornazione non è meno grave di quella ottenuta con la forza bruta.

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La discriminazione spacciata per scienza.

La discriminazione spacciata per scienza.

USA: come l’omofobia resiste anche in tempo di pandemia.

di Tim Fitzsimons per NBC News, traduzione Intersecta.

I medici non possono usare gli anticorpi COVID-19 di uomini gay o di chiunque prenda PrEP (farmaci da pre-esposizione)

I funzionari sanitari dichiarano di dover respingere potenziali donatori anche se hanno preziosi anticorpi contro il coronavirus che potrebbero aiutare a salvare i malati gravi.

Sabri Ben-Achour, 39 anni, residente a New York City, ha iniziato a sentirsi male il 12 marzo e ha sperimentato circa 36 ore di sintomi intensi: febbre, dolori, affaticamento, tosse e mal di testa.

Ma entro il 14 marzo, Ben-Achour tornò a stare bene, tranne che per un particolare: il suo senso dell’olfatto e il gusto erano spariti.

“Non sentivo l’odore di niente e non sentivo nessun sapore”, ha detto. Ordinò del cibo da un ristorante indiano: “Ho chiesto loro di renderlo più salato ed extra piccante, e sapeva di acqua”.

Entro il 16 marzo, era abbastanza certo di aver contratto COVID-19, e di avere superato la malattia. Ma come innumerevoli altri newyorkesi che si sono ammalati nelle ultime sei settimane, ha seguito il consiglio ufficiale di non fare un test a meno che non fosse gravemente malato.

La scorsa settimana, tuttavia, ha visto una pubblicità del Mount Sinai Health System per lo studio del plasma dei convalescenti, uno sforzo per raccogliere il plasma ricco di anticorpi di persone che si sono riprese da COVID-19 e iniettarlo in pazienti critici. Si è prenotato subito online.

Dopo che uno screener del Mount Sinai gli ha posto alcune domande  sui suoi sintomi precedenti e sui farmaci che sta assumendo, vale a dire la pillola per la prevenzione dell’HIV Truvada, Ben-Achour ha preso un appuntamento per andare in ospedale, dove si è fatto prelevare il sangue sabato.

Lunedì ha ricevuto una telefonata: in effetti, aveva contratto il COVID-19 e si era ripreso, il suo sangue aveva un livello “robusto” di anticorpi e i medici del Mount Sinai volevano che donasse il suo sangue il più rapidamente possibile, così il suo il plasma avrebbe dovuto essere estratto e utilizzato in un’infusione sperimentale su pazienti COVID-19 in condizioni critiche.

Martedì gli è stato dato un appuntamento presso il New York Blood Center e ha ricevuto un messaggio con le istruzioni sui comportamenti da tenere prima della donazione. Ma poche ore prima del suo appuntamento, racconta, ricevette una telefonata dal Monte Sinai che diceva: “In realtà, non sarai in grado di donare perché sei sotto Truvada”.

Ben-Achour, che è gay e non sieropositivo, ogni giorno prende una pillola di Truvada, nota anche come profilassi pre-esposizione, o PrEP, per proteggersi dall’infezione da HIV. Gli utenti di PrEP effettuano un test HIV quattro volte l’anno per verificare che non siano sieropositivi, il che è un prerequisito per una prescrizione di Truvada.

Ben-Achour ha chiesto se poteva smettere di prendere Truvada per un mese e poi donare il suo plasma ricco di anticorpi, ma gli è stato detto di no: per donare eventuali sottoprodotti di sangue, avrebbe dovuto non solo interrompere l’assunzione di Truvada ma anche, in quanto uomo che ha rapporti sessuali con altri uomini, astenersi dal sesso e dal farmaco per 12 mesi.

“Sarei più che felice di lasciare Truvada per quattro settimane”, ha detto. “Ma ovviamente non per un anno,  questo mi metterebbe in pericolo.”

Il Blood Center di New York, che ha rifiutato di prelevare il suo sangue, ha affermato di seguire le linee guida federali e del settore.

“Siamo accreditati da AABB (American Association of Blood Banks) e seguiamo i loro protocolli, nonché le linee guida della FDA”, ha detto a NBC News un portavoce del centro.

Le restrizioni risalgono al 1983, nel pieno della crisi dell’AIDS, quando il governo federale istituì un divieto a vita di donazioni di sangue da parte di qualsiasi uomo che avesse mai fatto sesso con un altro uomo. La norma, intesa a mantenere l’HIV fuori dal sistema delle donazioni, è stata sostituita nel 2015 con un regolamento che prevede un anno di astinenza per donare il sangue.

Le restrizioni sulle donazioni di sangue da uomini gay e bisessuali – che rappresentano circa il 70% di tutte le infezioni da HIV negli Stati Uniti – sono state sottoposte a un esame più approfondito negli ultimi mesi, in particolare dopo che le paure del coronavirus hanno costretto la cancellazione di molte donazioni, causando un carenza di sangue acuta in mezzo a una pandemia.

A novembre, la Croce Rossa americana ha chiesto cambiamenti tecnologici che potrebbero meglio affrontare le preoccupazioni relative alla presenza di HIV nel sangue e ha suggerito di ridurre il periodo richiesto di astinenza da 12 a tre mesi.

Proprio la scorsa settimana, un gruppo di 15 senatori ha invitato la Food and Drug Administration a sostituire le restrizioni con regolamenti “scientificamente validi, basati sul rischio individuale e inclusivi di tutti i potenziali donatori di sangue sani”.

Mercoledì, i rappresentanti democratici Carolyn Maloney e Alexandria Ocasio-Cortez, entrambi di New York, hanno scritto una lettera al commissario Stephen Hahn per “sollecitare la FDA ad agire rapidamente nel rivedere la sua politica in modo che ogni persona che possa donare il sangue in sicurezza negli Stati Uniti abbia l’opportunità di farlo”. Maloney e Ocasio-Cortez hanno definito il divieto “antiquato” e hanno affermato che “non si basa sulla scienza attuale, stigmatizza la comunità LGBTQIA + e mina gli sforzi cruciali per aumentare l’afflusso di sangue agli ospedali mentre gli Stati Uniti affrontano la crisi del coronavirus”.

Sarah Kate Ellis, presidente e CEO del gruppo nazionale di difesa LGBTQ GLAAD, ha definito la politica della FDA “irresponsabile e illogica”.

“Discriminando gli uomini gay e bisessuali e altre persone LGBTQ, che si sono riprese da COVID-19  e vietando loro di donare plasma, la FDA sta gravemente limitando la capacità del settore sanitario di esplorare trattamenti potenzialmente salvavita per COVID-19”, ha dichiarato. GLAAD ha lanciato una petizione per abrogare questa restrizione il mese scorso.

Dopo diverse settimane di campagna da parte di medici e associazioni finalmente la Food and Drug Administration ha rivisto giovedì le linee guida dei donatori di sangue, allentando in modo significativo le restrizioni sugli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini. Una vittoria parziale, perché le nuove linee guida riducono il periodo di differimento della donazione per uomini gay e bisessuali sessualmente attivi da 12 mesi a tre, il che significa che questi uomini in perfetta salute dovranno ora astenersi dall’attività sessuale per 90 giorni prima di poter donare il sangue. Altri periodi di differimento sono stati abbreviati in base alle nuove linee guida, come quelli per le persone che hanno viaggiato in aree con determinate malattie endemiche, per gli ex consumatori di droghe per iniezione e per le persone sex workers.

In una conversazione con dei giornalisti, il chirurgo Jerome Adams ha affermato che è “di fondamentale importanza” che le persone che vivono con l’HIV non forniscano il sangue, ma ha detto che le nuove misure riflettono meglio il tempo necessario per rilevare l’HIV nel sangue dopo determinati comportamenti rischiosi.

Adams ha anche parlato della possibilità di donare per le persone che recentemente si sono fatte dei tatuaggi o dei piercing, sperando che anche loro possano far crescere il pool di donatori di sangue idoneo.

“Questi cambiamenti si basano sulla migliore scienza che abbiamo oggi”, ha detto Adams ai giornalisti, dicendo che la guida aggiornata ridurrebbe lo stigma e incoraggerebbe più persone “a fare la cosa giusta: donare sangue”.

Come riporta la persona che abbiamo sentito, almeno a un omosessuale che ha cercato di donare il sangue per ricavare gli anticorpi per COVID-19 dal suo plasma è stato detto che è stato considerato non idoneo per 12 mesi perché prende Truvada. Il Dr. Peter Marks della FDA ha dichiarato che ogni centro ematico può decidere per quanto tempo i donatori di sangue devono smettere di assumere determinati farmaci, come Truvada, prima di venire a donare. “Ogni centro di sangue potrebbe essere un po’ diverso”, ha detto Marks. Per le persone che si riprendono da COVID-19 e cercano di donare plasma per trattamenti sperimentali con anticorpi, Marks ha detto che dovrebbero aspettare due settimane dopo che tutti i sintomi si sono risolti e probabilmente dovranno essere negativi per il coronavirus prima di donare il sangue. Coloro che aspettano quattro settimane dopo la risoluzione dei sintomi di COVID-19 potrebbero non aver bisogno di un test aggiuntivo. Il senatore degli Stati Uniti Tammy Baldwin, Democratico del Wisconsin, che ha guidato gli sforzi di un gruppo di 15 senatori per allentare le restrizioni ai donatori gay, ha definito le nuove linee guida della FDA “un passo importante”, ma ha detto che “c’è ancora molto lavoro da fare”. “L’amministrazione deve cambiare le proprie politiche di donazione di sangue in base al rischio individuale in modo che tutti gli uomini gay e bisessuali sani possano donare”, ha affermato in una nota condivisa con NBC News. “Questo è più importante che mai mentre continuiamo a lavorare per affrontare la pandemia di COVID-19 e aiutare a salvare vite umane.” La Human Rights Campaign, il più grande gruppo di difesa LGBTQ del paese, ha rilasciato una dichiarazione simile. “Anche se questo cambiamento da parte della FDA è un passo nella giusta direzione, si basa ancora più sulla disciminazione che sulla scienza”, ha dichiarato il presidente dell’organizzazione, Alphonso David. “La creazione di una politica basata sull’identità in relazione al rischio è irrazionale e data l’attuale crisi del COVID-19, è più importante che mai dare la priorità alla scienza e ai fatti rispetto alla paura e alla discriminazione”.

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Il peso delle persone e quello delle parole

Il peso delle persone e quello delle parole.

di Brunella Berardi, per Intersecta

Le persone hanno un “peso”.

Mai più di ora ho compreso che il peso dato loro non è quello “morale”, ma quello espresso in chili. Durante questa quarantena mi arrivano quotidianamente messaggi “divertenti” su quanto ingrasseremo stando in casa, senza far nulla, se non impastare, cucinare e mangiare. Dietro a questi meme strappasorrisi c’è, oltre al desiderio di sdrammatizzare, una grassofobia latente, altrimenti non si spiega perché, a fronte di un virus potenzialmente letale, ci si preoccupa più dell’estensione della pelle anziché di salvarla, la pelle, indipendentemente dalla superficie e dagli inestetismi. Io ero sovrappeso pure prima della quarantena e quando mi è arrivato questo link ho pensato a quanto si venga infastiditi dalle persone grasse, che poi, di solito, ci si nasconde dietro a un <<è per la salute>>, considerando malate – ad ogni costo – le persone grasse. Ci si mette sul pulpito e si fanno prediche, magari spegnendo prima una sigaretta, perché il fumo uccide più del grasso, ma i polmoni malati non si vedono, mentre i rotoli di ciccia sì. Nessuno, o quasi, ha un rapporto sano col cibo, chi ha disturbi alimentari non viene mai compreso a fondo, anoressia, bulimia, iperalimentazione, vengono liquidati con <<è una questione di volontà >>. Nessuno è felice di star male, ma il cibo è consolatorio, il cibo è mamma, il cibo, per qualcuno, è un nemico da combattere. Se la 50 è una taglia che si considera da malati immeritevoli di uscire, dovrebbe esserlo pure la 38, da malati, ma no, non è così, non si può ridurre tutto alla tua misura, meritiamo tutti di essere apprezzati indipendentemente dal guscio. Ogni corpo merita amore, perché, secondo me, la tanto hashtaggata #bodypositive non si deve sintetizzare a “grasso è bello” o “magro è bello”, ma in “ognuno di noi merita di essere amato e soprattutto amarsi per ciò che è, con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti”. Uniformarsi ad una taglia imposta vuol dire bypassare l’essenza, saltare a piedi pari ciò che ognuno di noi ha da dare. Prima di condividere questi link occorrerebbe pensare che chi li riceve ha uno specchio che, molto spesso, non riflette la realtà di ciò che esso è, e magari soffre per una condizione fisica o mentale che lo porta ad autodistruggersi. La mia non vuole essere un’accusa, una risata so farmela pure io è una mera riflessione a cuor leggero, sì perché nonostante il peso so alleggerirmi la vita con ironia ed autoironia, ma non tutti riescono a farlo.