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Di cosa parliamo quando parliamo di integrazione?

Di cosa parliamo quando parliamo di integrazione?

Come le migliori intenzioni possono celare un pregiudizio coloniale.

di Andrea Staid, da “Abitare illegale. Etnografia del vivere ai margini in Occidente”, ed. Milieu, 2017

I romanès oggi abitano in appartamenti, in case autocostruite su terreni di proprietà o in campi abusivi, in roulotte e camper. Per la mia ricerca mi sono soffermato su chi ancora oggi sceglie o si ritrova per necessità a vivere in case mobili o autocostruite e una delle tematiche che ho discusso con i miei interlocutori Rom e Sinti è stata l’annosa questione del superamento dei campi. La Commissione dell’Unione Europea con la Comunicazione n.173 del 4 aprile 2011 affronta la questione del superamento dei campi all’interno di “Un quadro dell’Unione Europea per le strategie nazionali di integrazione dei Rom fino al 2020”, una commissione approvata dal Consiglio europeo nella seduta del 23-24 giugno 2011, che ha sollecitato gli Stati membri all’elaborazione di strategie nazionali di inclusione dei Rom o all’adozione di misure di intervento nell’ambito delle politiche più generali di inclusione sociale per il miglioramento delle condizioni di vita di questa popolazione.

Il Governo italiano, nel 2012, ha deciso di seguire questa questione con un approccio interministeriale prendendosi questo impegno: “Si è preso atto, da un lato, della necessità, non solo di fornire all’Unione Europea, le risposte che sono fino ad oggi mancate, ma al tempo stesso di segnare una Strategia che possa guidare nei prossimi anni una concreta attività di inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti (Rsc), superando definitivamente la fase emergenziale che, negli anni passati, ha caratterizzato l’azione soprattutto nelle grandi aree urbane. D’altra parte, gli assi principali di intervento, investono ruoli, funzioni e competenze di Amministrazioni diverse, che devono concorrere in maniera coordinata all’obiettivo che il Governo si è prefissato nella cornice comunitaria.”

Una proposta di legge interessante perché vuole risolvere delle reali problematiche ma che deve stare attenta a non equiparare tutti campi. Nella maggior parte dei casi dove la situazione è critica sia da un punto di vista sociale che igienico, riscontriamo due fattori principali: il primo è che si tratta di campi molto repressi, estremamente temporanei, senza elettricità e acqua corrente, il secondo fattore è la problematica del sovraffollamento.

Non in tutti i campi si riscontra questa situazione, nei casi che ho indagato etnograficamente si vive mediamente bene, servizi di base sono ben gestiti e c’è una forte volontà sociale e politica di vivere in un campo e non in un appartamento all’interno di un “normale” palazzo.

Sandy che vive a Pavia al nostro secondo incontro mi spiega perché lei è contraria a una legge per il superamento dei campi:

“A me piace vivere in un campo non solo per tradizione, ma perché qui non si vive come in una casa normale. Nella casa sei tu tra le quattro mura che ci vivi dentro, qui io apro la porta e ci sono i miei o gli zii e i miei cugini o amici pronti ad aiutarmi e a condividere e a fare quattro chiacchiere. Anche per i bambini è completamente diverso, i nostri sono abituati a vivere all’aria aperta, non stanno mai chiusi in casa, sono sempre in movimento, sfogano le loro energie, anche per questo fanno fatica ad andare a scuola, per loro è assurdo stare seduti per varie ore chiusi in una aula, i nostri non ci riescono proprio. […]

Io ho le chiavi di tante case, in generale non si lascia mai la propria casa senza lasciare le chiavi a qualcuno, è normale condividere le proprie case. Io sono sempre stata in un campo, sono nata in ospedale ma ho sempre vissuto in un campo. All’interno del campo ho vissuto in casa, camper, roulotte, casa mobile e poi adesso ce la siamo costruita. Potevo andare in città, stare in un palazzo ma io non posso andarci tra quattro mura, neanche in ospedale riesco a stare ferma. Anche i miei figli secondo me vivranno nel campo, loro non mi chiedono di andare via, di vivere come i toro compagni di classe, loro aprono la porta e escono anche se piove o nevica, sono bambini liberi.”

 

Anche nel Villaggio le Rose di Milano il discorso dei superamenti dei campi non è visto molto bene anche perché dopo tanti anni di sacrifici per costruire un luogo dove vivono decine di famiglie l’idea di doverlo abbandonare per colpa di una legge calata dall’alto non è accolta bene.

“Sono contrario a una legge che ci obbliga ad andare via, all’obbligo di andare a vivere in un palazzo, il problema sono i campi troppo grossi o quelli sporchi, lì non si può vivere. Tu pensa che quando vado a trovare mia figlia che vive in appartamento, duro un’ora, un’ora e mezza, poi scoppio. Il marito gaggio di mia figlia invece si sente sicuro nelle quattro mura, è la sua protezione, a me succede l’incontrario, non mi sento libero, non mi se mio agio, a esco dalla casa sto bene! Hai capito, così se ci mettete in una casa ci vedete morti, la gente della nostra età non può resistere in un appartamento… mia figlia ci ha messo anni ad accettare di vivere con suo marito in appartamento. […] Spostarci tutti in appartamento è un genocidio culturale, noi abbiamo una struttura per eccellenza che è la famiglia allargata, apriamo la porta e abbiamo qualcuno pronto ad aiutarci. Il superamento dei campi è controproducente per tutti.”

Nelle parole sia di Sandy sia di Iaio riscontriamo una forte volontà di vivere in un campo, non perché ci si è solamente abituati ma perché è lì che hanno creato il loro senso di concepire e abitare un luogo. In un campo non si è mai soli, lo spazio fuori dalla casa ricopre un aspetto fondamentale per la vita dì Rom e Sinti e non è rinegoziabile con dei modelli abitativi standardizzati. Anche Giorgio mi racconta di come per sua madre che vive nel campo di zona Rogoredo a Milano sia impensabile andare a vivere in un appartamento.

“Per me ora la vita è in una casa solo per me e la mia famiglia, ma per mia madre farla andare via dal campo e assegnargli un appartamento significa ucciderla, e poi le case popolari non sono tante perché metterci chi non ci vuole andare?”

Sono molti i Rom e i Sinti che scelgono di vivere in un campo e che quel luogo creano delle pratiche di abitare che significano la loro esistenza, un aspetto centrale è quello della proprietà della casa che ci si costruisce una proprietà potremmo dire a tempo determinato e non solo perché molto spesso è abusiva e rischia di essere rasa al suolo dalle amministrazioni comunali ma anche perché in queste comunità vige una particolare concezione di proprietà privata.

“La proprietà privata l’abbiamo ma la concepiamo diversamente dai gaggi, oggi c’è domani vediamo, l’importante è avere un camper per prendere e andare via, nessuno di noi si suiciderebbe perché ci portano via la casa.”

Per i Rom e per i Sinti la proprietà privata esiste ma è un concetto abbastanza effimero. Anche le case che vengono costruite con anni di sacrifici a un certo punto vengono lasciate e molto spesso regalate a un amico o a un parente, mai vendute:

“Tra di noi le case non si vendono semmai c’è la pratica dei baratto: mi dai qualcosa, mi aiuti a costruire la mia casa nuova, non è che io te la vendo, magari mi puoi restituire più avanti, per esempio l’altra casa che aveva costruito mio padre l’ha data a mio nipote, non per soldi l’ha aiutato a costruire quella nuova, ma senza obblighi, un aiuto e sostegno reciproco.”

Tra romanès non si vende, si scambia, soltanto con i gaggi si possono fare affari, mai all’interno della propria comunità. Il senso dell’abitare romanés lo troviamo nei rapporti sociali che lega i membri della comunità. La necessità di costruirsi la propria casa insieme alla famiglia, di vivere in spazi aperti e condivisi è la sostanza della concezione della casa Rom e Sinti.

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