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Duck and Cover.

Duck and cover.

La passione del potere per i sudditi impauriti che non si fanno domande.

di Unoka Öccse, per Intersecta

Alla fine degli Quaranta del secolo scorso gli Stati Uniti persero il loro monopolio nucleare.

L’Unione Sovietica divenne la seconda potenza nucleare, e ciò diede inizio, secondo alcune interpretazioni, alla Guerra Fredda. A quel punto, la minaccia sovietica divenne estremamente concreta agli occhi degli statunitensi.

Prima ancora di mettere in piedi delle efficaci politiche di deterrenza nucleare, occorreva pensare a delle strategie di difesa e di sopravvivenza. E la costruzione di rifugi antiatomici non fu l’unico esempio di tali strategie.

Nel 1952 venne diffuso in tutte le scuole statunitensi il film animato “Duck and Cover”, della durata di poco meno di dieci minuti. Finanziato dalla US Federal Civil Defence Administration, esso aveva ufficialmente lo scopo di istruire giovani student* (e non solo) nell’eventualità di un attacco nucleare.

Abbassarsi verso terra e coprirsi all’altezza del collo, riparandosi sotto i banchi e vicino a un muro. Questi sono alcuni esempi di comportamento che la voce narrante, con un tono paternalistico, raccomanda di seguire. Bisogna essere pronti. L’attacco nucleare può essere preceduto da un avvertimento, oppure può accadere all’improvviso.

In tal caso, bisogna trovare riparo dovunque ci si trovi; chiudersi nel guscio come fa Bert The Turtle, non appena scorge il lampo di luce dell’esplosione. Sempre pronti come Paul e Patty, che, qualunque cosa facciano e dovunque vadano, “they always try to remember what to do if the atom bomb explodes”. E poi, quando il pericolo è ormai svanito, si ritorna a fare quello che si stava facendo fino a un attimo prima. Come si fa, solitamente, dopo un attacco nucleare.

L’efficacia di queste azioni è, ovviamente, alquanto dubbia. Sarebbe sufficiente pensare a ciò che accadde soltanto pochi anni prima, con i due attacchi nucleari a Hiroshima e Nagasaki, che uccisero quasi duecentomila persone. Tali consigli, al limite, sarebbero utili soltanto per coloro che si trovino ben lontani dal raggio di esplosione. Ma questo nel film non viene detto.

Il motto Duck and Cover!, che si ripete in modo snervante per tutta la sua durata, è l’informazione più importante. Il punto non è sapere cosa fare, ma sapere di essere in pericolo, ovunque. La semplicità del linguaggio non rende chiare le raccomandazioni, ma la presenza del pericolo. La semplificazione dell’impatto di un attacco nucleare e dei metodi di protezione non tranquillizza, bensì ricorda che non v’è persona che non ne sia coinvolta, che non possa capire e che possa credere di non poter far nulla.

Il pericolo riguarda ogni cittadin*, ogni angolo della città. Un attacco nucleare potrebbe avvenire in ogni momento della giornata. Durante una lezione a scuola, durante un giro in bicicletta, durante il viaggio nello scuolabus. “We must be ready all the time”: anche di domenica, durante un picnic, nel proprio tempo libero. L’intera quotidianità è investita da questa minaccia. Le proprie abitudini devono essere accompagnate dalla costante consapevolezza del pericolo.

Un pericolo del tutto nuovo, inaspettato e terrificante, a cui però bisogna adattarsi. Una minaccia che, proprio per la sua onnipresenza, diventa normale e ordinaria. Ciononostante, mentre il pericolo viene mostrato e spiegato, le sue ragioni d’essere vengono completamente trascurate.

In “Duck and Cover” non c’è spazio per gli interrogativi, ma solo per le risposte. L’origine della conflittualità, le motivazioni che la rendono irrisolvibile e la storia della stessa arma da cui nasce il pericolo sono questioni secondarie.

Il pericolo esiste, è ovunque, riguarda tutt*, e queste sono le istruzioni per conviverci. Al resto pensa il Governo, che adotta le misure e le politiche che ritiene opportune, al di là delle relative conseguenze. Qui sono le risposte a porre il problema, a confermarlo, oppure ad esaltarlo.

Le semplici istruzioni diffondono il terrore. Le rassicurazioni assicurano che il problema è reale. La normalizzazione sconvolge la normalità. La conoscenza del pericolo sottolinea l’ignoranza sul quando e sul dove. L’informazione non deve necessariamente proteggere, ma convincere. Convincere che esiste un problema, e che – detto implicitamente – deve e dovrà essere affrontato con ogni mezzo necessario.

Nell’attesa che il governo risolva la situazione, non resta che obbedire e rispettare ogni must do, come quelli usati spesso nel corso del film.

Questo, almeno, fino alle prossime istruzioni.

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