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Yasuke, da servo dei Gesuiti a samurai.

Yasuke, da servo dei Gesuiti a samurai.

Come la storia rompe gli schemi ideologici e i pregiudizi culturali.

di Intersecta

L’immaginario collettivo occidentale ha una certa idea (sbagliata, ma questo è un altro discorso) dei samurai, e fa propria l’immagine del guerriero giapponese, accostandola a quella del cavaliere medievale.E’ come se esistesse un ponte fra la nobiltà dell’Europa, bianca e cristiana, e quella nipponica, e film di successo come l’Ultimo samurai rafforzano questa costruzione ideologica. Del resto, un personaggio storico realmente esistito, William Adams, fu davvero un samurai e un consigliere dello Shogun, nel ‘600.
Peccato però che il primo samurai non giapponese, il primo straniero a cui un paese chiuso come il Giappone feudale affidò un ruolo così importante non fu Adams, e non era un biondo europeo delle Fiandre o dello Yorkshire.

Il primo samurai straniero era africano, di etnia Macua, proveniva dall’attuale Mozambico, ed era un servo giunto in Giappone al seguito dei Gesuiti nel 1579. Si chiamava Yusufe, presto trasformato in “Yasuke”, ed era alto quasi due metri.
E qui comincia una storia molto interessante, di pregiudizi e di integrazione, e in un certo senso di amicizia. Siamo in un periodo di guerre civili che vedono contrapporsi diversi clan, e un potente capo clan e figura leggendaria, Oda Nobunaga, rimane impressionato dalla mole e dalla forza di Yasuke. Avrebbe potuto tenerlo come servo, ma successe qualcosa di singolare: decise di liberarlo, di renderlo un samurai e di assumerlo come guardia del corpo. Quello che per i Gesuiti italiani era poco più che uno schiavo nero, in Giappone divenne un potente samurai, vestito con un elegante daishō, proprietario di una katana e disposto a sacrificare la vita per il suo signore.
Le cose però vanno diversamente: Nobunaga viene tradito da un suo generale, che lo attacca di sorpresa col suo esercito mentre si trova nel tempio di Honnō-ji, e muore facendo seppuku fra le fiamme del tempio. Yasuke prova a scappare, portando con sé Nobutada, il figlio del suo signore, ma i due vengono scoperti.

Akechi Mitsuhide, l’autore del tradimento, concede a Nobutada l’onore del seppuku, il suicidio rituale, ma lo nega a Yasuke, che considera “una bestia”, poco più di un oggetto (i pregiudizi e il razzismo non hanno connotazione geografica, e non tutti in Giappone avevano la sensibilità e la lungimiranza di Nobunaga), e lo consegna di nuovo ai Gesuiti, presso cui continuerà a lavorare come servo per il resto della sua vita.
Cosa ci insegna questa storia?

Ci conferma i cliché che ci costruiamo e sui cui fondiamo gran parte della nostra vita sono falsi, e che la storia è come la vita umana, piena di sorprese e recalcitrante a entrare dentro schemi prestabiliti.
E ci mostra come in ogni epoca e in ogni luogo sono sempre esistiti i razzisti e i traditori, insieme a perone che sanno capirsi e avere fiducia l’una nell’altra indipendentemente dalle diversità culturali.

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