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Senegal, le leggi “non omofobe” che vietano l’omosessualità

Senegal, le leggi “non omofobe” che vietano l’omosessualità. 

“Vietare l’omosessualità non ha niente di omofobo”secondo il presidente senegalese Macky Sall. Justin Trudeau in viaggio nel paese africano in cui le persone omosessuali hanno tre scelte: “nascondersi, divertire, o morire”.

da le Monde, traduzione a cura di Intersecta.

Il presidente Macky Sall ha dichiarato mercoledì 12 Febbraio, parlando con il primo ministro canadese Justin Trudeau, che il divieto di relazioni omosessuali in Senegal dipende dalla specificità culturale del suo paese, e non ha “niente a che vedere” con l’omofobia.
“Ho sempre difeso i diritti umani e porto questi valori ovunque vada”, ha dichiarato in una conferenza stampa comune Trudeau, noto per il suo impegno in materia di diritti civili. “Il presidente Macky Sall conosce bene la mia posizione in merito, e ne abbiano parlato brevemente”. D’altra parte, secondo Trudeau, il Senegal è “un paese leader in materia di democrazia e di valori. Abbiamo tutti ancora molto lavoro da fare”.

Sall ha confermato che la questione dell’omosessualità, tema sensibile in Africa Occidentale è stata trattata durante le loro conversazioni. “Solo che le leggi del nostro paese obbediscono a delle norme che sono il condensato dei nostri valori di cultura e civiltà” si è giustificato. “Questo non c’entra niente con l’omofobia. Quelli che hanno un orientamento sessuale di loro scelta non possono prescindere dalla nostra cultura”.

Chiamato in causa da una giornalista che gli domandava come facciano delle leggi che vietano l’omosessualità a non essere omofobe, il presidente Sall non ha argomentato, ma non ha escluso un’evoluzione: “Non potete mica chiedere al Senegal di dire: Domani legalizziamo l’omosessualità, e magari di organizzare una sfilata”, ha aggiunto, in riferimento ai Pride organizzati in altre regioni del mondo.
“Questo, qui non è possibile perché la nostra gente non l’accetta. La società è in evoluzione, ci vuole il tempo necessario, e ogni paese ha il suo metabolismo”.
Nel frattempo, la legge senegalese punisce con la reclusione da uno a sei anni gli atti omosessuali. Il codice penale parla di “atto osceno o contro natura con un individuo del proprio sesso”.

Macky Sall, il cui paese è spesso citato come esempio di stato di diritto in Africa, ha sempre addotto le specificità culturali del Senegal per rifiutare una depenalizzazione dell’omosessualità.
Più della metà dei paesi subsahariani, cioè 28 su 49, ha una legislazione che vieta o reprime l’omosessualità, in alcuni casi ricorrendo anche alla pena capitale.

Il Senegal è un paese a maggioranza musulmana, conosciuto per un Islam tollerante e aperto, organizzato in gran parte da confraternite di ispirazione sufi, che hanno un grande ascendente sula vita dei senegalesi. Ciò nonostante, l’omosessualità resta tutt’ora un tabù.

Poco prima della visita di Trudeau, la stampa senegalese aveva parlato del timore, da parte di gruppi conservatori, che il primo ministro canadese approfittasse del viaggio per “promuovere un’agenda omosessuale”.

In Canada invece molti opinionisti esprimevano il timore che Trudeau sacrificasse la difesa dei diritti umani alla necessità di avere dei voti per il Canada per un seggio al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
I paesi africani sono alleati necessari in tal senso, e infatti prima di giungere a Dakar il primo ministro era stato in Etiopia, a un summit dell’Unione Africana.
Il presidente senegalese gli ha garantito il suo sostegno.
Mohamed Mbougar Sarr, giovane scrittore senegalese, autore di “Puri uomini”, racconta che in Senegal il “buon omosessuale” (in wolof goor-jigeen) ha tre possibilità: nascondersi, divertire e intrattenere, o morire.
“Molte persone dimostrano una cecità volontaria, o un’amnesia ideologica, dicendo che una volta non qui c’erano omosessuali, che che sarebbero arrivati con la colonizzazione dei bianchi. Ma questa accusa è vigliacca e ipocrita, le persone omosessuali sono sempre esistite nella società senegalese. Non c’è nessuna ragione per cui dei comportamenti tipici della specie umana debbano essere estranei a un paese. Altre persone con cui ho parlato, invece, mi raccontano di un’epoca in cui i goor-jigeen, degli uomini vestiti in abiti femminili, avevano un ruolo importante nella società, perché animavano le feste di matrimonio, cantavano e recitavano poesie, portando allegria. Quindi la via obbligata per una persona omosessuale, per non essere emarginata o peggio, era quella di esibirsi come giullare. Non era rispettata la persona, ma la sua abilità di artista”.
Per il presidente Sall, la società senegalese non è ancora pronta a cambiare.
Nell’attesa, per chi è omosessuale la scelta è sempre la stessa: nascondersi, divertire o morire.

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La triste storia di Elmer McCurdy, sfruttato anche da morto.

La triste storia di Elmer McCurdy, sfruttato anche da morto.

Come il capitalismo monetizza anche i cadaveri, nella terra delle grandi opportunità.

a cura di Intersecta

Quando diciamo che il capitalismo trova la sua principale fonte di ricchezza, più che negli idrocarburi o nelle terre rare, nella povertà, nella disperazione (che porta a indebitamento) e nella morte delle persone povere, sembra un’esagerazione. Lo sappiamo.

Però vogliamo raccontarvi la storia di un essere umano, un proletario che, nel paese delle grandi opportunità, visse una vita da sfruttato, fino a quando si ribellò in maniera maldestra. Perse la sua lotta, morì, e il sistema trasformò le sue povere spoglie in denaro, per diversi decenni.

Elmer McCurdy nasce nel 1880 a Washington, da una ragazza di appena 17 anni trovatasi incinta a causa  di una relazione (o di uno stupro, non si saprà mai) da parte di un cugino, e verrà adottato dal fratello di sua madre e da sua moglie Ellen, che non gli diranno la verità. Quando lo apprende, dopo la morte dello zio che considerava un padre, cade in depressione e comincia a bere, parecchio.

Impara, grazie al nonno, il mestiere di idraulico, e per un po’ pare le cose possano andare bene, fino a quando perde il lavoro e tutti i suoi beni nella crisi economica del 1898. Poco dopo perderà, a breve distanza l’uno dall’altra, gli ultimi affetti che gli sono rimasti, la madre e il nonno.

Comincia così una vita da operaio errante, minata dall’alcolismo che non gli permetterà di conservare un lavoro per più di qualche mese. Si arruola poi nell’esercito, nei cui ranghi impara l’uso della nitroglicerina. Dopo il congedo, decide di provare a reagire alla sfortuna e alla miseria, mettendosi in società con un ex commilitone e architettando una serie di rapine a banche e treni, basate sull’uso degli esplosivi.

Rapine che si rivelano sempre degli insuccessi, a causa dell’alcolismo di McCurdy, che lo porta a dimenticare dati importarti per i colpi e a fare confusione, e alla sua scarsa perizia con gli esplosivi, del cui uso aveva solo una formazione basilare. Nel 1911, dopo una rapina a un treno merci carico d’oro, che frutta solo pochi dollari perché la banda sbaglia treno e assalta una vettura passeggeri, Elmer va a ubriacarsi in un ranch, ignorando di essere stato identificato e di avere un taglia sulla testa. Muore la mattina dopo, in uno scontro a fuoco con due sceriffi che sono andati a prenderlo.

Fin qui la sua è un’ordinaria storia di sfruttamento, miseria e sfortuna, la parte nascosta del sogno americano. Nel suo caso però non finisce qui, e lo sfruttamento continua anche dopo la morte.

L’impresario di pompe funebri che viene incaricato dalle autorità di raccogliere il corpo, visto che è sicuro che nessuno lo reclamerà mai, decide di fare qualche dollaro con quel povero disgraziato, e invece di seppellire il cadavere lo imbalsama con una soluzione di arsenico, lo veste, gli mette un fucile in mano e lo espone a pagamento in una sala del suo negozio, con il cartello “Il bandito che non si voleva arrendere”.

Cinque anni dopo due tizi, proprietari di un luna park itinerante, si fanno consegnare le spoglie di McCurdy facendosi passare per suoi fratelli, e le utilizzano come attrazione per turisti. Elmer diventa così “Il fuorilegge che non sarebbe mai stato catturato vivo”.

Da allora il povero cadavere di quest’uomo passa di mano in mano, viene venduto e comprato per i più disparati scopi, assume diverse identità, appare in un paio di film e viene anche usato come “cadavere di tossicodipendente” in una serie di conferenze contro l’uso di droghe, sebbene fosse morto a causa di un proiettile nel torace.

Solo nel 1976, una troupe televisiva che sta girando un episodio di una serie in una “casa degli orrori”, si imbatte in un manichino piuttosto malconcio, salvo poi accorgersi che si tratta di un corpo mummificato.

Dopo lunghi e complicati esami finalmente viene restituita a Elmer la sua identità, anche grazie (ennesima umiliazione) a dei biglietti per gli spettacoli di cui era attrazione, trovati dentro la sua bocca.

Ne parlano radio e televisioni di tutto il paese, e alla fine, nel 1977, gli viene data sepoltura nel cimitero di Guthrie, in Oklahoma, di fronte a trecento persone che assistono ai funerali.

Non aveva avuto in vita, né nei primi 60 anni da morto, tanta gente interessata a lui.

Per i poveracci spesso neanche la morte è una liberazione.

 

 

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La multiforme bellezza dell’amicizia.

La multiforme bellezza dell’amicizia.

Un etologo ci parla dell’importanza della diversità nel mondo animale, e dell’amicizia interspecifica.

trascrizione di una video intervista di Daniele Agostini a Roberto Marchesini. Il video è disponibile qui.

Incontrare altri animali che non siano sempre e solo il cane e il gatto aiuta molto, perché i bambini per esempio apprendono la diversità delle varie specie, vedono che il modo di comportarsi di un maiale è molto differente da quello di un cane, o che gli uccelli hanno determinate tendenze comportamentali, determinati rituali. Per esempio negli uccelli sono molto forti i rituali del movimento del  corpo, che in qualche modo somigliano alla danza, a tutto ciò che è  coreografia. Quindi questa vicinanza aiuta moltissimo i bambini a farsi un’idea della diversità, della biodiversità, della variabilità, della multiformità.

Il processo dell’imprinting è stato studiato da Konrad Lorenz, si è visto soprattutto nei polli, nelle anatre, nelle oche, e se questi  animali uscendo dall’uovo vedono un essere umano, in qualche modo lo prendono per il genitore, per la mamma, lo seguono, perché si viene a creare un legame fortissimo fra il nidiaceo neonato e l’essere umano.

La cosa divertente è osservare che si vengono a creare proprio delle relazioni di amicizia fra gli animali, soprattutto se crescono fin da piccoli insieme si vengono a creare dei veri e propri gemellaggi. Sono amici, come questa maialina e la papera, che sono assolutamente inseparabili. Dormono insieme, mangiano insieme, si spostano costantemente insieme… La papera nelle situazioni di conflitto in  qualche modo si mette davanti, come se dovesse difendere la maialina, quindi tutto questo dimostra come gli animali fra di loro costruiscono dei rapporti meravigliosi, bellissimi.

E’ assurdo che noi li consideriamo degli oggetti, delle cose o addirittura delle macchine. Gli animali in un certo senso sono come noi, hanno dei profili comportamentali diversi, ma desiderano vivere all’aria aperta, desiderano il contatto, la relazione sociale, provano emozioni, e tutto questo aiuta secondo me i bambini che frequentano questi posti (Istituto di formazione zooantropologica), aiuta a capire meglio, a comprendere il rapporto con la natura, è un’esperienza  importante per loro.

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La misandria è in aumento? No, perché non esiste.

La misandria è in aumento? No, perché non esiste.

Stanca riflessione sulla propaganda maschilista spacciata da buonsenso.

di Jane Marple, per Intersecta

Di recente girano video e post di uno psicologo, Marco Crepaldi, che definire propaganda maschilista mistificatoria è un eufemismo. Decido di guardare uno dei suoi video, il cui titolo è appunto “La misandria è in aumento?”. Già questo titolo dice molto, se non tutto, sull’incredibile creazione socioantropologica che questo giovane uomo dai modi pacati ha deciso di dare in pasto a gente poco avvezza con le analisi sociali. Già all’inizio del video sorge il primo e fondamentale problema: afferma che certe problematiche derivanti dal patriarcato che riguardano anche uomini non vengono riconosciute da un non meglio specificato “movimento femminista negazionista”. È un’affermazione talmente ridicola e infondata che occorre un certo stomaco per poterla confutare. Ma cercherò di spiegare da dove origina. È uno dei classici espedienti retorici da mra (men’s rights activist), movimento nel quale Crepaldi non si colloca a parole, ma le cui modalità e i cui contenuti sono pressocche’ identici. È tipico infatti aggrapparsi disperatamente e strumentalmente a una risicata frangia di femminismo, quello della cd differenza sessuale, che più che femminismo è “donnismo”. È un gruppo molto piu’ visibile sui mass media per ovvie ragioni: è indiscutibilmente il più vicino alle posizioni reazionarie e conservative della classe dominante. Ma è altrettanto vero che numericamente e politicamente, nel senso più ampio del termine, è ininfluente. Anche perché i femminismi, tutti, sono storicamente strumenti di controcultura. Ma sarebbe intellettualmente disonesto da parte mia dire che ha una matrice “suprematista” nei confronti del maschile universale. La sua energia è piuttosto concentrata nello stabilire diktat su come tutte le donne debbano autodeterminarsi. Il che rende il donnismo autoritario verso le donne, retorico e anacronistico nel suo difendere strenuamente la coincidenza sesso-genere, ma certamente non “suprematista” nei confronti degli uomini.

Ma la cosa veramente ridicola è che Crepaldi istiga all’odio verso le femministe, percepite come entità astratta, pur facendo sforzi (vani per chi non abbocca alla sua propaganda) per far credere il contrario. Cioè designa un vago e inesistente “femminismo misandrico” come il nemico, anziché puntare il dito contro il patriarcato, ossia il vero responsabile delle sofferenze che lamenta. Il patriarcato non l’hanno inventato le femministe, così come il razzismo non l’ha inventato l’antirazzismo. Altro aspetto curioso, si fa per dire, è l’omissione del fatto che sono state proprio le teoriche femministe, già decenni fa, ad aver studiato ed analizzato le ricadute della civiltà patriarcale sugli uomini non conformi ai suoi canoni. Non si capisce se lo psicologo dai modi sussiegosi lo ignora o abbia invece deciso di intestarsi il lavoro altrui. Il vittimismo che lo contraddistingue non è in relazione a ragioni di sofferenza personale o di genere. È tutto concentrato sul “femminismo brutto e cattivo” che il mago Crepaldi trasforma da qualche decina di commenti sarcastici o minacciosi a “preoccupante pericolo sociale in crescita”. Che paragona, udite udite, al nazionalismo. Ci parla anche di violenza sugli uomini da parte di donne facendo riferimento a fantomatici “studi scientifici”. I femminismi non hanno mai negato che la cultura del possesso nei confronti del partner sia ben radicata anche nelle donne. Ma gli effetti sono assai diversi. Ricusare la mostruosa e inoppugnabile emergenza costante delle punizioni estreme da parte di uomini nei confronti delle donne, ovvero i femminicidi, sostenere che i numeri sono gonfiati dai media, dire che la violenza di donne verso i partner è sottostimata, questo si che è negazionismo. Dicevo che lo psicologo dai modi pacati istiga l’odio. Infatti vado a leggere i commenti sotto i post della sua pagina e cosa trovo? Una quantità abnorme di deliri violenti, antifemministi. Che esprimono pari pari le stesse cose che sostenevano Marc Lepin, autore della strage al Politecnico di Montreal nel 1989; di Elliot Rodger, autore della strage in California nel 2014; di Alek Minassian, autore della strage a Toronto del 2018.

Il gentile psicologo può definirsi come gli pare: femminista, antisessista, ma evita accuratamente di arginare la valanga misogina che costituisce il suo fan club. Però il pericolo è la “misandria”, mi raccomando.

Che dire poi dell’interpretazione letterale di un’espressione che sintetizza un archetipo culturale normativo, “maschio bianco, cis, etero”? Nulla, perché percepirlo come un’offesa personale o indistinta verso tutto il genere maschile è indice inequivocabile di enormi problemi di analfabetismo funzionale. O forse strumentale. O entrambe le cose, chissà.

Ma arrivo alla chicca: Crepaldi ci avvisa del fatto che non tutte le donne sono femministe. Ma va? Mica lo sapevo, mi era sfuggito! È lapalissiano, perché se tutte le donne fossero femministe probabilmente il patriarcato sarebbe stato smantellato da un pezzo. Noi femministe sappiamo bene che è una cultura totalizzante e atavica trasversale ai generi. Lui probabilmente no, o forse l’ha scoperto ora.

Ma rimane il fatto che la “misandria” ha la stessa consistenza sociale del “piano Kalergi” e “dell’ideologia gender”: sono allarmi sociali creati ad arte per giustificare maschilismo, razzismo e omotransfobia. Senza però il coraggio di dirlo con schiettezza, ma cercando di dare a queste boiate una consistenza pseudofilosofica.

Le femministe sono arrabbiate, alzano la testa e combattono quotidianamente contro il patriarcato, sia nel privato che nel pubblico. Senza di loro avremmo ancora il codice Rocco. Se aizzi l’odio verso di loro è perché cerchi di mantenere lo status quo. “Le femministe non operano per sé stesse, operano per cambiare la società” come ha perfettamente riassunto Maria Galindo. Non esiste nessuna deriva vendicativa nel femminismo. Se così fosse gireremmo tutte armate.

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Pregiudizio o diffidenza da autodifesa?

Pregiudizio o diffidenza da autodifesa?

Ovvero: gli inviti a non generalizzare con un giudizio negativo sono molto più numerosi quando la categoria in discussione detiene un potere. Come mai?

di Jane Marple, per Intersecta

Marvin Gaye, Inner City Blues (1971)

La differenza tra pregiudizio e diffidenza giustificata a volte può essere molto sottile.

Ma ci sono casi in cui è talmente lampante, che certi continui distinguo fatti sulla base della solita frase fatta “non bisogna generalizzare” risultano moralmente e intellettualmente imbarazzanti. In questi ultimi giorni ho letto una quantità enorme di analisi e commenti in difesa della correttezza dell’operato di certi esponenti delle forze dell’ordine, in particolare di quelle statunitensi.

Non nego che ci siano persone oneste, corrette e prive di pregiudizi tra le loro fila. Il problema è che costituiscono una risicatissima minoranza assolutamente ininfluente dal punto di vista istituzionale e sociale. La brutalità e il pregiudizio razziale, l’impunità degli abusi, sono una costante nel tempo.

Dunque chi generalizza in base a un’ideologia discriminatoria è l’istituzione polizia che vede in ogni persona dalla pelle non bianca un* potenziale criminale. Che abusa del suo potere e della sua forza per calpestare i diritti basilari sia di chi infrange la legge, sia di chi la rispetta.

Quella che nutrono giustamente le persone afroamericane, latinoamericane, native, e di chi solidarizza con loro nei confronti delle fdo è una diffidenza più che giustificata da una realtà oppressiva e abusiva comprovata da decenni. Non sta a loro sincerarsi della correttezza del soggetto in divisa in cui s’imbattono, perché potrebbero facilmente pagare con la loro vita questo garantismo di facciata tanto caro al popolino di “non tutti i poliziotti”. Sta alla polizia, tutta, dimostrare di non avere pregiudizi su interi gruppi sociali a causa del colore della loro pelle o della loro appartenenza etnica. Con i fatti, non con le trovate scenografiche ad ogni abuso od omicidio ripreso in video e quindi impossibile da occultare.

Trovo sconcertante il sentire la necessità di alzare gli scudi in difesa di rari elementi che non fanno altro che assolvere al loro dovere professionale, servire e proteggere, in netta controtendenza al resto dell’organo di controllo di cui fanno parte. Questo monito al non generalizzare, al non giudicare e condannare seduta stante in modo arbitrario, violento e pregiudizievole dovrebbe essere rivolto soltanto alla polizia. Sotto accusa è la sua incontrovertibile volontà di continuare sulla strada di sempre: aggredire e punire sulla base di convinzioni pregiudizievoli inaccettabili e largamente preponderanti al suo interno.

Ed è bene rammentarsi sempre che dover quotidianamente convivere con il terrore d’incappare in uno di questi “servitori dello stato” con la mentalità da suprematista è un incubo inimmaginabile.

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Da Gospel scartato a inno dell’Orgoglio LGBTIQA+, la strana storia di True Colors.

Da Gospel scartato a inno dell’Orgoglio LGBTIQA+, la strana storia di True Colors.

Perché dobbiamo ringraziare il caso, e l’intuito di Cyndi Lauper, se un brano come True Colors non è finito nella pattumiera.

di David Speakman, per genremag.com    Traduzione: Intersecta

All’apice dell’era Reagan , mentre pandemia di AIDS stava devastando la comunità gay, la pop star Cyndi Lauper incise una canzone sull’auto-accettazione e l’orgoglio interiore che non solo divenne la sua ballata più emblematica, ma fu adottata dalla comunità LGBT come inno identitario.

La Lauper ha dichiarato di aver scelto di registrare True Colours in memoria del suo amico Gregory Natal, che era da poco scomparso per complicanze legate all’AIDS. “Penso che come musicista e artista devi essere in sintonia con il tempo e il luogo in cui vivi” ha dichiarato ai giornalisti.  “(La canzone) è una foto istantanea; Penso che l’arte debba essere come una polaroid del mondo in cui viviamo. ”

Dopo la sua uscita nel 1986, True Colours ha scalato le classifiche pop, raggiungendo il primo posto nella classifica Hot 100 di Billboard per due settimane di seguito e  vendendo oltre un milione di copie negli Stati Uniti, fino a vincere il disco di platino. La Lauper è stata anche nominata per un Grammy  per la miglior voce femminile, e la sua canzone è arrivata al numero 1 delle classifiche anche in Canada. Fra le prime delle 10 in Australia, Germania, Italia, Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia, ha raggiunto il dodicesimo posto nella classifica UK.

True Colours è stato scritta dall’ormai leggendario team di musica pop autore anche di Like a Virgin di Madonna, So Emotional di Whitney Houston ed Eternal Flame di The Bangles. Billy Steinberg ha scritto i testi e Tom Kelly la musica, con uno stile basato sul pianoforte, simile a Bridge Over Troubled Waters.

Tuttavia True Colours originariamente era stata scritta come una canzone gospel per la cantante cowntry canadese Anne Murray, ma non le piacque. Dopo il no della Murray, il brano ha rischiato seriamente di finire nella spazzatura della storia, fra le canzoni mai registrate. Il caso però ha deciso diversamente.

Quando Cyndi Lauper sentì il nastro dimostrativo di Steinberg e Kelly respinto dalla Murray, stava ancora riprendendosi dalla perdita del suo amico; è stata toccata dal testo  e dalla melodia, ma ha respinto l’arrangiamento che trovava troppo pesante e barocco, e ne ha proposto un altro, più scarno e diretto.

Steinberg dichiarò in seguito: “Cyndi ha completamente smantellato quel tipo di arrangiamento tradizionale e ha trovato qualcosa di mozzafiato e coinvolgente”.

“Ho provato a spiegare che dovrebbe essere come un sussurro, quindi se stai guidando in macchina dovresti sentirlo come se qualcuno ti stesse sussurrando molto delicatamente all’orecchio”, ha detto la Lauper alla ABC. “Perché, se ti avvicini a qualcosa di così sentimentale in modo puro, in modo semplice, il potere della semplicità e della dolcezza è come il potere di una mano gentile. A volte è più potente di uno schiaffo. ”

Gli autori della canzone, Steinberg e Kelly, sono stati inseriti nella Hall of Fame dei cantautori nel 2011.

Inno LGBT

Fra il 2007 e il 2008, la Lauper ha portato in giro il True Colours Tour, per sensibilizzare il Congresso all’approvazione Matthew Shepard Act, una legge anti-odio che porta il nome di una vittima dell’omofobia. Il tour ha toccato 25 località del Nord America, e oltre a sensibilizzare il legislatore federale sui crimini ispirati dall’odio, ha raccolto fondi per la Matthew Shepard Foundation, la PFLAG e la Campagna per i diritti umani. E’ stata la consacrazione ufficiale della canzone come segno distintivo della comunità LGBT.

Hanno accompagnato la cantante nel tour gli Erasure, Joan Jett, The B-52s e Debbie Harry. Altri spettacoli che si sono uniti al tour in diverse città hanno visto la partecipazione di The Indigo Girls, Rufus Wainright, Sarah McLachlan, Margaret Cho, Tegan e Sara, The Puppini Sisters, Deborah Cox e Wanda Sykes.

Il Matthew Shepard Act è stato finalmente approvato al Congresso nell’ottobre 2009 e quasi immediatamente è stato convertito in legge dal presidente Barack Obama.

Cover di altri interpreti.

12 anni dopo l’uscita del singolo della Lauper, Phil Collins ha inciso la canzone nel 1998 per il suo album di compilation, Hits.

Negli ultimi tre decenni, True Colours è stato registrato da molti altri artisti, e non c’è un Pride, in qualunque parte del mondo, in cui non risuonino le sue note.