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La misandria è in aumento? No, perché non esiste.

La misandria è in aumento? No, perché non esiste.

Stanca riflessione sulla propaganda maschilista spacciata da buonsenso.

di Jane Marple, per Intersecta

Di recente girano video e post di uno psicologo, Marco Crepaldi, che definire propaganda maschilista mistificatoria è un eufemismo. Decido di guardare uno dei suoi video, il cui titolo è appunto “La misandria è in aumento?”. Già questo titolo dice molto, se non tutto, sull’incredibile creazione socioantropologica che questo giovane uomo dai modi pacati ha deciso di dare in pasto a gente poco avvezza con le analisi sociali. Già all’inizio del video sorge il primo e fondamentale problema: afferma che certe problematiche derivanti dal patriarcato che riguardano anche uomini non vengono riconosciute da un non meglio specificato “movimento femminista negazionista”. È un’affermazione talmente ridicola e infondata che occorre un certo stomaco per poterla confutare. Ma cercherò di spiegare da dove origina. È uno dei classici espedienti retorici da mra (men’s rights activist), movimento nel quale Crepaldi non si colloca a parole, ma le cui modalità e i cui contenuti sono pressocche’ identici. È tipico infatti aggrapparsi disperatamente e strumentalmente a una risicata frangia di femminismo, quello della cd differenza sessuale, che più che femminismo è “donnismo”. È un gruppo molto piu’ visibile sui mass media per ovvie ragioni: è indiscutibilmente il più vicino alle posizioni reazionarie e conservative della classe dominante. Ma è altrettanto vero che numericamente e politicamente, nel senso più ampio del termine, è ininfluente. Anche perché i femminismi, tutti, sono storicamente strumenti di controcultura. Ma sarebbe intellettualmente disonesto da parte mia dire che ha una matrice “suprematista” nei confronti del maschile universale. La sua energia è piuttosto concentrata nello stabilire diktat su come tutte le donne debbano autodeterminarsi. Il che rende il donnismo autoritario verso le donne, retorico e anacronistico nel suo difendere strenuamente la coincidenza sesso-genere, ma certamente non “suprematista” nei confronti degli uomini.

Ma la cosa veramente ridicola è che Crepaldi istiga all’odio verso le femministe, percepite come entità astratta, pur facendo sforzi (vani per chi non abbocca alla sua propaganda) per far credere il contrario. Cioè designa un vago e inesistente “femminismo misandrico” come il nemico, anziché puntare il dito contro il patriarcato, ossia il vero responsabile delle sofferenze che lamenta. Il patriarcato non l’hanno inventato le femministe, così come il razzismo non l’ha inventato l’antirazzismo. Altro aspetto curioso, si fa per dire, è l’omissione del fatto che sono state proprio le teoriche femministe, già decenni fa, ad aver studiato ed analizzato le ricadute della civiltà patriarcale sugli uomini non conformi ai suoi canoni. Non si capisce se lo psicologo dai modi sussiegosi lo ignora o abbia invece deciso di intestarsi il lavoro altrui. Il vittimismo che lo contraddistingue non è in relazione a ragioni di sofferenza personale o di genere. È tutto concentrato sul “femminismo brutto e cattivo” che il mago Crepaldi trasforma da qualche decina di commenti sarcastici o minacciosi a “preoccupante pericolo sociale in crescita”. Che paragona, udite udite, al nazionalismo. Ci parla anche di violenza sugli uomini da parte di donne facendo riferimento a fantomatici “studi scientifici”. I femminismi non hanno mai negato che la cultura del possesso nei confronti del partner sia ben radicata anche nelle donne. Ma gli effetti sono assai diversi. Ricusare la mostruosa e inoppugnabile emergenza costante delle punizioni estreme da parte di uomini nei confronti delle donne, ovvero i femminicidi, sostenere che i numeri sono gonfiati dai media, dire che la violenza di donne verso i partner è sottostimata, questo si che è negazionismo. Dicevo che lo psicologo dai modi pacati istiga l’odio. Infatti vado a leggere i commenti sotto i post della sua pagina e cosa trovo? Una quantità abnorme di deliri violenti, antifemministi. Che esprimono pari pari le stesse cose che sostenevano Marc Lepin, autore della strage al Politecnico di Montreal nel 1989; di Elliot Rodger, autore della strage in California nel 2014; di Alek Minassian, autore della strage a Toronto del 2018.

Il gentile psicologo può definirsi come gli pare: femminista, antisessista, ma evita accuratamente di arginare la valanga misogina che costituisce il suo fan club. Però il pericolo è la “misandria”, mi raccomando.

Che dire poi dell’interpretazione letterale di un’espressione che sintetizza un archetipo culturale normativo, “maschio bianco, cis, etero”? Nulla, perché percepirlo come un’offesa personale o indistinta verso tutto il genere maschile è indice inequivocabile di enormi problemi di analfabetismo funzionale. O forse strumentale. O entrambe le cose, chissà.

Ma arrivo alla chicca: Crepaldi ci avvisa del fatto che non tutte le donne sono femministe. Ma va? Mica lo sapevo, mi era sfuggito! È lapalissiano, perché se tutte le donne fossero femministe probabilmente il patriarcato sarebbe stato smantellato da un pezzo. Noi femministe sappiamo bene che è una cultura totalizzante e atavica trasversale ai generi. Lui probabilmente no, o forse l’ha scoperto ora.

Ma rimane il fatto che la “misandria” ha la stessa consistenza sociale del “piano Kalergi” e “dell’ideologia gender”: sono allarmi sociali creati ad arte per giustificare maschilismo, razzismo e omotransfobia. Senza però il coraggio di dirlo con schiettezza, ma cercando di dare a queste boiate una consistenza pseudofilosofica.

Le femministe sono arrabbiate, alzano la testa e combattono quotidianamente contro il patriarcato, sia nel privato che nel pubblico. Senza di loro avremmo ancora il codice Rocco. Se aizzi l’odio verso di loro è perché cerchi di mantenere lo status quo. “Le femministe non operano per sé stesse, operano per cambiare la società” come ha perfettamente riassunto Maria Galindo. Non esiste nessuna deriva vendicativa nel femminismo. Se così fosse gireremmo tutte armate.

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