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La crisi e poi il virus, ora chi può fugge dalla Tunisia

La crisi e poi il virus, ora chi può fugge dalla Tunisia.

Come le chiusure dell’Italia e dell’Europa alle migrazioni legali costringono famiglie intere a rischiare la vita, sullo sfondo di una Tunisia sconvolta da ripetute crisi economiche.

Vincenzo Nigro, per la Repubblica 

TUNISI. Partono le donne, partono i bambini, partono le famiglie intere. Non solo i giovani, non solo i migranti africani, i sub-sahariani trasferiti qui dai trafficanti, oppure quelli arrivati da soli, per lavorare in questo paese arabo ospitale e amichevole. Partono i tunisini che sono rientrati dalla guerra in Libia, che hanno resistito mesi e mesi, che hanno perso il lavoro e la dignità, che alla fine sono fuggiti a migliaia, per rientrare in Tunisia. Senza pane non possono sopravvivere. Gente dura, martoriata in Libia da padroni e miliziani che su loro sfogavano le sofferenze della guerra che loro stessi pativano.

Tutti ripartono o si preparano a farlo. Affollano barche, barconi, pescherecci, da Sfax, Zarzis, Biserta, dalle isole Kerkenna, da Kilibia, Monastir, Sidi Mansour. Non si imbarcano direttamente nei porti: lì la polizia tunisina controlla ancora con attenzione. Ma dalle spiagge, dalle darsene di tutta la lunga costa tunisina, dove magari i poliziotti che hanno famiglia anche loro accettano pochi dinari in cambio di tolleranza. Arrivano non solo a Lampedusa, ma direttamente nella Sicilia “continentale”. Tanti, la maggioranza, scelgono di partire da Sfax, che è più lontana dall’Italia, ma è lontana anche da Tunisi, lo Stato e la polizia sono meno presenti, ci si può imbarcare più liberamente.

Tunisi è vuota e triste alla vigilia dei tre giorni di festa dell’Eid Al Adha, il “natale” islamico, la festa in cui si sacrifica il montone. File e stress per le famiglie che rientrano all’aeroporto, per il resto calma. Le analisi dicono che il numero delle famiglie che possono permettersi non un montone da sacrificare ma anche soltanto la carne sono crollate.
L’incrocio fra crisi politica ed economica del Paese era prevedibile, ed è stato previsto. Lorenzo Fanara, il giovane ambasciatore d’Italia, aveva allertato Roma da tempo. E bisogna dire che la politica italiana aveva anche risposto: nel governo Lega-5Stelle l’unica missione comune all’estero fatta da Conte, Di Maio e Salvini è stata proprio un viaggio a Tunisi. Per provare a tamponare la crisi, ma prima della botta del coronavirus.

Dice un diplomatico che ha memoria: “Qualcuno fa il paragone con la crisi migratoria, con l’Albania del 1991. Ci sono due differenze: quella crisi esplose improvvisa, quando i cittadini albanesi capirono prima che potevano fuggire dal Paese entrando dei compound delle ambasciate e poi si precipitarono sull’Adriatico, attraversandolo su ogni nave o barca disponibile. Ma appunto, quello era un popolo in fuga da una dittatura, e l’esplosione fu imprevista. Qui c’è una migrazione economica prevista da tempo, che si affianca a quella dai paesi africani sub-sahariani, che potrebbe durare molto più a lungo”.

Altro elemento: la Tunisia non è una nuova rotta per le migrazioni dall’Africa sub-sahariana. È un altro scenario, un altro Paese, la Tunisia appunto, che emigra. “La crisi economica portata dal coronavirus è stata il detonatore, la lunga depressione economica ha provocato inevitabile la nuova spinta all’emigrazione”, dice adesso l’ambasciatore Fanara: “Dal 2011 al 2020 la crescita economica è stata zero, nulla. Ma la popolazione è aumentata di un milione di persone. Per cui di fatto c’è stata una regressione del 10% della ricchezza del paese”.

Pochi giorni fa a Tunisi è arrivata la ministra dell’Interno Lamorgese: ha trovato un governo dimissionario, ha potuto fare riferimento di fatto al solo presidente della Repubblica Kais Saied. I tunisini chiedono all’Italia manutenzione delle 6 motovedette donate, addestramento delle forze di sicurezza, nuovi radar. Roma vorrebbe avere un aumento della quota settimanale di rimpatri di cittadini tunisini. Ma senza governo (il premier è dimissionario) e di fronte a una crisi economica così poderosa a cosa potranno servire altre motovedette?

Sami Ben Abdelaali, giovane deputato di un partito indipendente, “Il Futuro”, mette in fila i fattori che portano all’emigrazione: “Il coronavirus qui è stato mortale per decine, centinaia di aziende, di commerci familiari, anche di piccole e medie imprese. Hanno chiuso tutti, e nel paese non c’è cassa integrazione. Secondo elemento, il ritorno in Libia di migliaia di lavoratori, tunisini che rientrano in un mercato del lavoro già in crisi. Terzo, l’incapacità della politica di dare ancora risposte, di offrire soluzioni”.

Chiediamo: molti iniziano a dubitare della democrazia in Tunisia: crede che i suoi concittadini davvero possano rimpiangere la dittatura? “No, io credo che ci sia fiducia ancora, che tutti abbiano capito che questo è l’unico percorso possibile. Ma senza un aiuto, un sostegno vero da Paesi amici come Italia e Francia innanzitutto le nostre sofferenze saranno ancora lunghe”. E semplicemente la lista di chi la notte sarà pronto a imbarcarsi per la Sicilia continuerà ad allungarsi.

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“Vi pago io, comportatevi decentemente!”

 

“Vi pago io, comportatevi decentemente!”

Zia Jane e  la retorica dei difensori del manganello.

di Jane Marple, per Intersecta

“Pronto?”

“Buongiorno zia Jane, siamo la redazione di Intersecta. Abbiamo ricevuto il tuo telegramma in cui ci dicevi che hai saputo dei fatti di Piacenza e volevi dire la tua sul clima di giustificazionismo che si è creato nell’opinione pubblica”

“Ah, ciao cari. Purtroppo non ho molto tempo, perché alle cinque ho il bridge. Volevo dire che io con la polizia ci collaboro spesso, sono un po’ tonti ma a volte mi sono d’aiuto, questi giovanotti. Quindi nessuno mi può accusare di assere anti forze dell’ordine, o una pericolosa terrorista.

Però vorrei dire che questa frasetta che puntualmente si ripete ogni volta che si scopre qualche oscenità che i corpi di polizia fanno: “Si, ma se sei in difficoltà chiami le fdo”, non la posso più sentire. A questi difensori d’ufficio dei manganelli vorrei dire un po’ di cosette:

1) Le fdo le finanzio con le tasse che pago per intero da una vita, così come l’istruzione dei sovranisti. E questo basta già per farmi andare il sangue al cervello, per non parlare di tutto il resto. 2) In caso di alcuni atti criminosi è fatto obbligo di denunciarne il loro accadimento. Diversamente si rischia la persecuzione giudiziaria 3) Le fdo applicano un doppio standard di distribuzione dei loro servizi a seconda del tuo status sociale, in barba allo stato di diritto e ai trattati internazionali relativi al diritto di asilo e di migrazione, esattamente come fanno i governi da cui dipendono. 4) I loro sistematici abusi di potere sono la riprova del fatto che il loro compito non è proteggere e servire ma fare ciò che gli pare e piace, non importa se legale ed eticamente legittimo o meno 5) È inutile gridare al ripulisti delle “mele marce”, non solo perché le mele marce sono carrettate o interi tir, ma anche perché spesso queste mele marce come “punizione” ricevono avanzamenti di carriera. Vedi vicenda G8 di Genova 6) Non ho dubbi sul fatto che all’interno delle fdo esistano elementi che davvero si propongono di servire, proteggere, denunciare la corruzione interna ai corpi nei quali operano. Solo che rappresentano una sparuta e inascoltata minoranza, praticamente le rare mele sane in mezzo ad una valanga di mele putrefatte 7) L’esperienza mi ha insegnato al di là di ogni dubbio che chi fa parte delle fdo troppo spesso si pone in una posizione inquisitoria a prescindere, con buona pace di chi ancora crede al garantismo dello stato di diritto. 8)Dunque non sono io quella che deve essere grata alle fdo nel caso in cui dovessi rivolgermi a loro, casomai il contrario. Sono loro che dovrebbero mostrarmi gratitudine per il fatto che continuo a giocare alla roulette sperando di beccare “le mele buone” laddove non avessi altra scelta. 9) Il problema degli abusi delle fdo non è nuovo, non è circoscritto a un territorio: questo dovrebbe come minimo far riflettere sul fatto che parliamo di istituzioni di potere, non di certo concepite in funzione dell’interesse pubblico 10) È evidente che alla luce di tutto ciò, se posso regolarmi in modo diverso, evito di chiamarle. Perché giocare alla roulette non mi piace e soprattutto difendersi dai loro abusi è altamente pericoloso.

E adesso scusatemi, ma devo dare l’acqua alle rose e poi preparare il travolo per il brigde”.

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Proteste di Portland: gli agenti federali statunitensi “non si ritireranno”, afferma Chad Wolf

Proteste di Portland: gli agenti federali statunitensi “non si ritireranno”, afferma Chad Wolf

Come il potere federale utilizza la repressione delle manifestazioni antirazziste per sostituire le amministrazioni locali.

da bbc.com              Traduzione: Intersecta

Il segretario alla sicurezza interna degli Stati Uniti, Chad Wolf, ha affermato che gli agenti federali “non si ritireranno” , e continueranno  “i loro sforzi” per proteggere gli edifici governativi a Portland.

“Se sei un violento che cerca di infliggere danni a proprietà federali o agenti delle forze dell’ordine, devi trovare altri metodi di protesta”, ha detto.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha inviato agenti federali a Portland, nell’Oregon, per porre fine a settimane di proteste contro il razzismo.

Ma il sindaco di Portland ha chiesto loro di lasciare la città.

Ci sono state proteste notturne contro la brutalità della polizia a Portland dalla morte di George Floyd, un uomo di colore disarmato, ucciso alcuni agenti di polizia nel Minnesota a maggio.

In seguito alla repressione di Trump delle proteste di Portland, l’Oregon fa causa per “arresti illegali” e “abuso di potere” agli agenti federali intervenuto a Portland.

Nei giorni scorsi, tuttavia, si sono intensificati gli scontri violenti tra manifestanti e forze dell’ordine federali.

Che cosa ha detto Chad Wolf sulla violenza?

Parlando martedì durante una conferenza stampa, Wolf ha affermato che gli agenti delle forze dell’ordine federali a Portland stavano solo prendendo di mira e arrestando i manifestanti che erano stati identificati come coinvolti in “attività criminali”.

Ha aggiunto che il dipartimento ha rispettato il diritto delle persone a protestare pacificamente, ma ha esortato i manifestanti a “rimanere lontani dagli assembramenti violenti vicino al tribunale”.

Lunedì sera, gli ufficiali federali hanno sparato gas lacrimogeni per disperdere grandi folle di manifestanti – alcuni armati di martelli – che si erano radunati fuori dal tribunale della città e lanciavano proiettili.

Wolf ha anche negato le affermazioni secondo cui gli agenti di sicurezza non avevano un documento di identità e ha insistito sul fatto che indossavano insegne per dimostrare che erano poliziotti.

Durante una conferenza stampa viene mostrato un giubbotto protettivo con segni identificativi indossati dagli agenti federali statunitensi a Portland

“Questi ufficiali non sono militari, sono ufficiali di polizia civili”, ha detto, aggiungendo che sono stati tenuti a ripristinare l’ordine a seguito di “attività criminali violente ogni singola notte per  52 notti” e in risposta a “una mancanza di azione da parte dei funzionari della città” .

“Continueremo a prendere le misure appropriate per proteggere le nostre strutture e i nostri agenti delle forze dell’ordine”, ha aggiunto, aggiungendo che gli agenti federali lasceranno Portland quando la violenza cesserà.

Cosa sta succedendo a Portland?

L’ultima settimana ha visto una violenta escalation tra manifestanti e agenti federali  schierati due settimane fa da Trump per reprimere i disordini civili.

Un rapporto dell’Oregon Public Broadcasting (OPB) di questa settimana conteneva resoconti dettagliati di testimoni che avevano visto emergere agenti federali vestiti in mimetica da veicoli non contrassegnati, afferrare i manifestanti senza spiegazioni e andarsene.

Wolf ha dichiarato martedì che funzionari federali hanno arrestato 43 persone a Portland dal 4 luglio.

Nel fine settimana, le recinzioni erette intorno al tribunale federale per proteggere l’edificio sono state smantellate dai manifestanti poche ore dopo l’installazione.

La procura in Oregon ha dichiarato su Twitter che la recinzione mirava a “ridurre le tensioni”  tra manifestanti e funzionari delle forze dell’ordine e ha chiesto alle persone di tenersi a distanza.

Gli ufficiali hanno anche dichiarato che c’è stata una rivolta fuori dall’edificio della Portland Police Association, che è stato incendiato.

Cosa ha detto l’amministrazione Trump?

In un tweet di domenica, il presidente Trump ha difeso le azioni del governo federale.

“Stiamo cercando di aiutare Portland, non di danneggiarla.  L’amministrazione ha, per mesi, perso il controllo degli anarchici e degli agitatori”, ha detto.

All’inizio della settimana, il presidente ha detto che gli ufficiali della città avevano fatto un “ottimo lavoro”.

“Portland era totalmente fuori controllo e sono entrati, e immagino che ci siano molte persone in questo momento in prigione”, ha detto lunedì. “Abbiamo fatto una buona repressione.”

Trump ha minacciato di inviare agenti delle forze dell’ordine federali per controllare le proteste in altre grandi città degli Stati Uniti, tra cui Chicago e New York.

Il sindaco di New York, Bill de Blasio, ha detto che porterà il presidente in tribunale se continua con la sua minaccia.

 

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Covid 19 o la necropolitica del confinamento: chi si preoccupa dei corpi trans?

Covid 19 o la necropolitica del confinamento: chi si preoccupa dei corpi trans?

Un’attivista paraguayana spiega come la pandemia rischi di accelerare i processi di cancellazione delle identità e dei corpi trans, e indica delle possibili strade di lotta e resistenza. 

Di Kira Xonorika, per genderit.org       Traduzione: Intersecta

Sebbene l’esistenza formale di leggi e politiche pubbliche progettate per soddisfare le esigenze specifiche dei gruppi sociali storicamente ignorati non è necessariamente un indicatore del progresso sociale (in quanto vi sono dinamiche che ne intaccano la validità, sulla base delle priorità di soggetti biopolitici privilegiati: interessi di parte dei settori egemonici che guidano la produzione di capitale economico) si potrebbe sostenere che la loro inesistenza è, tuttavia, un riflesso diretto dell’assenza dello stato nel fornire una risposta concreta di attenzione basata sul riconoscimento di soggetti politici.

Questa assenza amplifica il divario che limita l’accesso ai diritti economici e sociali. E tutto ciò, inquadrato in un vertiginoso sistema di produzione neoliberista, si traduce nel deterioramento della qualità della vita, nella sua precarietà.

Citando Alejandra Grange, attivista transfemminista di Transitar Paraguay, “potrebbero non ucciderti con un proiettile, ma rimuovono sistematicamente l’accesso a quello che è necessario per vivere”. Questa sistematicità abrasiva si manifesta in modo diverso per ogni persona trans in base alle intersezioni in cui vive, e a tassi più elevati di insicurezza (dovuta a disinteresse istituzionale) per quei corpi che sono stati razzializzati. Come evidenziato da autori afro di molteplici contesti geopolitici, come Angela Davis[1], a seguito di processi coloniali di organizzazione sociale dovuti al razzismo sistemico, questi corpi sono stati soggetti ai margini più estremi, o a una vera e propria reclusione.

È rilevante affermare la validità del concetto di “colonialismo corporale”, in quanto la sua influenza ha consolidato la normalizzazione culturale, istituzionale e politica, escludendo i corpi trans dal comprendere le proprie epistemologie (assenza di corpi trans in istituti di istruzione terziaria statali o privati, impossibilità di completare gli studi) per dichiarare e far valere i loro diritti (assenza corpi trans negli spazi decisionali), ostacolando l’accesso alla possibilità di benessere integrale (impossibilità di formare una famiglia e sviluppare un’affettività alla luce del sole, limitazioni nell’accesso alla casa e alla salute, nella sua ampia accezione).

La disumanizzazione del corpo trans – transfobia – non è altro che la patologizzazione della diversità di genere motivata dall’intolleranza religiosa cattolico-cristiana, la cui genealogia in America del Sud può essere fatta risalire alla colonizzazione da parte dell’Europa dei territori di Abya Yala. Processo attraverso il quale viene installato il binarismo: ruoli di genere e disciplina corporea fondata su un’ideologia genitalista. Il colonialismo necropolitico non ha abbandonato le basi di queste istituzioni. Inoltre, l’impatto di COVID-19 rivela ancor di più l’esistenza del progetto di omogeneizzazione e di estinzione programmata dei corpi mostruosi, e il modo in cui questa gerarchia coloniale dell’umanità ha intensificato i suoi effetti intrecciandosi con le dinamiche attuali.

Il Paraguay è entrato in quarantena obbligatoria per COVID-19 l’11 marzo. Il governo ha decretato che tutti coloro che non svolgono compiti essenziali (lavori legati alle catene alimentari, sia di produzione che di industria, settore farmaceutico, servizi finanziari e settore pubblico) devono rimanere nelle loro case. La limitazione della circolazione negli spazi pubblici ha reso impossibile per oltre il 90% della popolazione trans e travestita lavorare, in particolare chi esercita il sex work. Allo stesso tempo, il controllo della polizia si è intensificato, nella sua ben conosciuta brutalità.

Come misura di emergenza, il governo sta eseguendo un piano nazionale di approvvigionamento di, fornendo un sussidio di emergenza per i lavoratori informali di 500.000 Guarani paraguaiani (68,14 Euro) per l’acquisto di kit alimentari. Tuttavia, questo programma non si rivolge alla popolazione transessuale e transgender, per vari motivi,

In primo luogo perché il Paraguay è uno dei tanti territori in cui non esistono politiche efficaci che proteggano i diritti dei suoi cittadini trans, travestiti o non binari. Non esistono meccanismi di protezione, come una legge sull’identità di genere comprensiva e completa relativa alle molteplicità delle identità, né una legge per proteggere dalle pratiche discriminatorie motivate dall’odio transfobico.

Una legge di identità di genere comprensiva  della molteplicità delle denominazioni di identità, binarie e non binarie, faciliterebbe l’accesso alle procedure burocratiche di qualsiasi natura istituzionale. Qualcosa che oltre ad essere essenziale per accedere a più servizi statali, non rappresenta alcun ostacolo per i cisgender, come invece sostiene l’ideologia dell’identità binaria e genitalista di genere. L’impatto della misgenerizzazione istituzionale (negazione delle identità di genere)  ha ripercussioni dirette sulla salute mentale. La cisgenerità rigorosamente standardizzata è un ostacolo all’accesso ai beni essenziali per la vita.

Un altro ostacolo all’accesso al sussidio è il non riconoscimento del lavoro sessuale stesso, che viene effettuato dalla maggior parte della popolazione transfemminile.

Allo stesso tempo, non è stato svolto alcun lavoro completo per assicurare l’effettivo accesso alle misure di emergenza: i moduli di domanda devono essere compilati online. La maggior parte della popolazione trans non ha però conoscenze informatiche sufficienti, a causa di una pesante discriminazione nell’istruzione, come hanno sottolineato le indagini fatte da gruppi di persone trans come REDLACTRANS.

I recenti avvenimenti hanno accelerato l’uso delle piattaforme online per accedere alle informazioni e facilitare l’interazione a distanza nei mesi successivi alla pandemia. I dispositivi tecnologici, che trarrebbero vantaggio dall’accesso gratuito a Internet, come smartphone e laptop, al giorno d’oggi sono indispensabili. Così come l’uso di carte bancarie e sistemi elettronici di prenotazione e acquisto diventano rilevanti man mano che i servizi igienico-sanitari ne ampliano la portata. Sebbene l’accesso a sistemi e dispositivi tecnologici nei tempi in cui ci incarniamo dovrebbe essere garantito a tutt*, la discriminazione strutturale lo rende un privilegio.

È necessario rispondere urgentemente a questa situazione, perché il cibo è il carburante necessario per la sussistenza. Senza cibo, si deteriora anche la salute mentale dell’individuo. Senza cure sanitarie e igieniche, il corpo affronta seri rischi, soprattutto in questo contesto emergenziale. Questa precarità assoluta, causata dall’esclusione sistematica, è ora un’arma per il genocidio dei corpi trans. A causa della mancanza di fondi di aiuto specifici e disponibili per questo settore in Paraguay, al momento coloro che si stanno mobilitando per sostenere la vita sono solo le organizzazioni trans-attiviste, che mitigano l’impatto della crisi economica generata dalle restrizioni alla circolazione, grazie alle donazioni private.

Il mutuo aiuto come strategia di emergenza ha preso un posto fondamentale contro la necropolitica del confinamento, seppure con risorse limitate e ostacoli di tutti i tipi. Ciò, tuttavia, è insufficiente in quanto la quarantena è stata finora lunga e dura. Va notato che il governo paraguaiano sta valutando la possibilità di rendere gradualmente più flessibile il periodo di confinamento, adottando misure per evitare assembramenti, e dando la priorità, ovviamente, alle ore e agli spazi che compongono il flusso economico della sua popolazione di cisgender. Le presone trans non esistono.

Non è chiaro quale sarà l’effetto sui i corpi trans del dispiegamento di questa flessibilità, ed è essenziale qui menzionare le relazioni tese preesistenti con la polizia, che ha anche agenti militarizzati che hanno precedentemente esercitato abusi di potere e che non sono quasi mai sanzionati.

C’è quindi una possibilità di creare un equilibrio che storicamente non è mai esistito? Come ha scritto Mauro Cabral, un attivista transessuale e intersessuale, sulla resistenza che i corpi cis mettevano in atto prima degli insistenti reclami dei corpi trans, le necessità sono le stesse, la transfobia è la stessa. Un mondo post-COVID-19 dovrebbe dare la priorità ai corpi trans, travestiti e non binari, in un orientamento di comunità transfemminista. Coloro che hanno una posizione di privilegio anche nel contestare la politica istituzionale sono gli stessi che hanno ereditato colonialmente i privilegi che oggi consentono loro di accedere al lavoro, cioè i corpi cisgender.

La richiesta di ridistribuzione attiva e pratica di quei privilegi ereditati dalla colonialità è rivolta a chi, cisgender, legge questo articolo: la pratica transfemminista trascende i limiti intrinseci del discorso e si materializza in solidarietà, che può tradursi, anche se non solo, nel riconoscere l’impatto e il contributo delle persone trans nelle economie comunitarie.

L’importanza di una specifica quota trans per i posti di lavoro è ora più urgente che mai, come è  necessario aggiornare le tecniche e le metodologie di formazione che possono essere sviluppate a distanza in modo che ciò possa diventare realtà: è necessario facilitare le condizioni di accesso e rendere disponibili le risorse, diventare agenti attivi dei necessari cambiamenti culturali, per tracciare una cronologia anti-necropolitica che smantella le tracce dell’asimmetria storica e sistemica.

Per la formazione a distanza sono necessarie anche le borse di studio mirate, pratica positiva che promuove un impatto per il mantenimento di queste persone, offre loro una concreta possibilità di vita, generando condizioni per lo sviluppo di abilità e capacità.

Ed è essenziale qui menzionare che coloro che non smantellano attivamente le tracce della necropolitica con le loro pratiche quotidiane, stanno attivamente contribuendo al perpetuarsi di  narrative di precarietà sistemica e sopravvivenza stentata. Le persone trans meritano di più e meglio; le persone cisgender devono assumersi la responsabilità di promuovere e investire in talenti trans, come pratica di ridistribuzione che costruisce relazioni collettive.

Devono essere tessute delle reti di costruzione di priorità biopolitiche; l’affettività quotidiana con i corpi deve diventare consapevole. Conosci persone trans? Prima della crisi pandemiche hai avuto contatti con loro. Cosa puoi fare oggi per dare cura e importanza al corpo trans più vicino a te? L’impatto dell’abbandono biopolitico è combattuto con il riconoscimento, qui e ora, dell’urgenza delle cure e delle relazioni affettive.

[1] Davis, A. (2000). Prison-industrial-complex. Place of publication not identified: Ak Press.

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“Un oggetto nelle mani altrui. Ma mio figlio sta bene”.

“Un oggetto nelle mani altrui. Ma mio figlio sta bene”.

Storie di ordinaria violenza ostetrica nell’Italia di oggi.

di Rossella, per Intersecta.

Sono Rossella, la mamma di Riky.

Vorrei raccontare la mia storia, nella speranza che possa essere di aiuto a qualcuno e soprattutto che possa smuovere le coscienze di chi lavora in ospedale senza metterci un briciolo di umanità.

L’ 8 luglio 2016, mi accorgo di avere le contrazioni. Sono le 23, sistemo mia figlia maggiore da mia madre e vado con mio marito all’ospedale di Foggia per partorire. In macchina ridiamo e scherziamo per stemperare la tensione: gli ultimi momenti spensierati della mia vita, credo.

Arriviamo nell’ambulatorio del ginecologo di turno, mi visita una specializzanda. Durante l’ecografia, chiama il dottore, la vedo preoccupata. Non mi dice niente. Arriva il dottorone di turno e mi fa: “Signora, nessuno le ha detto niente sui ventricoli cerebrali di suo figlio?” (per il lavoro che faccio so perfettamente cosa sono i ventricoli cerebrali, ma lui non sa il lavoro che faccio. Come può pretendere che una donna che sta per partorire risponda a questa domanda?)

“No, dottore. C’è qualcosa che non va?”

“Un ventricolo è grande il doppio dell’altro!” sentenzia. Senza aggiungere altro. Capisco che il bambino ha un idrocefalo e so perfettamente cos’è (sono una logopedista e seguo tanti bambini con questa patologia).

Si allontana, va alla scrivania. Mi rivesto. Mi siedo davanti a lui. Sempre con le contrazioni in corso. Sono sconvolta e muta. Entra mio marito, mi vede in questo stato. “Che succede?” chiede.

“Il bambino ha un ventricolo che è almeno il doppio dell’altro!” dice il dottorone.

“Che significa, dottore?”

“Io non lo so! Potrebbe essere una sindrome, non posso dirlo! Ma è possibile che i miei colleghi che l’hanno visitata non se ne siano accorti?!” (il suo problema era quello!)

No, non se ne erano accorti. Mi stai dando tu questa notizia per primo. E me la stai dando in questo modo disumano. A me che sto avendo le contrazioni e sto per partorire un figlio che a questo punto potrebbe avere una grave malformazione.

Ormai è mezzanotte. Procedono al ricovero. Arriviamo al reparto. L’infermiera dice a mio marito che non può entrare. Le spieghiamo la situazione, ma niente: lui non può entrare! “Se vuole stare con suo marito, dovete stare nel corridoio. Su una panchina”. Le contrazioni si infittiscono, io sulla panchina non ci posso stare! Vado in camera. Piango silenziosamente per non disturbare le due donne che dormivano nei letti accanto. Nel frattempo mio marito piange in macchina.

Nessuno viene a controllarmi. Intorno alle 3.00 vado nella stanza delle ostetriche a chiedere di visitarmi. “Sì, è iniziato il travaglio. Andiamo in sala travaglio”

Nessuno sa (o comunque non sembra sapere) quello che ha visto il ginecologo che mi ha visitato, quello che sto passando. Lo dico all’ostetrica confidando in un barlume di umanità, di conforto. Niente! Mi lasciano lì sola, fino alle 7, quando la chiamo per dire che sentivo che dovevo spingere. A quel punto mi visita e dice: “aspetta! Non spingere! Sta nascendo, dobbiamo andare in sala parto!”

Mi alzo, da sola, per andare in sala parto e mi ritrovo mio figlio fra le gambe! Lo prendo io. Per poco non batte la testa per terra! Mi fa sdraiare di nuovo sul lettino della sala travaglio (non quello ginecologico), taglia il cordone, mi fa vedere il bambino e lo porta via. Poco dopo arriva un’altra ostetrica che mi ricuce dicendo una serie di improperi per il fatto che sono sul lettino da travaglio e lei non può ricucirmi così!

Mi sento un oggetto. Mi sento un errore. Mi sento di dare fastidio!

Mi portano in stanza. Sono tutta sporca di sangue. Nessuna notizia di mio figlio. Sono sotto shock, non capisco niente. Mio marito va a casa a prendere mia madre e mia figlia maggiore. Fra un po’ arriveranno, devo lavarmi, non posso farmi trovare così. Chiamo un’infermiera: “Può aiutarmi a lavarmi? Sta arrivando mia figlia” “Signora, lei ha fatto un parto naturale, si deve alzare da sola!” Non ho la forza di rispondere. Ho solo voglia di piangere. Ma devo lavarmi, devo fingere che sia tutto OK, stanno arrivando mia figlia e mia madre. Non posso farle preoccupare. Allora chiamo mio marito, gli dico di portare la bambina al bar, nel frattempo mia mamma (di 82 anni) mi aiuta a lavarmi. Io e mio marito ci fingiamo tranquilli.

Mi portano il bambino alle 13. Non mi dicono niente. Alle 16 arriva un dottore e finalmente mi dice che succede: sì il bambino ha un idrocefalo. Lo devono ricoverare in neonatologia per capire meglio. Lo ricoverano e con la risonanza magnetica si scopre che ha avuto un ictus in utero, verosimilmente pochi giorni prima del parto. L’idrocefalo è una conseguenza.

La storia continua. Ma quello che volevo testimoniare è la totale mancanza di umanità di tutto il personale medico con cui ho avuto a che fare in quei giorni terribili nel reparto maternità degli Ospedali Riuniti di Foggia.

Scrivo perché non voglio che nessun’altra donna venga trattata come sono stata trattata io. Ho avuto un trauma e scrivere mi fa ancora male, a distanza di quattro anni.

Mio figlio sta bene. Ha una leggera emiparesi, ma è un guerriero.

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“Se sei preoccupato per la tratta di esseri umani, devi combattere la legge sull’immigrazione”.

“Se sei preoccupato per la tratta di esseri umani, devi combattere la legge sull’immigrazione”.

L’approccio anti-ideologico del vero femminismo radicale: non giudicare il sexwork, ma sostenere chi è in prima linea.

Intervista a Mària Galindo, del collettivo Mujeres Creando.

Drina Ergueta (La Independent)  Traduzione: Intersecta

Pochi giorni fa, nel mezzo delle montagne andine, a 4.000 metri sul livello del mare, il governo municipale della città di La Paz (Bolivia) ha approvato la creazione di una nuova categoria economica che riconosce la prostituzione come un’attività commerciale. L’agenzia di stampa femminista La Independent ha intervistato María Galindo, nota attivista femminista e parte del movimento Mujeres Creando, che ha partecipato a questa nuova iniziativa. Galindo confronta in questa intervista l’esperienza boliviana con quanto accaduto in Spagna a seguito della creazione dell’Unione OTRAS.

Spiegaci cosa è successo, perché il sindaco di La Paz ha creato la categoria economica “vendita di servizi sessuali” e qual è stato il ruolo di Mujeres Creando in questo processo?

Noi, Mujeres Creando, insieme a un’organizzazione di donne che fanno questo lavoro, OMESPRO, che due anni fa ha presentato l’iniziativa legislativa dei cittadini e ne ha discusso a lungo con l’amministrazione municipale. La situazione era la seguente: l’ultimo regolamento locale di La Paz risale al 1909, quando i bordelli furono chiamati “Case della Tolleranza”; era un regolamento che è scaduto storicamente, lasciando l’intero universo della prostituzione espulso dalla storia. In questi cento anni, la Bolivia raggiunse il suffragio universale, la riforma agraria e molto altro, ma nessuna regola aveva osato cambiare il regime sui bordelli.

Ci siamo organizzati in piccoli locali autogestiti, in gruppi di quattro, otto o dodici donne che si sono emancipate dai protettori e svolgono la prostituzione in modo autonomo. Sono proprio questi “circoli” che hanno ricevuto la maggior pressione dalla polizia, con continue incursioni, estorsioni e forme di abuso, con il pretesto che sarebbero stati “clandestine”. Quando volevamo ottenere le licenze operative, il governo municipale ce le ha negate, perché la vendita di sesso non era una attività economica. Il punto chiave era che non vendiamo alcolici e anche i volumi di investimento. Abbiamo deciso di separare la vendita di sesso dalla vendita di alcolici e, pertanto, non eravamo interessati ad accedere alle licenze di karaoke, bar o altri che mascherano la categoria della prostituzione. Inoltre, a differenza dei bar o dei locali notturni, i locali autogestiti sono “precari”, con investimenti minimi che non superano alcuni letti, alcune disposizioni e divisioni per separare gli spazi. In questo contesto, il governo municipale aveva indirettamente finito per promuovere i protettori e lasciare la prostituzione autogestita nel limbo della semi-illegalità. La Polizia e il Consiglio Comunale ci hanno usato come bersaglio per esercitazioni continue con la scusa di combattere la tratta, per arrestare le compagne e molestarle, anche sotto la pressione degli stessi protettori, che non vogliono rivali.

Si può dire che da quando abbiamo creato i cosiddetti “uffici” della prostituzione autogestita, abbiamo sofferto ciò che definirei, senza paura di sbagliarmi, “persecuzione politica continua”. Abbiamo richiesto ufficialmente di essere riconosciute.

Ciò che si ottiene è quello che era previsto? O è un obiettivo ancora da raggiungere?

La legge è stata discussa in dettaglio con noi, punto per punto. Per ora è stato approvato e risponde alle nostre richieste.È stato possibile introdurre la prostituzione autogestita nei regolamenti e con possibilità di riconoscimento municipale: cioè adesso una donna che decide di fornire prestazioni sessuali può ottenere, organizzandosi  con altre operatrici, la gestione delle licenze per i suoi locali senza dipendere da protettori. D’altra parte, adesso prostituzione è riconosciuta come attività economica nel comune di La Paz, senza essere più necessariamente legata al consumo di alcol o droghe.

Cosa intendi quando parli di locali con pochi investimenti?

È stato possibile stabilire parametri per l’ottenimento di licenze operative che rispondano alla realtà della “povertà” delle donne che esercitano tale attività, che non dispongono di grandi capitali per istituire strutture gigantesche. Stiamo parlando di locali di piccole dimensioni e, cosa importante, distribuiti per la città e non relegati in una zona ghetto. Sono ammessi fino a dieci metri quadrati, con ventilazione e porta. In altre parole, questa legge colpisce direttamente i magnaccia e i poliziotti e gli amministratori corrotti che sono in affari con loro.

Alcuni diranno che questo è un modo per promuovere la prostituzione …

È un argomento che non sta in piedi. Oggi in tutte le città del mondo la prostituzione è gigantesca e La Paz non fa eccezione. Le prostitute ci sono e ci saranno, e possono essere autogestite o soggetto agli interessi e alle forme di sfruttamento di un magnaccia. L’entità della prostituzione ha una relazione diretta con il lavoro, con l’assenza di lavoro, con i salari molto bassi della maggior parte dei lavori per le donne e con le condizioni di molestie sessuali e ricatti in cui le donne si trovano nel mondo del lavoro. La prostituzione ci costringe a tornare a discutere il rapporto tra donne e lavoro. Nella nostra organizzazione abbiamo infermiere, commercianti, studentesse universitarie, anche disoccupate croniche, un po ‘di tutto. Molte di loro hanno già svolto tutti i tipi di lavoro e la prostituzione non è la loro prima attività. Facciamo il confronto tra le forme di “prostituzione” nel mondo del lavoro femminile: molte volte, dover pagare il capo per il lavoro con il sesso e far pagare per il sesso è inevitabile e molto popolare tra le colleghe. Non vi è alcuna cesura netta tra la prostituzione  esplicita e altre forme di lavoro, ma piuttosto una continuità.

All’interno dello stesso femminismo non c’è accordo sulla questione, ci sono posizioni contrastanti tra i cosiddetti abolizionisti e quelli che supportano la legalizzazione della prostituzione con proposte diverse, cosa ne pensi di questo dibattito?

Personalmente, sono sfinita dalle dicotomie tipiche del femminismo europeo e che hanno a che fare con una base binaria di pensiero riprodotta in molti campi. Non mi sono mai assegnata a nessuna delle due posizioni. Me ne occupo da quindici anni perché ritengo impossibile parlare di femminismo senza considerare la prostituzione. Né è possibile comprendere il complesso universo delle donne senza avere la prostituzione e la cosiddetta “puttana” come centro di questo universo. Per questo motivo, come Mujeres Creando, abbiamo incoraggiato molti anni fa la creazione della prima organizzazione di prostitute in Bolivia, un’organizzazione che è stata cooptata da organizzazioni internazionali per intraprendere il discorso dei “diritti” per le prostitute. In Bolivia però è diventato un braccio di difesa per protettori. Ecco perché Mujeres Creando ha rotto con loro per ricominciare tutto da capo e da quel percorso di rotture e ripensamenti siamo arrivati ​​alla creazione di un’organizzazione di prostituzione interamente autogestita.

L’intero processo di riflessione non è partito dalla teoria, dalla ricerca di una sorta di prostituzione “corretta”, ma dal dibattito con le persone che la praticano, sempre e solo con loro. OMESPRO è un’organizzazione di donne nella prostituzione che hanno deciso di non fare attivismo pubblico della prostituzione perché non vogliono passare attraverso la gestione dei media, non vogliono testimoniare nulla per la società e non vogliono essere soggetti alle critiche moralistiche delle loro famiglie, del loro entourage, ambienti dei loro figli e delle loro figlie, ecc. In una società come la nostra dove il controllo sociale è così diretto, molte di loro potrebbero persino perdere la propria casa.

Se non state cercandola prostituzione corretta, come dici tu, casa state facendo?

Ciò che abbiamo aperto anni fa nel dibattito sulla prostituzione è qualcosa di nuovo, né abolizionista né regolazionista, è una nostra riflessione autonoma. Nella legge recentemente ottenuta, non indichiamo la prostituzione come lavoro ma come attività economica, questo ci sembra molto interessante. Le nostre prossime lotte avranno a che fare con l’estensione di questa legge ad altri comuni del paese e l’inizio  di un  grande dibattito con quello che chiamiamo “stato magnaccia”, perché vogliamo discutere le relazioni dello Stato con il corpo della puttana.

In Bolivia ci sono quelli che io chiamo i “lebbrosari del 21 ° secolo” che con la scusa della “salute” servono per il controllo delle donne che esercitano la prostituzione, dove vengono controllate solo le loro vagine; non per curarle se sono malate, ma per abilitarle o scartarle al lavoro. Pertanto, l’intero elenco di immaginabili diritti costituzionali viene violato in questi atti e i loro corpi vengono mutilati. Entreremo nei palazzi per discutere di questi problemi e cambiare le cose, ovviamente.

 Tenendo conto del fatto che non esiste uguaglianza sociale, che esiste sfruttamento, non esiste il rischio che queste organizzazioni di donne in situazioni di prostituzione finiscano per essere gestite da protettori, vale a dire che diventano controproducenti?

I magnaccia sono un potere che gestisce grandi capitali e con quei capitali gestiscono segmenti di polizia, immigrazione e collusione con poteri territoriali come i municipi. La lotta contro questi poteri non è né più né meno della lotta in qualsiasi settore del lavoro, come nel caso delle maquiladoras che sono espropriate dal loro lavoro, o come la lotta delle lavoratrici che vendono prodotti per grandi società transnazionali senza un contratto di lavoro, ma con un contratto di debito. Gli esempi sono superflui e mancano alleanze tra di noi. Le regole del gioco per mangiare o non mangiare, per sopravvivere o no, oggi sono state stabilite dal neoliberismo su scala mondiale. Nel caso boliviano, la prostituzione è una forma di sussistenza legittima per le donne come qualsiasi altra. Allo stesso tempo, come in tutte le forme di sussistenza, quando organizzi te stesso e generi condizioni autogestite, costruisci una conoscenza che oggi è essenziale per i femminismi. La conoscenza, la conoscenza della puttana, che solo lei può estrarre nelle sue condizioni di lavoro, è un tesoro. Dovremmo generare spazi per alleanze e complicità con la puttana. Abbiamo migliaia di graffiti a riguardo, ma uno che mi piace molto è: “Abbiamo tutte una faccia da puttana”. Siamo state tutte chiamate “puttane” in contesti diversi e molte di noi sono inseriti in relazioni di prostituzione in senso lato. Per questo motivo, coloro che si prostituiscono e che gestiscono il sesso come merce monetizzabile hanno molto da insegnarci. Non abbiamo un seminario da offrire alle “puttane”, ma loro ne possono offrire uno a noi.

In Spagna, un sindacato, OTRAS, è stato recentemente creato e questo ha provocato un intenso dibattito che si è persino concluso in tribunale. Come dovrebbe essere risolto questo problema?

La discussione intorno al sindacato e la firma del manifesto e tutte le controversie che ha sollevato riflette una visione binaria e una drammatica stagnazione dei femminismi in Spagna. Ma, più grave di così, la sovranità e l’autonomia di ogni donna che si prostituisce per propria decisione non viene rispettata, negando loro il diritto di organizzarsi e, quindi, di esistere e contribuire a un dibattito essenziale. Devi confrontare, ad esempio, la prostituzione con il matrimonio. Sarebbe molto pertinente porsi questa domanda: negheremmo alle casalinghe di organizzarsi perché non sono casalinghe di loro spontanea volontà? Chiaramente, e scusami se ti offendo dicendo questo, vedo un impantanarsi nel dibattito perché risponde a un pensiero binario: sei a favore o sei contrario, e non c’è spazio per approfondire o ripensare qualcosa. Personalmente, penso che il dibattito sull’autogestione nella prostituzione sia un progresso gigantesco. I magnaccia in Bolivia si oppongono alla legge perché in questo momento qualsiasi “dipendente” può rompere con loro e organizzarsi da sola. Non è facile, non è come bere una tazza di latte, ma è una possibilità.

Trovi un parallelismo tra ciò che è accaduto a La Paz e in Spagna? Quali sono le differenze tra i due contesti per coloro che praticano la prostituzione?

Sono contesti molto diversi. Qualcosa che complica definitivamente il problema in Spagna è la natura coloniale della strutturazione dell’universo della prostituzione. Le compagne dell’Africa occupano un posto diverso rispetto alle compagne dell’Est Europa o quelle dell’America Latina in generale. In nessun paese la prostituzione è una e omogenea ci sono molti strati e complessità. Molte di loro sono soggette alla tratta di esseri umani, non come esseri rapiti senza volontà, ma come esseri affamati senza alcuna opportunità. Per loro è più facile entrare in Spagna per mezzo di un reclutatore di prostitute che su una barca cercando un altro lavoro. Ecco perché la discussione sulla prostituzione in Spagna è estremamente urgente e politica. Non è un caso, quindi, che un’altissima percentuale di donne che praticano la prostituzione in Spagna sia “straniera”, come non sono un caso la pressione e le molestie sessuali subite da una lavoratrice che non fa parte della prostituzione: pensiamo alle mietitrici di Huelva violentate dai capi, ma pensiamo alle collaboratrici domestiche o alle assistenti per gli anziani che, in un numero gigantesco, sopportano la pressione o pagano con il sesso “la loro tranquillità” sul lavoro. Se sei preoccupato per la tratta di esseri umani, devi combattere la legge sull’immigrazione e non impedire alle donne che vogliono fare questo lavoro di organizzarsi.

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L’applicazione del “modello nordico” in Francia peggiora la vita di chi vorrebbe “salvare”

L’applicazione del “modello nordico” in Francia peggiora la vita di chi vorrebbe”salvare”

Il rapporto che mostra il fallimento della legge sulla prostituzione.

Di  Dominique Simonnot, da “le Canard Enchainé”  Trad: Intersecta

Richiesto da Matignon (sede del governo francese) e terminato a Dicembre scorso, è appena stato reso pubblico un rapporto di valutazione della legge dell’Aprile 2016 che mira a colpire i clienti delle prostitute.

L’inchiesta, condotta da sei ispettori generali (agli Affari Sociali, alla Giustizia e all’Amministrazione), mostra crudelmente che la legge in esame non è servita a niente.

“Non ha impiegato mezzi sufficienti a raggiungere l’obiettivo minimo”, spiegano gli ispettori, che in 230 pagine e pur utilizzando un linguaggio forbito e neutrale, mettono in evidenza la totale indifferenza del potere politico.

I promulgatori della legge intendevano portare un colpo mortale alla prostituzione di strada e ala tratta. Cosa che non è assolutamente avvenuta. “la legge è stata considerevolmente frenata dall’assenza di volontà politica e dal disinteresse dei poteri pubblici”, e da una “mancanza di mezzi economici”. Solo chiacchiere.

Anzi, come era stato predetto da alcune associazioni e dal Sindacato del lavoro sessuale, la minaccia di pesanti sanzioni ai clienti, 1900 sanzioni del 2019 di cui la metà a Parigi, ha fatto sì “diminuire la prostituzione visibile”, ma solo per spostarla “verso zone più periferiche”, nascoste, isolate e propizie alle aggressioni.

Gli autori del rapporto segnalano l’aumento del peso di Internet sulla prostituzione, senza comuqnue stabilire un legame esplicito di causa effetto con la legge.

Per quanto riguarda i mezzi impiegati dal potere pubblico…

Solo 230 persone, a Giugno 2019, beneficiavano del “percorso di uscita dalla prostituzione” (sic.). Ovvio, vista la complessità delle pratiche per fare domanda e delle condizioni richieste per accedervi, a cominciare dall’interruzione netta del lavoro sessuale. Il tutto con in generosissimo aiuto di ben 330€ al mese…

Una vera corsa a ostacoli, la candidatura a questo percorso: la domanda è accettata o rifiutata in base alla presentazione o meno di un titolo di soggiorno, e secondo il giudizio insindacabile dei singoli dipartimenti.

Se la legge, come dicono gli ispettori, provoca  “delle contrattazioni al ribasso” sui prezzi (perché i clienti invocano come scusa i “rischi” che corrono), al tempo stesso suscita un inquietante aumento dei “rapporti non protetti”.

Ma l’aspetto più terribile che il testo normativo tralascia completamente un fenomeno “in rapida crescita”: la prostituzione di giovan*  student*, e soprattutto dei minori. Gli obiettivi più facili sono i bambini e i ragazzini ospiti delle case di accoglienza per l’infanzia, dove giovani prosseneti li individuano e li raclutano, per consegnarli a dei veri e propri mostri.

Nonostante questa efficacissima legge?