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“Un oggetto nelle mani altrui. Ma mio figlio sta bene”.

“Un oggetto nelle mani altrui. Ma mio figlio sta bene”.

Storie di ordinaria violenza ostetrica nell’Italia di oggi.

di Rossella, per Intersecta.

Sono Rossella, la mamma di Riky.

Vorrei raccontare la mia storia, nella speranza che possa essere di aiuto a qualcuno e soprattutto che possa smuovere le coscienze di chi lavora in ospedale senza metterci un briciolo di umanità.

L’ 8 luglio 2016, mi accorgo di avere le contrazioni. Sono le 23, sistemo mia figlia maggiore da mia madre e vado con mio marito all’ospedale di Foggia per partorire. In macchina ridiamo e scherziamo per stemperare la tensione: gli ultimi momenti spensierati della mia vita, credo.

Arriviamo nell’ambulatorio del ginecologo di turno, mi visita una specializzanda. Durante l’ecografia, chiama il dottore, la vedo preoccupata. Non mi dice niente. Arriva il dottorone di turno e mi fa: “Signora, nessuno le ha detto niente sui ventricoli cerebrali di suo figlio?” (per il lavoro che faccio so perfettamente cosa sono i ventricoli cerebrali, ma lui non sa il lavoro che faccio. Come può pretendere che una donna che sta per partorire risponda a questa domanda?)

“No, dottore. C’è qualcosa che non va?”

“Un ventricolo è grande il doppio dell’altro!” sentenzia. Senza aggiungere altro. Capisco che il bambino ha un idrocefalo e so perfettamente cos’è (sono una logopedista e seguo tanti bambini con questa patologia).

Si allontana, va alla scrivania. Mi rivesto. Mi siedo davanti a lui. Sempre con le contrazioni in corso. Sono sconvolta e muta. Entra mio marito, mi vede in questo stato. “Che succede?” chiede.

“Il bambino ha un ventricolo che è almeno il doppio dell’altro!” dice il dottorone.

“Che significa, dottore?”

“Io non lo so! Potrebbe essere una sindrome, non posso dirlo! Ma è possibile che i miei colleghi che l’hanno visitata non se ne siano accorti?!” (il suo problema era quello!)

No, non se ne erano accorti. Mi stai dando tu questa notizia per primo. E me la stai dando in questo modo disumano. A me che sto avendo le contrazioni e sto per partorire un figlio che a questo punto potrebbe avere una grave malformazione.

Ormai è mezzanotte. Procedono al ricovero. Arriviamo al reparto. L’infermiera dice a mio marito che non può entrare. Le spieghiamo la situazione, ma niente: lui non può entrare! “Se vuole stare con suo marito, dovete stare nel corridoio. Su una panchina”. Le contrazioni si infittiscono, io sulla panchina non ci posso stare! Vado in camera. Piango silenziosamente per non disturbare le due donne che dormivano nei letti accanto. Nel frattempo mio marito piange in macchina.

Nessuno viene a controllarmi. Intorno alle 3.00 vado nella stanza delle ostetriche a chiedere di visitarmi. “Sì, è iniziato il travaglio. Andiamo in sala travaglio”

Nessuno sa (o comunque non sembra sapere) quello che ha visto il ginecologo che mi ha visitato, quello che sto passando. Lo dico all’ostetrica confidando in un barlume di umanità, di conforto. Niente! Mi lasciano lì sola, fino alle 7, quando la chiamo per dire che sentivo che dovevo spingere. A quel punto mi visita e dice: “aspetta! Non spingere! Sta nascendo, dobbiamo andare in sala parto!”

Mi alzo, da sola, per andare in sala parto e mi ritrovo mio figlio fra le gambe! Lo prendo io. Per poco non batte la testa per terra! Mi fa sdraiare di nuovo sul lettino della sala travaglio (non quello ginecologico), taglia il cordone, mi fa vedere il bambino e lo porta via. Poco dopo arriva un’altra ostetrica che mi ricuce dicendo una serie di improperi per il fatto che sono sul lettino da travaglio e lei non può ricucirmi così!

Mi sento un oggetto. Mi sento un errore. Mi sento di dare fastidio!

Mi portano in stanza. Sono tutta sporca di sangue. Nessuna notizia di mio figlio. Sono sotto shock, non capisco niente. Mio marito va a casa a prendere mia madre e mia figlia maggiore. Fra un po’ arriveranno, devo lavarmi, non posso farmi trovare così. Chiamo un’infermiera: “Può aiutarmi a lavarmi? Sta arrivando mia figlia” “Signora, lei ha fatto un parto naturale, si deve alzare da sola!” Non ho la forza di rispondere. Ho solo voglia di piangere. Ma devo lavarmi, devo fingere che sia tutto OK, stanno arrivando mia figlia e mia madre. Non posso farle preoccupare. Allora chiamo mio marito, gli dico di portare la bambina al bar, nel frattempo mia mamma (di 82 anni) mi aiuta a lavarmi. Io e mio marito ci fingiamo tranquilli.

Mi portano il bambino alle 13. Non mi dicono niente. Alle 16 arriva un dottore e finalmente mi dice che succede: sì il bambino ha un idrocefalo. Lo devono ricoverare in neonatologia per capire meglio. Lo ricoverano e con la risonanza magnetica si scopre che ha avuto un ictus in utero, verosimilmente pochi giorni prima del parto. L’idrocefalo è una conseguenza.

La storia continua. Ma quello che volevo testimoniare è la totale mancanza di umanità di tutto il personale medico con cui ho avuto a che fare in quei giorni terribili nel reparto maternità degli Ospedali Riuniti di Foggia.

Scrivo perché non voglio che nessun’altra donna venga trattata come sono stata trattata io. Ho avuto un trauma e scrivere mi fa ancora male, a distanza di quattro anni.

Mio figlio sta bene. Ha una leggera emiparesi, ma è un guerriero.

2 risposte su ““Un oggetto nelle mani altrui. Ma mio figlio sta bene”.”

Ross, i tuoi sorrisi e le tue bollicine e la tua ironia ora valgono il doppio.
Siamo troppo forti!
Ti abbraccio altrettanto forte.

Se tuo figlio oggi è un grande guerriero….lo deve solo ai grandi genitori combattivi che siete voi❤️tu e tuo marito….che fortunatamente avete due personalità molto forti…continuate a combattere sempre, senza mollare mai… perché la vita ci porta davanti a tante sorprese, tanti limiti, talvolta insormontabili…che riusciamo invece a superare con la tenacia, la forza e l’ AMORE di genitori, che vogliono bene ai propri figli oltre ogni limite ❤️❤️❤️❤️

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