Categorie
Articoli

Covid 19 o la necropolitica del confinamento: chi si preoccupa dei corpi trans?

Covid 19 o la necropolitica del confinamento: chi si preoccupa dei corpi trans?

Un’attivista paraguayana spiega come la pandemia rischi di accelerare i processi di cancellazione delle identità e dei corpi trans, e indica delle possibili strade di lotta e resistenza. 

Di Kira Xonorika, per genderit.org       Traduzione: Intersecta

Sebbene l’esistenza formale di leggi e politiche pubbliche progettate per soddisfare le esigenze specifiche dei gruppi sociali storicamente ignorati non è necessariamente un indicatore del progresso sociale (in quanto vi sono dinamiche che ne intaccano la validità, sulla base delle priorità di soggetti biopolitici privilegiati: interessi di parte dei settori egemonici che guidano la produzione di capitale economico) si potrebbe sostenere che la loro inesistenza è, tuttavia, un riflesso diretto dell’assenza dello stato nel fornire una risposta concreta di attenzione basata sul riconoscimento di soggetti politici.

Questa assenza amplifica il divario che limita l’accesso ai diritti economici e sociali. E tutto ciò, inquadrato in un vertiginoso sistema di produzione neoliberista, si traduce nel deterioramento della qualità della vita, nella sua precarietà.

Citando Alejandra Grange, attivista transfemminista di Transitar Paraguay, “potrebbero non ucciderti con un proiettile, ma rimuovono sistematicamente l’accesso a quello che è necessario per vivere”. Questa sistematicità abrasiva si manifesta in modo diverso per ogni persona trans in base alle intersezioni in cui vive, e a tassi più elevati di insicurezza (dovuta a disinteresse istituzionale) per quei corpi che sono stati razzializzati. Come evidenziato da autori afro di molteplici contesti geopolitici, come Angela Davis[1], a seguito di processi coloniali di organizzazione sociale dovuti al razzismo sistemico, questi corpi sono stati soggetti ai margini più estremi, o a una vera e propria reclusione.

È rilevante affermare la validità del concetto di “colonialismo corporale”, in quanto la sua influenza ha consolidato la normalizzazione culturale, istituzionale e politica, escludendo i corpi trans dal comprendere le proprie epistemologie (assenza di corpi trans in istituti di istruzione terziaria statali o privati, impossibilità di completare gli studi) per dichiarare e far valere i loro diritti (assenza corpi trans negli spazi decisionali), ostacolando l’accesso alla possibilità di benessere integrale (impossibilità di formare una famiglia e sviluppare un’affettività alla luce del sole, limitazioni nell’accesso alla casa e alla salute, nella sua ampia accezione).

La disumanizzazione del corpo trans – transfobia – non è altro che la patologizzazione della diversità di genere motivata dall’intolleranza religiosa cattolico-cristiana, la cui genealogia in America del Sud può essere fatta risalire alla colonizzazione da parte dell’Europa dei territori di Abya Yala. Processo attraverso il quale viene installato il binarismo: ruoli di genere e disciplina corporea fondata su un’ideologia genitalista. Il colonialismo necropolitico non ha abbandonato le basi di queste istituzioni. Inoltre, l’impatto di COVID-19 rivela ancor di più l’esistenza del progetto di omogeneizzazione e di estinzione programmata dei corpi mostruosi, e il modo in cui questa gerarchia coloniale dell’umanità ha intensificato i suoi effetti intrecciandosi con le dinamiche attuali.

Il Paraguay è entrato in quarantena obbligatoria per COVID-19 l’11 marzo. Il governo ha decretato che tutti coloro che non svolgono compiti essenziali (lavori legati alle catene alimentari, sia di produzione che di industria, settore farmaceutico, servizi finanziari e settore pubblico) devono rimanere nelle loro case. La limitazione della circolazione negli spazi pubblici ha reso impossibile per oltre il 90% della popolazione trans e travestita lavorare, in particolare chi esercita il sex work. Allo stesso tempo, il controllo della polizia si è intensificato, nella sua ben conosciuta brutalità.

Come misura di emergenza, il governo sta eseguendo un piano nazionale di approvvigionamento di, fornendo un sussidio di emergenza per i lavoratori informali di 500.000 Guarani paraguaiani (68,14 Euro) per l’acquisto di kit alimentari. Tuttavia, questo programma non si rivolge alla popolazione transessuale e transgender, per vari motivi,

In primo luogo perché il Paraguay è uno dei tanti territori in cui non esistono politiche efficaci che proteggano i diritti dei suoi cittadini trans, travestiti o non binari. Non esistono meccanismi di protezione, come una legge sull’identità di genere comprensiva e completa relativa alle molteplicità delle identità, né una legge per proteggere dalle pratiche discriminatorie motivate dall’odio transfobico.

Una legge di identità di genere comprensiva  della molteplicità delle denominazioni di identità, binarie e non binarie, faciliterebbe l’accesso alle procedure burocratiche di qualsiasi natura istituzionale. Qualcosa che oltre ad essere essenziale per accedere a più servizi statali, non rappresenta alcun ostacolo per i cisgender, come invece sostiene l’ideologia dell’identità binaria e genitalista di genere. L’impatto della misgenerizzazione istituzionale (negazione delle identità di genere)  ha ripercussioni dirette sulla salute mentale. La cisgenerità rigorosamente standardizzata è un ostacolo all’accesso ai beni essenziali per la vita.

Un altro ostacolo all’accesso al sussidio è il non riconoscimento del lavoro sessuale stesso, che viene effettuato dalla maggior parte della popolazione transfemminile.

Allo stesso tempo, non è stato svolto alcun lavoro completo per assicurare l’effettivo accesso alle misure di emergenza: i moduli di domanda devono essere compilati online. La maggior parte della popolazione trans non ha però conoscenze informatiche sufficienti, a causa di una pesante discriminazione nell’istruzione, come hanno sottolineato le indagini fatte da gruppi di persone trans come REDLACTRANS.

I recenti avvenimenti hanno accelerato l’uso delle piattaforme online per accedere alle informazioni e facilitare l’interazione a distanza nei mesi successivi alla pandemia. I dispositivi tecnologici, che trarrebbero vantaggio dall’accesso gratuito a Internet, come smartphone e laptop, al giorno d’oggi sono indispensabili. Così come l’uso di carte bancarie e sistemi elettronici di prenotazione e acquisto diventano rilevanti man mano che i servizi igienico-sanitari ne ampliano la portata. Sebbene l’accesso a sistemi e dispositivi tecnologici nei tempi in cui ci incarniamo dovrebbe essere garantito a tutt*, la discriminazione strutturale lo rende un privilegio.

È necessario rispondere urgentemente a questa situazione, perché il cibo è il carburante necessario per la sussistenza. Senza cibo, si deteriora anche la salute mentale dell’individuo. Senza cure sanitarie e igieniche, il corpo affronta seri rischi, soprattutto in questo contesto emergenziale. Questa precarità assoluta, causata dall’esclusione sistematica, è ora un’arma per il genocidio dei corpi trans. A causa della mancanza di fondi di aiuto specifici e disponibili per questo settore in Paraguay, al momento coloro che si stanno mobilitando per sostenere la vita sono solo le organizzazioni trans-attiviste, che mitigano l’impatto della crisi economica generata dalle restrizioni alla circolazione, grazie alle donazioni private.

Il mutuo aiuto come strategia di emergenza ha preso un posto fondamentale contro la necropolitica del confinamento, seppure con risorse limitate e ostacoli di tutti i tipi. Ciò, tuttavia, è insufficiente in quanto la quarantena è stata finora lunga e dura. Va notato che il governo paraguaiano sta valutando la possibilità di rendere gradualmente più flessibile il periodo di confinamento, adottando misure per evitare assembramenti, e dando la priorità, ovviamente, alle ore e agli spazi che compongono il flusso economico della sua popolazione di cisgender. Le presone trans non esistono.

Non è chiaro quale sarà l’effetto sui i corpi trans del dispiegamento di questa flessibilità, ed è essenziale qui menzionare le relazioni tese preesistenti con la polizia, che ha anche agenti militarizzati che hanno precedentemente esercitato abusi di potere e che non sono quasi mai sanzionati.

C’è quindi una possibilità di creare un equilibrio che storicamente non è mai esistito? Come ha scritto Mauro Cabral, un attivista transessuale e intersessuale, sulla resistenza che i corpi cis mettevano in atto prima degli insistenti reclami dei corpi trans, le necessità sono le stesse, la transfobia è la stessa. Un mondo post-COVID-19 dovrebbe dare la priorità ai corpi trans, travestiti e non binari, in un orientamento di comunità transfemminista. Coloro che hanno una posizione di privilegio anche nel contestare la politica istituzionale sono gli stessi che hanno ereditato colonialmente i privilegi che oggi consentono loro di accedere al lavoro, cioè i corpi cisgender.

La richiesta di ridistribuzione attiva e pratica di quei privilegi ereditati dalla colonialità è rivolta a chi, cisgender, legge questo articolo: la pratica transfemminista trascende i limiti intrinseci del discorso e si materializza in solidarietà, che può tradursi, anche se non solo, nel riconoscere l’impatto e il contributo delle persone trans nelle economie comunitarie.

L’importanza di una specifica quota trans per i posti di lavoro è ora più urgente che mai, come è  necessario aggiornare le tecniche e le metodologie di formazione che possono essere sviluppate a distanza in modo che ciò possa diventare realtà: è necessario facilitare le condizioni di accesso e rendere disponibili le risorse, diventare agenti attivi dei necessari cambiamenti culturali, per tracciare una cronologia anti-necropolitica che smantella le tracce dell’asimmetria storica e sistemica.

Per la formazione a distanza sono necessarie anche le borse di studio mirate, pratica positiva che promuove un impatto per il mantenimento di queste persone, offre loro una concreta possibilità di vita, generando condizioni per lo sviluppo di abilità e capacità.

Ed è essenziale qui menzionare che coloro che non smantellano attivamente le tracce della necropolitica con le loro pratiche quotidiane, stanno attivamente contribuendo al perpetuarsi di  narrative di precarietà sistemica e sopravvivenza stentata. Le persone trans meritano di più e meglio; le persone cisgender devono assumersi la responsabilità di promuovere e investire in talenti trans, come pratica di ridistribuzione che costruisce relazioni collettive.

Devono essere tessute delle reti di costruzione di priorità biopolitiche; l’affettività quotidiana con i corpi deve diventare consapevole. Conosci persone trans? Prima della crisi pandemiche hai avuto contatti con loro. Cosa puoi fare oggi per dare cura e importanza al corpo trans più vicino a te? L’impatto dell’abbandono biopolitico è combattuto con il riconoscimento, qui e ora, dell’urgenza delle cure e delle relazioni affettive.

[1] Davis, A. (2000). Prison-industrial-complex. Place of publication not identified: Ak Press.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *