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La crisi e poi il virus, ora chi può fugge dalla Tunisia

La crisi e poi il virus, ora chi può fugge dalla Tunisia.

Come le chiusure dell’Italia e dell’Europa alle migrazioni legali costringono famiglie intere a rischiare la vita, sullo sfondo di una Tunisia sconvolta da ripetute crisi economiche.

Vincenzo Nigro, per la Repubblica 

TUNISI. Partono le donne, partono i bambini, partono le famiglie intere. Non solo i giovani, non solo i migranti africani, i sub-sahariani trasferiti qui dai trafficanti, oppure quelli arrivati da soli, per lavorare in questo paese arabo ospitale e amichevole. Partono i tunisini che sono rientrati dalla guerra in Libia, che hanno resistito mesi e mesi, che hanno perso il lavoro e la dignità, che alla fine sono fuggiti a migliaia, per rientrare in Tunisia. Senza pane non possono sopravvivere. Gente dura, martoriata in Libia da padroni e miliziani che su loro sfogavano le sofferenze della guerra che loro stessi pativano.

Tutti ripartono o si preparano a farlo. Affollano barche, barconi, pescherecci, da Sfax, Zarzis, Biserta, dalle isole Kerkenna, da Kilibia, Monastir, Sidi Mansour. Non si imbarcano direttamente nei porti: lì la polizia tunisina controlla ancora con attenzione. Ma dalle spiagge, dalle darsene di tutta la lunga costa tunisina, dove magari i poliziotti che hanno famiglia anche loro accettano pochi dinari in cambio di tolleranza. Arrivano non solo a Lampedusa, ma direttamente nella Sicilia “continentale”. Tanti, la maggioranza, scelgono di partire da Sfax, che è più lontana dall’Italia, ma è lontana anche da Tunisi, lo Stato e la polizia sono meno presenti, ci si può imbarcare più liberamente.

Tunisi è vuota e triste alla vigilia dei tre giorni di festa dell’Eid Al Adha, il “natale” islamico, la festa in cui si sacrifica il montone. File e stress per le famiglie che rientrano all’aeroporto, per il resto calma. Le analisi dicono che il numero delle famiglie che possono permettersi non un montone da sacrificare ma anche soltanto la carne sono crollate.
L’incrocio fra crisi politica ed economica del Paese era prevedibile, ed è stato previsto. Lorenzo Fanara, il giovane ambasciatore d’Italia, aveva allertato Roma da tempo. E bisogna dire che la politica italiana aveva anche risposto: nel governo Lega-5Stelle l’unica missione comune all’estero fatta da Conte, Di Maio e Salvini è stata proprio un viaggio a Tunisi. Per provare a tamponare la crisi, ma prima della botta del coronavirus.

Dice un diplomatico che ha memoria: “Qualcuno fa il paragone con la crisi migratoria, con l’Albania del 1991. Ci sono due differenze: quella crisi esplose improvvisa, quando i cittadini albanesi capirono prima che potevano fuggire dal Paese entrando dei compound delle ambasciate e poi si precipitarono sull’Adriatico, attraversandolo su ogni nave o barca disponibile. Ma appunto, quello era un popolo in fuga da una dittatura, e l’esplosione fu imprevista. Qui c’è una migrazione economica prevista da tempo, che si affianca a quella dai paesi africani sub-sahariani, che potrebbe durare molto più a lungo”.

Altro elemento: la Tunisia non è una nuova rotta per le migrazioni dall’Africa sub-sahariana. È un altro scenario, un altro Paese, la Tunisia appunto, che emigra. “La crisi economica portata dal coronavirus è stata il detonatore, la lunga depressione economica ha provocato inevitabile la nuova spinta all’emigrazione”, dice adesso l’ambasciatore Fanara: “Dal 2011 al 2020 la crescita economica è stata zero, nulla. Ma la popolazione è aumentata di un milione di persone. Per cui di fatto c’è stata una regressione del 10% della ricchezza del paese”.

Pochi giorni fa a Tunisi è arrivata la ministra dell’Interno Lamorgese: ha trovato un governo dimissionario, ha potuto fare riferimento di fatto al solo presidente della Repubblica Kais Saied. I tunisini chiedono all’Italia manutenzione delle 6 motovedette donate, addestramento delle forze di sicurezza, nuovi radar. Roma vorrebbe avere un aumento della quota settimanale di rimpatri di cittadini tunisini. Ma senza governo (il premier è dimissionario) e di fronte a una crisi economica così poderosa a cosa potranno servire altre motovedette?

Sami Ben Abdelaali, giovane deputato di un partito indipendente, “Il Futuro”, mette in fila i fattori che portano all’emigrazione: “Il coronavirus qui è stato mortale per decine, centinaia di aziende, di commerci familiari, anche di piccole e medie imprese. Hanno chiuso tutti, e nel paese non c’è cassa integrazione. Secondo elemento, il ritorno in Libia di migliaia di lavoratori, tunisini che rientrano in un mercato del lavoro già in crisi. Terzo, l’incapacità della politica di dare ancora risposte, di offrire soluzioni”.

Chiediamo: molti iniziano a dubitare della democrazia in Tunisia: crede che i suoi concittadini davvero possano rimpiangere la dittatura? “No, io credo che ci sia fiducia ancora, che tutti abbiano capito che questo è l’unico percorso possibile. Ma senza un aiuto, un sostegno vero da Paesi amici come Italia e Francia innanzitutto le nostre sofferenze saranno ancora lunghe”. E semplicemente la lista di chi la notte sarà pronto a imbarcarsi per la Sicilia continuerà ad allungarsi.

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