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Genere e potere di governo – L’indagine del collettivo Roar

Genere e potere di governo – L’indagine del collettivo Roar

da roarmag.org   Traduzione di Unoka Öcs per Intersecta

Prima parte

La pandemia COVID-19 ha messo in luce i ruoli essenziali che il lavoro di cura e il lavoro riproduttivo svolgono nelle nostre società. Ma porterà alla liberazione di genere?

Introduzione

ROAR Collective

La pandemia COVID-19 ha esacerbato quasi ogni tipo di ingiustizia sociale. Nel nord del mondo, ha ucciso in modo sproporzionato persone povere, indigene e di colore. Le donne della classe lavoratrice, e in particolare le donne di colore, non solo sono più a rischio di contrarre il COVID-19 e di morire a causa di esso, ma sono anche sovrarappresentate in ruoli di lavoro di cura essenziali tra cui infermieristica, assistenza agli anziani, assistenza all’infanzia, servizio di ristorazione e il duro e faticoso lavoro domestico. Il confinamento in casa ha reso doppio il fardello del lavoro domestico quotidiano in una situazione insostenibile anche per le donne bianche e relativamente benestanti.

Allo stesso tempo, la crisi sociale del COVID-19 ha messo in luce i modi in cui gli operatori sanitari – sia pagati che non pagati – ci mantengono in vita. Il lavoro di cura, ovviamente, è relegato in modo schiacciante alle donne, che sono percepite come “naturalmente” nutrienti, amorevoli e gentili. Le femministe hanno sempre sollevato questioni di vita o di morte. La pandemia ha ispirato e rafforzato movimenti sociali che mettono gli operatori sanitari in una posizione di leva morale e materiale per attuare il cambiamento. Per la seconda puntata della serie ROAR Roundtable, ho posto la seguente domanda a un gruppo di attivisti e studiosi:

In che modo COVID-19 ha influenzato le lotte specifiche per la liberazione delle donne e le lotte per trasformare il lavoro riproduttivo in tutto il mondo?

In retrospettiva, avremmo dovuto porre la domanda al contrario: cosa deve fare il femminismo per contribuire alla lotta contro la COVID-19? In effetti, ogni intervistato ha, a modo suo, risposto proprio a questa domanda. Con il cambiamento climatico, l’incarcerazione di massa, l’intensificarsi della violenza di Stato, il controllo del movimento delle persone attraverso i confini, il ventunesimo secolo sta diventando un secolo biopolitico. Dati gli atteggiamenti in rapida evoluzione verso il lavoro di cura e il lavoro riproduttivo mentre la nostra società globalizzata combatte il COVID-19, potrebbe finalmente essere il momento di riconoscere la liberazione di genere come un risultato pratico e necessario.

IL POTERE TRASFORMATIVO DELLA FEMMINILIZZAZIONE DELLA POLITICA

Eva Abril, Catalogna.

COVID-19 ha brutalmente dimostrato quello che noi [a Barcelona en Comú] diciamo a Barcellona negli ultimi cinque anni: che dobbiamo mettere la vita al centro della politica municipale. Quelli che erano vulnerabili prima della pandemia – quelli a basso reddito, in lavori precari, con malattie e disabilità, gli anziani o quelli con reti di sostegno deboli – lo sono ora ancora di più.

Da una prospettiva femminista, il coronavirus avrà gravi conseguenze non solo per le donne, ma per tutti coloro che non si adattano al modello egemonico dell’uomo ricco, bianco ed eterosessuale. Più ci si discosta da questo profilo egemonico, più si subiranno gli impatti sanitari, sociali ed economici del COVID-19. Le disuguaglianze razziali, la povertà, lo stato di immigrazione, la cultura e la diversità sessuale-affettiva sono tutti fattori intersezionali che accumulano e aggravano le disuguaglianze di genere nei nostri quartieri.

Il lavoro di cura è sempre stato un compito femminilizzato, e quindi socialmente sottovalutato e sottopagato. Nel contesto del COVID-19, il lavoro in prima linea è diventato ancora più pericoloso e indesiderabile, il che significa che coloro che lo fanno tendono ad essere le donne più precarie e vulnerabili, spesso donne migranti o genitori single. Allo stesso modo, le lavoratrici del sesso hanno visto i loro redditi prosciugarsi dall’oggi al domani.

Un altro aspetto importante è il doppio fardello affrontato a casa dalle donne con responsabilità di assistenza, sia per i bambini che per altre persone a carico. In Spagna, abbiamo visto donne impegnate nel lavoro di assistenza durante il giorno e telelavoro la mattina presto, raddoppiando il loro orario di lavoro per fare tutto. Coloro che hanno partner maschi hanno visto questi ultimi offrirsi volontari per andare al supermercato per la prima volta, in un contesto in cui questo era uno dei pochi motivi per uscire legalmente di casa.

Tutto questo si svolge quando i venti politici reazionari stanno soffiando in tutto il mondo. Grazie al malcontento sociale e alla povertà cronica, politici come Trump, Orbán e Bolsonaro sono emersi in un modo che assomiglia agli sviluppi del periodo tra le due guerre, che alla fine portarono all’ascesa del fascismo. I movimenti fascisti si nutrono di una visione romanzata di un passato inesistente, promettendo un ritorno a un “ordine naturale” che criminalizza la differenza sociale e la dissidenza politica. Promettono un ritorno a un tempo in cui le donne erano confinate nella sfera domestica.

Ecco perché il potere trasformativo della femminilizzazione della politica è così importante. Misure come fornire supporto per la salute mentale, investire nella cura dei bambini e garantire la sicurezza alimentare implicitamente valorizzano il lavoro di cura che sostiene la vita stessa. E solo la cura e l’amore, nel senso più ampio e universale di questi termini, possono vincere l’odio.

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L’Algeria silura i suoi giornalisti migliori.

L’Algeria silura i suoi giornalisti migliori.

Parlare degli scandali e dei conflitti di interessi è la maniera più comoda per finire in carcere.

Sorj Chalandon per Le Canard Enchainé  Traduzione: Intersecta

“Non abbiamo fatto niente di male, abbiamo scritto degli articoli e continueremo a farlo”.
Questa semplice frase, che ben illustra lo stato d’animo dei giornalisti algerini indipendenti minacciari dalla censura, era stata pronunciata da Abdou Semmar, caporedattore di Algeriepart, quando uscì di prigione nel 2018. Semmar è un giornalista d’inchiesta che ha scritto molti articoli su scandali legati alla corruzione degli oligarchi e sull’influenza dei salafiti stranieri in Algeria, diventando presto il nemico da abbattere sia per il regime che per gli islamisti, una volta tanto concordi su qualcosa.
Appena uscito dal carcere, ha approfittato della libertà provvisoria per lasciare clandestinamente il suo paese e e rifugiarsi in Francia.
Il 10 Agosto, come avvertimento amichevole a tutti gli Abdou Semmar rimasti in Algeria, il giornalista Khaled Drarmi, del sito Casbah Tribune, corrispondente da Algeri per le tv francese e svizzera, è stato condannato a tre anni di carcere senza condizionale per avere realizzato dei reportage sul movimento di contestazione pacifica Hirak, che da più di un anno procura parecchi grattacapi al governo algerino.
Ma, come molti altri giornalisti algerini, Semmar non si fa intimidire dalle minacce né dall’esilio. Un buon esempio del suo lavoro è la sua ultima inchiesta sulle strane manovre del nuovo ministro algerino dei Trasporti, Lazhar Hani, che mescola allegramente interessi pubblici, privati e familiari.
Come raccontato da Algeriepart, grazie ai suoi giornalisti che lavorano sul terreno coperti da pseudonimi e e messaggerie cifrate, Hani, 72 anni, ha fatto carriera per anni nel settore del trasporto marittimo.
Nominato al vertice della Compagnia Nazionale Algerina alcuni anni fa, inizia un partenariato con la compagnia francese CMA CGM.
Per 13 anni è il capo e azionista al 20% della filiale algerina della compagnia francese, e si dà alla pazza gioia, affittando tramite la compagnia dei terreni di cui diventa proprietario attraverso prestanomi, organizzando partenariati con compagne di subappalti gestite da sua moglie, e così via.
Fino a quando nel 2013 la casa madre si stufa del giochino. La giustizia francese accusa Hani di appropriazione fraudolenta di fondi pubblici e abuso di beni sociali, ordina il blocco dei suoi conti francesi e il sequestro di numerosi beni immobili a Parigi, prima che un accordo collegiale metta fine al processo nel 2014.
Ed ecco che il 23 Giugno del 2020, malgrado questo bilancio passivo o forse proprio grazie a esso, Lazhar Hani, che continua a gestire imprese marittime, è nominato ministro dei Trasporti della Repubblica Algerina. Conflitto di interessi? Ma no!
“Ho preso all’indomani della mia nomina tutte le misure necessarie per conformare la mia posizione alla legge”, dichiara il neo ministro al quotidiano El Watan. Ma, secondo Algeriepart, grazie a un governo molto comprensivo, già tre giorni dopo aver preso funzione il signor ministro, proprietario anche di molteplici appartamenti all’estero non dichiarati, ha “preso le misure necessarie” trasferendo tutti i suoi contratti di gestione di imprese e di rappresentanza commerciale alle sue due figlie. Una delle due figliole casualmente rappresenta diversi armatori stranieri, come lo svizzero Militzer and Munch, che curiosamente è riuscito in poco tempo a farsi strada nel mercato algerino, solitamente chiuso e impermeabile all’esterno.
I generali algerini non si stancano mai di ripeterlo, i giornalisti indipendenti sono davvero una brutta razza.

 

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Giustizia per Ka Randy.

Giustizia per Ka Randy.

Vita e morte di un sindacalista contadino nelle Filippine di Duterte.

a cura di Intersecta

“La BAYAN-Canada condanna l’omicidio spietato del militante pacifista e organizzatore contadino Randall Ka Randy Echanis e di  Louie Tagapia, un suo coinquilino. Chiediamo giustizia rapida per Ka Randye e per tutte le vittime di esecuzioni extragiudiziali”, si legge sul sito canadese dell’Alleanza delle organizzazioni progressiste filippine.

Il 10 agosto Ka Randy, che era sottoposto a cure mediche nella sua residenza di Quezon City, è stato brutalmente ucciso dalla polizia nazionale filippina o da uomini a essa collegati. Ka Randy era il segretario generale nazionale del Kilusang Magbubukid ng Pilipinas (Movimento contadino delle Filippine). Era noto per le sue battaglie per delle riforme sostanziali nel settore agricolo e per il suo impegno per attuare il Genuine Agrarian Reform Bill (una riforma agraria mai compiuta nel settore della coltivazione e vendita del riso)

“La morte di Ka Randy non è stata vana” continua il comunicato della Bayan, “e il suo omicidio lo ha reso solo un martire,  una linfa vitale nelle vene della società filippina. Era tutt’uno con i movimenti di base che ci ricordano costantemente l’importanza di collegare la rivoluzione agraria alle lotte antifasciste e antimperialiste. È caduto nelle mani delle forze statali perché ha intrapreso i passi fruttuosi per spingere verso una vera riforma agraria e un serio e  equo progetto di industrializzazione nazionale per rompere tutte le forme di sfruttamento, oppressione e violenza strutturale. Il nome di Ka Randy è ora nel pantheon degli innumerevoli difensori della terra e dei diritti che hanno dedicato la propria vita a perseguire una pace giusta e duratura nelle Filippine. La BAYAN-Canada onora la loro memoria continuando a lottare coraggiosamente per porre fine alla tirannia e al terrore del regime USA-Duterte e per far avanzare il movimento di massa per la democrazia nazionale con una prospettiva socialista”.

La polizia filippina ha tentato inizialmente di mascherare il movente politico del delitto, nonché il coinvolgimento di forze paramilitari (molto diffuse nel paese, e utilizzate dal presidente Duterte per la “lotta alla droga”; in pratica mercenari armati con licenza di uccidere e il compito di neutralizzare qualunque opposizione), dichiarando che non c’era stata effrazione, che le vittime avevano fatto entrare a casa i loro carnefici, e che il vero obiettivo fosse Louie Tagapia, che in passato ha avuto condanne per droga. Sarebbe stato insomma un regolamento di conti fra bande di narcotrafficanti e Ka Randy ci sarebbe finito in mezzo per caso.  Naturalmente non esiste nessuna prova convincente per questa ricostruzione, che non convince il mondo sindacale e i partiti di opposizione.

Il  presidente del National Union of Peoples Lawyers, Edre Olalia, ha infatti chiesto che l’indagine sia guidata da un’agenzia imparziale, e ha dichiarato che la polizia ha ostacolato l’indagine ritardando di 3 giorni il rilascio del corpo di Echanis.

Il portavoce del partito Anakpawis, una lista di sinistra vicina ai sindacati, giovedì ha smentito ufficialmente la polizia, dichiarando che c’era un chiaro segno di effrazione nell’appartamento del leader contadino assassinato Randall “Ka Randy” Echanis all’interno dell’appartamento, e mostrando sul suo account Twitter una foto della porta sfondata e della catena di sicurezza divelta.

Il 12 Agosto inoltre degli agenti di polizia hanno interrotto i funerali religiosi di Ka Randy, che stavano avendo luogo davanti alla agenzia di pompe funebri in cui erano custodite le spoglie.

Le persone presenti hanno dichiarato che la polizia ha costretto a tenere, ufficialmente per ragioni di sicurezza, una breve “preghiera di solidarietà” al posto della messa inizialmente autorizzata.

 

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Vergognati tu, lasciaci in pace!

Vergognati tu, lasciaci in pace!

I diritti LGBTI in Libano.

trascrizione di un servizio di Radio Radicale dal Libano.

Genwa Samhat insieme ad altri due attivisti.

Gira da tempo un video girato a Beirut, nel quartiere centrale di Marmikhal, un quartiere pieno di bar e di locali. Due ragazze sono sedute a un tavolino all’esterno, e si tengono per mano. Me interviene un passante.
“Non vi vergognate?”, urla loro l’uomo? “Vergognati tu”, rispondono le ragazze, “lasciaci in pace”. Il video dura alcuni minuti, altri passanti intervengono. Molti a difesa delle ragazze, qualcuno invece a dare supporto all’uomo che le accusa. I tre, le due ragazze l’uomo che le accusava, sono in realtà tre attori, anzi tre attivisti; una telecamera nascosta li sta riprendendo da lontano, per filmare le reazioni dei pasanti. Si tratta di una esperimento sociale realizzato dalla Ong libanese Helem.
“Vedendo il video si nota come molte persone intervengano anche in difesa delle ragazze”, chiediamo a Genwa Samhat, fondatrice di Helem, “era quello che vi aspettavate?”
“Sì, anche se in realtà ci aspettavamo più reazioni omofobiche di quelle che in realtà ci sono state, perché in quella strada è successo che diverse persone trans siano state picchiate, anche se molte persone non lo sanno. E questo succede perché c’è molto classismo nell’intendere i diritti umani e la libertà di espressione in Libano. Cioè molte persone pensano che se una coppia gay in un bar o in una certa strada non ha problemi, allora vuol dire che non ci sono problemi in generale. Invece non è così, e lo dimostra il fatto che se una donna trans, magari di una classe sociale diversa, più povera, passa nella stessa strada, può essere attaccata”.
“Nella stessa strada?”
“Sì sì, nella stessa strada, lo sappiamo abbiamo i dati”.
Helem è nato nel 1998 come un movimento underground.
“Essere una donna” dice Genwa, “significa appartenere a una categoria svantaggiata, in qualunque parte del mondo. Essere una donna in Medio Oriente significa sicuramente far parte di una categoria svantaggiata.Essere una donna Queer, o comunque che tiene alla sua libertà, ti rende ancora più discriminata. Mi sono sentita in qualche modo una vittima del sistema, e il modo migliore per reagire credo che sia attivarsi e agire seguendo una strategia, anziché sentirsi semplicemente depressi.Sono un’attivista da quando avevo 16 anni e stavo nel sud del Libano, perché è da lì che vengo”.
Oggi Genwa ha 31 anni, ed è una delle anime di Helem. Helem, una parola che in arabo significa “sogno”, è nato come un movimento underground per i diritti LGBT+, alla fine degli anni ’90.
“Nel 2004 abbiamo costituito una ONG, o meglio abbiamo presentato tutti i documenti necessari per la registrazione al ministero degli Interni, ma da allora non li abbiamo più sentiti, non abbiamo più saputo nulla. Hanno pensato che intralciarci a questo modo avrebbe compromesso la sostenibilità del progetto, ma eccoci, siamo ancora qui con i nostri progetti e con uno spazio di incontro sicuro”
Helem ha infatti aperto uno spazio di incontro per persone e attivisti, LGBT+ e non solo, uno spazio protetto per confrontarsi sui temi dei diritti o anche solo per incontrare altri attivisti o membri della comunità. Helem lavora poi per informare l’opinione pubblica attraverso i social e non solo.
“Uno degli obiettivi dei nostri esperimenti sociali, come quel video, è mostrare che nemmeno una singola strada di Beirut riflette la realtà della capitale nella sua interezza.Le reazioni delle persone cambiano da un quartiere all’altro; a Marmikhal è diverso da Hamra, ed è diverso da Batar, e stiamo parlando dei tre quartieri più sicuri per le persone LGBT+”.
In Libano l’art. 534 del codice penale vieta l’omosessualità e punisce qualunque “atto sessuale contro natura”, con pene fino a un anno di prigione, ed è proprio questo articolo che viene spesso usato anche contro gli attivisti. Nel 2017 però un gioudice ha stabilito, nell’ambito di un processo, che l’omosessualità è una scelta personale, e che quindi non può essere punita per legge. Un fatto che si era già verificato nel 2009 e nel 2014, mentre nel 2016 un’altra corte ha autorizzato una persona trans a cambiare legalmente il proprio sesso sui documenti.
Bassam Khawaja, di Human Rights Watch dice: “Questo articolo del codice penale è stato usato genericamente per perseguire persone sospette di essere gay, ci fossero gli elementi o no. Queste quattro sentenze mostrano che ci sono dei processi, ma il Libano non ha un sistema di diritto consuetudinario, quindi queste sentenze non costituiscono dei precedenti che cancellano di fatto gli effetti della legge, sono semplicemente dei segnali positivi nell’abito di una soluzione complessa. In realtà questo articolo viene applicato tenendo in detenzione per un paio di giorni le persone sospettate di essere gay, poi vengono rilasciate, ma il problema è un altro”.
Mahdy Charafeddin è responsabile dei progetti di AFE, l’Arab foundation for freedom and equality, un’altra organizzazione libanese che si batte per i diritti civili; è un attivista dal 2005 e fino a poco tempo fa faceva parte anche di Helem. Ci racconta: “Il problema è che se io sono gay e subisco minacce o vengo picchiato, non posso rivolgermi alla polizia per far rispettare i miei diritti, perché il colpevole sono io. Mi domanderebbero perché è successo, e alla fine metterebbero in prigione me. Quindi il problema è che questo articolo non solo permette la detenzione delle persone gay, ma protegge chi le attacca, protegge chi ci vuole minacciare”.
AFE ha condotto da poco una ricerca per sondare l’opinione pubblica libanese rispetto alle persone LGBT+ e ai loro diritti, una ricerca che è stata condotta su tutto il territorio libanese e non solo a Beirut, e per realizzarla si è rivolta a IPSOS, per avere la garanzia dell’oggettività e della validità statistica dei risultati.
“Quello che è emerso”, dice ancora Charafeddin, “è che molti libanesi sono contrari all’omosessualità, ma sono anche contrari all’arresto delle persone LGBT+. Semplicemente non vogliono essere loro amici, non le accettano, ma non pensano che il carcere sia la soluzione e sono cosci del fatto che una persona non possa cambiare il proprio orientamento sessuale, ma non vogliono ucciderci, né chiuderci in prigione.Circa il 70% dei libanesi è d’accordo su questo. Questi risultati non mi hanno sorpreso, ma molti dei miei colleghi si sono stupiti. In generale comunque pensavamo che fosse peggio. Per questo penso che dovremmo usare questi risultati per chiedere al parlamento di cambiare la legge, perché l’opinione pubblica non è quella che i politici ci raccontano”.
A metà Maggio a Beirut doveva tenersi, nell’ambito delle iniziative per la giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia, anche il Pride, una serie di eventi culturali e spettacoli legati al tema. A uno degli eventi inaugurali si sono però presentati degli agenti di sicurezza, e alla fine gli organizzatori hanno deciso di sospendere gli eventi in programma, anche dopo l’arresto per alcuni giorni dell’organizzatore, Ani Damien.
Bassam Khawaja in merito ci dice: “E’ importante innanzitutto sottolineare che al di là del Pride da molti anni ci sono in Libano diverse attività in occasione della giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia, quindi il Pride non è così rappresentatico dell’attivismo LGBT+ nel paese, ed è arrivato dopo in ordine di tempo. In ogni caso sì, anche quest’anno ci sono state pressioni delle autorità contro il Pride, per cui alla vigilia dell’inizio della programmazione alcuni poliziotti si sono presentati all’evento, hanno arrestato l’organizzatore e l’hanno tenuto in custodia per la notte. Lo hanno praticamente obbligato a cancellare l’evento, e se non l’avesse fatto sarebbe stato perseguito penalmente, secondo le leggi”.
Gli eventi in programma si sono comunque tenuti, ma con delle conseguenza, come ci spiega Genwa Samhat: “Questo incidente ci si è ritorto contro, perché l’opinione pubblica ha avuto l’impressione che tutto il movimento LGBT+ si fosse tirato indietro, quando in realtà due giorni dopo gli arresti noi abbiamo comunque tenuto le conferenze che avevamo in programma, anche se ci era stato sconsigliato. Abbiamo tenuto una conferenza pubblica, e le persone hanno partecipato. L’opinione pubblica tende a confondere le cose, e questa è l’ultima cosa che vogliamo che accada, soprattutto in Medio Oriente. Non vogliamo che si pensi che ci siamo tirati indietro di fronte alle minacce, o perché qualche attivista è stato arrestato. Anche se avessero arrestato me, e fossi stata ancora in detenzione, avremmo continuato con le attività in programma, perché questo è l’attivismo, ed è solo così che possiamo diventare più forti. E’ così che gli attivisti per i diritti umani devono reagire di fronte alle autorità e al potere, e quando le autorità abusano del potere è questo che fai, sostieni il confronto, non cedi a compromessi”.
Ad Aprile Human Right Watch ha pubblicato un report dal titolo “Audacity in adversity”, dedicato all’attivismo LGBT+ in Medio Oriente e nord Africa, e insieme ad AFE ha avviato una campagna con una serie di testimonianze video di attivisti da tutta la regione. Si chiama “no Longer Alone”, “Non più soli”.
Ce ne parla Neela Ghoshal, che ha curato questo report per HRW.
“Il report vuole mostrare che ci sono molte sfide in atto nell’attivismo LGBT+ in Medio Oriente e nord Africa, ma anche che gli attivisti stanno rispondendo a queste sfide con molta creatività e resilienza. Quello che ci ha spinto a questa scelta sono state le conversazioni che abbiamo avuto con gli attivisti stessi, già da quando abbiamo pensato a proporre una ricerca su questo tema nell’aria, e loro ci hanno detto che quello che credevano sarebbe stato davvero utile era non tanto mostrarsi come vittime, ma piuttosto essere presentati dai media anche come agenti del cambiamento. Molti hanno detto di percepire una copertura mediatica, per quello che riguarda il MEdio Oriente, sempre negativa; inoltre alcuni attivisti con cui abbiamo parlato si sono anche lamentati di quella che è nota come “la mentalità del salvatore bianco”, ossia che l’unico modo di arrivare al cambiamento sia aspettare che l’uomo bianco venga a salvarli, o che li ospiti come rifugiati. Certo, alcune persone sono costrette a lasciare il loro paese, ma altre restano e vogliono che si sappia che continuano a lavorare nel loro paese, fscendo pressione sul proprio governo e hanno bisogno di supporto per questo tipo di lavoro. Credo che una delle cose più importanti sia innanzitutto capire che cosa è l’attivismo, bisogna conoscerlo molto bene. Per fare un esempio, se io volessi fare l’attivista per i diritti LGBT+ in Egitto fallirei, senza dubbio, anche se l’Egitto appartiene alla stessa area geografica. Se volessi fare lo stesso lavoro in Giordania fallirei, senza dubbio, e stiamo parlando di un paese che è appena oltre il confine, perché non ho una conoscenza abbastanza profonda del contesto e della situazione. Certo, potrei andare e imparare qualcosa, ma non potrei condurre nessuna campanga. E’ così che funziona dappertutto edè per questo, soprattutto, che per quanto riguarda i diritti LGBT+ non accettiamo consulenze tecniche dal di fuori del Medio Oriente, perché semplicemente i consulenti esterni non possono capire. Mi ricordo una volta per esempio, che un attivista europeo era venuto qui da noi e ci ha raccontato che in Ghana avevano fatto una campagna per i diritti LGBT+, e che secondo lui avremmo dovuto fare la stessa cosa qui. Però i paesi Africani e il Medio Oriente non hanno proprio niente in comune per quanto riguarda l’approccio alla sessualità, sono culture completamente diverse, valori completamente diversi. In fondo per noi p stato divertente, ci ha fatto ridere, e lui non capiva perché ridessimo. Altre volte ci è capitato di sentirci chiedere da ricercatori o giornalisti occidentali perché non ci sforzassimo di trovare modi per spingere le persone gay a fare coming out con i propri familiari, e questo da parte loro significa avere zero comprensione della cultura di qui, e delle complessità delle questioni che entrano in gioco quando qui si parla di sessualità e di libertà di espressione”.
Il cosiddetto coming out, cioè il dichiararsi apertamente omosessuali, è una questione dibattuta anche a livello teorico oltre che pratico, e sulla quale sia Genwa Samhat che Mahdy Charafeddin ci dicono che non c’è unità di vedute, soprattutto con i movimenti dell’altro lato del Mediterraneo.
“E’ raro”, dice Genwa, “per le persone di qui fare completamente coming out, è una decisione molto coraggiosa ma anche molto rischiosa, e sono certa che su questo Mahdy ti potrà dire di più. Se fai coming out e non vieni accettato, puoi mettere a repentaglio persino la tua vita, e essere costretto a lasciare il paese. Io penso che persone che vivono in paesi dove fare coming out è più semplice, perché è solo una questione di tempo, siano semplicemente fortunate, siano privilegiate, e questa è esattamente la definizione di privilegio”.
“Sì”, conferma Mahdy, “per me c’è voluto un po’ di tempo, soprattutto per dirlo alla mia famiglia. Ho dovuto prima in qualche modo educarli, poi gliel’ho detto. Ma nella mia famiglia sono di vedute piuttosto aperte, io sono fortunato. In generale, penso che più la comunità LGBT+ è visibile, più è riconosciuta, più questo può dare forza alle persone, perché lo vediamo soprattutto fra gli adolescenti che scoprono la loro sessualità, e hanno bisogno di modelli. Se vedono persone che si accettano e che sono accettate dalla società, questo può dare loro forza; se invece ripenso a quando io ero un adolescente, non avevo modelli, non sapevo nulla dell’identità gay, non avevo idea che essere omosessuale è ok, che va bene, sono cresciuto con un senso di colpa. Se ci ripenso ora, se avessi avuto persone apertamente gay a cui guardare, sarebbe stato più facile. Penso che questo svolga un ruolo importante per il movimento”.

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Libano, l’ONU mette in guardia “La situazione diventa rapidamente incontrollabile”.

Libano, l’ONU mette in guardia “La situazione diventa rapidamente incontrollabile”.

Il paese multiconfessionale sprofonda nella crisi, senza nessuna via di uscita politica o economica all’orizzonte.

rielaborazione di articoli di stampa a cura di Intersecta

In un venerdì di Luglio, un uomo di 61 anni originario della città di Hermel, nell’est libanese, si è ucciso con un colpo di pistola, su un marciapiede della pricipale arteria commerciale del quartiere di Hamra, a Beyrouth.

Sul luogo del dramma è stato trovato un casellario giudiziario vergine, appartenente al suicida, insieme a un appunto, che faceva riferimento a una nota canzone araba, e metteva in relazione il suicidio alla catastrofe finanziaria che ha fatto sprofondare numerose persone nella povertà e la fame.

Il paese sta attraversando la peggiore crisi economica della sua storia, aggravata dall’epidemia di Covid19. L’ONU mette in guardia contro un rischio di fame endemica.

La situazione in Libano, in preda a una terribile crisi economica e politica, “sta andando rapidamente fuori controllo”, come ha dichiarato recentemente l’Alto Commissario ai diritti umani delle Nazioni Unite, l’ex presidentessa Cilena Michelle Bachelet. Le fasce di popolazione più vulnerabili “rischiano di morire di fame a causa di questa crisi; dobbiamo agire rapidamente, prima che sia troppo tardi”.

La Bachelet ha lanciato un appello al governo e ai partiti politici libanesi affinché attuino al più presto “riforme urgenti” e rispondano “ai bisogni essenziali della popolazione, come il cibo, l’elettricità, la sanità e l’educazione di base.”.

“La crisi economica, affiancata all’epidemia di Covid19, ha colpito tutta la società. Tante persone hanno perso il lavoro, o visto il loro risparmi sparire sotto  i loro occhi, e perso la casa. E come spesso succede, sono i soggetti più poveri e vulnerabili a soffrire di più”, continua la Bachelet.

La crisi economica devastante e la pandemia sono accompagnate  da un contesto politico delicato, esacerbato dalle tensioni fra il partito sciita Hezbollah, vicino al governo siriano e all’Iran, e Arabia Saudita, Stati Uniti e Israele, che appoggiano i partiti sunniti. Nel paese, tutte le cariche pubbliche sono assegnate  in base a una rigida suddivisione confessionale, fra comunità sunnite, sccite e cristiane.

Negli ultimi mesi migliaia di libanesi sono stati licenziati o hanno subito dei forti tagli agli stipendi, mentre la moneta nazionale è in caduta libera, insieme al potere di acquisto. Inoltre, le banche hanno imposto delle restrizioni ai prelievi nei conti, quindi i risparmiatori non hanno libero accesso ai loro risparmi e non posso postarli all’estero.

La classe politica e  i dirigenti sono accusati di trarre profitto da un sistema portato alla cancrena dal clientelismo e la corruzione.

Molti politici hanno degli interessi diretti nel mondo degli affari, in particolare nel settore bancario. Spesso nei consigli di amministrazione delle banche siedono direttamente ex ministri o loro uomini. E’ il caso, fra gli altri, dell’ex primo ministro Saad Hariri, figlio di Rafiq Hariri, a sua volta primo ministro ucciso in circostante ancora poco chiare in un attentato nel 2005.

Un flagrante conflitto di interessi, secondo l’economista Jad Chaaban. Il Libano è uno dei paesi più indebitati al mondo, e tale debito è detenuto in massima parte dalle banche, remunerate grazie agli appoggi politici a tassi di interessa molto alti.

In questo quadro, è impossibile che un ministro o un deputato agiscano contro gli interessi di una istituzione di cui sono azionari.

Gli esperti parlano anche di attribuzioni fraudolente di opere pubbliche, con gare di appalto redatte in modo da contenere condizioni che escludano tutte le imprese concorrenti, tranne una.

La “divisione della torta” dei lavori pubblici fra differenze tendenze politiche e confessionali è alla base del sistema di politiche pubbliche, secondo il presidente dell’Ordine degli Ingegneri, Jad Tabet.  Il gioco consiste nell’attribuzione degli appalti delle costruzioni o delle infrastrutture a imprenditori legati alle varie tendenze politiche, in mondo da accontentare tutti e perpetuare il sistema.

Per comprendere l’origine della crisi basta ascoltare le rivendicazioni dei giovani manifestanti provenienti da tutte le comunità, che mettono in discussione il sistema di ripartizione della torta tra i partiti. Questo ingranaggio ha permesso al paese di lasciarsi alle spalle la guerra civile del 1990, ma ha anche arricchito le clientele a discapito dello stato e della popolazione.

Il simbolo di questo sperpero è la società elettrica nazionale, incapace di fornire la corrente in modo continuo, favorendo in questo modo “le mafie dei generatori” che soddisfano la necessità della popolazione durante le interruzioni. A causa del clientelismo e della corruzione, un terzo dell’elettricità prodotta non genera introiti.

I creditori del Libano attendono ancora le riforme promesse dai vari governi, che però non si sono mai dimostrati capaciti di portarle a termine.

La situazione, che ricorda quella vissuta in passato dalla Grecia e attualmente dall’Argentina, sarebbe già difficile senza la crisi politica che da mesi sconvolge il paese. Un grande movimento di protesta animato dai giovani ha già fatto cadere il governo di Saad Hariri e continua a sfidare il suo successore, nominato dopo mesi di trattative tra le fazioni rivali.

In tutto questo il contesto regionale complica ulteriormente le cose. La principale forza politico-militare libanese resta Hezbollah, organizzazione sciita e filoiraniana che ha opposto il proprio veto a qualsiasi proposta di ricorso al Fondo monetario internazionale a causa dell’influenza degli Stati Uniti all’interno dell’istituzione.

Fra i soggetti più fragili ci sono i rifugiati siriani in Libano. Secondo le stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite oltre 900.000 persone sono state sfollate dal 1 dicembre 2019 nel nord-ovest della Siria, dove è in corso l’offensiva militare di Assad per riconquistare le ultime aree controllate dai ribelli. Di queste, l’80% sono donne e bambini. E’ il più grande sfollamento di persone dall’inizio del conflitto nel 2011, dicono dal Palazzo di Vetro.

E però inizia avere consistenza anche il flusso contrario, ovvero di coloro che, fuggiti negli anni scorsi, in Siria fanno ritorno. Qualcuno perché spera nella fine del conflitto, la intravede alle porte, altri perché costretti. E quanto sta accadendo ai rifugiati siriani in Libano. Un flusso che comincia a preoccupare gli osservatori internazionali. «La pressione sui rifugiati siriani in Libano per tornare a casa è in aumento. Sebbene la Siria rimanga pericolosa, i rifugiati stanno tornando indietro, sfuggendo a condizioni sempre più dure in Libano. Il Governo siriano e alcune fazioni politiche libanesi, insistono sempre più che è giunto il momento di iniziare ritorni su larga scala», Ma «le condizioni sono troppo pericolose per i rimpatri organizzati in massa». L’allerta è di Crisis Group., che in un report mette in guardia da ritorni forzati e racconta la vita dei rifugiati siriani nel Paese dei Cedri divenuta gradualmente sempre più difficile.

Fin dall’inizio della guerra siriana, il Libano ha ospitato i rifugiati siriani, il cui numero è attualmente stimato in 1,5 milioni, più di un quarto di tutta la popolazione siriana. Nel tempo l’accoglienza è scemata. Considerato che il regime siriano, con il sostegno dell’Iran e della Russia, sta riportando sotto il suo controllo gran parte del territorio, gli alleati politici di Damasco in Libano, nonché i partiti cristiani ostili ai rifugiati, stanno sostenendo il ritorno accelerato. La retorica populista ha aumentato il risentimento pubblico contro i rifugiati, in particolare dal momento in cui il Libano è entrato in recessione.

Fonti: lexpress.fr , nouvelobs.com , franceinter.fr, lindro.it