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Libano, l’ONU mette in guardia “La situazione diventa rapidamente incontrollabile”.

Libano, l’ONU mette in guardia “La situazione diventa rapidamente incontrollabile”.

Il paese multiconfessionale sprofonda nella crisi, senza nessuna via di uscita politica o economica all’orizzonte.

rielaborazione di articoli di stampa a cura di Intersecta

In un venerdì di Luglio, un uomo di 61 anni originario della città di Hermel, nell’est libanese, si è ucciso con un colpo di pistola, su un marciapiede della pricipale arteria commerciale del quartiere di Hamra, a Beyrouth.

Sul luogo del dramma è stato trovato un casellario giudiziario vergine, appartenente al suicida, insieme a un appunto, che faceva riferimento a una nota canzone araba, e metteva in relazione il suicidio alla catastrofe finanziaria che ha fatto sprofondare numerose persone nella povertà e la fame.

Il paese sta attraversando la peggiore crisi economica della sua storia, aggravata dall’epidemia di Covid19. L’ONU mette in guardia contro un rischio di fame endemica.

La situazione in Libano, in preda a una terribile crisi economica e politica, “sta andando rapidamente fuori controllo”, come ha dichiarato recentemente l’Alto Commissario ai diritti umani delle Nazioni Unite, l’ex presidentessa Cilena Michelle Bachelet. Le fasce di popolazione più vulnerabili “rischiano di morire di fame a causa di questa crisi; dobbiamo agire rapidamente, prima che sia troppo tardi”.

La Bachelet ha lanciato un appello al governo e ai partiti politici libanesi affinché attuino al più presto “riforme urgenti” e rispondano “ai bisogni essenziali della popolazione, come il cibo, l’elettricità, la sanità e l’educazione di base.”.

“La crisi economica, affiancata all’epidemia di Covid19, ha colpito tutta la società. Tante persone hanno perso il lavoro, o visto il loro risparmi sparire sotto  i loro occhi, e perso la casa. E come spesso succede, sono i soggetti più poveri e vulnerabili a soffrire di più”, continua la Bachelet.

La crisi economica devastante e la pandemia sono accompagnate  da un contesto politico delicato, esacerbato dalle tensioni fra il partito sciita Hezbollah, vicino al governo siriano e all’Iran, e Arabia Saudita, Stati Uniti e Israele, che appoggiano i partiti sunniti. Nel paese, tutte le cariche pubbliche sono assegnate  in base a una rigida suddivisione confessionale, fra comunità sunnite, sccite e cristiane.

Negli ultimi mesi migliaia di libanesi sono stati licenziati o hanno subito dei forti tagli agli stipendi, mentre la moneta nazionale è in caduta libera, insieme al potere di acquisto. Inoltre, le banche hanno imposto delle restrizioni ai prelievi nei conti, quindi i risparmiatori non hanno libero accesso ai loro risparmi e non posso postarli all’estero.

La classe politica e  i dirigenti sono accusati di trarre profitto da un sistema portato alla cancrena dal clientelismo e la corruzione.

Molti politici hanno degli interessi diretti nel mondo degli affari, in particolare nel settore bancario. Spesso nei consigli di amministrazione delle banche siedono direttamente ex ministri o loro uomini. E’ il caso, fra gli altri, dell’ex primo ministro Saad Hariri, figlio di Rafiq Hariri, a sua volta primo ministro ucciso in circostante ancora poco chiare in un attentato nel 2005.

Un flagrante conflitto di interessi, secondo l’economista Jad Chaaban. Il Libano è uno dei paesi più indebitati al mondo, e tale debito è detenuto in massima parte dalle banche, remunerate grazie agli appoggi politici a tassi di interessa molto alti.

In questo quadro, è impossibile che un ministro o un deputato agiscano contro gli interessi di una istituzione di cui sono azionari.

Gli esperti parlano anche di attribuzioni fraudolente di opere pubbliche, con gare di appalto redatte in modo da contenere condizioni che escludano tutte le imprese concorrenti, tranne una.

La “divisione della torta” dei lavori pubblici fra differenze tendenze politiche e confessionali è alla base del sistema di politiche pubbliche, secondo il presidente dell’Ordine degli Ingegneri, Jad Tabet.  Il gioco consiste nell’attribuzione degli appalti delle costruzioni o delle infrastrutture a imprenditori legati alle varie tendenze politiche, in mondo da accontentare tutti e perpetuare il sistema.

Per comprendere l’origine della crisi basta ascoltare le rivendicazioni dei giovani manifestanti provenienti da tutte le comunità, che mettono in discussione il sistema di ripartizione della torta tra i partiti. Questo ingranaggio ha permesso al paese di lasciarsi alle spalle la guerra civile del 1990, ma ha anche arricchito le clientele a discapito dello stato e della popolazione.

Il simbolo di questo sperpero è la società elettrica nazionale, incapace di fornire la corrente in modo continuo, favorendo in questo modo “le mafie dei generatori” che soddisfano la necessità della popolazione durante le interruzioni. A causa del clientelismo e della corruzione, un terzo dell’elettricità prodotta non genera introiti.

I creditori del Libano attendono ancora le riforme promesse dai vari governi, che però non si sono mai dimostrati capaciti di portarle a termine.

La situazione, che ricorda quella vissuta in passato dalla Grecia e attualmente dall’Argentina, sarebbe già difficile senza la crisi politica che da mesi sconvolge il paese. Un grande movimento di protesta animato dai giovani ha già fatto cadere il governo di Saad Hariri e continua a sfidare il suo successore, nominato dopo mesi di trattative tra le fazioni rivali.

In tutto questo il contesto regionale complica ulteriormente le cose. La principale forza politico-militare libanese resta Hezbollah, organizzazione sciita e filoiraniana che ha opposto il proprio veto a qualsiasi proposta di ricorso al Fondo monetario internazionale a causa dell’influenza degli Stati Uniti all’interno dell’istituzione.

Fra i soggetti più fragili ci sono i rifugiati siriani in Libano. Secondo le stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite oltre 900.000 persone sono state sfollate dal 1 dicembre 2019 nel nord-ovest della Siria, dove è in corso l’offensiva militare di Assad per riconquistare le ultime aree controllate dai ribelli. Di queste, l’80% sono donne e bambini. E’ il più grande sfollamento di persone dall’inizio del conflitto nel 2011, dicono dal Palazzo di Vetro.

E però inizia avere consistenza anche il flusso contrario, ovvero di coloro che, fuggiti negli anni scorsi, in Siria fanno ritorno. Qualcuno perché spera nella fine del conflitto, la intravede alle porte, altri perché costretti. E quanto sta accadendo ai rifugiati siriani in Libano. Un flusso che comincia a preoccupare gli osservatori internazionali. «La pressione sui rifugiati siriani in Libano per tornare a casa è in aumento. Sebbene la Siria rimanga pericolosa, i rifugiati stanno tornando indietro, sfuggendo a condizioni sempre più dure in Libano. Il Governo siriano e alcune fazioni politiche libanesi, insistono sempre più che è giunto il momento di iniziare ritorni su larga scala», Ma «le condizioni sono troppo pericolose per i rimpatri organizzati in massa». L’allerta è di Crisis Group., che in un report mette in guardia da ritorni forzati e racconta la vita dei rifugiati siriani nel Paese dei Cedri divenuta gradualmente sempre più difficile.

Fin dall’inizio della guerra siriana, il Libano ha ospitato i rifugiati siriani, il cui numero è attualmente stimato in 1,5 milioni, più di un quarto di tutta la popolazione siriana. Nel tempo l’accoglienza è scemata. Considerato che il regime siriano, con il sostegno dell’Iran e della Russia, sta riportando sotto il suo controllo gran parte del territorio, gli alleati politici di Damasco in Libano, nonché i partiti cristiani ostili ai rifugiati, stanno sostenendo il ritorno accelerato. La retorica populista ha aumentato il risentimento pubblico contro i rifugiati, in particolare dal momento in cui il Libano è entrato in recessione.

Fonti: lexpress.fr , nouvelobs.com , franceinter.fr, lindro.it

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