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Vergognati tu, lasciaci in pace!

Vergognati tu, lasciaci in pace!

I diritti LGBTI in Libano.

trascrizione di un servizio di Radio Radicale dal Libano.

Genwa Samhat insieme ad altri due attivisti.

Gira da tempo un video girato a Beirut, nel quartiere centrale di Marmikhal, un quartiere pieno di bar e di locali. Due ragazze sono sedute a un tavolino all’esterno, e si tengono per mano. Me interviene un passante.
“Non vi vergognate?”, urla loro l’uomo? “Vergognati tu”, rispondono le ragazze, “lasciaci in pace”. Il video dura alcuni minuti, altri passanti intervengono. Molti a difesa delle ragazze, qualcuno invece a dare supporto all’uomo che le accusa. I tre, le due ragazze l’uomo che le accusava, sono in realtà tre attori, anzi tre attivisti; una telecamera nascosta li sta riprendendo da lontano, per filmare le reazioni dei pasanti. Si tratta di una esperimento sociale realizzato dalla Ong libanese Helem.
“Vedendo il video si nota come molte persone intervengano anche in difesa delle ragazze”, chiediamo a Genwa Samhat, fondatrice di Helem, “era quello che vi aspettavate?”
“Sì, anche se in realtà ci aspettavamo più reazioni omofobiche di quelle che in realtà ci sono state, perché in quella strada è successo che diverse persone trans siano state picchiate, anche se molte persone non lo sanno. E questo succede perché c’è molto classismo nell’intendere i diritti umani e la libertà di espressione in Libano. Cioè molte persone pensano che se una coppia gay in un bar o in una certa strada non ha problemi, allora vuol dire che non ci sono problemi in generale. Invece non è così, e lo dimostra il fatto che se una donna trans, magari di una classe sociale diversa, più povera, passa nella stessa strada, può essere attaccata”.
“Nella stessa strada?”
“Sì sì, nella stessa strada, lo sappiamo abbiamo i dati”.
Helem è nato nel 1998 come un movimento underground.
“Essere una donna” dice Genwa, “significa appartenere a una categoria svantaggiata, in qualunque parte del mondo. Essere una donna in Medio Oriente significa sicuramente far parte di una categoria svantaggiata.Essere una donna Queer, o comunque che tiene alla sua libertà, ti rende ancora più discriminata. Mi sono sentita in qualche modo una vittima del sistema, e il modo migliore per reagire credo che sia attivarsi e agire seguendo una strategia, anziché sentirsi semplicemente depressi.Sono un’attivista da quando avevo 16 anni e stavo nel sud del Libano, perché è da lì che vengo”.
Oggi Genwa ha 31 anni, ed è una delle anime di Helem. Helem, una parola che in arabo significa “sogno”, è nato come un movimento underground per i diritti LGBT+, alla fine degli anni ’90.
“Nel 2004 abbiamo costituito una ONG, o meglio abbiamo presentato tutti i documenti necessari per la registrazione al ministero degli Interni, ma da allora non li abbiamo più sentiti, non abbiamo più saputo nulla. Hanno pensato che intralciarci a questo modo avrebbe compromesso la sostenibilità del progetto, ma eccoci, siamo ancora qui con i nostri progetti e con uno spazio di incontro sicuro”
Helem ha infatti aperto uno spazio di incontro per persone e attivisti, LGBT+ e non solo, uno spazio protetto per confrontarsi sui temi dei diritti o anche solo per incontrare altri attivisti o membri della comunità. Helem lavora poi per informare l’opinione pubblica attraverso i social e non solo.
“Uno degli obiettivi dei nostri esperimenti sociali, come quel video, è mostrare che nemmeno una singola strada di Beirut riflette la realtà della capitale nella sua interezza.Le reazioni delle persone cambiano da un quartiere all’altro; a Marmikhal è diverso da Hamra, ed è diverso da Batar, e stiamo parlando dei tre quartieri più sicuri per le persone LGBT+”.
In Libano l’art. 534 del codice penale vieta l’omosessualità e punisce qualunque “atto sessuale contro natura”, con pene fino a un anno di prigione, ed è proprio questo articolo che viene spesso usato anche contro gli attivisti. Nel 2017 però un gioudice ha stabilito, nell’ambito di un processo, che l’omosessualità è una scelta personale, e che quindi non può essere punita per legge. Un fatto che si era già verificato nel 2009 e nel 2014, mentre nel 2016 un’altra corte ha autorizzato una persona trans a cambiare legalmente il proprio sesso sui documenti.
Bassam Khawaja, di Human Rights Watch dice: “Questo articolo del codice penale è stato usato genericamente per perseguire persone sospette di essere gay, ci fossero gli elementi o no. Queste quattro sentenze mostrano che ci sono dei processi, ma il Libano non ha un sistema di diritto consuetudinario, quindi queste sentenze non costituiscono dei precedenti che cancellano di fatto gli effetti della legge, sono semplicemente dei segnali positivi nell’abito di una soluzione complessa. In realtà questo articolo viene applicato tenendo in detenzione per un paio di giorni le persone sospettate di essere gay, poi vengono rilasciate, ma il problema è un altro”.
Mahdy Charafeddin è responsabile dei progetti di AFE, l’Arab foundation for freedom and equality, un’altra organizzazione libanese che si batte per i diritti civili; è un attivista dal 2005 e fino a poco tempo fa faceva parte anche di Helem. Ci racconta: “Il problema è che se io sono gay e subisco minacce o vengo picchiato, non posso rivolgermi alla polizia per far rispettare i miei diritti, perché il colpevole sono io. Mi domanderebbero perché è successo, e alla fine metterebbero in prigione me. Quindi il problema è che questo articolo non solo permette la detenzione delle persone gay, ma protegge chi le attacca, protegge chi ci vuole minacciare”.
AFE ha condotto da poco una ricerca per sondare l’opinione pubblica libanese rispetto alle persone LGBT+ e ai loro diritti, una ricerca che è stata condotta su tutto il territorio libanese e non solo a Beirut, e per realizzarla si è rivolta a IPSOS, per avere la garanzia dell’oggettività e della validità statistica dei risultati.
“Quello che è emerso”, dice ancora Charafeddin, “è che molti libanesi sono contrari all’omosessualità, ma sono anche contrari all’arresto delle persone LGBT+. Semplicemente non vogliono essere loro amici, non le accettano, ma non pensano che il carcere sia la soluzione e sono cosci del fatto che una persona non possa cambiare il proprio orientamento sessuale, ma non vogliono ucciderci, né chiuderci in prigione.Circa il 70% dei libanesi è d’accordo su questo. Questi risultati non mi hanno sorpreso, ma molti dei miei colleghi si sono stupiti. In generale comunque pensavamo che fosse peggio. Per questo penso che dovremmo usare questi risultati per chiedere al parlamento di cambiare la legge, perché l’opinione pubblica non è quella che i politici ci raccontano”.
A metà Maggio a Beirut doveva tenersi, nell’ambito delle iniziative per la giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia, anche il Pride, una serie di eventi culturali e spettacoli legati al tema. A uno degli eventi inaugurali si sono però presentati degli agenti di sicurezza, e alla fine gli organizzatori hanno deciso di sospendere gli eventi in programma, anche dopo l’arresto per alcuni giorni dell’organizzatore, Ani Damien.
Bassam Khawaja in merito ci dice: “E’ importante innanzitutto sottolineare che al di là del Pride da molti anni ci sono in Libano diverse attività in occasione della giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia, quindi il Pride non è così rappresentatico dell’attivismo LGBT+ nel paese, ed è arrivato dopo in ordine di tempo. In ogni caso sì, anche quest’anno ci sono state pressioni delle autorità contro il Pride, per cui alla vigilia dell’inizio della programmazione alcuni poliziotti si sono presentati all’evento, hanno arrestato l’organizzatore e l’hanno tenuto in custodia per la notte. Lo hanno praticamente obbligato a cancellare l’evento, e se non l’avesse fatto sarebbe stato perseguito penalmente, secondo le leggi”.
Gli eventi in programma si sono comunque tenuti, ma con delle conseguenza, come ci spiega Genwa Samhat: “Questo incidente ci si è ritorto contro, perché l’opinione pubblica ha avuto l’impressione che tutto il movimento LGBT+ si fosse tirato indietro, quando in realtà due giorni dopo gli arresti noi abbiamo comunque tenuto le conferenze che avevamo in programma, anche se ci era stato sconsigliato. Abbiamo tenuto una conferenza pubblica, e le persone hanno partecipato. L’opinione pubblica tende a confondere le cose, e questa è l’ultima cosa che vogliamo che accada, soprattutto in Medio Oriente. Non vogliamo che si pensi che ci siamo tirati indietro di fronte alle minacce, o perché qualche attivista è stato arrestato. Anche se avessero arrestato me, e fossi stata ancora in detenzione, avremmo continuato con le attività in programma, perché questo è l’attivismo, ed è solo così che possiamo diventare più forti. E’ così che gli attivisti per i diritti umani devono reagire di fronte alle autorità e al potere, e quando le autorità abusano del potere è questo che fai, sostieni il confronto, non cedi a compromessi”.
Ad Aprile Human Right Watch ha pubblicato un report dal titolo “Audacity in adversity”, dedicato all’attivismo LGBT+ in Medio Oriente e nord Africa, e insieme ad AFE ha avviato una campagna con una serie di testimonianze video di attivisti da tutta la regione. Si chiama “no Longer Alone”, “Non più soli”.
Ce ne parla Neela Ghoshal, che ha curato questo report per HRW.
“Il report vuole mostrare che ci sono molte sfide in atto nell’attivismo LGBT+ in Medio Oriente e nord Africa, ma anche che gli attivisti stanno rispondendo a queste sfide con molta creatività e resilienza. Quello che ci ha spinto a questa scelta sono state le conversazioni che abbiamo avuto con gli attivisti stessi, già da quando abbiamo pensato a proporre una ricerca su questo tema nell’aria, e loro ci hanno detto che quello che credevano sarebbe stato davvero utile era non tanto mostrarsi come vittime, ma piuttosto essere presentati dai media anche come agenti del cambiamento. Molti hanno detto di percepire una copertura mediatica, per quello che riguarda il MEdio Oriente, sempre negativa; inoltre alcuni attivisti con cui abbiamo parlato si sono anche lamentati di quella che è nota come “la mentalità del salvatore bianco”, ossia che l’unico modo di arrivare al cambiamento sia aspettare che l’uomo bianco venga a salvarli, o che li ospiti come rifugiati. Certo, alcune persone sono costrette a lasciare il loro paese, ma altre restano e vogliono che si sappia che continuano a lavorare nel loro paese, fscendo pressione sul proprio governo e hanno bisogno di supporto per questo tipo di lavoro. Credo che una delle cose più importanti sia innanzitutto capire che cosa è l’attivismo, bisogna conoscerlo molto bene. Per fare un esempio, se io volessi fare l’attivista per i diritti LGBT+ in Egitto fallirei, senza dubbio, anche se l’Egitto appartiene alla stessa area geografica. Se volessi fare lo stesso lavoro in Giordania fallirei, senza dubbio, e stiamo parlando di un paese che è appena oltre il confine, perché non ho una conoscenza abbastanza profonda del contesto e della situazione. Certo, potrei andare e imparare qualcosa, ma non potrei condurre nessuna campanga. E’ così che funziona dappertutto edè per questo, soprattutto, che per quanto riguarda i diritti LGBT+ non accettiamo consulenze tecniche dal di fuori del Medio Oriente, perché semplicemente i consulenti esterni non possono capire. Mi ricordo una volta per esempio, che un attivista europeo era venuto qui da noi e ci ha raccontato che in Ghana avevano fatto una campagna per i diritti LGBT+, e che secondo lui avremmo dovuto fare la stessa cosa qui. Però i paesi Africani e il Medio Oriente non hanno proprio niente in comune per quanto riguarda l’approccio alla sessualità, sono culture completamente diverse, valori completamente diversi. In fondo per noi p stato divertente, ci ha fatto ridere, e lui non capiva perché ridessimo. Altre volte ci è capitato di sentirci chiedere da ricercatori o giornalisti occidentali perché non ci sforzassimo di trovare modi per spingere le persone gay a fare coming out con i propri familiari, e questo da parte loro significa avere zero comprensione della cultura di qui, e delle complessità delle questioni che entrano in gioco quando qui si parla di sessualità e di libertà di espressione”.
Il cosiddetto coming out, cioè il dichiararsi apertamente omosessuali, è una questione dibattuta anche a livello teorico oltre che pratico, e sulla quale sia Genwa Samhat che Mahdy Charafeddin ci dicono che non c’è unità di vedute, soprattutto con i movimenti dell’altro lato del Mediterraneo.
“E’ raro”, dice Genwa, “per le persone di qui fare completamente coming out, è una decisione molto coraggiosa ma anche molto rischiosa, e sono certa che su questo Mahdy ti potrà dire di più. Se fai coming out e non vieni accettato, puoi mettere a repentaglio persino la tua vita, e essere costretto a lasciare il paese. Io penso che persone che vivono in paesi dove fare coming out è più semplice, perché è solo una questione di tempo, siano semplicemente fortunate, siano privilegiate, e questa è esattamente la definizione di privilegio”.
“Sì”, conferma Mahdy, “per me c’è voluto un po’ di tempo, soprattutto per dirlo alla mia famiglia. Ho dovuto prima in qualche modo educarli, poi gliel’ho detto. Ma nella mia famiglia sono di vedute piuttosto aperte, io sono fortunato. In generale, penso che più la comunità LGBT+ è visibile, più è riconosciuta, più questo può dare forza alle persone, perché lo vediamo soprattutto fra gli adolescenti che scoprono la loro sessualità, e hanno bisogno di modelli. Se vedono persone che si accettano e che sono accettate dalla società, questo può dare loro forza; se invece ripenso a quando io ero un adolescente, non avevo modelli, non sapevo nulla dell’identità gay, non avevo idea che essere omosessuale è ok, che va bene, sono cresciuto con un senso di colpa. Se ci ripenso ora, se avessi avuto persone apertamente gay a cui guardare, sarebbe stato più facile. Penso che questo svolga un ruolo importante per il movimento”.

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