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L’intersezione tra femminismo ed egoismo stirneriano.

L’intersezione tra femminismo ed egoismo stirneriano.

Riflessioni femministe su una possibile liberazione non eterodiretta.

pubblicato in inglese su abissonichilista   Traduzione: Intersecta

 

È un ossimoro dichiararsi contemporaneamente egoista e femminista se si intende femminismo in senso giuridico e politico, e anche di più se ci si ispira all’egoismo come elaborato da Max Stirner. L’individualismo presentato da Max Stirner rifiuta ogni “ismo” collettivo. Non desidero dare l’impressione di suggerire il contrario, né essere interpretata erroneamente come una “femminista stirneriana”, cosa scomoda per costituzione. Tuttavia, sia che ci si riferisca a se stessi principalmente come femministi o come egoisti, c’è ancora molto da dire sul punto in cui i due princìpi si intersecano.

L’egoismo di Stirner enfatizza il bisogno fare svanire qualunque autorità esterna, sia essa religiosa, politica o sociale; l’egoista stirneriano guarda solo al sé come autorità esistenziale e sovrana. Non sono un Dio superiore né tendenze socio-politiche che determinano il sé dell’individuo. Sebbene Stirner parli di egoisti involontari che non sono egoisti veri e propri, perché il loro Ego cerca la conferma di un’autorità esterna, anche la ricerca di una conferma può derivare dall’egoismo. In altre parole, è il sé che decide che c’è qualcosa che deve essere cercato esternamente, ed è il sé che soddisfa questo requisito poiché ha orchestrato l’intera cosa.

È stato detto che l’individuo è sia prigioniero che carceriere.

Da questa applicazione della sovranità individualista, traggo molteplici critiche al movimento e all’ideologia femminista di oggi. Questo non è un tentativo di abbattere o ridefinire, ma una sorta di operazione di “raffinamento del grezzo”. Per quanto riguarda il femminismo, quello che io chiamo “outsourcing” è una grave passo indietro. Esternalizzare significa appaltare un particolare lavoro o ruolo a un’entità esterna. Le prime ondate di femminismo furono le prime a porre il problema dell’outsourcing.  La donna non cercava più il permesso dell’uomo o della Chiesa, ma iniziava a guardare a se stessa nel  fare le proprie scelte e decidere il proprio destino.

Alcuni criticano il femminismo di oggi, e la popolazione in generale, per essere troppo egocentrici nelle decisioni. Non lo trovo del tutto vero, o forse è  vero solo al livello più superficiale. È più corretto affermare che le persone tendono ad affidare il processo decisionale a una pletora quasi infinita di forze esterne. Che si tratti del desiderio ardente di convalida da parte dei colleghi, delle riviste di moda che dettano l’immagine che ciascuno deve avere di sé, della società che decide cosa bisogna attendersi dal futuro di ciascuno; ciò che normalmente chiamiamo egoismo tende ad essere in realtà il comportamento risultante a causa di questo dilagante outsourcing. Ci diciamo egoisti ma non siamo noi che decidiamo.

Se il sé guarda al sé come autorità sovrana, allora è lui che prende le decisioni, non la linea infinita di entità esterne che cercano di assumere il manto del decisore. Si può pensare al liberalismo, al libero pensiero secolare, alla narrazione del contributo alla conoscenza collettiva dell’uomo e ad altri ideali illuministi simili che continuano ancora oggi, sebbene mascherati con un marchio pesantemente commercializzato e simile a un branco. In effetti, Max Stirner ha sottolineato questo punto. Anche la tensione verso l’ “umanesimo del libero pensiero” o quello che alcuni chiamano “progressismo” oggi è ancora un “fantasma” intangibile che è fin troppo pronto ad assumere il ruolo di arbitro ultimo al posto dell’individuo.

In breve, uno “spettro” è un astratto intangibile che ha un potere solo perché questo potere gli è dato da una collettività, che lo impone ai singoli, mentre è praticamente privo di esistenza concreta. Quello che viene chiamato “progressismo” o “giustizia sociale” o anche “femminismo” è davvero un fantasma. Questo non li rende negativi o cattivi o indesiderabili, solo che un sé che designa il sé come sovrano non esternalizzerà l’autorità a queste costruzioni semantiche e ideologiche. Se si decide che il concetto di Dio o di religione non è padrone del sé, come si può permettere che movimenti sociali figli di contingenze storiche  e sistemi di pensieri che riducono gli individui a gregge diventino padroni? Una femminista che sostituisce un’autorità esterna con un’altra autorità esterna ha fatto ben poco per farsi strada.

Una femminista dichiara l’auto-liberazione e l’autonomia personale,  afferma il diritto di esistere in quanto se stessa, libera e unica come qualsiasi essere umano. Ovviamente questo deve essere considerato nel contesto. Nessuna persona è un’isola. Viviamo in una contingenza costante e piena di fattori interdipendenti. Comunque sia,  anche nell’interdipendenza si può ancora raggiungere un particolare grado di separazione e isolamento ontologico o esistenziale. Dora Marsden è stata una delle prime femministe che si è ispirata a Max Stirner, ma sappiamo poco della sua analisi al lavoro di Stirner,  solo che l’ha trovata profonda. Il suo attivismo si svincola dall’uso dell’etichetta femminista, poiché non le piaceva la sua disposizione reattiva. In modo stirneriano, comprese la liberazione del sé nel “qui e ora”, nel senso che il sé era già sovrano e non necessitava di un’entità esterna per emanciparlo. Pertanto, è il sé per primo che ha realizzato la propria sovranità, e qualsiasi “attivismo” riguardante un mondo femminista che potrebbe verificarsi in seguito è un dettaglio secondario.

“È arrivato il momento in cui le donne mentalmente oneste sentono di non avere alcuna utilità per il trampolino di lancio di grandi promesse di poteri redimibili in un lontano futuro. Proprio come sentono di poter essere “libere” ora, così come hanno il potere di essere, sanno che le loro opere possono dare prova ora di qualunque qualità esse decidano di dar loro. Tentare di essere più libere di quanto il proprio potere garantisca produce un curioso paradosso: la libertà e l’abilità riconosciute “a credito” a una donna perché è donna, sono libertà e abilità “protette”, riconosciute per autorizzazione, e quindi  privilegi che ritengonon possano servire a nessuno scopo utile in un cammino di liberazione. ”

-Dora Marsden

Ispirata da Stirner, Marsden distingue l’autoliberazione dall’emancipazione, o meglio coloro che riconoscono il proprio potere rispetto a coloro che richiedono che gli altri concedano loro dei diritti.

Qui risiede anche la differenza fra il reattivo e l’attivo. Il reattivo è colui che infuria contro l’Altro, chiedendo l’emancipazione, condannando l’Altro come l’oppressore, il trasgressore, considerando se stesso moralmente buono e oppresso. “Coloro che regnano, che hanno una posizione di potere, sono i cattivi, e quindi questo fa di me il buono”. C’è poco potere autonomo nella posizione reattiva, anzi qualsiasi potere è acquisito attraverso il negativo, come reazione all’attivo. L’egoismo di Stirner si occupa di ciò che è attivo, a cui Stirner si riferisce come proprietà o auto-godimento. Non è la crociata per la libertà o la giustizia sociale, l’oggetto della sua analisi, ma la proprietà del singolo, dell’unico, costituita dal suo potere intrinseco e dalla sua autonomia irripetibile.

Si può esser di fronte a un’ingiustizia o a un’indecenza, e questa situazione certamente danneggerà l’individuo, ma il vittimismo perpetuo e idealista è uno stato mentale reattivo che pone permanentemente il sé alla mercé dei capricci esterni. Questo vulnus si trova comunemente nel femminismo così come in generale nel liberalismo;  una incessante ricerca del martirio, il glorificare gli oppressi (che rimarranno tali) piuttosto che lodare i forti. Proprio come la Madre Maria, la donna secolare è ricettacolo e ricevente, colei che deve sopportare il peso. Per la femminista questo è inaccettabile. La femminista è definita dal positivo, dall’affermazione, e solo quando vuole accetta di rivestire altri ruoli. La femminista non è una preda da cacciare, è lei che caccia.

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