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La comunità di potere delle “microgrid girls” dello Yemen tra la guerra e il COVID-19

La comunità di potere delle “microgrid girls” dello Yemen tra la guerra e il COVID-19.

Una stazione solare gestita da donne vicino al fronte ad Abs sta migliorando la vita di chi ci lavora e di tutta la comunità.

di Veronique Mistiaen per aljazeera.com  Traduzione: Intersecta

“Il ruolo delle donne era solo il lavoro domestico”, si lamenta Huda Othman Hassan, una giovane donna di Abs, un distretto rurale nel nord dello Yemen vicino al confine con l’Arabia Saudita.

“Sebbene fossimo istruite e laureate, non avevamo potere decisionale e non potevamo lavorare in nessun campo.”

Ma ora un nuovo progetto sta aiutando a cambiare quelle norme non sscirtte. L’anno scorso, Othman e altre nove donne di Abs hanno installato una microrete solare, a soli 32 km dal fronte di una guerra che ha ucciso decine di migliaia di persone e ha lasciato oltre 3,3 milioni di sfollati.

Il progetto è uno dei tre che il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite ha contribuito a creare nelle comunità non connesse  del paese, in genere vicine ai fronti di guerra. La stazione Abs è l’unica gestita interamente da donne.

Gli altri due – situati nel distretto di Bani Qais vicino ad Abs, e nel governatorato di Lahij nella parte meridionale del paese – sono gestiti da 10 giovani uomini ciascuno; Il 30 per cento di loro sono sfollati.

Prima che la stazione di Abs fosse costruita, dice Othman, il prezzo elevato dell’elettricità commerciale rendeva impossibile l’accesso da parte della sua comunità. “La maggior parte delle persone utilizzava una torcia o una lampadina da cinque watt con una piccola batteria”, racconta.

Ora, la microrete solare fornisce alla comunità energia più economica, pulita e rinnovabile, affrontando anche un altro importante problema in questa parte dello Yemen: aiutare le donne a guadagnare un reddito stabile e acquisire nuove competenze professionali.

Lo Yemen è in fondo all’indice sull’uguaglianza di genere delle Nazioni Unite e le opportunità di lavoro per le donne sono molto limitate, soprattutto nelle zone rurali.

Ma per il gruppo che gestisce questo progetto ad Abs, il lavoro è stato decisivo per migliorare la propria vita.

“All’inizio, ci prendevano in giro perché volevamo <<fare il lavoro degli uomini>>. Ma ora, la nostra comunità ci rispetta, poiché siamo imprenditrici. Vengono alla stazione e ci chiedono se ci sono opportunità. Ora vogliono che le loro donne partecipino e abbiano successo come le ragazze della microrete “, afferma Iman Ghaleb Al-Hamli, direttrice della stazione.

“Il progetto ci ha permesso di ricostruire la nostra fiducia in noi stesse, la fiducia nella partecipazione alla vita della comunità, e ha infranto la linea rossa nel trattare con gli uomini”, aggiunge. “E ora stiamo contribuendo al budget mensile delle nostre famiglie per coprire il cibo e altre necessità”.

Produrre e vendere energia

Prima che la guerra in Yemen iniziasse nel 2015, trovare cibo e carburante era già una lotta. Cinque anni dopo, più dell’80% della popolazione ha bisogno di qualche tipo di assistenza e più della metà delle comunità rurali non ha accesso all’energia poiché i prezzi dei combustibili fossili continuano a salire e gli embarghi rendono il carburante ancora più difficile da ottenere.

Inoltre, COVID-19, che ora dilaga nello Yemen, sta aggravando la crisi.

Questa è la prima volta in Yemen che le microreti vengono introdotte sia per la produzione che per la vendita di energia solare e si ritiene che siano le prime fonti di energia gestite privatamente nel paese.

Prima dell’arrivo delle reti, le comunità rurali facevano affidamento sui generatori diesel: inquinanti, costosi e soggetti a sbalzi improvvisi nel prezzo del carburante.

Ora, queste tre comunità hanno accesso all’energia sostenibile e le loro bollette elettriche sono state “tagliate del 65%”, secondo Arvind Kumar, project manager dell’UNDP per lo Yemen. Mentre il diesel costa  0,42 $  l’ora, l’energia solare costa solo 0,02 $, il che la rende più conveniente per gli yemeniti.

“Le centrali elettriche esistenti non sono più funzionali in Yemen e l’attuale infrastruttura di trasporto dell’energia non si estende alle aree rurali”, ha spiegato Kumar.

“Queste aree rurali sono il cuore dell’economia dello Yemen, dove l’agricoltura, l’acqua, i servizi pubblici e l’economia locale dipendono in gran parte dai combustibili fossili. Senza reddito, lavoro e prezzo del petrolio in aumento, le comunità rurali avrebbero sempre lottato per reggersi in piedi. In questo contesto, le microreti solari, che possono essere piccole o medie, sono la via da seguire “.

Nell’avviare il suo progetto, l’UNDP ha fornito fondi per sovvenzioni e ha formato le donne di Abs ei giovani uomini di Bani Qais e Lahij per  costruire, gestire e mantenere attività di microreti solari in grado di portare elettricità alle loro comunità.

“Ho acquisito competenze tecniche, come caricare le batterie, collegare i cavi, misurare la potenza utilizzando un multimetro, convertire la potenza dalla corrente continua a quella alternata  e controllare la capacità in KW”, afferma Amena Yahya Dawali, una funzionaria tecnica presso la stazione Abs.

I 20 giorni di formazione delle donne hanno riguardato anche le competenze aziendali e finanziarie, oltre a quattro giorni di orientamento su un modello di microrete. Il progetto è sostenuto anche dall’Unione Europea e implementato dalla Sustainable Development Foundation (SDF) e CARE International.

Effetti positivi per la comunità.

Ad Abs, la microrete ha migliorato la vita di tutta la comunità.

“Nella mia comunità, andavamo a dormire alle sette di sera. Ora possiamo svolgere molte attività di notte”, dice Ghaleb.

“C’è una donna che ha venduto una delle sue pecore e ha comprato una macchina da cucire e ora può cucire a casa sua la notte dopo che i suoi figli hanno dormito”.

L’organizzazione benefica per l’innovazione climatica Ashden ha assegnato al progetto il premio Ashden 2020 per l’energia umanitaria. “Le ONG locali pensavano che il progetto avrebbe dovuto affrontare enormi sfide perché è altamente tecnico e queste donne non avevano mai fatto nulla di lontanamente simile”, ha detto un portavoce dell’organizzazione.

“Hanno detto che se hai intenzione di mettere questa costosa attrezzatura nelle mani di persone che non l’hanno mai fatto, potrebbe finire tutto entro quattro mesi. Ma ora, a più di un anno, la rete funziona ancora, generando energia e reddito, e nulla è stato rubato o vandalizzato. La comunità ne vede i vantaggi e la protegge “.

Anche le altre due stazioni di micro-rete funzionano a piena capacità, fornendo energia ai negozi commerciali. In tutte e tre le microreti solari, l’elettricità venduta dai 30 proprietari del progetto ha aiutato 70 volte più persone. Circa 2.100 persone hanno ottenuto un reddito reale poiché hanno potuto avviare attività generatrici di reddito, come cucire, saldare, vendere generi alimentari e aprire attività commerciali. Includendo coloro che utilizzano i servizi e visitano i negozi, circa 10.000 persone hanno ottenuto guadagni indiretti dall’energia sostenibile nelle tre comunità.

“La parte più rivelatrice di questa iniziativa è vedere i beneficiari non più vulnerabili e dipendenti dagli aiuti umanitari poiché ora hanno un modo sostenibile per generare reddito, mentre, in altri interventi umanitari in Yemen, è difficile trovare tali prove”,  dice Kumar.

Questi progetti sono ancora più importanti ora che il COVID-19 si sta diffondendo in tutto il paese.

“Mentre combattiamo contro il COVID-19, un sistema sanitario, un’economia e una società già compromessi sono stati portati a nuovi limiti”, dice  Auke Lootsma, rappresentante  dell’UNDP nello Yemen. “Se vogliamo soddisfare la domanda di energia in questi settori, dobbiamo continuare a costruire audaci soluzioni energetiche decentralizzate, di rete e non, e promuovere queste soluzioni tra i partner di sviluppo, gli attori del settore privato e le istituzioni finanziarie internazionali”.

Il prossimo passo del programma è garantire finanziamenti dal settore privato e dalle istituzioni di microfinanza per costruire fino a 100 microreti aggiuntive in aree remote del paese, al fine di mantenere aperte scuole e ospedali durante il conflitto e la pandemia. L’UNDP prevede inoltre di pilotare progetti di trasformazione dei rifiuti in energia e di desalinizzazione basati sullo stesso modello di business delle microreti.

“Il futuro è promettente”, afferma Ghaleb. “Il nostro sogno è stato realizzato con questa prima stazione e ora aspiriamo a coprire l’intera regione.”

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E’ morto un ragazzo nero.

E’ morto un ragazzo nero.

Come parte del femminismo nero accademico fatica ad applicare il concetto di intersezionalità, invalidando la vita e la morte di innocenti.

Di Tommy J. Curry e Gwenetta D. Curry per racismreview.com  Traduzione: Intersecta

Estate 2013
La scorsa settimana, il cuore dell’America nera è stato spezzato e le sue speranze e aspettative di equità, giustizia e uguaglianza sono state distrutte. L’assassino di un giovane ragazzo nero è stato liberato.
George Zimmerman riuscirà a vivere la sua vita da assassino prosciolto, e Trayvon Martin, la sua famiglia e altri uomini e ragazzi neri saranno per sempre marchiati dal fatto che qualsiasi confronto con
uomini e / o donne bianchi può significare la morte.

Uomini e ragazzi neri rimangono invisibili nei discorsi sulla violenza di genere e sugli omicidi razziali. La loro esistenza e sofferenza è sostituita dalla negazione, o dalla problematizzazione di qualsiasi borsa di studio che cerchi di affrontare la loro peculiare esistenza razziale, come marginalizzante della loro controparte femminile nera.

In breve, qualsiasi opera che cerca di parlare dell’oppressione sui ragazzi neri viene accusata di non essere sufficientemente femminista e,
come tale, è degna di silenzio e censura.
Essere nero e maschio non è un privilegio, è una condanna a morte
A pochi minuti dal verdetto, le femministe nere di tutto il web hanno iniziato a pubblicare post e confrontare la vita di Trayvon Martin con quella delle donne nere uccise o incarcerate nell’ultimo anno. Su
Facebook, i post delle femministe nere su Rekia Boyd, Marissa Alexander e Aiyanna Stanley-Jones sono stati condivisi ripetutamente. Rilanciando il pezzo di Jamila Aisha Brown, “Se Trayvon Martin
fosse stata una donna …”, queste blogger femministe hanno insistito sulla differenza di attenzione che la morte di uomini e ragazzi di colore riceve in confronto alle vite di queste donne nere. Tuttavia, quando
si legge effettivamente il pezzo di Jamila Brown si può solo essere stupiti da come la causalità e la storia siano viziate dall’ideologia. Il pezzo di Brown è scritto in risposta a un’intervista a Marc Lamont Hill incui gli è stato chiesto: “Come sarebbero le cose diverse se Trayvon fosse una giovane ragazza nera? Hill ha risposto “[Zimmerman] sarebbe stato condannato, perché abbiamo questa tendenza vedere i corpi maschili neri come pericolosi e minacciosi e sempre strumenti di forza letale “. Hill fa un’osservazione con cui molti uomini e donne neri in tutto il paese concordano, vale a dire che uomini e ragazzi neri
sono in generale vittime di omicidi e violenze sponsorizzati dallo stato e del vigilantismo bianco.

Dire questo non significa negare le donne nere come vittime, ma riconoscere i pericoli di essere neri e maschi negli Stati Uniti.

Un punto recentemente supportato dall’ammissione di Melissa Harris Perry che l’America è così pericolosa per gli uomini di colore, che lei desidera che i suoi figli se ne vadano, un fardello alleviato
solo in qualche modo dal “sollievo che io [lei] ho provato alla mia [sua] ecografia di 20 settimane quando hanno detto io [lei] era una ragazza. ”
Sfortunatamente, i sentimenti che esprimono paura, rabbia e disperazione sono sconosciuti da JamilaBrown e da chi la legge e sostiene. Nonostante l’indignazione della comunità nera, l’impotenza vissuta dai genitori di giovani uomini e ragazzi neri e la paura della morte di cui soffrono uomini / ragazzi neri, Brown sembra concludere che queste emozioni sono semplicemente irrilevanti per la più ampia politicadell’identità che deve essere avanzata.

Per lei, tutte le esperienze di violenza contro le donne di colore
sono esempi da opporre a Trayvon Martin. Inizia la sua discussione dicendo che le donne nere sono state linciate, un fatto che non è passato inosservato agli storici o persino agli militanti anti-linciaggio
nel 19 ° secolo data la catalogazione dei nomi di donne e ragazze nere e presunti reati in opere come quelle di Ida B .Wells-Barnett’s Red Record (1895) e John Edward Bruce’s A Blood Red Record (1901).
Secondo Brown, tuttavia, le vite di queste donne sono state cancellate e dimostrano che se “Trayvon Martin fosse una giovane donna nera, non sapremmo nemmeno il suo nome”.
Già da subito, questo ragionamento sembra sciocco. Tutta la violenza non è la stessa, quindi suggerire che le donne di colore che hanno subito un linciaggio o violenza sponsorizzata dallo stato di polizia non hanno avuto attenzione o che un’adolescente disarmata uccisa da un uomo bianco con la scusa dell’autodifesa non sarebbe presa in considerazione dalla comunità nera è un’asserzione falsa.

Già a Ida B. Wells-Barnett era chiaro che il linciaggio era inteso come arma contro la presunta “virilità della razza” e per scoraggiare l’indipendenza economica dei neri. Contrariamente a quanto si dice sul suo attivismo anti linciaggio, Ida B. Wells-Barnett comprendeva la particolare vulnerabilità degli uomini di colore, perché confessa di avere in un periodo lei stessa considerato il linciaggio degli uomini di colore come giustificabile. Come racconta in Crociata per la giustizia “… avevo accettato l’idea che si intendeva trasmettere – che sebbene il linciaggio fosse sbagliato e contrario alla legge e all’ordine, la rabbia irragionevole per il terribile crimine di stupro poteva portare al linciaggio; che forse il bruto meritava comunque la morte e la folla era autorizzata a togliergli la vita”.

Dopo la morte del suo amico Thomas Moss, Ida Wells iniziò a capire che il linciaggio era una punizione guidata dal desiderio di uccidere
uomini di colore. Quando la folla bianca ha fatto sapere a Ida B. Wells-Barnett che il suo “sesso non l’avrebbe salvata”, se fosse tornata a Memphis, ha riaffermato l’ontologia maschile alla base del
linciaggio. Fu la degradazione di Wells-Barnett allo status di uomo nero a minacciare la sua vita e cancellare il suo sesso. Nonostante le prove storiche che danno ampio sostegno all’opinione che la
violenza omicida anti-neri (linciaggio, violenza di stato della polizia ed esecuzioni pubbliche) sia diretta principalmente agli uomini neri, alcune femministe nere non possono ammettere concettualmente una
realtà in cui la mascolinità nera è una vulnerabilità di genere che porta gli uomini di colore ad essere capri espiatori del razzismo americano.
Brown sostiene che le morti di Rekia Boyd, Deanna Cook, Aiyana Stanley Jones e Tarika Wilson, nonostante abbiano suscitato proteste, siano state prese in considerazione dalla NAACP e abbiano portato ad
azioni legali, vengono ignorate a causa del “privilegio del maschio nero” o del l’idea che “la vittimizzazione delle giovani donne è inclusa in un pozzo generale di dolore nero che è ampiamente definito dalle lotte degli uomini afro-americani”. Ah, è cosi? Non vengono invece ignorate dal rapporto di potere asimmetrico tra le comunità nere impoverite e lo stato di polizia, o dall’apatia generale per la vita nera?
Affermando l’esistenza di “un privilegio maschile nero” che in qualche modo rimane inalterato dalle morti esponenziali, incarcerazioni, disoccupazione e povertà di uomini e ragazzi neri, condizioni che
meritano particolare attenzione, queste autrici rendono il riconoscimento del privilegio maschile nero assiomatico e indiscutibile.

In breve, queste femministe affermano che indipendentemente dalla morte violenta storicamente associata all’essere un uomo di colore, questi uomini di colore godono del privilegio politico di essere maschi e di essere riconosciuti anche nella morte rispetto alle donne di colore, alcune delle quali vivono e respirano ancora. Piuttosto che essere un’analisi seria di come gli uomini di colore hanno concretamente privilegi (istruzione, ricchezza, mortalità, salute), questa tesi è intrisa di una ideologia che mira più al riconoscimento accademico limitato ai blog che uno studio empirico che offra informazioni sulle tragedie che hanno effettivamente un impatto sulla Comunità nera.

Alla morte di Trayvon Martin, questo uso che si fa di un concetto reale e valido come quello del privilegio del maschio ha come scopo il tentativo di demonizzare una comunità che ha perso padri, figli e mariti neri insieme a madri, figlie e mogli perché non è abbastanza femminista.

Queste femministe nere sostengono che, nonostante la tragedia di perdere un ragazzo nero di 17 anni, poco più che un bambino, spetti a loro il diritto di decidere ciò che la sua vita dovrebbe significare per la comunità nera, o cosa significherebbe la sua vita se la comunità nera non fosse accecata dal patriarcato.

Mentre la sinistra nera e le agenzie di stampa indipendenti nere si sono preoccupate della morte di uomini e donne neri, così come di ragazzi e ragazze neri, alcune femministe nere non hanno reso la
morte di donne nere uccise dalla violenza di stato, brutalità della polizia, profilazione razziale, o razzismo il loro obiettivo centrale, a meno che, naturalmente, quelle donne non siano state uccise o
brutalizzate per mano di uomini neri, il che rende la loro sofferenza perfettamente adatta al loro modello (Duluth) di violenza domestica. Voxunion ha presentato prove di uomini e donne di colore che muoiono ogni ora, Redding News Review ha coperto la morte di Rekia Boyd e Aiyana Stanley Jones, così come l’arresto di Marissa Alexander; commentavo costantemente queste morti nei miei interventi radiofonici, e Black Agenda Report ha riportato le morti di donne e bambini neri insieme ai loro omologhi maschi neri.

Ma data l’ideologia dominante in alcuni ambienti universitari, queste femministe nere si sentono più che a proprio agio nell’usare la morte di queste donne e bambini per sostenere che la morte di Trayvon Martin non dovrebbe essere valutata meno perché era un ragazzo.

I maschi neri sono vittime del razzismo e del sessismo.
È disgustoso che queste persone ora affermino di poter decidere come valutare la morte di Martin, ma non dicono nulla contro i suprematisti bianchi e le istituzioni che hanno svalutato la vita dei neri. La
domanda centrale posta da Piers Morgan nel chiedere cosa sarebbe successo “Se Trayvon Martin fosse una ragazza nera”, è se un vigilante bianco avrebbe potuto o meno affermare di temere per la sua vita e
usare l’autodifesa come giustificazione per ucciderla. Molti commentatori pensano semplicemente che Zimmerman sarebbe stato arrestato per aver ucciso una donna nera, e le commentatrici non hanno offerto alcuna ragione per smentire questa ipotesi.

Quindi, nel tentativo di ridimensionare la morte di un uomo nero, questi commenti costruiscono delle ipotesi che chiedono al pubblico di immaginare una vittima donna nera che viene violentata e aggredita sessualmente piuttosto che essere semplicemente assassinata a sangue freddo. Intendiamoci, queste ipotesi vengono accolte come un fatto, qualcosa che sarebbe necessariamente accaduto alla vittima femmina nera e solo a lei, nonostante Rachel Jeantel abbia detto al pubblico americano che in realtà Trayvon Martin aveva il fondato timore che Zimmerman fosse uno stupratore di adolescenti neri.

L’elemento sessuale e sessualizzante della violenza razzista
viene completamente ignorato quando si parla di uomini e ragazzi neri. Eric Glover e Terrence Rankin sono stati assassinati per soddisfare il feticcio della necrofilia di tre adolescenti bianchi, e come previsto
non c’è stata nessuna analisi “femminista” sulla particolare vulnerabilità di genere di questi uomini neri.
Ma questa paura, la paura che un ragazzo nero può avere di essere violentato, viene ignorata, perché come spiega Greg Thomas, “per un certo tipo di femminismo accademico, il genere vale solo per le femmine” e come tale, solo le donne possono temere di essere aggredite, di essere vittime di stupro.

Perché queste femministe nere non fanno il confronto tra la vita di uomini, donne e bambini bianchi dopo la morte di queste donne nere? Perché le morti di uomini e ragazzi neri sono gli unici esempi
comparabili?  Perché non stanno criticando i loro portavoce come Beverly Guy Sheftall per aver annunciato pubblicamente i programmi del femminismo nero in luoghi popolari come The Root, ma
escludendo gli assassini razziali delle persone nere di ogni genere? Perché queste femministe nere non scrivono nei loro giornali e blog delle storie di queste donne nere uccise come esempio della sofferenza
provocata dall’odio contro le persone nere piuttosto che come reazione scomposta alla morte di un ragazzo nero? Perché quando una comunità nera piange, la risposta femminista accademica  è quella di spogliare il
significato che ha assunto la vita di un maschio nero – una vita abbracciata da uomini, donne e bambini neri allo stesso modo, una vita tolta alle famiglie nere in tutto il mondo, e una vita che continua a essere sporcata dalla paura di morire pima di diventare adulti? Questa paura della morte non garantisce un’organizzazione politica intorno alle questioni e alle cancellazioni dei diritti dei maschi neri?
In questo caso, il femminismo nero non è migliore del suprematismo bianco che nega le possibilità politiche detenute dai neri di genere maschile. La virilità nera non è una patologia, non è una malattia da
curare con la morte o con il femminismo escludente. Angela Davis, che non è sicuramente meno femminista delle commentatrici astiose, è chiara in Women, Race & Class quando dice che gli uomini di
colore non avevano privilegi maschili durante la schiavitù, perché questo avrebbe danneggiato il sistema schiavista, né lo avevano durante il movimento per i diritti civili nonostante la tesi di Michelle Wallace
sul il mito dello stupratore maschio nero.

Le femministe come Brown stanno usando questo tragico
incidente per attirare ulteriormente l’attenzione sui loro programmi politici. L’articolo di J. N. Salter, “Sono un traditore della razza? Trayvon Martin, i discorsi sul genere e l’invisibile donna nera” sostiene
che alle donne nera si chieda di “anteporre la loro razza al loro genere e di ignorare i problemi che le donne di colore hanno all’interno delle nostre comunità”, ma questo non è vero poiché molte donne nere
da Ida B. Wells-Barnett a madri come Sybrina Fulton hanno risolto questo problema senza rinunciare a nessuna delle due identità.

Questa corrente femminista sostiene che per essere nere e donne metta a riparo da ogni critica, nonostante il fatto che la politica dell’identità in agguato dietro la loro idea di femminilità tragga beneficio dalle loro alleanze politiche con donne bianche. Non dovremmo
concentrarci solo sul fatto che la persona nera colpita sia una donna o un uomo, ma anche e soprattutto sulla protezione delle nostre comunità dalla violenza si sistema. E in casi come questo, legati al
vigilantismo bianco, uomini e ragazzi neri meritino gran parte della nostra attenzione, perché sono le prime vittime, anche se non le uniche.

Conclusione
Degli oltre 300 neri uccisi nel 2012 da violenze extra-legali, quanti nomi conosciamo? Ogni anno, centinaia di neri vengono uccisi dalla polizia, la maggior parte di loro uomini, non sappiamo chi siano
tutti e non per tutti si fanno marce; alcuni nomi non vengono mai pronunciati. I bambini neri, maschi e
femmine vengono uccisi e nessuno piange, urla o marcia per loro. Un vigilante bianco uccide un adolescente disarmato e improvvisamente la paura e il dolore provocati dalla morte di un giovane ragazzo nero si trasformano in “l’unica morte di cui i neri si preoccupano”.

Certo femminismo nero non ha problemi a trasformare il dolore e la tortura di una comunità – le sue famiglie –
in un metro che misura limportanza della morte nera e articola questo spettacolo disumanizzante nelle morti “significative” delle donne nere e poi di tutti gli altri; la comunità nera, i morti uomini neri, “noi”.
L’ideologia (politica, morale o altro) non è il barometro della verità.
L’indifferenza per la morte di uomini e donne di colore da parte di settori del mondo accademico femminista nero, l’assenza di questioni come la violenza di stato, la violenza antinera e l’omicidio dai
loro discorsi vertano essi su intersezionalità, amore o istruzione, sono un dato di fatto.

Consiglierei ad alcune femministe nere di smettere parlare alle donne bianche e agli uomini bianchi per ottenere il riconoscimento accademico, e di scrivere invece delle morti delle persone nere che dicono di avere al centro della coscienza. Questi post che continuano a reagire in termini negativi all’importanza che la comunità nera
ha attribuito alla morte di Trayvon Martin, invece di suggerire un’analisi delle condizioni che l’hanno provocata, dimostrano la spinta negativa della politica dell’identità femminista nera contro uomini /
ragazzi neri, piuttosto che un’analisi concreta della vulnerabilità delle persone di colore alla violenza sessuale e all’omicidio (con modalità diverse per genere, certo, ma entrambe gravi) e di come questo
riconoscimento aiuti la comunità nera.

Questi post mostrano che fare la caricatura della mascolinità nera è accademicamente redditizio, più di quando sia tragica la morte di un ragazzo nero

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Un dente di Patrice Lumumba verrà riconsegnato alla famiglia e al suo paese.

Un dente di Patrice Lumumba verrà riconsegnato alla famiglia e al suo paese.

da dw.com  traduzione: Intersecta

Uno dei denti di Patrice Lumunba verrà restituito alla sua famiglia e al suo paese.

Il Belgio, ex potenza coloniale in Repubblica Democratica del Congo, ha dichiarato di voler finalmente restituire un dente appartenuto a Patrice Lumumba, leader socialista dell’indipendenza congolese assassinato dai servizi segreti belgi e dalla Cia il 17 Gennaio del 1961. La figlia Juliana Lumumba, aveva scritto al  Re del Belgio proprio per avere l’ultima traccia fisica del padre, il cui corpo era stato fatto sparire.

Il dente era stato sequestrato alla famiglia di un poliziotto belga, ora morto, che aveva contribuito a fare sparire il corpo di Lumumba.

La giustizia belga consente a restituire parte delle spoglie di Patrice Lumumba alla sua famiglia, e questa notizia ha fatto la prima pagina dei giornali belgi il 10 Settembre. Sono più di  50 anni che la famiglia aspetta questo momento.

Il 20 Giugno 2020 Juliana Lumumba aveva scritto una lettera al re in cui domandava che i resti del padre potessero essere sepolti nel suo paese.

Il giudice di istruzione ha deciso che un dente poteva essere restituito alla famiglia. Ricordiamo che Lumumba dopo essere stato ucciso fu sciolto nell’acido, e dalla distruzione si salvarono solo dei denti. Durante gli anni 2000 in un documentario tedesco il commissario belga Gerard Soete aveva dichiarato di avere conservato come cimeli dei denti, mentre tagliava il cadavere a pezzi per poi farlo corrodere dall’acido.

Juliana Lumumba: “E’ morto in una maniera atroce”.

La figlia dichiara: “ La mia prima reazione è evidentemente di soddisfazione e vittoria. Perché dopo 60 anni i resti di mio padre che è morto per il suo paese, l’indipendenza e la dignità degli esseri umani neri, torneranno alla terra dei suoi antenati. E’ chiaro che è una cosa buona.  Però dopo aver letto la dichiarazione sulla stampa aspettiamo  una risposta ufficiale e di conoscere le condizioni della restituzione.”

DW: A quanto pare per il momento restituiranno un solo dente. Che ne pensate, visto che avete chiesto molto di più?

Juliana Lumumba: “Come sapete, cerchiamo la verità da più di 40 anni. E’ morto in maniera atroce, ma per anni non sapevamo se fossero rimasti dei resti. Poi sappiamo dai media, non dal governo belga, che sono rimasti dei denti e che un commissario li teneva per ricordo. E adesso la giustizia belga ce ne concede uno.

La cosa più importante, come figlia, è per me potere seppellire mio padre. Le nostre tradizioni ci insegnano che la maniera in cui si seppelliscono i propri cari dice tanto su di noi, ed è importante. E’ tempo di provare a medicare le ferite. Al momento posso dire solo questo”.

 

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Perché all’antispecismo non servono le signorine Rottenmeier.

Perché all’antispecismo non servono le signorine Rottenmeier.

Riflessioni contro il purismo intollerante in ambienti vegani.

Dal blog antispeciesistaction.com , Traduzione: Intersecta

 

L’antispecismo, inteso qui come corrente di pensiero, è in costante evoluzione. Non notare l’abisso che separa un testo come “Liberazione animale” di Singer da uno come “Liberazione totale” di Best è piuttosto difficile (differenza che, del resto, è già chiara a partire dai titoli). L’evoluzione che si è avuta, in questo caso in appena cinquant’anni, non è da intendere come un semplice superamento, che elimina il vecchio lasciando spazio al nuovo. Essa va invece intesa come differenziazione: di pensiero, di proposte, di pratiche, di finalità. Ciò è di fondamentale importanza. Perché questo si verifichi, è necessario alimentare quel processo che porta alla messa in discussione delle teorie fin qui sostenute, e alla conseguente formulazione di nuove proposte. E poiché l’antispecismo è politico e come tale si pone degli obiettivi concreti, è allo stesso modo necessario valutare l’efficacia delle proprie azioni.
Questo è l’antidoto contro ogni purismo. Non tenendo conto della diversità, non producendo diversità ma conservando e imponendo una purezza pratica e ideologica fine a se stessa, si rimane inevitabilmente in posizioni stagnanti che non aiutano nessun*.

A tal proposito, traduciamo e condividiamo con voi questo articolo scritto dal collettivo Antispeciesist Action.

E se fossero umani?

Chiedersi “e se fossero umani?” in una cultura profondamente specista è quasi sempre un modo efficace ed emotivo per verificare se qualcosa o qualcuno è specista o no. Ad esempio: è moralmente giusto allevare e massacrare persone umane per la loro carne? La risposta è no, è immorale, e questo presenta quindi il palese pregiudizio nel caso delle persone non umane. È moralmente giusto intrappolare e uccidere gli umani per i loro capelli? Ancora una volta, la risposta è ovvia. Questa domanda permette anche di svelare importanti incongruenze e ipocrisie all’interno della cultura dominante, e anche all’interno di  ambienti vegani.

Ma ecco un esempio interessante e insolito per cui questa domanda non è sufficiente: un gioco kink (BDSM) in cui le persone umane si travestono da persone non umane (come i cani) e ne traggono gratificazione sessuale, sociale ed emotiva è da intendersi come una sorta di appropriazione di comportamenti, corpi e comunicazione non umani, e siccome i non umani sono oppressi, è necessariamente specista / oppressivo? Senza un’analisi accurata e una comprensione sociologica del BDSM, rischiamo di avere un approccio sex negative e di definire il kink come specista. Jeff Mannes, un sociologo queer e sex positive, sostiene che il “gioco degli animali” voglia sovvertire lo specismo e non  perpetuarlo, e ciò è dimostrato dalla filosofia che sta dietro il kink.  Il  kink nasce quindi  come”anti-habitus” (sovversione di tabù) e nel caso del “gioco degli animali”, è la reazione alla separazione degli umani dalla loro animalità. Questa teoria  eccitante e multidimensionale mostra che spesso le risposte a queste domande sono più sfumate di quanto non appaiano inizialmente, e quindi dovremmo stare attenti prima di emettere sentenze.

Nel complesso, la domanda iniziale può aiutare a orientarci nella direzione di ciò che le nostre azioni, immagini e linguaggio dovrebbero essere e come dovrebbero essere. Sfortunatamente, questa domanda è stata usata anche come arma per fare gaslighting  da parte di coloro che si aggrappano alle convinzioni speciste, e accusano gli antispecisti di essere puritani.

“E se fosse un cane?”

Come discusso in un precedente articolo dal titolo “il problema  delle analogie con i cani nell’antispecismo”, la domanda “e se fosse un cane?” riguardo l’assassinio di mucche o maiali è stata usata per rafforzare lo specismo più che per sovvertirlo. L’argomento principale contro questa frase era che i cani sperimentano anche lo specismo violento, e il loro “status speciale” (in “Occidente”) è superficiale e apparente, in quanto questo “status speciale” è esso stesso una forma di specismo che si esplica nella violenza sistemica dell’industria degli animali domestici o di altri tipi di sfruttamento. Questa frase alla fine pone i cani su un falso piedistallo “amorevole” e diminuisce la loro esperienza vissuta senza far luce sull’ideologia specista.

Quindi l’alternativa non specista è “e se fossero umani?”?  Insomma…

La definizione di veganismo / antispecismo che noi usiamo  è: “rifiutare e combattere lo specismo per quanto possibile e praticabile”. E in termini semplici, “specismo” significa che le persone umane si considerano moralmente superiori alle persone non umane, e quindi riecheggiano questo in tutti i sistemi umani, le culture umane e le relazioni interpersonali.

“Il Liberation Pledge”

Il “Liberation Pledge” (pegno di liberazione) è il processo mentale e militante per cui un essere umano si impegna a non sedersi a tavoli dove vengono consumati corpi e secrezioni non umane, per il proprio benessere emotivo, per una protesta sociale o per entrambi i motivi. E’ come se l’antispecista dovesse “pagare pegno”, altrimenti non sarebbe più tale.

Stiamo usando il “Liberation Pledge” come esempio di possibile purismo vegano a causa della sua (legittima) associazione con il pensiero vegano. Lo diciamo a mo’ di disclaimer, noi non mangiamo ai tavoli non etici né ci impegniamo in situazioni sociali dirette in cui viene consumata carne, latte di mucca, ecc.

Ma non consideriamo ciò come un “pegno” di purezza vegana come quando si indossa un braccialetto a forchetta,  ma come un uso tattico del rifiuto sociale per protestare contro le norme speciste violente. Lo facciamo perché è specista consentire situazioni socialmente speciste. Ad esempio, se la carne di maiale sul tavolo fosse invece carne umana, non ci siederemmo a tavola e mangeremmo piante. In particolare, usiamo questa tattica perché possiamo e siamo socialmente, emotivamente e fisicamente in grado di farlo. È specista mangiare ai tavoli dove c’è carne non umana? Assolutamente. Ogni vegano può usare questa tattica? No. È pericoloso chiedere ad altri vegani di usare questa tattica senza un loro consenso adeguatamente informato sui rischi sociali, emotivi e professionali di tale azione? Assolutamente sì.

Il fatto è che l’antispecismo non è un club esclusivo che concede o revoca tessere in base a meriti o infrazioni. E’ qualcosa di molto più serio.

Specismo nel cinema

Il problema principale è quando chiediamo che tutti debbano rifiutare lo specismo nella sua interezza e ci aspettiamo gli stessi stardard da tutti (purismo), dimentichiamo che il veganismo (rifiutare e opporsi allo specismo) riguarda ciò che è praticabile e possibile per le persone umane. Quando guardiamo film e programmi TV, dimentichiamo facilmente che le persone non umane avrebbero potuto essere sfruttate come attori, la loro carne e le loro secrezioni come oggetti di scena per il cibo, la loro pelle e i loro capelli come vestiti, ecc. È specista guardare e pagare per questi film che ci divertono , quando se ci fossero umani trattati in quel modo non lo faremmo? La risposta è sì, è specista, ma ciò non significa che sia emotivamente o socialmente possibile boicottare ogni film in cui vi è violenza specista nella produzione o, altrettanto peggio, ideologia specista nel messaggio morale del film. Guardare “Il Trono di Spade”, ad esempio, non significa che condoni la schiavitù letterale dei cavalli o lo sfruttamento fittizio dei draghi nella serie.

Anonymous for the Voiceless , ovvero intersezionalità questa sconosciuta.

Qualche tempo fa, gitrava un post razzista creato da AV (Anonymous for the Voiceless) su una persona di colore che usava la testa mozzata di un maiale come sostegno (sottintendendo che i poliziotti sono maiali) durante una protesta di Black Lives Matter. Il post stava minando il movimento BLM prendendo di mira lo specismo palese di un antirazzista nero, ma non era critico nei confronti dello specismo dei sistemi di polizia violenti che schiavizzano cavalli e cani e li armano per la repressione del movimento. Una persona ha commentato questo post spiegando che si trattava di “una persona”, che stava usando uno specismo scioccante contro la polizia, e che il post era per i razzisti l’equivalente di un fischietto per cani. La risposta: “e se fossero tua madre? …” (i resti del maiale) “… avresti detto questo?”, Questa è una variazione della famosa domanda “e se fossero umani?”, e in questo caso è stata usata come artificio per convincere (in retorica si chiama “argomento dello spaventapasseri”) il commentatore a pensare di essere specista. Questa domanda può ed è stata usata da destra ed eco-fascisti per controllare la narrativa e richiamare coi fischietti per cani altri esseri umani malvagi e sfruttatori.

“Non lo diresti se fossero umani !?”, la risposta è spesso probabilmente “no, non lo farei”, ma viviamo in una cultura profondamente specista e ci sono molteplici sfaccettature e sfumature nelle vite umane. A volte le persone umane devono sedersi ai tavoli e mangiare cibo vegano con esseri umani che mangiano carne, perché da un punto di vista sociale non hanno scelta, poiché si sentirebbero isolati e non riuscirebbero a far fronte mentalmente al mondo senza questo meccanismo di supporto emotivo, quindi, è impossibile per loro evitare la partecipazione a questa pratica specista. Alcuni potrebbero essere più a loro agio emotivamente  e in grado di usare questa tattica in modo efficace e sicuro, e quindi se possono e vogliono è giusto che lo facciano, come è giusto che chi può e voglia seguire una dieta a base vegetale o smettere di usare un linguaggio specista, lo faccia.

Quando discutiamo di rifiuto sociale come tattica (e questo è, una tattica) con attivisti, in particolare giovani / nuovi attivisti ideologicamente vulnerabili, non dobbiamo pretendere una purezza irraggiungibile. Questo non vuol dire che il rifiuto sociale non sia una tattica potente, se usata bene, che non permette di raggiungere buoni risultati, ma quando si tratta di purezza, allora è inutile e diventa una sorta di religione.

Organizzazioni problematiche

Un altro modo in cui la purezza, sotto forma di cultura dell’annullamento dell’altro, può esprimersi si verifica quando un’organizzazione (luogo di lavoro, per esempio) è specista, gerarchica o oppressiva in qualche modo e coloro che protestano contro queste organizzazioni ( i professionisti dell’antispecismo) richiedono alle persone umane coinvolte (di solito i neo-vegani ideologicamente vulnerabili e i volontari non pagati) di rompere immediatamente con queste organizzazioni, in modo puritano. Dobbiamo essere consapevoli che gli esseri umani possono avere sistemi di supporto sociale, emotivo e finanziario in atto legati a queste organizzazioni e dobbiamo riconoscere che non è sempre praticabile e possibile allontanarsi immediatamente e radicalmente da qualcosa in cui è coinvolta la propria vita.

“Animali di servizio”

“E gli umani ciechi o ipovedenti che sfruttano i cani come” animali di servizio “? Questi cani sono indubbiamente ridotti in schiavitù, la loro autonomia fisica e il loro consenso possono essere violati, ma non è nemmeno possibile o praticabile per molte di queste rinunciare ai cani per sopravvivere in questo mondo fondato sull’abilismo. Rispondiamo ignorando lo specismo? No, riconosciamo che è specista, ma riconosciamo anche che attualmente non è possibile per tutti non prendere parte a questa forma di sfruttamento. Non attacchiamo le persone malate che assumono farmaci che sono stati testati attraverso la vivisezione; combattiamo le industrie della vivisezione. Non colpevolizziamo gli umani ciechi per aver sfruttato i cani per sopravvivere; combattiamo per un mondo non abilista che si adatti alle varie capacità, specie e corpi che lo abitano.

Infine:

Lo scopo di questo contributo è chiedere a tutti di lasciar perdere il purismo vegano. Il purismo “un tanto al chilo” è probabilmente la qualità meno attraente  (e più di destra) del moderno “veganismo” mainstream probabilmente e il nostro ostacolo numero uno per ottenere una forte solidarietà da altri movimenti socio-politici (di sinistra e libertari). Siamo puristi riguardo alla nostra dieta, alla nostra ideologia, al nostro stile di vita, al nostro linguaggio, alle nostre azioni; costruiamo le nostre mura molto alte e ci aspettiamo che molti vengano da noi. Detto questo, essere contro il purismo non deve essere confuso con il modello “welfarista” “vegetariano” o col modo essere “vegan-ish”, che condona la violenza specista per il “bene superiore”, ad esempio, raccomandando ai vegani di mangiare un po’ di carne di pesce di fronte ai non vegani per apparire “meno estremi”, (yikes). Quello che stiamo dicendo suona in qualche modo simile a quello, ma è profondamente  diverso in quanto stiamo dicendo che lo specismo è completamente inaccettabile, ma che trovarsi coinvolti nello specismo a vari livelli è a volte inevitabile per alcune persone umane in alcune situazioni, e che essere puritani e intolleranti con questi umani non aiuterà né noi né loro.

 

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Raccolta di DNA, riconoscimento facciale grazie a migliaia di telecamente, scomparsa misteriosa di oppositori, deportazioni di massa, persecuzione di intellettuali: tutto ciò non basta al regime cinese. Ormai è tempo di ricorrere ai vecchi sani metodi staliniani di sorveglianza a domicilio, per registrare anche il minimo scambio di sguardi.
Eh, il contatto umano è importante, e al Partito sono degli inguaribili romantici.