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Golpe, rivolta e caos istituzionale. Il Perù ricambia presidente.

Golpe, rivolta e caos istituzionale. Il Perù ricambia presidente.

Crisi a Lima. Dopo la rimozione di Vizcarra, le proteste represse nel sangue e il forfait di Merino, un Congresso delegittimato elegge Sagasti per portare il Paese al voto dell’11 aprile. E così si torna al punto di partenza.

Di Claudia Fanti, per ilmanifesto

È Francisco Sagasti, portavoce del Partido Morado di centro-destra, l’unica forza politica ad aver votato contro la destituzione di Vizcarra, il quarto presidente del Perù in appena due anni, chiamato a traghettare il paese verso le elezioni dell’11 aprile.

A votarlo è stato un congresso totalmente delegittimato, in mezzo all’ennesima crisi politica, iniziata con l’illegale rimozione di Martín Vizcarra – descritta da più parti come un colpo di stato
parlamentare, ormai largamente sperimentato in America latina – e proseguita con la rinuncia dell’appena insediato Manuel Merino, il cui sogno presidenziale, perseguito negli ultimi due mesi con tanta ostinazione, è durato in tutto 5 giorni.

MESSO SUBITO ALL’ANGOLO dalle proteste di massa contro il golpe appena consumato, Merino è stato infine travolto dalle denunce contro la violenta repressione da
parte della polizia, responsabile della morte di due giovani e del ferimento di decine di manifestanti. Così, dopo la rinuncia di 13 membri del governo da lui appena designato, l’ormai ex presidente si è visto di fatto obbligato domenica a presentare le sue
dimissioni, invocando pace e unità tra tutti i peruviani dopo aver vergognosamente taciuto dinanzi all’uccisione di due manifestanti, Pintado Sánchez, di 22 anni, e Sotelo Camargo, di 24, raggiunti da diversi colpi di arma da fuoco.

Le diverse e variegate forze politiche che hanno posto Marino alla guida del paese, votando in massa per la destituzione di Vizcarra ad appena 5 mesi dalle elezioni generali, gli hanno voltato le spalle in tempi record, una volta preso atto di aver puntato sul cavallo sbagliato per difendere i propri interessi di bottega. E non c’è dubbio che
siano stati proprio tali interessi ad aver portato alla caduta di Vizcarra, dalla richiesta da parte degli ultranazionalisti di Unión Por el Perú di un indulto a favore del loro leader Antauro Humala (fratello dell’ex presidente Ollanta Humala), in carcere per la morte di cinque agenti durante una ribellione militare, fino al rifiuto da parte dei leader di
Podemos Perú e Alianza para el Progreso, proprietari di università private, di una riforma universitaria che andrebbe contro i loro interessi.

MOLTE DI QUESTE FORZE, con l’ennesima giravolta, sono ora tornate sulla propria decisione, a sostenere Francisco Sagasti, la cui proposta è esattamente quella di annullare la destituzione dell’ex presidente Vizcarra per restituire stabilità al paese.
Molto però avrà ancora da dire il popolo peruviano, sceso in strada ogni giorno da martedì scorso in tutto il territorio, non per Vizcarra, anche lui espressione in fondo della stessa oligarchia ripudiata dalle forze popolari, ma per un nuovo progetto di paese.

Molto però avrà ancora da dire il popolo peruviano, sceso in strada ogni giorno da martedì scorso in tutto il territorio, non per Vizcarra, anche lui espressione in fondo della stessa oligarchia ripudiata dalle forze popolari, ma per un nuovo progetto di paese.

Una mobilitazione costituita soprattutto da giovani – «Vi siete messi contro la generazione sbagliata», è uno dei loro slogan più usati – e animata da una richiesta che di giorno in giorno diventa più forte: quella di un processo costituente in grado di coinvolgere l’intera popolazione peruviana.

 

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L’istituzione Famiglia: crescere nella paura.

L’istituzione Famiglia: crescere nella paura.

Come lo scalpore suscitato da fatti di cronaca nasconde spesso paraocchi sul mondo e coscienza sporca. 

di Angry Pollyanna, per Intersecta

Sono nata nel 1966, l’anno in cui Franca Viola rifiutò il matrimonio riparatore da parte del suo violentatore. Ero un’adolescente nei primi anni ’80, quando lo stupro era ancora un delitto contro la “morale pubblica”. Da pochissimo erano stati aboliti dal nostro ordinamento giuridico il delitto d’onore e il matrimonio riparatore. In questo contesto storico gretto e profondamente patriarcale ho iniziato a fare sesso. I miei ne erano al corrente, appoggiarono la mia decisione di assumere la pillola anticoncezionale e se fossi rimasta incinta avrei potuto contare sul loro supporto qualunque fosse stata la mia scelta in merito. La mia era una famiglia sui generis, tutto sommato, perché quasi nessuna tra le mie coetanee poteva contare su una relazione familiare trasparente, non opprimente sulla loro vita sessuale e sentimentale. Sono trascorsi 37 anni dalle mie prime esperienze sessuali e guardandomi intorno vedo che il modello di famiglia di gran lunga dominante è ancora quello coercitivo, moralizzante, giudicante, inospitale, simile a quello delle famiglie delle mie coetanee di allora. Famiglie che tuttora considerano una ragazza di 17 anni che fa sesso una “puttana”, che se rimane incinta si preoccupano di “cosa dirà la gente”. E i muri insormontabili da cui sono circondate le adolescenti di oggi al di fuori della famiglia sono sempre gli stessi: percorsi a ostacoli da effettuare per accedere alla contraccezione standard e di emergenza, ad un’interruzione di gravidanza rispettata e tempestiva. Alcune di loro, nonostante l’apparente modernità, hanno scarse nozioni sul funzionamento del loro corpo, trovandosi addirittura a partorire senza avere avuto alcuna consapevolezza di essere state incinte. È una cosa che può accadere per diversi motivi e l’ignoranza intorno a questa eventualità è pari solo a quella sulle gravidanze biochimiche, ossia aborti spontanei di cui raramente è dato di accorgersi e assai frequenti nell’arco dei circa 35/40 di fertilità. Troppe ragazze si trovano piegate dall’angoscia e dal panico quando sperimentano accadimenti simili. Angoscia e panico notoriamente non sono le migliori condizioni mentali per prendere decisioni lucide e raziocinanti. Possono indurre un’adolescente a compiere un gesto estremo come quello di sopprimere il neonato appena partorito.
La terribile vicenda accaduta di recente a Trapani ne è un esempio eclatante. Non è certo la prima, né purtroppo sarà l’ultima. Del caso specifico non sappiamo quasi nulla. Abbiamo conoscenza però di parte della testimonianza della ragazza rilasciata alle forze dell’ordine, che in modo inequivocabile ha manifestato shock, terrore, disperazione. Personalmente so anche un’altra cosa: che chiunque l’abbia resa terrorizzata è di fatto responsabile del suo gesto. Che al momento non possiamo neanche chiamare infanticidio, perché manca un rapporto autoptico che ci dica con certezza se il neonato era vivo quando è stato gettato dalla finestra oppure se era nato morto.
Parlavo sopra di responsabilità, ma forse sarebbe più opportuno usare un altro termine: mandanti. Chi sono le persone mandanti di atti come questo? Sono coloro che inducono giovani donne a sentirsi colpevoli qualsiasi cosa facciano o non facciano. Sono coloro che non appena letta questa tragica notizia hanno sentito il dovere di condannarla senza appello seduta stante; sono i numi tutelari dell’istituzione famiglia come luogo di crescita nella sottomissione e nella paura; sono coloro che credono che partorire equivalga ad essere madre; sono coloro che ritengono che un’adolescente debba essere la sola responsabile di una gravidanza indesiderata perché “ha aperto le gambe”; sono coloro che pensano che ogni discorso misogino sulla sessualità udito in famiglia non abbia conseguenze pesantissime; sono coloro che vedono una sola vittima, il neonato, ma non la diciassettenne in preda al panico.
È la giornalista che scrive testualmente, il giorno dopo l’ennesimo massacro di migranti nel Mediterraneo, fra cui un neonato: “il primo dovere di un genitore è garantire la sicurezza dei propri figli e far salire un bambino di 6 mesi per attraversare il Mediterraneo è da incoscienti”. Perché questa madre perfetta, dall’alto del suo casuale privilegio, non si è data neanche un minuto di tempo per pensare che tra la probabilità di vedere morire il proprio figlio durante una traversata e la certezza di vederlo morire di fame, di mancanza di cure o sotto una bomba, la prima è di gran lunga la scelta più amorevole e responsabile.
Questi individui sono i veri mostri, non la ragazza di Trapani. Gente che ha un senso completamente distorto di ciò che dovrebbe essere una famiglia, ossia un’aggregazione spontanea di persone che costituiscono uno spazio in cui sentirsi a proprio agio, senza l’obbligo di dover soddisfare aspettative autoritarie, irrispettose di inclinazioni, tempi e modi di essere dei figli.
La famiglia-istituzione è il fondamento microcapillare e speculare dello stato-nazione, con le stesse caratteristiche: controllo, obbedienza, possesso, paura. Caratteristiche molto più simili alla famiglia mafiosa che a quella sociale, teoricamente accogliente e protettiva.
Una famiglia accogliente e protettiva oltre ad insegnare alla sua prole a non infilare le dita nelle prese di corrente s’impegna a crescerla nell’assenza del timore di esprimersi liberamente, di dire ciò che è, cosa e chi desidera.
Educare significa letteralmente “condurre fuori”: cioè il meglio che le persone hanno dentro di loro.
Siamo un paese complessivamente cristallizzato, ancora incernierato tra le peggiori forme di perbenismo, di tradizionalismo bigotto.
La ragazza di Trapani e il suo neonato hanno pagato l’altissimo prezzo di tutto ciò. Abbraccio idealmente lei e rivolgo tutto il mio disprezzo e il mio rancore ai mandanti di questa tragedia, l’ennesima.

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Le paure fanno Novanta.

Le paure fanno Novanta.

Genesi e sviluppo della sindrome del securitarismo e del feticcio del “degrado”, sullo sfondo della depoliticizzazione degli anni Novanta. 

Estratto da Wolf Bukowski,  “La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro” ( Alegre editore, 2019)

La prima paura, la prima insicurezza degli anni Novanta è in ciò che travolge la vita materiale delle persone comuni. Qui gli anni Novanta sono la naturale conseguenza degli Ottanta, e cioè della sconfitta del movimento operaio, della marcia dei quarantamila del 1980 (che poi erano poco più di diecimila), della rinuncia al recupero dell’inflazione nei salari, sottoscritta da Cisl e Uil con l’accordo di san Valentino del 1984 e confermata con referendum popolare l’anno successivo…

Solitamente ci si concentra, come punto culminante di quella sconfitta, sul protocollo del 31 luglio del 1992 con cui i sindacati confederali sottoscrivono una resa incondizionata alle pretese padronali, ma non è da sottovalutare l’importanza della legge contro il diritto di sciopero nei servizi pubblici promulgata nel 1990.

Per ottenere consenso a quella legge era stata creata e gonfiata a dismisura la figura dell’utente dei servizi pubblici (utente che poi, con la privatizzazione di quei servizi, diventerà consumatore), contrapponendola al lavoratore e al suo diritto di sciopero. Visto che gran parte della classe lavoratrice è anche utente dei servizi collettivi, con quella contrapposizione si produce sia una lotta tra poveri che una dissociazione del se stesso utente dal se stesso salariato. Si ottengono così lavoratori desindacalizzati e autodisciplinati dal timore di far danno all’utente; e (gli stessi) diventano utenti incarogniti di fronte al minimo disagio subìto, perché in luogo dell’identificazione di classe viene posta una dissociazione soggettiva.

Lo psicologo britannico David Smail, in The origins of unhappiness del 1993, ipotizza che l’esperienza individuale sotto il neoliberismo sia segnata da una crescente mistificazione dei rapporti tra «poteri distali» (distal powers) e «poteri prossimali» (proximal powers). I primi, che possono essere definiti come le decisioni prese in luoghi irraggiungibili («in un consiglio d’amministrazione a New York», esemplifica Smail) e che plasmano la vita di interi gruppi sociali, spesso non sono neppure riconosciuti come decisioni ma solo come, semplicemente, il “così vanno le cose”. Quelli prossimali, invece, sono i rapporti di potere relativi all’«ambito dell’esistenza fisica» e ai «microambienti» della quotidianità. La cultura e le discipline sociali, psicologiche, eccetera, riplasmate dal neoliberismo (Smail le osserva durante il decennio thatcheriano), spingono in primo piano i rapporti prossimali, e lasciano sullo sfondo quelli distali, contribuendo così a tenere «fuori dalla vista» i «meccanismi dell’ingiustizia sociale».

Questo processo è perfettamente riconoscibile anche oggi, per esempio nell’enfasi, in tema di salute, sull’alimentazione individuale piuttosto che sull’accessibilità del servizio sanitario; o sull’acquisto di una macchina elettrica invece che sulla pianificazione urbanistica che riduca la necessità di mobilità individuale; o ancora sul rapporto tra colleghi (il team building) piuttosto che sulle condizioni determinate dal datore di lavoro. I poteri prossimali hanno ovviamente degli effetti («è solo tramite l’azione del potere prossimale che la persona può essere colpita da qualsiasi cosa», scrive Smail), così come ha importanza cosa si mangia, come ci si relaziona coi colleghi, eccetera, ma la loro azione e portata dipendono interamente dai poteri distali: se il mercato del lavoro è plasmato dalla precarietà posso far parte del team più affiatato del mondo, ma una volta giunto a scadenza il mio contratto non sarà egualmente rinnovato.

Questa dialettica mistificata, tutta concentrata su ciò che urta da vicino (e distratta sulle sue cause sistemiche), è un perfetto terreno di coltura per il securitarismo, e questo per due motivi. Il primo è che anche sicurezza e decoro sono fondati sull’enfatizzare piccole paure e fastidi che affliggono la quotidianità e che fanno da schermo al riconoscimento dei poteri distali: la voce sull’autobus mi ripete di fare attenzione ai borseggiatori, ma tace ostinatamente del fatto che un consiglio dei ministri allontana di anni il mio pensionamento, derubandomi di una cifra mille mila volte superiore. Il secondo motivo è che, se si ignorano e occultano i poteri distali che lo hanno condannato a essere povero (perché nato da poveri, in luogo povero, eccetera), il povero sembra colpevole della sua povertà, e dunque sembrerà meno scandalosa la sua persecuzione da parte delle isitituzioni decorose: in fondo, si dirà, se l’è cercata lui! Non si tratta quindi solo del fatto che, con l’avanzata padronale, le condizioni di lavoro peggiorano, ma di quello, assai più pernicioso, che l’ideologia neoliberale applicata agli ambiti della quotidianità produce finte spiegazioni e falsi nemici prossimali contro cui indirizzare (male) la giusta rabbia per il peggioramento della propria condizione materiale.

Un altro elemento da analizzare nella produzione di insicurezza è quasi quasi la trasposizione in ambito istituzionale del processo soggettivo illustrato da Smail. Tutta l’enfasi che allora viene riferita ai poteri locali, infatti, non è che la creazione di un potere prossimale – quello del sindaco – che faccia da schermo ai poteri distali che realmente plasmano la vita urbana. L’emergere di tale ruolo si accompagna infatti ai primi passi di una fase particolarmente violenta di valorizzazione capitalistica della città: la fine dell’equo canone nel 1992, l’inizio dell’enfasi sul turismo e, dalla seconda metà degli anni Novanta, il gonfiarsi di una spaventosa bolla immobiliare.

Per la destra l’adesione a un progetto leaderistico come quello dell’elezione diretta dei sindaci è scontata; la sinistra fa un po’ di teatrino parlamentare e infine, nel 1993, vota a favore. Franco Bassanini, deputato del Partito democratico della sinistra (Pds, l’ex Pci), sostiene in aula che l’elezione diretta porterà a una maggiore democraticità dell’ente locale rispetto ai meccanismi di delega ai partiti, «del resto non sempre impermeabili alle influenze di oligarchie economiche o finanziarie, come le cronache di Tangentopoli hanno dimostrato». Per ironia della storia proprio Bassanini sarà presidente, dal 2008 al 2015, della più influente, e pestilenziale, incarnazione delle oligarchie finanziarie che infestano la vita urbana in senso privatistico, e cioè Cassa Depositi e Prestiti; inoltre, proprio al contrario di quanto sventolato in occasione del voto parlamentare, i sindaci eletti direttamente governeranno in modo straordinariamente autocratico, svuotando di senso il consiglio comunale. Ma soprattutto l’elezione diretta del sindaco si manifesterà da subito come l’elemento che sul piano istituzionale contribuirà, più di ogni altro, a quella che via via prende forma come – lo dico in un modo esplicito che a qualcuno non piacerà – una progressiva fascistizzazione della vita urbana. Non potendo infatti attuare politiche sociali incisive perché gli enti locali, proprio mentre sono gonfiati politicamente, vengono svuotati economicamente, il sindaco si orienterà in modo quasi ineluttabile alla più facile alternativa, ovvero la persecuzione dei poveri, dei migranti e degli antagonisti, sia a scopo di consenso elettorale (facendo pulizia con la polizia), che ai fini di messa a reddito integrale della città (gentrificazione, turistificazione…).

Ovviamente le scelte di ordine pubblico del neosindaco verranno interiorizzate da una gran parte dei cittadini, che si avvezzeranno a chiedere all’istituzione non servizi sociali (per i quali, si risponderanno già da soli, «non ci sono i soldi») ma repressione e ancor più repressione; e i più determinati tra questi cittadini scriveranno lettere ai giornali e al sindaco e lanceranno petizioni; i giornali, per squallido calcolo di mercato, daranno spazio alle lettere più colorite a prescindere dalla proporzione con ciò che narrano (si ricordi che anche una scritta sulla maglietta può passare per un assalto); successivamente entreranno in scena gli accademici che analizzeranno le lettere suggerendo che si tratti di documenti vivi e pulsanti della possente richiesta di sicurezza da parte dei cittadini, e la cosa assumerà così persino una veste scientifica, e diventerà infine indiscutibile.

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Invertire il dolore: una nuova alba per la Bolivia.

Invertire il dolore: una nuova alba per la Bolivia.

Dalla Bolivia una lezione che può valere dovunque: quando un approccio anarchico consapevole e collettivo può cambiare il significato di qualunque strumento, voto politico compreso.

Trascrizione da estratti di una diretta radio di Maria Galindo, (video). Traduzione: Intersecta

María Galindo offe uno sguardo diverso alle recenti elezioni boliviane che hanno riportato il MAS al governo. Cosa significa quel trionfo? Come leggerlo politicamente e socialmente? Ciò che ha trasformato  il voto in un veto: razzismo, rogo del whypala, abusi della polizia, corruzione. La sconfitta sociale del colpo di stato di Añez, Camacho e Quiroga. L’intelligenza collettiva nei momenti estremi, e la capacità di reinvenzione, ancora una volta: quella capacità di invertire la pressione fascista e trasformarla nel suo opposto è stato un gigantesco atto collettivo sulla scena delle elezioni boliviane. Hanno calcolato male l’uso della repressione e del fascismo, hanno calcolato male la paura, hanno sbagliato i calcoli perché ci hanno portato all’estremo, un estremo che era socialmente letto come la fine di qualcosa. Quel luogo dove l’oscurità diventa luce e dove il dolore si trasforma in ribellione.

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Quello che è successo in Bolivia nelle ultime elezioni è un meccanismo sociale estremamente interessante che vale la pena condividere con te, non importa dove ti trovi.

La lettura trionfalista del Movimento per il socialismo e della sinistra internazionale che vedono nel voto una ratifica del loro progetto è una lettura quasi nevrotica di autoinganno, così come lo è, in senso opposto, la lettura dei gruppi fascisti sconfitti che ancora insistono a denunciare la frode. Gruppi fascisti che sono passati dall’essere minacciosi all’essere ridicoli.

Sospiro profondamente e sento ancora tra le mie costole un corpo non solo stanco ma dolorante: muscolo dopo muscolo, cavità dopo cavità, vena dopo vena, è il corpo della società boliviana.

Di fronte al ballottaggio non eravamo individui, ma moltidutini. [1]

Le consultazioni elettorali sono diventate una sorta di set sperimentale per i topi di laboratorio che siamo noi elettori, in cui il nostro comportamento è calcolato sulla base di paura, odio, manipolazione dei media, set basato su false notizie diffuse tramite internet un modus operandi che fa parte di un dispositivo che viene erroneamente chiamato “marketing elettorale”.

Allo stesso tempo, le opzioni di voto non sono ciò che viene annunciato dalle “forme di rappresentanza” politiche di volontà collettive, programmi o piani di governo, ma opzioni all’interno di un tabellone chiuso dove il vostro voto aggiunge o sottrae, ma non conta in sé.

In questo contesto nulla può fallire: ogni voto sembra essere un voto contro le lotte. Sembra che tu stia affrontando un gioco da tavolo impossibile da invertire. In Bolivia invece lo abbiamo fatto e voglio dirvi come, perché voglio credere che lo stesso metodo possa funzionare ad altre latitudini, e anche negli Stati Uniti contro Trump.

Il voto destinato a svuotarsi di contenuto acquistava un significato: il senso di veto collettivo. Ecco perché affermo che il MAS non ha vinto, anche se il MAS appare come vincitore. Il suo trionfo è un miraggio perché il contenuto non è l’adesione al suo progetto, ma il veto.

Per farvi capire, sposto questo ragionamento ad altre latitudini: negli Stati Uniti non si lotta per la vittoria dei Democratici, ma solo per  la sconfitta di Trump, sconfitta in cui i Democratici diventano un meccanismo circostanziale.

La folla si riconosceva diversa e distinta dall’oligarchia; il ballottaggio ci poneva quasi geograficamente tra un complesso noi di fronte a un loro chiaramente stabilito come estraneo, disprezzabile, padronale.

Il voto cessò di essere un voto e divenne uno striscione con un proprio contenuto

Il voto è stato un veto al razzismo.

Il voto è stato un veto alla corruzione.

Il voto è stato un veto sull’incendio della whiphala [2] .

Il voto è stato un veto sulle esazioni e gli abusi della polizia.

Le persone uccise dal coronavirus hanno votato perché a loro nome abbiamo detto “no”.

I morti per mano dal governo di Añez en Senkata y Sacaba hanno votato perché a loro nome abbiamo detto “no”.

Il voto era un modo per buttare fuori il governo del Palazzo e mostrare un ripudio totale e generalizzato.

Non è che il MAS sia il grande progetto dei popoli indigeni; è il partito che ha confinato la rappresentanza politica indigena diretta e che ha violato centinaia di volte la costituzione politica dello stato plurinazionale, ma di fronte al fascismo prescritto  su un tabellone di laboratorio è la via d’uscita che scegliamo come palliativo, come qualcosa di transitorio, come possibilità pratica, ma non come un sogno, non come adesione. Questo è abbastanza diverso.

Dirai che sto proiettando i miei sentimenti personali sulla massa; a ciò rispondo che non è così perché se questa massa gigantesca di oltre il 50% dei voti sparsi in tutto il paese fosse un’adesione al progetto del partito, Evo Morales e Álvaro García Linera non sarebbero dovuti fuggire e non sarebbero stati rovesciati come una mosca intrappolata sul muro,  come invece  è successo a ottobre e novembre 2019.

Il voto è stato anche dispiegato come voto di punizione contro tutti coloro che hanno partecipato alla costruzione del governo di Añez, ecco perché Mesa, Camacho e Quiroga hanno perso e ricevuto quello che in Bolivia viene comunemente chiamato paliza (batosta). Inoltre, due candidati hanno dovuto uscire dalle elezioni prima di raggiungere il tavolo delle votazioni perché la società boliviana aveva già dato segni di quella punizione, quel veto, quel ripudio collettivo e si sono ritirati per cancellare le prove e non sibure un’umiliazione pubblica già decisa.

Intelligenza collettiva

Di fronte al voto elettorale, non eravamo individui ma una folla, e quella folla ha costruito un gigantesco voto collettivo, una sorta di grande consenso costruito grazie a quella che viene chiamata intelligenza collettiva. Alle società iperindustrializzate del nord coloniale che hanno quella che viene chiamata intelligenza artificiale, vi dico che qui nel sud godiamo di quella che viene chiamata intelligenza collettiva. Quella capacità di costruire un noi effimero, fragile, istantaneo, ma che, ad esempio, nell’evento elettorale ha avuto la capacità di emergere. Un’intelligenza collettiva capace di emergere in circostanze estreme. Capirlo è molto importante.

Non è che io idealizzi la società boliviana: la soffro e vivo ogni giorno. Non è che l’intelligenza collettiva sia qualcosa di tangibile che opera continuamente, infatti gli esseri umani l’hanno persa, così come abbiamo perso altre forme di percezione e sensibilità come l’istinto e l’intuizione. Ma per quanto si perdano queste forme primordiali di sensibilità e di comportamento, ricompaiono in momenti specifici, dico che riappaiono nei momenti di dolore, in momenti di estrema pressione. Le città principali sono state nuovamente militarizzate la notte prima delle elezioni, e le strade sono tornate a essere teatri di guerra con truppe in divisa da guerra schierate soprattutto nelle zone periferiche: questo gesto fascista ha attivato l’intelligenza collettiva.

Capovolgi il ​​dolore e trasformalo in qualcos’altro

Se c’è qualcosa che verifico ogni giorno, è la capacità di volgere le cose nel loro contrario, qualcosa che le donne stanno facendo come atto quotidiano di insubordinazione di fronte al patriarcato, come atto di disobbedienza alla sottomissione e come atto di speranza e risposta irriverente alla violenza e alla negazione della nostra libertà. Questa capacità di invertire la pressione fascista e trasformarla nel suo opposto è stato un gigantesco atto collettivo sulla scena delle elezioni boliviane. Hanno calcolato male l’uso della repressione e del fascismo, hanno calcolato male la paura, hanno sbagliato i calcoli perché ci hanno portato all’estremo, un estremo che era socialmente letto come la fine di qualcosa. Quel luogo dove l’oscurità diventa luce e dove il dolore si trasforma in ribellione.

Questa capacità di capovolgere i sentimenti è ciò che è accaduto in Bolivia di fronte ai voti elettorali. Per questo si apre uno spazio dei sogni, uno spazio delle costruzioni e delle lotte perché quello che è successo è una riappropriazione dei nostri destini proprio nel momento in cui sembrava che tutto ci fosse stato tolto.

Il MAS, in quel gioco, è solo una circostanza.

 

[1] Prendo in prestito da Toni Negri il favoloso concetto che senza dubbio trascende l’analisi di classe nel suo senso più ortodosso.

 

[2] Whipala è la bandiera a scacchi multicolore utilizzata in tutto il continente come bandiera delle popolazioni indigene. Questa bandiera è stata incorporata in Bolivia come simbolo nazionale ed è stata persino attaccata all’uniforme della polizia. Durante il rovesciamento di Evo Morales, un poliziotto con indosso un passamontagna l’ha portata via dalla parte anteriore dell’Assemblea legislativa, l’ha bruciata e l’ha strappata anche dalll’uniforme, gesti che sono rimasti inscritti come atti di odio nell’immaginario sociale.

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Le dimostrazioni stanno diffondendo il Covid-19? Le esperienze di altri paesi dimostrano che non è necessariamente così.

Le dimostrazioni stanno diffondendo il Covid-19? Le esperienze di altri paesi dimostrano che non è necessariamente così.

Come il potere, in Polonia come altrove, cerca di utilizzare la paura del contagio per bloccare il dissenso contro decisioni autoritarie e liberticide. Ma viene smentito dalla realtà.

Rafał Chabasiński, per bezprawnik.pl    Traduzione: Intersecta

Da giovedì, molte migliaia di proteste contro l’inasprimento della legge sull’aborto si sono diffuse in Polonia. I propagandisti del governo stanno già lavorando duramente per criticarle e addossare loro l’inevitabile aumento delle infezioni da coronavirus, allo scopo di invalidarne le ragioni. Ma le manifestazioni stanno davvero diffondendo ilCovid-19? Le esperienze di altri paesi non indicano una grande minaccia.

Visto che le autorità con le loro decisioni hanno costretto i polacchi a scendere in piazza, vale la pena chiedersi: le manifestazioni diffondono il Covid-19?

La sentenza di giovedì della Corte costituzionale sull’aborto ha portato in piazza migliaia di donne polacche e anche uomini polacchi. Nel frattempo, anche altri gruppi stanno protestando: agricoltori di Agrounia, tassisti contro la legge Uber e persino imprenditori. Sempre più gruppi professionali sostengono le proteste contro l’inasprimento della legge sull’aborto.

Ci si può aspettare che i governanti useranno le espressioni di malcontento pubblico per i propri fini. Finalmente avranno qualcuno da incolpare per l’aumento del numero di infezioni da coronavirus che inevitabilmente ci attende. Se qualcuno non crede che arriverà al punto di farlo, a quanto pare non ha seguito le dichiarazioni ai media degli uomini del partito al potere.

Tuttavia, vale la pena considerare se le manifestazioni stanno davvero  diffondendo il covid-19 in misura così massiccia come ci fanno temere. A prima vista in effetti un’enorme folla di persone che marciano nella calca rappresenta le condizioni ideali per diffondere il coronavirus. Solo che le esperienze di altri paesi negli ultimi mesi non confermano affatto questa conclusione. Anzi.

Le proteste di Black Lives Matter negli Stati Uniti non hanno contribuito al drastico aumento del numero di nuove infezioni.

Certo, alcuni ricordano ancora i dilemmi dei primi mesi dell’epidemia. Uscire di casa è pericoloso o no? Nel caos dell’inizio della pandemia, in Polonia sono apparse varie idee. Come, ad esempio, il divieto di entrare nella foresta o il blocco totale – un divieto di movimento senza una necessità realmente giustificata. L’odierno divieto di uscire di casa rivolto agli anziani è il risultato del modo di pensare dell’epoca.

Anche allora, gli esperti hanno convenuto che non è necessario esagerare. Mantenere le precauzioni elementari all’aria aperta – indossare una maschera, aderire alle regole della distanza sociale – garantisce la nostra sicurezza. Inoltre, uscire all’aria aperta in condizioni epidemiche è benefico per la nostra salute, compresa la salute mentale.

Nel frattempo, a maggio, ci sono state rivolte negli Stati Uniti, proteste sotto il segno di Black Lives Matter. Gli USA sono uno dei paesi più colpiti dall’epidemia nel mondo. Nonostante ciò, non sono stati trovati collegamenti tra le proteste di Black Lives Matter e il notevole aumento del numero di casi di coronavirus. E questo nonostante il loro carattere di massa, e il fatto che durino da mesi.

Vale la pena notare che all’inizio della dimostrazione, gli scienziati si aspettavano un aumento piuttosto piccolo, nell’ordine del 2-3% al giorno. Da allora, tuttavia, non è stato riscontrato alcun effetto statisticamente significativo.

Le dimostrazioni di massa all’aria aperta sono molto più sicure che studiare a scuola o andare ai comizi dei politici.

Conclusioni simili si possono trarre dalle proteste in Bielorussia contro le elezioni truccate e il regime del presidente Alexander Lukashenka. Dovremmo essere scettici sui dati ufficiali del governo di questo paese, ma questi non hanno registrato un drastico aumento del numero di contagi nel periodo immediatamente successivo al culmine della manifestazione. Nella seconda metà di agosto, l’aumento giornaliero del numero di casi ha oscillato tra 100 e 200 nuovi casi.

Non abbiamo potuto osservare un aumento drastico fino alla fine di settembre, più o meno contemporaneamente al crollo della situazione in Polonia. Teoricamente, questo può indicare un motivo simile a quello del nostro paese: l’inizio dell’anno scolastico. Una cosa va ammessa: se il presidente bielorusso potesse incolpare i manifestanti, lo farebbe sicuramente. E non lo ha fatto.

Nel rispondere alla domanda se le manifestazioni diffondono il covid-19, dovremmo prendere in considerazione non solo le proteste di massa stesse. In estate, molte persone in diversi paesi hanno deciso di approfittare del bel tempo e andare in spiaggia. Inoltre, l’irresponsabilità dei bagnanti è stata criticata e si prevedeva un aumento significativo del numero di casi. Tuttavia, si è scoperto che limitare l’accesso dei cittadini agli spazi aperti non ha davvero alcuno scopo.

La diffusione o meno delle dimostrazioni covid-19 dipende in gran parte dal comportamento responsabile dei partecipanti

Perché esistono discrepanze così drastiche tra “buon senso” e realtà? Il coronavirus covid-19 si diffonde più facilmente in spazi ristretti, affollati, preferibilmente poco ventilati. Stiamo parlando di luoghi e situazioni come aule scolastiche, feste di club, sale per matrimoni o comizi politici. All’aria aperta, non rimane a lungo. Inoltre, i raggi UV alla luce del sole sono dannosi per il virus.

Ciò non significa, tuttavia, che le dimostrazioni siano completamente sicure. Come già accennato: la folla e la mancata adozione di misure precauzionali come le mascherine aumentano notevolmente il rischio di infezione da coronavirus. Allo stesso tempo, dal punto di vista della diffusione della malattia nella società, un problema più grande degli stessi raduni di massa è arrivarci e cosa fanno le persone prima e dopo la manifestazione.

Le dimostrazioni diffondono covid-19? Sì, ma molto meno di qualsiasi altra attività umana. Pertanto, chi vuole giustamente protestare contro questa sentenza ingiusta della Corte polacca, dovrebbe farlo in modo responsabile: mantenere le distanze, evitare la pressione maggiore e coprire naso e bocca con una maschera protettiva. Allo stesso tempo, non vale la pena credere nella narrativa dei governanti che sono felici di incolpare i loro avversari politici delle conseguenze dei loro errori, omissioni e irresponsabilità.