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Le paure fanno Novanta.

Le paure fanno Novanta.

Genesi e sviluppo della sindrome del securitarismo e del feticcio del “degrado”, sullo sfondo della depoliticizzazione degli anni Novanta. 

Estratto da Wolf Bukowski,  “La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro” ( Alegre editore, 2019)

La prima paura, la prima insicurezza degli anni Novanta è in ciò che travolge la vita materiale delle persone comuni. Qui gli anni Novanta sono la naturale conseguenza degli Ottanta, e cioè della sconfitta del movimento operaio, della marcia dei quarantamila del 1980 (che poi erano poco più di diecimila), della rinuncia al recupero dell’inflazione nei salari, sottoscritta da Cisl e Uil con l’accordo di san Valentino del 1984 e confermata con referendum popolare l’anno successivo…

Solitamente ci si concentra, come punto culminante di quella sconfitta, sul protocollo del 31 luglio del 1992 con cui i sindacati confederali sottoscrivono una resa incondizionata alle pretese padronali, ma non è da sottovalutare l’importanza della legge contro il diritto di sciopero nei servizi pubblici promulgata nel 1990.

Per ottenere consenso a quella legge era stata creata e gonfiata a dismisura la figura dell’utente dei servizi pubblici (utente che poi, con la privatizzazione di quei servizi, diventerà consumatore), contrapponendola al lavoratore e al suo diritto di sciopero. Visto che gran parte della classe lavoratrice è anche utente dei servizi collettivi, con quella contrapposizione si produce sia una lotta tra poveri che una dissociazione del se stesso utente dal se stesso salariato. Si ottengono così lavoratori desindacalizzati e autodisciplinati dal timore di far danno all’utente; e (gli stessi) diventano utenti incarogniti di fronte al minimo disagio subìto, perché in luogo dell’identificazione di classe viene posta una dissociazione soggettiva.

Lo psicologo britannico David Smail, in The origins of unhappiness del 1993, ipotizza che l’esperienza individuale sotto il neoliberismo sia segnata da una crescente mistificazione dei rapporti tra «poteri distali» (distal powers) e «poteri prossimali» (proximal powers). I primi, che possono essere definiti come le decisioni prese in luoghi irraggiungibili («in un consiglio d’amministrazione a New York», esemplifica Smail) e che plasmano la vita di interi gruppi sociali, spesso non sono neppure riconosciuti come decisioni ma solo come, semplicemente, il “così vanno le cose”. Quelli prossimali, invece, sono i rapporti di potere relativi all’«ambito dell’esistenza fisica» e ai «microambienti» della quotidianità. La cultura e le discipline sociali, psicologiche, eccetera, riplasmate dal neoliberismo (Smail le osserva durante il decennio thatcheriano), spingono in primo piano i rapporti prossimali, e lasciano sullo sfondo quelli distali, contribuendo così a tenere «fuori dalla vista» i «meccanismi dell’ingiustizia sociale».

Questo processo è perfettamente riconoscibile anche oggi, per esempio nell’enfasi, in tema di salute, sull’alimentazione individuale piuttosto che sull’accessibilità del servizio sanitario; o sull’acquisto di una macchina elettrica invece che sulla pianificazione urbanistica che riduca la necessità di mobilità individuale; o ancora sul rapporto tra colleghi (il team building) piuttosto che sulle condizioni determinate dal datore di lavoro. I poteri prossimali hanno ovviamente degli effetti («è solo tramite l’azione del potere prossimale che la persona può essere colpita da qualsiasi cosa», scrive Smail), così come ha importanza cosa si mangia, come ci si relaziona coi colleghi, eccetera, ma la loro azione e portata dipendono interamente dai poteri distali: se il mercato del lavoro è plasmato dalla precarietà posso far parte del team più affiatato del mondo, ma una volta giunto a scadenza il mio contratto non sarà egualmente rinnovato.

Questa dialettica mistificata, tutta concentrata su ciò che urta da vicino (e distratta sulle sue cause sistemiche), è un perfetto terreno di coltura per il securitarismo, e questo per due motivi. Il primo è che anche sicurezza e decoro sono fondati sull’enfatizzare piccole paure e fastidi che affliggono la quotidianità e che fanno da schermo al riconoscimento dei poteri distali: la voce sull’autobus mi ripete di fare attenzione ai borseggiatori, ma tace ostinatamente del fatto che un consiglio dei ministri allontana di anni il mio pensionamento, derubandomi di una cifra mille mila volte superiore. Il secondo motivo è che, se si ignorano e occultano i poteri distali che lo hanno condannato a essere povero (perché nato da poveri, in luogo povero, eccetera), il povero sembra colpevole della sua povertà, e dunque sembrerà meno scandalosa la sua persecuzione da parte delle isitituzioni decorose: in fondo, si dirà, se l’è cercata lui! Non si tratta quindi solo del fatto che, con l’avanzata padronale, le condizioni di lavoro peggiorano, ma di quello, assai più pernicioso, che l’ideologia neoliberale applicata agli ambiti della quotidianità produce finte spiegazioni e falsi nemici prossimali contro cui indirizzare (male) la giusta rabbia per il peggioramento della propria condizione materiale.

Un altro elemento da analizzare nella produzione di insicurezza è quasi quasi la trasposizione in ambito istituzionale del processo soggettivo illustrato da Smail. Tutta l’enfasi che allora viene riferita ai poteri locali, infatti, non è che la creazione di un potere prossimale – quello del sindaco – che faccia da schermo ai poteri distali che realmente plasmano la vita urbana. L’emergere di tale ruolo si accompagna infatti ai primi passi di una fase particolarmente violenta di valorizzazione capitalistica della città: la fine dell’equo canone nel 1992, l’inizio dell’enfasi sul turismo e, dalla seconda metà degli anni Novanta, il gonfiarsi di una spaventosa bolla immobiliare.

Per la destra l’adesione a un progetto leaderistico come quello dell’elezione diretta dei sindaci è scontata; la sinistra fa un po’ di teatrino parlamentare e infine, nel 1993, vota a favore. Franco Bassanini, deputato del Partito democratico della sinistra (Pds, l’ex Pci), sostiene in aula che l’elezione diretta porterà a una maggiore democraticità dell’ente locale rispetto ai meccanismi di delega ai partiti, «del resto non sempre impermeabili alle influenze di oligarchie economiche o finanziarie, come le cronache di Tangentopoli hanno dimostrato». Per ironia della storia proprio Bassanini sarà presidente, dal 2008 al 2015, della più influente, e pestilenziale, incarnazione delle oligarchie finanziarie che infestano la vita urbana in senso privatistico, e cioè Cassa Depositi e Prestiti; inoltre, proprio al contrario di quanto sventolato in occasione del voto parlamentare, i sindaci eletti direttamente governeranno in modo straordinariamente autocratico, svuotando di senso il consiglio comunale. Ma soprattutto l’elezione diretta del sindaco si manifesterà da subito come l’elemento che sul piano istituzionale contribuirà, più di ogni altro, a quella che via via prende forma come – lo dico in un modo esplicito che a qualcuno non piacerà – una progressiva fascistizzazione della vita urbana. Non potendo infatti attuare politiche sociali incisive perché gli enti locali, proprio mentre sono gonfiati politicamente, vengono svuotati economicamente, il sindaco si orienterà in modo quasi ineluttabile alla più facile alternativa, ovvero la persecuzione dei poveri, dei migranti e degli antagonisti, sia a scopo di consenso elettorale (facendo pulizia con la polizia), che ai fini di messa a reddito integrale della città (gentrificazione, turistificazione…).

Ovviamente le scelte di ordine pubblico del neosindaco verranno interiorizzate da una gran parte dei cittadini, che si avvezzeranno a chiedere all’istituzione non servizi sociali (per i quali, si risponderanno già da soli, «non ci sono i soldi») ma repressione e ancor più repressione; e i più determinati tra questi cittadini scriveranno lettere ai giornali e al sindaco e lanceranno petizioni; i giornali, per squallido calcolo di mercato, daranno spazio alle lettere più colorite a prescindere dalla proporzione con ciò che narrano (si ricordi che anche una scritta sulla maglietta può passare per un assalto); successivamente entreranno in scena gli accademici che analizzeranno le lettere suggerendo che si tratti di documenti vivi e pulsanti della possente richiesta di sicurezza da parte dei cittadini, e la cosa assumerà così persino una veste scientifica, e diventerà infine indiscutibile.

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