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L’istituzione Famiglia: crescere nella paura.

L’istituzione Famiglia: crescere nella paura.

Come lo scalpore suscitato da fatti di cronaca nasconde spesso paraocchi sul mondo e coscienza sporca. 

di Angry Pollyanna, per Intersecta

Sono nata nel 1966, l’anno in cui Franca Viola rifiutò il matrimonio riparatore da parte del suo violentatore. Ero un’adolescente nei primi anni ’80, quando lo stupro era ancora un delitto contro la “morale pubblica”. Da pochissimo erano stati aboliti dal nostro ordinamento giuridico il delitto d’onore e il matrimonio riparatore. In questo contesto storico gretto e profondamente patriarcale ho iniziato a fare sesso. I miei ne erano al corrente, appoggiarono la mia decisione di assumere la pillola anticoncezionale e se fossi rimasta incinta avrei potuto contare sul loro supporto qualunque fosse stata la mia scelta in merito. La mia era una famiglia sui generis, tutto sommato, perché quasi nessuna tra le mie coetanee poteva contare su una relazione familiare trasparente, non opprimente sulla loro vita sessuale e sentimentale. Sono trascorsi 37 anni dalle mie prime esperienze sessuali e guardandomi intorno vedo che il modello di famiglia di gran lunga dominante è ancora quello coercitivo, moralizzante, giudicante, inospitale, simile a quello delle famiglie delle mie coetanee di allora. Famiglie che tuttora considerano una ragazza di 17 anni che fa sesso una “puttana”, che se rimane incinta si preoccupano di “cosa dirà la gente”. E i muri insormontabili da cui sono circondate le adolescenti di oggi al di fuori della famiglia sono sempre gli stessi: percorsi a ostacoli da effettuare per accedere alla contraccezione standard e di emergenza, ad un’interruzione di gravidanza rispettata e tempestiva. Alcune di loro, nonostante l’apparente modernità, hanno scarse nozioni sul funzionamento del loro corpo, trovandosi addirittura a partorire senza avere avuto alcuna consapevolezza di essere state incinte. È una cosa che può accadere per diversi motivi e l’ignoranza intorno a questa eventualità è pari solo a quella sulle gravidanze biochimiche, ossia aborti spontanei di cui raramente è dato di accorgersi e assai frequenti nell’arco dei circa 35/40 di fertilità. Troppe ragazze si trovano piegate dall’angoscia e dal panico quando sperimentano accadimenti simili. Angoscia e panico notoriamente non sono le migliori condizioni mentali per prendere decisioni lucide e raziocinanti. Possono indurre un’adolescente a compiere un gesto estremo come quello di sopprimere il neonato appena partorito.
La terribile vicenda accaduta di recente a Trapani ne è un esempio eclatante. Non è certo la prima, né purtroppo sarà l’ultima. Del caso specifico non sappiamo quasi nulla. Abbiamo conoscenza però di parte della testimonianza della ragazza rilasciata alle forze dell’ordine, che in modo inequivocabile ha manifestato shock, terrore, disperazione. Personalmente so anche un’altra cosa: che chiunque l’abbia resa terrorizzata è di fatto responsabile del suo gesto. Che al momento non possiamo neanche chiamare infanticidio, perché manca un rapporto autoptico che ci dica con certezza se il neonato era vivo quando è stato gettato dalla finestra oppure se era nato morto.
Parlavo sopra di responsabilità, ma forse sarebbe più opportuno usare un altro termine: mandanti. Chi sono le persone mandanti di atti come questo? Sono coloro che inducono giovani donne a sentirsi colpevoli qualsiasi cosa facciano o non facciano. Sono coloro che non appena letta questa tragica notizia hanno sentito il dovere di condannarla senza appello seduta stante; sono i numi tutelari dell’istituzione famiglia come luogo di crescita nella sottomissione e nella paura; sono coloro che credono che partorire equivalga ad essere madre; sono coloro che ritengono che un’adolescente debba essere la sola responsabile di una gravidanza indesiderata perché “ha aperto le gambe”; sono coloro che pensano che ogni discorso misogino sulla sessualità udito in famiglia non abbia conseguenze pesantissime; sono coloro che vedono una sola vittima, il neonato, ma non la diciassettenne in preda al panico.
È la giornalista che scrive testualmente, il giorno dopo l’ennesimo massacro di migranti nel Mediterraneo, fra cui un neonato: “il primo dovere di un genitore è garantire la sicurezza dei propri figli e far salire un bambino di 6 mesi per attraversare il Mediterraneo è da incoscienti”. Perché questa madre perfetta, dall’alto del suo casuale privilegio, non si è data neanche un minuto di tempo per pensare che tra la probabilità di vedere morire il proprio figlio durante una traversata e la certezza di vederlo morire di fame, di mancanza di cure o sotto una bomba, la prima è di gran lunga la scelta più amorevole e responsabile.
Questi individui sono i veri mostri, non la ragazza di Trapani. Gente che ha un senso completamente distorto di ciò che dovrebbe essere una famiglia, ossia un’aggregazione spontanea di persone che costituiscono uno spazio in cui sentirsi a proprio agio, senza l’obbligo di dover soddisfare aspettative autoritarie, irrispettose di inclinazioni, tempi e modi di essere dei figli.
La famiglia-istituzione è il fondamento microcapillare e speculare dello stato-nazione, con le stesse caratteristiche: controllo, obbedienza, possesso, paura. Caratteristiche molto più simili alla famiglia mafiosa che a quella sociale, teoricamente accogliente e protettiva.
Una famiglia accogliente e protettiva oltre ad insegnare alla sua prole a non infilare le dita nelle prese di corrente s’impegna a crescerla nell’assenza del timore di esprimersi liberamente, di dire ciò che è, cosa e chi desidera.
Educare significa letteralmente “condurre fuori”: cioè il meglio che le persone hanno dentro di loro.
Siamo un paese complessivamente cristallizzato, ancora incernierato tra le peggiori forme di perbenismo, di tradizionalismo bigotto.
La ragazza di Trapani e il suo neonato hanno pagato l’altissimo prezzo di tutto ciò. Abbraccio idealmente lei e rivolgo tutto il mio disprezzo e il mio rancore ai mandanti di questa tragedia, l’ennesima.

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