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Basaglia, Szasz e lo spettro dell’antipsichiatria

Basaglia, Szasz e lo spettro dell’antipsichiatria.

Come paradossalmente sia più coerente e utile, nel rapporto col disagio psichico, seguire un’etica minima e non rincorrere etiche massime che dietro a un ostentato radicalismo nascondono un classismo elitario di fondo.

di Piero Cipriano, psichiatra e scrittore.  Estratto da “Il manicomio chimico. Cronache di uno psichiatra riluttante”  Elèuthera, 2015

 

Nelle presentazioni de La fabbrica della cura mentale ogni tanto si fa vivo uno spettro (lo spettro, secondo lo scrittore Antonio Pascale, è quello che ti perseguita sempre partendo da posizioni che ritiene più radicali delle tue). Lo spettro è, nel mio caso, colui che, non avendo letto il mio libro, è convinto che lo psichiatra riluttante sia un antipsichiatra (ma in quel caso l’avrei sottotitolato diario di un antipsichiatra, che fa pure più figo), cosicché appena nomino Basaglia, e lo spettro capisce non solo che lo stimo, Basaglia, ma che è perfino il mio faro, il mio demone, il mio nume tutelare, ecco che inizia a interrompermi con frasi tipo: «Ma Basaglia faceva gli elettrochoc!», oppure: «Ma Basaglia non è un antipsichiatra!», o anche: «Szasz era coerente, altro che Basaglia!», o infine: «Antonucci, lui sì che è stato l’unico in Italia a fare antipsichiatria!».
Onde per cui, avendomi questo mestiere allenato alle intemperanze, prima li faccio sfogare, e dopo cerco di spiegare perché Basaglia, pur non essendo un antipsichiatra, ha eliminato i manicomi (almeno quelli grandi) e ha eliminato l’equivalenza tra follia e pericolosità dalla legge sanitaria italiana (almeno sulla carta), mentre gli antipsichiatri (i Szasz, i Laing, i Cooper, eccetera) non hanno cambiato granché le cose nei loro paesi.

Ma poi ci rifletto. Perché anche lo spettro ce l’ha una sua funzione, infatti, pur avendo, lui, smesso di riflettere (è granitico nella sua posizione manichea: la psichiatria è il male, l’antipsichiatria il bene), lo spettro, per fortuna, induce te a riflettere. Ma non subito però. Perché là per là hai l’impulso di rispondergli in maniera altrettanto pregiudiziale: Basaglia si, altro che Szasz!
Szasz. Andiamo a rivederci chi era Thomas Szasz, il terribile primo antipsichiatra comparso sulla scena della psichiatria, il cui primo libro, II mito della malattia mentale, nonostante sia stato pubblicato nel 1961 (stesso anno in cui Basaglia diventa direttore di manicomio, e stesso anno in cui escono La storia della follia di Michel Foucault, Asylums di Erving Goffman, I dannati della terra di Franz Fanon), non sarà mai considerato da Basaglia un testo di riferimento, così come gli altri tre. Io credo che se Szasz non è stato (come non lo è stato Laing o Cooper) un punto di riferimento importante per Basaglia, il motivo fondamentale è che i cosiddetti antipsichiatri sono rimasti fuori dalle istituzioni, fuori dai manicomi, e senza sporcarsi le mani, senza perdere la loro purezza, hanno pontificato, hanno scritto bei libri, incidendo poco o niente rispetto alle pratiche dei loro rispettivi paesi, rispetto alla possibilità di eliminare i manicomi dai loro paesi.
Ma qual era il pensiero di colui che più ha avuto, tra i cosiddetti antipsichiatri, punti di convergenza con il pensiero di Basaglia, e che ha anche avuto la fortuna di essere il più longevo di tutti (morto nel 2012, a novantadue anni), per cui ha potuto osservare gli sviluppi recenti della psichiatria, e l’enorme potere assunto dalle case farmaceutiche e dai manuali diagnostici di marca americana? Sul finire del 2013, è stato pubblicato un libro veramente prezioso (Thomas Szasz, la critica psichiatrica come forma bioetica), di Francesco Codato, che riassume efficacemente, in poco più di cento pagine, il pensiero di questo longevo e prolifico scrittore. E non per caso lo chiamo scrittore.

Thomas Szasz nasce nel 1920, a Budapest, da una famiglia ebrea. A diciotto anni, per sfuggire alle persecuzioni antisemite, lascia l’Ungheria e raggiunge gli Stati Uniti, dove si laurea prima in fisica e poi in medicina. Ma nonostante la specializzazione, sia in psichiatria che in psicanalisi, dichiara subito di non essere interessato all’esercizio pratico della professione di psichiatra. «Non ho mai prestato servizio in un ospedale», afferma, «non ho mai prescritto farmaci a nessun paziente». È persuaso che per conservarsi integro deve solo «ascoltare e parlare», senza mai cedere all’uso delle terapie farmacologiche, o della forza che sovente accompagna tali prescrizioni.
Non posso fare a meno di riflettere sul fatto che Szasz ricusa il lavoro hard, cioè la grande psichiatria, quella che si fa con i malati gravi, in ospedale, per dedicarsi alla psicoterapia privata (a pagamento), cioè alla piccola psichiatria, con persone meno gravi, più collaborative e consenzienti. Il contrario di ciò che fece Basaglia, che contestò la terapia privata (li considerava un po’ puttane, i medici privati che si prendevano un tanto all’ora) per calarsi nell’orrore del manicomio, scendendo nei gironi dei miserabili, e i farmaci li usò, eccome, e usò tutto ciò che gli poteva consentire di tirare fuori i miserabili folli dalla loro fossa dei serpenti, pur sapendo che gli psicofarmaci non erano la cura.
Questa attitudine non medicalizzante di Szasz trova la sua teorizzazione forte, dirompente, nel libro con cui inaugura il cosiddetto discorso antipsichiatrico: Il mito della malattia mentale, edito nel 1961. Mi colpisce questa data, questa sincronia. L’anno in cui l’esistenzialista e fenomenologo Franco Basaglia lascia l’università, e lascia la teoria, per così dire, per entrare nel lager, nel luogo della miseria, nel manicomio di Gorizia, in quello stesso anno Thomas Szasz ricusa la pratica medica e pubblica la sua radicale teoria antipsichiatrica. E questo libro fu a dir poco scioccante per la comunità psichiatrica, era la prima volta che uno psichiatra sosteneva che la malattia mentale non esiste. Fu davvero, commentò Szasz, come se in Vaticano un prelato avesse affermato la non esistenza di Dio. Era talmente radicale che la comunità psichiatrica gli fece intorno terra bruciata.
Un tale sostenne perfino che delirava (confermando ciò che scriveva Szasz nel Mito della malattia mentale). Eppure, che cosa aveva sostenuto, Szasz, di così sconvolgente? Semplicemente, aveva anticipato di mezzo secolo ciò che, nel 2013, verrà ribadito da Alien Frances, il capo della task force di psichiatri dell’APA che nel 1994 ha pubblicato il d sm -IV: Szasz aveva osato affermare che la malattia mentale non esiste. Ma non nel senso che non esiste il disagio psichico, lo sragionare, ma nel senso che questo disagio non ha le caratteristiche che una malattia deve avere (un’eziopatogenesi nota e soprattutto una lesione d ’organo). Aveva sostenuto che in psichiatria vengono definite malattie mentali quelle che sono, invece, delle semplici metafore. E per far sì che queste metafore diventassero davvero malattie gli psichiatri, da Kraepelin in poi, passando per Nancy Andreasen, hanno impiegato le migliori energie per cercare il broken brain, il cervello rotto, e così poter affermare, a ragion veduta, che loro combattono malattie, e non disturbi.

Nel 1969 Szasz fonda la Citizens Commission on Human Rights (di cui esiste anche un’emanazione italiana, il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani), con lo scopo di combattere i crimini contro l’umanità perpetrati dagli psichiatri, e questo, probabilmente, è un decisivo passo falso di Szasz, perché si avvale dell’aiuto di Scientology (o forse è Scientology che si avvale di Szasz), e solo molti anni dopo, per porre fine a questo sciagurato connubio, Szasz prende le distanze dal movimento fondato da Ron Hubbard, sostenendo di aver accolto Scientology nella sua associazione con lo stesso spirito con cui avrebbe accolto ebrei, cristiani, musulmani, atei, eccetera.
Non c’è dubbio che questa liaison infelice indebolisce molto la credibilità del discorso di Szasz. Anche perché, se il fine giustifica i mezzi, e il fine di Szasz era demolire la psichiatria repressiva per poter costruire una psichiatria davvero terapeutica, ebbene, appoggiandosi a Scientology (ovvero quella che da molti viene considerata una setta di manipolatori tra le più potenti al mondo) sceglie un mezzo, un alleato, non meno pericoloso della psichiatria che per tutta la vita ha dichiarato di combattere.

Nonostante molta della sua credibilità l’abbia sciupata proprio con questa alleanza, l’instancabile attività editoriale di Szasz continua con la pubblicazione de I manipolatori della pazzia, libro del 1970 (ancora una volta mi viene in mente la storia parallela di Basaglia, che l’anno successivo va a dirigere un altro manicomio, il terzo e ultimo della sua carriera, quello di Trieste). La tesi di questo libro è, probabilmente, ancora più provocatoria per i suscettibili psichiatri tradizionali, perché Szasz propone l’analogia tra malattia mentale e stregoneria. Egli sostiene che se nel quindicesimo secolo dominava la convinzione che alcune persone fossero streghe, nel ventesimo secolo domina la convinzione che alcune persone siano malati di mente. Nell’epoca dei lumi, la psichiatria ha dunque preso il posto della teologia, lo psichiatra ha sostituito l’inquisitore, e la strega o il posseduto hanno lasciato il posto al malato di mente. Szasz evidenzia, anche, come i metodi psichiatrici, con le varie forme di colloqui-interrogatorio, non siano molto diversi dai metodi dell’Inquisizione.
Altra opera significativa è Psychiatric slavery, del 1977 (l’anno in cui Basaglia dichiara che il primo manicomio al mondo, quello da lui diretto a Trieste, sarà abolito), opera nella quale è esposta un’altra tesi forte: la psichiatria è una forma di schiavitù, perché è quella disciplina che, grazie agli strumenti della diagnosi e dei trattamenti coatti, permette di schiavizzare un gruppo di persone. «Lavorare come schiavi è diverso dal lavorare volontariamente», afferma Szasz, e dunque «i trattamenti psichiatrici involontari sono diversi da quelli volontari». Insomma, con l’analogia tra psichiatria e schiavitù Szasz intende sottolineare che la psichiatria non ha come scopo il benessere della persona con disagio psichico, ma il contrario.

Passano gli anni, in Italia la 180 è legge da più di ventanni, e Szasz pubblica un altro libro, Pharmacracy, nel 2001, questa volta centrato sul filo rosso che lega psichiatria, Stato e case farmaceutiche, in cui ribadisce, ancora una volta, che lo scopo della psichiatria non è il benessere dei pazienti psichici, ma favorire il controllo della devianza da parte dello Stato e le entrate delle case farmaceutiche.
Corollario di queste asserzioni è che la psichiatria, per essere davvero terapeutica e non poliziesca, dovrebbe svincolarsi dalle leggi dello Stato, cioè dalle leggi che obbligano ai trattamenti psichiatrici. Solo in questo modo, sostiene Szasz, solo svincolandosi dallo Stato, e dai trattamenti coercitivi, la psichiatria dismetterebbe i suoi abiti polizieschi per indossare finalmente vesti terapeutiche.
Questa sua tesi, forse la più radicale di tutte, apre un discorso molto ampio e complesso, che da Basaglia viene affrontato in un altro modo, che può essere riassunto con questa domanda: «Si dà vera libertà al malato non interferendo, o è perfino più violento il suo abbandono»? E qui entriamo nel terreno impervio dei trattamenti coatti, del TSO (in Italia), che a mio parere dovrebbe essere uno strumento eccezionale, per aiutare persone con un grave disturbo e non consapevoli di averlo. Purtroppo, invece, il TSO è abusato, è diventato uno strumento repressivo e poliziesco, ed è proprio questo abuso che fornisce validi argomenti agli antipsichiatri e a chi ne propone l’abolizione.
L’ultimo mito che Szasz aggredisce, al culmine della sua lunga carriera narrativa, è il Mito della psicoterapia, nell’omonima opera. In questa riflette su cosa sia la cura, e cosa significhi guarire. Secondo lui sono due le tecniche adottate in psichiatria: psicofarmaci e psicoterapia. E così come la psicofarmacologia, pure la psicoterapia ormai è considerata una cura a tutti gli effetti, al pari della chirurgia, per esempio. Ma cos’è mai, si domanda, questa psicoterapia, se non quella prassi in cui qualcuno che si dichiara un guaritore impiega la sua anima per determinare un cambiamento nell’anima di qualcun altro che si fa definire paziente? È tutta colpa di Freud, sostiene Szasz, che per primo ha definito terapia la pratica, millenaria, di ascoltare e parlare. Secondo lui, Freud in realtà non ha inventato nient’altro che una forma di retorica. Perché è retorica l’arte di scrivere o parlare in pubblico con lo scopo di persuadere. È roba da politici. E cosa fa la coppia terapeuta-paziente se non parlare e ascoltare a senso unico?, nel senso che il paziente parla di sé e il terapeuta parla del paziente? Dunque la psicoterapia è retorica, nient’altro che retorica, o meglio, attingendo a Eschilo che parlava di iatroi logoi (parole curative), la psicoterapia, suggerisce Szasz, la dovremmo chiamare iatrologia. Sarebbe più corretto chiamarla così.

Ma torniamo allo spettro. Che se lo spettro avesse letto non dico l’enorme e forse ridondante opera di Szasz, ma almeno questo compendio di Francesco Codato, io credo che avrebbe compreso che l’antipsichiatra Szasz non era mica poi tanto antipsichiatra, e non la voleva nemmeno veramente distruggere la psichiatria, e neppure ci teneva a essere definito antipsichiatra, anche perché un movimento dell’antipsichiatria, in realtà, non è mai esistito. Ricorda Codato che «sono esistiti degli psichiatri che hanno condiviso l’avversione per un certo modo di fare psichiatria», questo sì, e che la coniazione del termine antipsichiatria è opera di David Cooper e del suo libro del 1967, Psichiatria e antipsichiatria, ma Szasz, così come Basaglia, si chiamò fuori dall’etichetta di antipsichiatra, e per lui i due soli e unici antipsichiatri sono forse stati Ronald Laing e David Cooper, che non erano, sempre secondo Szasz, per niente interessati a riformare la psichiatria, ma solo a perseguire i loro «interessi di fama e di gloria». Insomma, consiglio allo spettro tifoso di Szasz la lettura di questo libro, che gli sarà di certo utile per comprendere quanto il pensiero del prolifico narratore americano non sia poi così lontano dal pensiero di Basaglia. La differenza, in effetti, non è tanto nel loro pensiero. La differenza, profonda, caro spettro tifoso di Szasz, la differenza tra Szasz e Basaglia, è nella pratica.

Ora, se il libro di Codato può servire allo spettro per chiarirsi chi è Thomas Szasz, Le conferenze brasiliane sono il libro migliore per capire il pensiero, e la prassi, di Franco Basaglia. E partirei subito da questa affermazione, che mi è sempre rimasta molto impressa, quella in cui Basaglia dice: «Io penso che l’umanità sia sempre stata divisa in due parti: gli inventori e i narratori. Probabilmente sono necessari entrambi». Ecco, io credo che per aggredire un certo tipo di psichiatria siano stati veramente necessari entrambi, Basaglia l’inventore, colui che ha inventato (o scoperto, o dimostrato) che la libertà è terapeutica, e Szasz il narratore, colui che questo assunto l’ha teorizzato e scritto in tutte le salse.
Dicevo, all’inizio, che era il 1961, e Szasz aveva quarantuno anni e Basaglia ne aveva trentasette, entrambi erano a metà della loro vita (conto arrotondato per il primo in difetto e per il secondo, purtroppo, in eccesso), quando uno decide di non mettere piede in ospedale, e non prescrivere una sola molecola di farmaco, e somministrare solo parole, e niente imposizione, niente coercizione, e l’altro entra invece nella contraddizione, entra in manicomio, addirittura a dirigerlo (seicento internati nelle sue mani ci sono a Gorizia), e non trova i borghesi abbienti visitati da Szasz, e non trova i nevrotici in grado di chiedere e pagarsi la psicoterapia, no, lui ci trova la miseria, là dentro, ci trova i dannati della terra.
Dieci anni dopo, 1971, altro manicomio, quello di Trieste, il doppio degli internati rispetto a Gorizia, milleduecento: in soli sette anni, nel 1978, non c’è più nessuno internato in quel posto, perché in quei diciassette anni Basaglia ha accettato di non essere un puro, come Szasz, ha accettato la contraddizione di prescrivere psicofarmaci, e di continuare ad avere persone legate, e rinchiuse, ma riuscendo, con la rischiosa tecnica di «infiltrare gli infiltrati», con la pericolosa tecnica di «usare le stesse armi del potere», a far diventare la sua azione, il suo principio (la libertà è terapeutica) una legge dello Stato (la legge 180). È riuscito, con la sua pratica, ma anche con i suoi libri (perché non è che nel frattempo non ne abbia scritti, di libri, a onor del vero), a «violentare la società», obbligandola ad accettare il folle, quel folle che per due secoli, dall’invenzione dei manicomi, la società aveva allontanato da sé. Tutto ciò partendo, in definitiva, dalle stesse posizioni teoriche di Szasz («non so che cosa sia la follia, è una condizione umana, in noi la follia esiste come esiste la ragione, ma la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia»), ma lavorando nel manicomio pubblico, mentre il teorico Szasz continuava a scrivere e a esercitare l’arte della psicoterapia. «Gli psicanalisti», aggiunge, «hanno sempre una gran lista di attesa, come gli aeroplani».

Perché gli psicanalisti rispondono ai problemi di quella parte della popolazione che ha i mezzi per difendersi, e non certo ai bisogni dei miserabili, perché «chi non ha non è», è questo il tema, chi non ha il danaro non se la può pagare la terapia psicanalitica con Szasz. Perché la psicanalisi è «terapia di classe»: «Cosa ha fatto la psicanalisi per il malato mentale del manicomio nel corso di questo secolo?».
Sempre nelle Conferenze brasiliane (citando L ’uomo col magnetofono di Abrahams), Basaglia racconta di un paziente che va dallo psicanalista con il registratore e dice: questa volta chi fa lo psicanalista sono io, e lei è il paziente… lo psicanalista prende il telefono e chiama la polizia. Secondo me il racconto potrebbe continuare così: mettiamo che lo psicanalista fosse Szasz, come si sarebbe difeso da un paziente che volesse invertire il rapporto terapeutico? O che lo volesse picchiare? Chiamando la polizia, ovviamente. E quel paziente sarebbe finito ricoverato, ricoverato in un manicomio. Questo episodio mi ricorda quando avevo poco meno di trentanni ed ero specializzando, e un noto psicanalista romano delle volte mi telefonava per propormi: «Piero, ti va di seguire un paziente borderline che oggi mi ha sfasciato lo studio?».

Insomma, se lo spettro avrà modo di leggerle, saprà che nelle Conferenze brasiliane Basaglia pure, come Szasz, prende le distanze dall’antipsichiatria: «Io non sono un antipsichiatra, perché questo è un tipo di intellettuale che rifiuto. Io sono uno psichiatra che vuol dare al paziente una risposta alternativa a quella che gli è stata data finora». E quando il presidente dell’Associazione brasiliana di psichiatria gli obietta che bisognerebbe sì cambiarla la psichiatria, perché dovrebbe essere non elitaria e occuparsi dell’intera società, ma che per fare ciò sarebbe necessario riformare tutta la società, e questo non è un compito della psichiatria, Basaglia gli risponde che non è «vero che lo psichiatra ha due possibilità, una come cittadino e una come psichiatra, ma ne ha una sola: come uomo». Il che significava: io voglio provare a cambiare perfino l’organizzazione sociale, partendo dalla professione di psichiatra. Per cui, «io non faccio parte di nessun movimento antipsichiatrico. Antipsichiatria non vuol dire niente, è come psichiatria. Io penso di essere uno psichiatra, perché il mio ruolo è di psichiatra, e attraverso questo ruolo voglio fare la mia battaglia politica».

Ecco, su questa frase mi posso fermare, ma voglio affermare che io pure sono uno psichiatra, e se proprio devo scegliermi un’etichetta mi piacerebbe aggiungere solo: basagliano. E lo so che sono in troppi, oggi, a dirsi basagliani senza esserlo. Ma allora che significa, oggi, essere un basagliano? Un basagliano, secondo Franco Roteili, è colui che persegue, nella sua pratica, un’etica minima, perché un’etica massima forse non te la puoi permettere.
Purtroppo, però, esistono molti sedicenti basagliani che quell’etica minima non la raggiungono, nonostante le loro chiacchiere. E forse sono proprio loro a offrire argomenti sia agli spettri dell’antipsichiatria (sostenitori in buona fede di un’etica massima) sia alla maggioranza degli psichiatri tradizionali.

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