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Un giorno difficile per la Tunisia.

Un giorno difficile per la Tunisia.

Diario da un paese in perenne crisi, nel decimo anniversario della sua liberazione.

di Chokri Ben Nessir, per lapresse.tn   Traduzione: Intersecta

Ciò che è successo ieri e l’altro ieri in Tunisia ha del kafkiano. Ieri, all’Assemblea rappresentativa del popolo (il parlamento tunisino), sul banco degli accusati stavano un po’ tutti. Il presidente della repubblica, il presidente del parlamento e il Capo del governo. Tutti i ministeri chiave (Esteri, Giustizia, Interni, Difesa…) erano oggetto del fuoco di fila da parte dei deputati, mente la tv nazionale mostrava tutto in diretta. La classe politica lavava i panni sporchi in pubblico e buttava via il bambino con l’acqua del bagno. Da ogni parte sono volati appelli più o meno velati a manifestare, e i primi a rispondere sono stati i giovani dei quartieri poveri.

Non sono forse stati offesi e feriti nell’amor proprio dal genero del presidente del parlamento (Rafik Abdessalem, genero del potente leader del partito islamico Ennahda e presidente del parlamento Rachid Gannouchi, ex ministro degli esteri e coinvolto in numerosi scandali)? Non era forse stato versato il sangue del giovane Heykel Rachdi (manifestante ucciso dalle forze di polizia nell’ovest del paese) nel corso di una manifestazione pacifica? Quando scorre sangue innocente, la legittimità delle istituzioni finisce. Era questo il messaggio che è stato urlato ieri davanti al parlamento. Del resto non bisogna dimenticare che da sempre le contestazioni popolari si nutrono del dissenso politico ignorato e dei suoi effetti sociali devastanti. Come pretendete che le persone non gridino la loro collera in piazza per i guasti del sistema, se assistono ogni giorno al fallimento dello stato?

Si deve però capire che il problema ha radici davvero profonde, e le forze politiche che invocano la piazza per il loro tornaconto non hanno intenzione di risolverlo.
Tutto ciò avviene purtroppo nel momento in cui dovunque nel mondo si accendono le fiammelle della speranza con l’inizio delle campagne di vaccinazioni di massa contro il covid19 e affiorano speranze di ripresa economica. Mentre altrove provano a rialzarsi, il nostro paese precipita in una nuova crisi, la peggiore dalle ultime elezioni presidenziali. Una crisi che rischia di fare crollare le istituzioni repubblicane fragilmente costruite dieci anni fa, e apre la strada alle incognite. Avevamo bisogno di questa crisi? Chi è che la manovra? Chi ne trae profitto? Chi ha interesse al fallimento del processo democratico? La risposta a queste domande è sicuramente importante per capire cosa sta succedendo nel paese. Ma in ogni caso si tratta di un paese dalle spalle gracili, e che trascina il peso insopportabile di problemi finanziari enormi.Un paese che non riesce a tirare fuori la testa dall’acqua, in cui anche l’iniziativa di Dialogo Nazionale (gruppo di associazioni e parti sociali tunisine, premio nobel per la pace 2015, che ha lo scopo di incentivare il dibattito fra le forze politiche per la transizione democratica) è stata boicottata da più parti. La nave Tunisia imbarca acqua e rischia di colare a picco.

I Tunisini e le Tunisine conoscono questa verità dolente.Ed è per questo che stamattina si sveglieranno con un mal di testa generalizzato. Non sanno più a che santo votarsi per scongiurare la cattiva sorte che si è abbattuta sul paese da dieci anni. E hanno ragione, perché le fazioni politiche non hanno smesso di incrociare i ferri per i loro interessi, dimenticando il dolore sordo della popolazione, e portando verso il basso il discorso politico, relegato a un angolo meramente distruttivo. E’ per questo che ciò che abbiamo visto in questi giorni è un vero terremoto politico le cui scosse di assestamento si faranno presto sentire.

Incrociamo le dita e speriamo che i giorni a venire possano portare soluzioni che ci facciano presto dimenticare questo vuoto d’aria. Per il momento, non possiamo non registrare che ieri è stato un giorno difficile nella storia del paese.

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La rivolta del Campidoglio rischia di innescare e fornire gli alibi a una nuova era di repressione politica.

La rivolta del Campidoglio rischia di innescare e fornire gli alibi a una nuova era di repressione politica.

Una nuova era di repressione politica è in arrivo, in un momento in cui abbiamo più bisogno di protestare. E sarà una repressione bipartisan.

di Akin Olla, per theguardian.com    Traduzione: Intersecta

Il sindaco di New York Bill de Blasio ha dichiarato oggi il coprifuoco dalle 23:00 alle 5:00, poiché delle proteste contro il razzismo, a volte violente,  agitano le comunità a livello nazionale. Dicendo di “sostenerela protesta pacifica”, De Blasio ha twittato di aver preso la decisione in consultazione con il governatore dello stato Andrew Cuomo, seguendo l’esempio di molte grandi città statunitensi che hanno istituito il coprifuoco nel tentativo di reprimere violenza e saccheggi.

Dopo il tentativo di insurrezione fascista al Campidoglio degli Stati Uniti, amministratori progressisti e liberali hanno iniziato a imitare gli appelli alla “legge e all’ordine” delle loro controparti conservatrici, arrivando persino a minacciare di condurre una “guerra al terrore”. Sebbene ciò possa essere anche ispirato da buoneintenzioni, si adatta perfettamente alla traiettoria degli attacchi contro le libertà civili negli ultimi due decenni. Un’amministrazione Biden con un Senato 50-50 o poco più cercherà l’unità e il compromesso ovunque possa trovarli, e l’oppressione dei dissidenti politici sarà il collante per tenere insieme  il governo Biden.

Una vasta gamma di attori all’interno del governo degli Stati Uniti ha da tempo previsto e ha iniziato a prepararsi per una nuova era di proteste e instabilità politica. Nel 2008 il Pentagono ha lanciato la Minerva Initiative, un programma di ricerca volto a studiare i movimenti di massa e la loro diffusione. Uno dei progetti legati a tale programma metteva insieme gli  attivisti pacifici con i “sostenitori della violenza politica” e riteneva bisognasse studiare le associazioni di attivismo insieme alle organizzazioni terroristiche attive.

E’ tutto pronto per il tentativo di Biden di unire i partiti puntando su “legge e ordine”, solo con toni leggermente diversi da quelli del suo predecessore.

Un “war game” del 2018 messo in atto dal Pentagono ha visto studenti e docenti delle università militari creare piani per schiacciare una ribellione guidata da membri disillusi della Generazione Z (persone nate fra dopo il 1996). Questa ipotetica “ZBellion” includeva una “campagna informatica globale per denunciare l’ingiustizia e la corruzione”. Una campagna che nella vita reale sarebbe senza dubbio monitorata dal programma Prism della NSA, che capta e passa al vaglio la stragrande maggioranza delle comunicazioni elettroniche negli Stati Uniti. Prism è stato sviluppato nel 2007, in parte per paura che i disastri ambientali potessero portare a un aumento della protesta anti-governativa.

Tutto ciò rafforza il già opprimente apparato di sorveglianza post 11 settembre sviluppato attraverso il Patriot Act, un atto legislativo bipartisan sostenuto all’epoca dal presidente eletto Biden.

Sebbene alcuni di questi strumenti siano stati sviluppati per “combattere il terrorismo”, in pratica sono stati utilizzati anche per monitorare e interferire con il lavoro degli attivisti, portando a violazioni delle libertà civili come l’infiltrazione di agenti sotto copertura del NYPD in gruppi di studenti musulmani degli Stati del nordest. E ogni presidente dopo l’11 settembre ha aggiunto del suo, aumentando costantemente il potere delle agenzie federali e locali di sorvegliare, detenere e perseguire coloro che sembrano rappresentare una sfida allo status quo.

Questo livello di repressione viene portato avanti anche dagli Stati. Dal 2015, 32 stati hanno approvato leggi volte a scoraggiare e punire coloro che intraprendono boicottaggi contro Israele. Molti stati hanno anche lavorato per smantellare associazioni studentesche un tempo istituzionalizzate in tutto lo stato come l’Arizona Student  Association e lo United Council of Wisconsin, in un colpo solo distruggendo l’opposizione agli aumenti delle tasse scolastiche e sradicando un importante alleato dei movimenti sociali, come Campagna per il boicottaggio e le sanzioni (BDS) contro Israele.

I repubblicani chiedono da tempo una maggiore repressione degli attivisti, ma il coro ha raggiunto un crescendo nell’era della Black Lives Matter e delle proteste per il clima

Negli ultimi cinque anni, nei singoli Stati sono state introdotte 116 proposte di legge per aumentare le sanzioni per le proteste di ogni tipo, comprese le chiusure autostradali e le occupazioni. Ventitré di questi progetti di legge sono diventati legge in 15 stati. Dopo l’uccisione di George Floyd e le successive rivolte, abbiamo assistito a un altro flusso di proposte. Ad esempio, il governatore della Florida Ron DeSantis vorrebbe rendere un crimine la semplice partecipazione a una protesta che porta a danni alla proprietà o a blocchi stradali, mentre garantisce protezione alle persone che colpiscono quegli stessi manifestanti con le loro auto. Dopo l’assalto al Campidoglio, DeSantis, un alleato di Trump, ha ampliato queste proposte con più disposizioni e conseguenze più dure. L’unica cosa che finora ha impedito l’approvazione di molte di queste leggi è stata l’opposizione dei Democratici.

Ma ora i Democratici hanno capito la musica e sono tornati ai loro appelli post 11 settembre per intensificare la “guerra al terrore”. Joe Biden ha già chiarito che intende rispondere a questo ruchiamo. Ha chiamato i rivoltosi “terroristi interni” e “insurrezionalisti”, entrambi termini usati per designare coloro le cui libertà civili lo stato è apertamente autorizzato a violare. Ha dichiarato che sarà una priorità approvare una nuova legge contro il terrorismo interno e ha nominato la possibilità di creare un nuovo incarico alla Casa Bianca per combattere gli estremisti violenti di ispirazione ideologica.

Queste mosse non devono essere prese come minacce vuote da  parte di Biden. E’ tutto pronto per il tentativo di unire i partiti attorno alla figura di un presidente gentile ma “legge e ordine”, e schiacciare efficacemente qualsiasi movimento sociale che si opponga allo status quo. Gran parte del Patriot Act stesso era basato sul disegno di legge anti-terrorismo di Biden del 1995, e Biden avrebbe continuato a lamentarsi del fatto che il Patriot Act non si fosse spinto abbastanza lontano dopo che alcune delle sue disposizioni per aumentare ulteriormente il potere della polizia di sorvegliare gli obiettivi erano state rimosse. Biden vorrà disperatamente dimostrare la sua competenza e dimostrare che non è il “codardo delle proteste”, come lo ha accusato Trump. Questo, combinato con le richieste di repressione da parte di Democratici, Repubblicani e ampi segmenti dell’opinione pubblica americana, è una tempesta perfetta per un’escalation radicale nella guerra decennale alle libertà civili e al nostro diritto di protestare, in un momento in cui ne abbiamo oltremodo bisogno.

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Il privilegio di essere nella stanza

Il privilegio di essere nella stanza

Come anche i concetti in astratto più condivisibili, possono diventare problematici se non situati nei contesti.

Di Olùfémi O. Tàiwò per thephilosopher     Traduzione: Intersecta

“Ho abbandonato il campo perché non credo di essere la persona giusta per scrivere questa storia – Non ho idea di cosa significhi essere Nera… Posso inviarti anche il documento Google con i miei appunti?”

Mi ritrassi interiormente. Era un’offerta innocente e adeguatamente motivata: Helen, una giornalista freelance, si stava offrendo di rinunciare a qualcosa per me, per via di un ethos di giustizia razziale. Ma temevo che fosse anche una trappola.
Anche mettendo da parte l’errore sulle dinamiche di potere della conversazione (sono nero, ma anche un professore di ruolo), c’era un problema qui che avevo già visto prima molte volte. Dietro il presupposto che io avessi una visione esperienziale che le mancava c’era l’impronta culturale riconoscibile di una prospettiva molto discussa e polarizzante sulla conoscenza e sulla politica: l’epistemologia del punto di vista.

Se si prende in considerazione una definizione da manuale dell’epistemologia del punto di vista, potrebbe essere difficile intravedere la controversia che ruota attorno a questa idea. L’International Encyclopedia of Philosophy lo riduce a tre affermazioni dal suono innocuo:
1) La conoscenza è socialmente situata;
2) Le persone emarginate hanno alcuni vantaggi posizionali nell’acquisire alcune forme di conoscenza;
3) I programmi di ricerca dovrebbero riflettere questi fatti.
Liam Kofi Bright sostiene in modo persuasivo che queste affermazioni sono derivabili da una combinazione di 1) impegni empirici di base e 2)un resoconto minimamente plausibile di come il mondo sociale influenza la conoscenza dei gruppi a partire da ciò che cercano e trovano.
Quindi, se il problema non è l’idea di base, qual è? Penso che riguardi meno le idee fondamentali e più le norme prevalenti che le convertono in pratica.

L’appello ad “ascoltare le persone più colpite” o “mettere al centro le più emarginate” è onnipresente in molti circoli accademici e attivisti. Ma non mi è mai piaciuto. Nella mia esperienza, quando le persone dicono di aver bisogno di “ascoltare le persone più colpite”, non è perché intendono organizzare chiamate Skype ai campi profughi o collaborare con persone senza casa. Piuttosto, ha significato più spesso dare autorità discorsiva e attenzione a coloro che si adattano più comodamente alle categorie sociali associate a questi mali, indipendentemente da ciò che effettivamente fanno o non sanno, o da ciò che hanno o non hanno sperimentato personalmente. Nel caso della mia conversazione con Helen, la mia categoria razziale mi ha legato in modo più “autentico” a un’esperienza che nessuno di noi due aveva avuto. È stata chiamata a delegare a me dalle regole del gioco così come le intendevamo. Anche dove la posta in gioco è alta – dove potenziali ricercatori/* stanno discutendo su come comprendere un fenomeno sociale, dove attivist* stanno decidendo a quale obiettivo mirare – queste regole spesso prevalgono.
La trappola non era data dal fatto che l’epistemologia del punto di vista stava influenzando la conversazione, ma dal come. In generale, le norme per mettere in pratica l’epistemologia del punto di vista richiedono pratiche di deferenza: offrire, passare il microfono, credere. Si tratta in molti casi di buone idee e le norme che ci chiedono di essere pront* ad applicarle hanno motivazioni ammirevoli: il desiderio di aumentare il potere sociale delle persone emarginate identificate come fonti di conoscenza e legittime destinatarie di comportamenti deferenti. Ma deferire in questo modo come regola od orientamento politico predefinito può effettivamente funzionare contro gli interessi dei gruppi emarginati, specialmente negli spazi delle élite.

Alcune stanze hanno un potere e un’influenza fuori misura: la Situation Room, la redazione, il tavolo delle trattative, la sala conferenze. Trovarsi in queste stanze significa essere in grado di influenzare le istituzioni e le più ampie dinamiche sociali decidendo cosa si deve dire e fare. L’accesso a queste stanze è di per sé una sorta di vantaggio sociale e spesso si ottiene grazie a qualche vantaggio sociale precedente. Da un punto di vista sociale, le persone “più colpite” dalle ingiustizie sociali che associamo a identità politicamente importanti come sesso, classe, razza e nazionalità hanno una probabilità sproporzionata di essere incarcerate, sottoccupate o parte del 44% della popolazione mondiale senza l’accesso a Internet – e quindi allo stesso tempo lasciate fuori dalle stanze del potere e in gran parte ignorate dalle persone all’interno di esse. Le persone che superano le varie pressioni di selezione sociale, le quali filtrano le identità sociali associate a questi effetti negativi, hanno maggiori probabilità di finire nella stanza. Cioè, è più probabile che si trovino nella stanza proprio a causa dei modi in cui sono sistematicamente diversi (e quindi potenzialmente non rappresentativi) dalle stesse persone che vengono poi invitate a rappresentare nella stanza.
Sospettavo che l’offerta di Helen fosse una trappola. Non è stata lei a crearla, ma minacciava di intrappolarci tutt’e due allo stesso modo. Norme culturali più ampie – come quella messa in atto anteponendo affermazioni con “In quanto uomo di colore…” – hanno generato una serie di pratiche rispettose del punto di vista che molti di noi conoscono consciamente o inconsciamente a memoria. Tuttavia, le forme di deferenza che spesso seguono risultano infine auto-indebolenti e servono solo al controllo sulle agende politiche e sulle risorse da parte delle persone più avvantaggiate di un gruppo. Se vogliamo usare l’epistemologia del punto di vista per sfidare accordi di potere ingiusti, è difficile immaginare come potremmo fare di peggio.

Per dire cosa c’è di sbagliato nelle applicazioni popolari e deferenti dell’epistemologia del punto di vista, dobbiamo capire cosa la rende popolare. Si presentano una serie di risposte ciniche: alcune (specialmente le persone socialmente più avvantaggiate) non vogliono veramente il cambiamento sociale, vogliono solo l’apparenza di esso. Oppure, la deferenza verso i personaggi delle comunità oppresse è una performance che depura, giustifica o semplicemente distrae dal fatto che la persona a cui si deferisce ha abbastanza privilegi nella “stanza” perché ne consegua l’“elevazione” della sua prospettiva.
Sospetto che ci sia del vero in queste opinioni, ma non sono soddisfatto. Molte delle persone che sostengono e mettono in atto queste norme deferenti sono piuttosto come Helen: motivate dalle giuste ragioni, ma fiduciose nelle persone con cui condividono queste stanze per aiutarle a trovare la corretta espressione pratica dei loro impegni morali comuni. Non abbiamo bisogno di attribuire la malafede a tutt* o anche alla maggior parte di coloro che interpretano l’epistemologia del punto di vista in modo deferente per spiegare il fenomeno, e non è nemmeno chiaro come ciò sarebbe d’aiuto. Le cattive “coinquiline” non sono il problema per lo stesso motivo per cui Helen non era una buona coinquilina: il problema emerge da come le stanze stesse sono costruite e gestite.

Per tornare all’esempio iniziale di Helen, il problema non era semplicemente che non ero cresciuto nel tipo di comunità a basso reddito e ridimensionata che lei immaginava. La situazione epistemica era molto peggiore di questa. Molti dei fatti su di me che rendevano le mie possibilità di vita diverse da quelle delle persone che lei immaginava erano gli stessi fatti che rendevano probabile che mi venissero offerte cose per loro conto. Se fossi cresciuto in una comunità del genere, probabilmente non saremmo stat* al telefono insieme.
Molti aspetti del nostro sistema sociale fungono da meccanismi di filtraggio, determinando quali interazioni avvengono e tra chi, e quindi quali modelli sociali le persone sono in grado di osservare. Per la maggior parte del 20° secolo, il sistema delle quote di immigrazione degli Stati Uniti ha reso l’immigrazione legale con un percorso di cittadinanza quasi esclusivamente disponibile per persone europee (guadagnandosi la considerazione di Hitler in quanto ovvio “leader nello sviluppo di politiche esplicitamente razziste su nazionalità e immigrazione”). Ma l’Immigration and Nationality Act del 1965 ha aperto possibilità di immigrazione, con una preferenza per il “lavoro qualificato”.
La qualifica dei miei genitori come lavoratori qualificati spiega molto il loro ingresso nel paese e i conseguenti vantaggi di classe e risorse monetarie (come la ricchezza) in cui sono nato. Il nostro non è un caso atipico: la popolazione nigeriano-americana è una delle popolazioni immigrate di maggior successo del paese. La selettività della legge sull’immigrazione aiuta a spiegare i tassi di rendimento scolastico della comunità diasporica nigeriana che mi ha cresciuto, il che a sua volta aiuta a spiegare il mio ingresso nelle classi esclusive Advanced Placement e Honours al liceo, che a sua volta aiuta a spiegare il mio accesso all’istruzione superiore… e così via, e così via.

È facile, quindi, vedere come questa forma deferente di epistemologia del punto di vista contribuisca alla conquista dell’élite su larga scala. Le stanze del potere e dell’influenza sono alla fine delle catene causali che hanno effetti di selezione. Man mano che si ottengono forme di istruzione sempre più elevate, le esperienze sociali si restringono: alcun* student* vengono indirizzat* ai dottorati di ricerca e altr* alle prigioni. I modi deferenti di trattare l’identità possono ereditare le distorsioni causate da questi processi di selezione. Ma è altrettanto facile vedere a livello locale – in questa stanza, in questa letteratura accademica o in questo campo, in questa conversazione – perché questa deferenza sembri avere un senso. Spesso si tratta di un miglioramento rispetto alla procedura epistemica che l’ha preceduta: la persona a cui si è deferito può benissimo essere posizionata epistemicamente meglio delle altre nella stanza. Potrebbe essere il meglio che possiamo fare conservando la maggior parte dei fatti sulle stanze stesse: quale potere risiede in esse, chi è ammess*.
Ma questi sono gli ultimi aspetti che dovremmo voler conservare. Fare meglio delle norme epistemiche che abbiamo ereditato da una storia di esplicito apartheid globale è uno standard terribilmente basso da imporsi. I fatti che spiegano chi finisce in quale stanza plasmano il nostro mondo in modo molto più potente dei litigi per il prestigio relativo tra persone che sono già entrate nelle stanze. E quando si parla di giustizia sociale, i meccanismi del sistema sociale che determinano chi entra in quale stanza spesso sono solo le parti della società a cui ci rivolgiamo. Ad esempio, il fatto che le persone incarcerate non possano partecipare alle discussioni accademiche sulla libertà che si svolgono fisicamente nel campus è intimamente correlato al fatto che sono rinchiuse in gabbie.
L’epistemologia della deferenza si caratterizza come una soluzione a un problema epistemico e politico. Ma non solo non riesce a risolvere questi problemi, ma ne aggiunge di nuovi. Si potrebbe pensare che le questioni di giustizia dovrebbero riguardare principalmente la risoluzione delle disparità riguardo all’assistenza sanitaria, alle condizioni di lavoro e alla sicurezza materiale e interpersonale di base. Eppure le conversazioni sulla giustizia sono state modellate da persone che hanno consigli pratici sempre più specifici su come impostare la distribuzione dell’attenzione e il potere discorsivo. Le pratiche di deferenza che portano a campagne focalizzate sull’attenzione (ad esempio, abbiamo letto troppi uomini bianchi, ora leggiamo alcune persone di colore) possono portare a fallimenti non da poco: l’attenzione data ai portavoce di gruppi emarginati potrebbe, ad esempio, spostare l’attenzione lontano dalla necessità di cambiare il sistema sociale che li emargina.
Le élite dei gruppi emarginati possono beneficiare di questa disposizione in modi compatibili con il progresso sociale. Ma trattare gli interessi delle élite di gruppo come necessariamente o addirittura presuntivamente allineati con gli interessi del gruppo implica un’ingenuità politica che non possiamo permetterci. Tale trattamento degli interessi delle élite funziona come una politica economica Reaganiana su base razziale: una strategia che si basa su fantasie sul tasso di cambio tra l’economia dell’attenzione e l’economia materiale.

Le dinamiche sociali che sperimentiamo hanno un ruolo enorme nello sviluppo e nel raffinamento della nostra soggettività politica e del nostro senso di noi stessi. Ma proprio questa forza dell’epistemologia del punto di vista – il suo riconoscimento dell’importanza della prospettiva – diventa la sua debolezza se combinata con norme e pratiche deferenti. L’enfasi sui modi in cui siamo emarginat* spesso corrisponde al mondo come l’abbiamo vissuto. Ma, da una prospettiva strutturale, le stanze in cui non abbiamo mai avuto bisogno di entrare (e le spiegazioni del motivo per cui possiamo evitare queste stanze) potrebbero avere più da insegnarci sul mondo e sul nostro posto in esso. Se è così, l’approccio deferente all’epistemologia del punto di vista impedisce in realtà il “centramento” o persino l’ascolto delle persone più emarginate; ci fa concentrare sull’interazione nelle stanze che occupiamo, piuttosto che farci rendere conto delle interazioni che non sperimentiamo. Questo fatto su chi è nella stanza, combinato con il fatto che parlare al posto di altr* genera una propria serie di problemi importanti (in particolare quando non sono lì per difendere se stess*), elimina le pressioni che potrebbero altrimenti turbare la centralità della nostra sofferenza – e della sofferenza delle persone emarginate a cui capita di entrare nelle stanze con noi.
Per coloro che deferiscono, l’abitudine può sovraccaricare la codardia morale. Le norme forniscono una copertura sociale per l’abdicazione di responsabilità: sposta su singoli eroi, su una classe di eroi o su un passato mitizzato il lavoro che dobbiamo fare ora nel presente. La loro prospettiva può essere più chiara su questa o quella materia specifica, ma il loro punto di vista generale non è meno particolare o vincolato dalla storia del nostro. Ancora più importante, la deferenza pone la responsabilità che è tutta nostra su persone selezionate e su, il più delle volte, una loro caricatura iper-purificata e completamente immaginaria.
Le stesse tattiche di deferenza che ci isolano dalle critiche, ci isolano anche dalla connessione e dalla trasformazione. Ci impediscono di impegnarci in modo empatico e autentico con le lotte di altre persone – prerequisiti della politica di coalizione. Man mano che le identità diventano sempre più attente ai dettagli e i disaccordi più acuti, ci rendiamo conto che la “politica di coalizione” (intesa come lotta attraverso la differenza) è, semplicemente, politica. Pertanto, l’orientamento deferente, come quella frammentazione della collettività politica che consente, è in definitiva anti-politico.
La deferenza piuttosto che l’interdipendenza può lenire le ferite psicologiche a breve termine. Ma lo fa a un prezzo altissimo: può minare gli obiettivi epistemici che motivano il progetto, e radica una politica inadatta a chiunque combatta per la libertà piuttosto che per il privilegio, per la liberazione collettiva piuttosto che per il mero vantaggio campanilistico.

In che modo un approccio costruttivo per mettere in pratica l’epistemologia del punto di vista differirebbe da un approccio deferente? Un approccio costruttivo si concentrerebbe sul perseguimento di obiettivi specifici o risultati finali piuttosto che evitare la “complicità” nell’ingiustizia o aderire ai principi morali. Si occuperebbe principalmente di costruire istituzioni e coltivare pratiche di raccolta di informazioni piuttosto che limitarsi ad aiutare. Si concentrerebbe sulla responsabilità piuttosto che sulla conformità. Si calibrerebbe direttamente al compito di ridistribuire le risorse sociali e il potere piuttosto che a obiettivi intermedi che prendono la fomra di piedistalli o simbolismi. Si concentrerebbe sulla costruzione e ricostruzione di stanze, non sulla regolazione del traffico al loro interno e tra di esse – sarebbe un progetto di creazione mondiale: mirato a costruire e ricostruire strutture reali di connessione e movimento sociale, piuttosto che mera critica di quelle che già abbiamo.
L’approccio costruttivo all’epistemologia del punto di vista è esigente. Chiede di nuotare controcorrente: di essere responsabili e reattiv* nei confronti delle persone che non sono ancora nella stanza, di costruire il tipo di stanze in cui potremmo sedere insieme, anziché semplicemente navigare con giudizio nelle stanze che la storia ha costruito per noi. Ma questa pesante richiesta è la norma quando si parla di politica della conoscenza: la filosofa americana Sandra Harding ha notoriamente sottolineato che l’epistemologia del punto di vista, correttamente intesa, richiede più rigore dalla scienza e dai processi di produzione della conoscenza in generale, e non meno.

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Poliziotti, frontiere e femministe pro carcere.

Poliziotti, frontiere e femministe pro carcere.

Come il femminismo pro carcere ha guadagnato popolarità anche se la polizia – e il più ampio sistema di giustizia penale – sono i principali responsabili della violenza contro le donne.

Estratto da “Revolting Prostitutes: The Fight for Sex Workers ‘Rights”, di Juno Mac e Molly Smith. Traduzione: Intersecta

C’è un’enfasi enorme sul ruolo della polizia – compresa la polizia di frontiera – come “soluzione” alla prostituzione. Anche persone e gruppi di sinistra sposano questa visione. Tuttavia, troverete davvero poco sulla polizia e sui confini nei discorsi di queste persone. Queste omissioni hanno portato all’illusione che si possa discutere delle leggi che governano il lavoro sessuale senza alcuna discussione su come tali leggi vengono attuate e da chi. Ma le leggi non sono solo “testi”,  sono anche ciò che la polizia materialmente fa.

Le istituzioni di polizia e i confini possono sembrare naturali o inevitabili, ma sono invenzioni recenti. Le loro forme moderne risalgono solo al XIX secolo e uno sguardo alla loro storia illumina il loro presente.

Negli Stati Uniti meridionali, le prime organizzazioni di polizia centralizzate e specializzate erano pattuglie di schiavi, la cui funzione principale era quella di catturare e punire gli schiavi fuggitivi. Gli storici specializzati in quell’epoca  sostengono che “dovrebbero essere considerati dei precursori delle moderne forze dell’ordine americane”.

Negli Stati Uniti settentrionali dell’inizio del diciannovesimo secolo e nel Regno Unito furono istituite forze di polizia professionalizzate in risposta a una classe operaia urbana irrequieta che si organizzava contro le cattive condizioni di vita e di lavoro. Come spiega lo storico David Whitehouse, lo stato aveva bisogno di un modo per controllare le masse in crescita, arginare proteste e scioperi senza “inviare l’esercito”, che avrebbe rischiato di creare martiri della classe operaia e radicalizzare ulteriormente la popolazione. Così la polizia è stata progettata per infliggere una violenza generalmente non letale per proteggere gli interessi del capitalismo e dello Stato. La situazione non è così diversa oggi, con la polizia che cita “l’autorizzazione del presidente di McDonald’s” per giustificare l’arresto dei lavoratori dei ristoranti che protestavano per salari migliori.

Anche i controlli odierni sull’immigrazione sono in gran parte un prodotto del diciannovesimo secolo. Si basano su idee di inferiorità razziale propagate dagli europei bianchi per giustificare la schiavitù e il colonialismo. I rifugiati ebrei che arrivarono in Gran Bretagna negli anni 1880 e 1890 furono accolti da un’ondata di antisemitismo; trattati antisemiti molto diffusi all’epoca affermavano  che “il traffico di schiavi bianchi [viene effettuato] ovunque … dagli ebrei”. Questo panico razzista portò alla promulgazione dell’Aliens Act del 1905, che conteneva le prime misure anti-immigrazione riconoscibilmente moderne in Gran Bretagna. Negli Stati Uniti, le prime restrizioni federali all’immigrazione includevano il Page Act del 1875, il Chinese Exclusion Act del 1882 e lo Scott Act del 1888. Questi si rivolgevano ai migranti cinesi, in particolare alle prostitute, e dedicavano notevoli risorse al tentativo di distinguere le donne cinesi “mogli” dalle prostitute. .

Insieme al razzismo, le ansie per il sex work  sono incorporate nelle storie dei controlli sull’immigrazione. Sono spazi legislativi in ​​cui razza e genere coproducono categorie di esclusione imbevute di razzismo: uomini di colore come trafficanti; donne di colore come indifese, seducenti, infette; entrambi come minacce al corpo politico della nazione. Queste storie ci aiutano a capire che la polizia e la violenza di confine non sono anomalie o il frutto di “mele marce”; sono intrinseche a queste istituzioni.

Il movimento femminista dovrebbe quindi essere scettico sugli approcci alla giustizia di genere che si basano su, o rafforzano ulteriormente, la polizia o i controlli sull’immigrazione. Le femministe nere come Angela Davis hanno a lungo criticato la dipendenza delle femministe dalla polizia e notano che la polizia appare come una protettrice benevola soprattutto nelle menti di coloro che hanno meno a che fare con essa. Per le lavoratrici del sesso e altri gruppi emarginati e criminalizzati, la polizia non è un simbolo di protezione ma una vera manifestazione di punizione e controllo.

Il femminismo che accoglie il potere della polizia è chiamato femminismo pro carcere. La sociologa Elizabeth Bernstein, una delle prime a usare questa espressione, la impiega per descrivere un approccio femminista che dà la priorità a un “programma di legge e ordine”; un passaggio “dallo stato assistenziale allo stato carcerario come apparato di applicazione degli obiettivi femministi”. Il femminismo pro carcere si concentra sulla polizia e sulla criminalizzazione come modi chiave per fornire giustizia alle donne.

Tale tipo di femminismo che strizza l’occhio al sistema penale e carcerario ha guadagnato popolarità anche se la polizia – e il più ampio sistema di giustizia penale – sono i principali responsabili della violenza contro le donne. Negli Stati Uniti, gli agenti di polizia hanno una probabilità sproporzionata di essere violenti o abusivi nei confronti de* loro partner o figli*. Al lavoro commettono un gran numero di aggressioni, stupri o molestie. La violenza sessuale è la seconda forma di violenza della polizia più comunemente segnalata negli Stati Uniti (dopo un uso eccessivo della forza) e la polizia in servizio commette più del doppio di aggressioni sessuali rispetto alla media nazionale USA, anche contando solo le violenze entrano nelle statistiche: molte vittime infatti non oseranno mai fare una denuncia di molestia ai colleghi del molestatore. Nel frattempo, la natura stessa del lavoro della polizia implica il perpetrare la violenza: negli arresti o quando collaborano all’incarcerazione, alla sorveglianza o alla deportazione. Nel 2017 c’è stata indignazione nel Regno Unito quando è emerso che la polizia metropolitana aveva arrestato una donna per immigrazione dopo che lei si era recata in centrale per denunciare uno stupro. Tuttavia, è normale che la polizia minacci di arrestare o deportare le prostitute migranti, anche quando la lavoratrice in questione è chiaramente vittima di violenza.

Il femminismo carcerario incombe molto nei dibattiti sul sex work. I commentatori e le commentatrici femministi pro carcere affermano che “dobbiamo rafforzare l’apparato di polizia”; che la criminalizzazione è “l’unico modo” per porre fine all prostituzione, e che una certa criminalizzazione può essere relativamente “benigna”. La femminista anti-prostituzione Catherine MacKinnon scrive persino con ambivalente approvazione del “breve periodo di prigione” per le prostitute sulla base del fatto che la prigione può essere “una tregua dai magnaccia e dalla strada”. Cita femministe che la pensano allo stesso modo che sostengono che “la prigione è la cosa più vicina che molte donne prostituite hanno a un rifugio per donne maltrattate” e che, “considerando l’assenza di qualsiasi altro rifugio o riparo, la prigione fornisce un rifugio sicuro temporaneo”.

Le sex workers non condividono questa visione rosea di arresto e incarcerazione. Una prostituta in Norvegia ha detto ai ricercatori: “Se un cliente è pericoloso, devi gestirlo da sola fino alla fine. Chiami la polizia solo se pensi di morire. Se chiami la polizia, rischi di perdere tutto ”. Le lavoratrici del sesso in Kirghizistan, Ucraina, Siberia, Lituania, Macedonia e Bulgaria considerano la polizia più una minaccia per la loro sicurezza rispetto a qualsiasi altro gruppo, secondo una ricerca del Sex Workers ‘Rights Advocacy Network (SWAN). Nel 2017 a New York, una donna di nome Yang Song è stata oggetto di un’operazione di polizia sotto copertura nella sala massaggi in cui lavorava. Era stata arrestata per prostituzione due mesi prima e recentemente era stata aggredita sessualmente da un uomo che dichiarava di essere un agente di polizia. (Non è chiaro se lo fosse).  Quando la polizia è tornata, cercando di arrestarla di nuovo per prostituzione, è caduta, è saltata o è stata spinta da una finestra del quarto piano, ed è morta.