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Il privilegio di essere nella stanza

Il privilegio di essere nella stanza

Come anche i concetti in astratto più condivisibili, possono diventare problematici se non situati nei contesti.

Di Olùfémi O. Tàiwò per thephilosopher     Traduzione: Intersecta

“Ho abbandonato il campo perché non credo di essere la persona giusta per scrivere questa storia – Non ho idea di cosa significhi essere Nera… Posso inviarti anche il documento Google con i miei appunti?”

Mi ritrassi interiormente. Era un’offerta innocente e adeguatamente motivata: Helen, una giornalista freelance, si stava offrendo di rinunciare a qualcosa per me, per via di un ethos di giustizia razziale. Ma temevo che fosse anche una trappola.
Anche mettendo da parte l’errore sulle dinamiche di potere della conversazione (sono nero, ma anche un professore di ruolo), c’era un problema qui che avevo già visto prima molte volte. Dietro il presupposto che io avessi una visione esperienziale che le mancava c’era l’impronta culturale riconoscibile di una prospettiva molto discussa e polarizzante sulla conoscenza e sulla politica: l’epistemologia del punto di vista.

Se si prende in considerazione una definizione da manuale dell’epistemologia del punto di vista, potrebbe essere difficile intravedere la controversia che ruota attorno a questa idea. L’International Encyclopedia of Philosophy lo riduce a tre affermazioni dal suono innocuo:
1) La conoscenza è socialmente situata;
2) Le persone emarginate hanno alcuni vantaggi posizionali nell’acquisire alcune forme di conoscenza;
3) I programmi di ricerca dovrebbero riflettere questi fatti.
Liam Kofi Bright sostiene in modo persuasivo che queste affermazioni sono derivabili da una combinazione di 1) impegni empirici di base e 2)un resoconto minimamente plausibile di come il mondo sociale influenza la conoscenza dei gruppi a partire da ciò che cercano e trovano.
Quindi, se il problema non è l’idea di base, qual è? Penso che riguardi meno le idee fondamentali e più le norme prevalenti che le convertono in pratica.

L’appello ad “ascoltare le persone più colpite” o “mettere al centro le più emarginate” è onnipresente in molti circoli accademici e attivisti. Ma non mi è mai piaciuto. Nella mia esperienza, quando le persone dicono di aver bisogno di “ascoltare le persone più colpite”, non è perché intendono organizzare chiamate Skype ai campi profughi o collaborare con persone senza casa. Piuttosto, ha significato più spesso dare autorità discorsiva e attenzione a coloro che si adattano più comodamente alle categorie sociali associate a questi mali, indipendentemente da ciò che effettivamente fanno o non sanno, o da ciò che hanno o non hanno sperimentato personalmente. Nel caso della mia conversazione con Helen, la mia categoria razziale mi ha legato in modo più “autentico” a un’esperienza che nessuno di noi due aveva avuto. È stata chiamata a delegare a me dalle regole del gioco così come le intendevamo. Anche dove la posta in gioco è alta – dove potenziali ricercatori/* stanno discutendo su come comprendere un fenomeno sociale, dove attivist* stanno decidendo a quale obiettivo mirare – queste regole spesso prevalgono.
La trappola non era data dal fatto che l’epistemologia del punto di vista stava influenzando la conversazione, ma dal come. In generale, le norme per mettere in pratica l’epistemologia del punto di vista richiedono pratiche di deferenza: offrire, passare il microfono, credere. Si tratta in molti casi di buone idee e le norme che ci chiedono di essere pront* ad applicarle hanno motivazioni ammirevoli: il desiderio di aumentare il potere sociale delle persone emarginate identificate come fonti di conoscenza e legittime destinatarie di comportamenti deferenti. Ma deferire in questo modo come regola od orientamento politico predefinito può effettivamente funzionare contro gli interessi dei gruppi emarginati, specialmente negli spazi delle élite.

Alcune stanze hanno un potere e un’influenza fuori misura: la Situation Room, la redazione, il tavolo delle trattative, la sala conferenze. Trovarsi in queste stanze significa essere in grado di influenzare le istituzioni e le più ampie dinamiche sociali decidendo cosa si deve dire e fare. L’accesso a queste stanze è di per sé una sorta di vantaggio sociale e spesso si ottiene grazie a qualche vantaggio sociale precedente. Da un punto di vista sociale, le persone “più colpite” dalle ingiustizie sociali che associamo a identità politicamente importanti come sesso, classe, razza e nazionalità hanno una probabilità sproporzionata di essere incarcerate, sottoccupate o parte del 44% della popolazione mondiale senza l’accesso a Internet – e quindi allo stesso tempo lasciate fuori dalle stanze del potere e in gran parte ignorate dalle persone all’interno di esse. Le persone che superano le varie pressioni di selezione sociale, le quali filtrano le identità sociali associate a questi effetti negativi, hanno maggiori probabilità di finire nella stanza. Cioè, è più probabile che si trovino nella stanza proprio a causa dei modi in cui sono sistematicamente diversi (e quindi potenzialmente non rappresentativi) dalle stesse persone che vengono poi invitate a rappresentare nella stanza.
Sospettavo che l’offerta di Helen fosse una trappola. Non è stata lei a crearla, ma minacciava di intrappolarci tutt’e due allo stesso modo. Norme culturali più ampie – come quella messa in atto anteponendo affermazioni con “In quanto uomo di colore…” – hanno generato una serie di pratiche rispettose del punto di vista che molti di noi conoscono consciamente o inconsciamente a memoria. Tuttavia, le forme di deferenza che spesso seguono risultano infine auto-indebolenti e servono solo al controllo sulle agende politiche e sulle risorse da parte delle persone più avvantaggiate di un gruppo. Se vogliamo usare l’epistemologia del punto di vista per sfidare accordi di potere ingiusti, è difficile immaginare come potremmo fare di peggio.

Per dire cosa c’è di sbagliato nelle applicazioni popolari e deferenti dell’epistemologia del punto di vista, dobbiamo capire cosa la rende popolare. Si presentano una serie di risposte ciniche: alcune (specialmente le persone socialmente più avvantaggiate) non vogliono veramente il cambiamento sociale, vogliono solo l’apparenza di esso. Oppure, la deferenza verso i personaggi delle comunità oppresse è una performance che depura, giustifica o semplicemente distrae dal fatto che la persona a cui si deferisce ha abbastanza privilegi nella “stanza” perché ne consegua l’“elevazione” della sua prospettiva.
Sospetto che ci sia del vero in queste opinioni, ma non sono soddisfatto. Molte delle persone che sostengono e mettono in atto queste norme deferenti sono piuttosto come Helen: motivate dalle giuste ragioni, ma fiduciose nelle persone con cui condividono queste stanze per aiutarle a trovare la corretta espressione pratica dei loro impegni morali comuni. Non abbiamo bisogno di attribuire la malafede a tutt* o anche alla maggior parte di coloro che interpretano l’epistemologia del punto di vista in modo deferente per spiegare il fenomeno, e non è nemmeno chiaro come ciò sarebbe d’aiuto. Le cattive “coinquiline” non sono il problema per lo stesso motivo per cui Helen non era una buona coinquilina: il problema emerge da come le stanze stesse sono costruite e gestite.

Per tornare all’esempio iniziale di Helen, il problema non era semplicemente che non ero cresciuto nel tipo di comunità a basso reddito e ridimensionata che lei immaginava. La situazione epistemica era molto peggiore di questa. Molti dei fatti su di me che rendevano le mie possibilità di vita diverse da quelle delle persone che lei immaginava erano gli stessi fatti che rendevano probabile che mi venissero offerte cose per loro conto. Se fossi cresciuto in una comunità del genere, probabilmente non saremmo stat* al telefono insieme.
Molti aspetti del nostro sistema sociale fungono da meccanismi di filtraggio, determinando quali interazioni avvengono e tra chi, e quindi quali modelli sociali le persone sono in grado di osservare. Per la maggior parte del 20° secolo, il sistema delle quote di immigrazione degli Stati Uniti ha reso l’immigrazione legale con un percorso di cittadinanza quasi esclusivamente disponibile per persone europee (guadagnandosi la considerazione di Hitler in quanto ovvio “leader nello sviluppo di politiche esplicitamente razziste su nazionalità e immigrazione”). Ma l’Immigration and Nationality Act del 1965 ha aperto possibilità di immigrazione, con una preferenza per il “lavoro qualificato”.
La qualifica dei miei genitori come lavoratori qualificati spiega molto il loro ingresso nel paese e i conseguenti vantaggi di classe e risorse monetarie (come la ricchezza) in cui sono nato. Il nostro non è un caso atipico: la popolazione nigeriano-americana è una delle popolazioni immigrate di maggior successo del paese. La selettività della legge sull’immigrazione aiuta a spiegare i tassi di rendimento scolastico della comunità diasporica nigeriana che mi ha cresciuto, il che a sua volta aiuta a spiegare il mio ingresso nelle classi esclusive Advanced Placement e Honours al liceo, che a sua volta aiuta a spiegare il mio accesso all’istruzione superiore… e così via, e così via.

È facile, quindi, vedere come questa forma deferente di epistemologia del punto di vista contribuisca alla conquista dell’élite su larga scala. Le stanze del potere e dell’influenza sono alla fine delle catene causali che hanno effetti di selezione. Man mano che si ottengono forme di istruzione sempre più elevate, le esperienze sociali si restringono: alcun* student* vengono indirizzat* ai dottorati di ricerca e altr* alle prigioni. I modi deferenti di trattare l’identità possono ereditare le distorsioni causate da questi processi di selezione. Ma è altrettanto facile vedere a livello locale – in questa stanza, in questa letteratura accademica o in questo campo, in questa conversazione – perché questa deferenza sembri avere un senso. Spesso si tratta di un miglioramento rispetto alla procedura epistemica che l’ha preceduta: la persona a cui si è deferito può benissimo essere posizionata epistemicamente meglio delle altre nella stanza. Potrebbe essere il meglio che possiamo fare conservando la maggior parte dei fatti sulle stanze stesse: quale potere risiede in esse, chi è ammess*.
Ma questi sono gli ultimi aspetti che dovremmo voler conservare. Fare meglio delle norme epistemiche che abbiamo ereditato da una storia di esplicito apartheid globale è uno standard terribilmente basso da imporsi. I fatti che spiegano chi finisce in quale stanza plasmano il nostro mondo in modo molto più potente dei litigi per il prestigio relativo tra persone che sono già entrate nelle stanze. E quando si parla di giustizia sociale, i meccanismi del sistema sociale che determinano chi entra in quale stanza spesso sono solo le parti della società a cui ci rivolgiamo. Ad esempio, il fatto che le persone incarcerate non possano partecipare alle discussioni accademiche sulla libertà che si svolgono fisicamente nel campus è intimamente correlato al fatto che sono rinchiuse in gabbie.
L’epistemologia della deferenza si caratterizza come una soluzione a un problema epistemico e politico. Ma non solo non riesce a risolvere questi problemi, ma ne aggiunge di nuovi. Si potrebbe pensare che le questioni di giustizia dovrebbero riguardare principalmente la risoluzione delle disparità riguardo all’assistenza sanitaria, alle condizioni di lavoro e alla sicurezza materiale e interpersonale di base. Eppure le conversazioni sulla giustizia sono state modellate da persone che hanno consigli pratici sempre più specifici su come impostare la distribuzione dell’attenzione e il potere discorsivo. Le pratiche di deferenza che portano a campagne focalizzate sull’attenzione (ad esempio, abbiamo letto troppi uomini bianchi, ora leggiamo alcune persone di colore) possono portare a fallimenti non da poco: l’attenzione data ai portavoce di gruppi emarginati potrebbe, ad esempio, spostare l’attenzione lontano dalla necessità di cambiare il sistema sociale che li emargina.
Le élite dei gruppi emarginati possono beneficiare di questa disposizione in modi compatibili con il progresso sociale. Ma trattare gli interessi delle élite di gruppo come necessariamente o addirittura presuntivamente allineati con gli interessi del gruppo implica un’ingenuità politica che non possiamo permetterci. Tale trattamento degli interessi delle élite funziona come una politica economica Reaganiana su base razziale: una strategia che si basa su fantasie sul tasso di cambio tra l’economia dell’attenzione e l’economia materiale.

Le dinamiche sociali che sperimentiamo hanno un ruolo enorme nello sviluppo e nel raffinamento della nostra soggettività politica e del nostro senso di noi stessi. Ma proprio questa forza dell’epistemologia del punto di vista – il suo riconoscimento dell’importanza della prospettiva – diventa la sua debolezza se combinata con norme e pratiche deferenti. L’enfasi sui modi in cui siamo emarginat* spesso corrisponde al mondo come l’abbiamo vissuto. Ma, da una prospettiva strutturale, le stanze in cui non abbiamo mai avuto bisogno di entrare (e le spiegazioni del motivo per cui possiamo evitare queste stanze) potrebbero avere più da insegnarci sul mondo e sul nostro posto in esso. Se è così, l’approccio deferente all’epistemologia del punto di vista impedisce in realtà il “centramento” o persino l’ascolto delle persone più emarginate; ci fa concentrare sull’interazione nelle stanze che occupiamo, piuttosto che farci rendere conto delle interazioni che non sperimentiamo. Questo fatto su chi è nella stanza, combinato con il fatto che parlare al posto di altr* genera una propria serie di problemi importanti (in particolare quando non sono lì per difendere se stess*), elimina le pressioni che potrebbero altrimenti turbare la centralità della nostra sofferenza – e della sofferenza delle persone emarginate a cui capita di entrare nelle stanze con noi.
Per coloro che deferiscono, l’abitudine può sovraccaricare la codardia morale. Le norme forniscono una copertura sociale per l’abdicazione di responsabilità: sposta su singoli eroi, su una classe di eroi o su un passato mitizzato il lavoro che dobbiamo fare ora nel presente. La loro prospettiva può essere più chiara su questa o quella materia specifica, ma il loro punto di vista generale non è meno particolare o vincolato dalla storia del nostro. Ancora più importante, la deferenza pone la responsabilità che è tutta nostra su persone selezionate e su, il più delle volte, una loro caricatura iper-purificata e completamente immaginaria.
Le stesse tattiche di deferenza che ci isolano dalle critiche, ci isolano anche dalla connessione e dalla trasformazione. Ci impediscono di impegnarci in modo empatico e autentico con le lotte di altre persone – prerequisiti della politica di coalizione. Man mano che le identità diventano sempre più attente ai dettagli e i disaccordi più acuti, ci rendiamo conto che la “politica di coalizione” (intesa come lotta attraverso la differenza) è, semplicemente, politica. Pertanto, l’orientamento deferente, come quella frammentazione della collettività politica che consente, è in definitiva anti-politico.
La deferenza piuttosto che l’interdipendenza può lenire le ferite psicologiche a breve termine. Ma lo fa a un prezzo altissimo: può minare gli obiettivi epistemici che motivano il progetto, e radica una politica inadatta a chiunque combatta per la libertà piuttosto che per il privilegio, per la liberazione collettiva piuttosto che per il mero vantaggio campanilistico.

In che modo un approccio costruttivo per mettere in pratica l’epistemologia del punto di vista differirebbe da un approccio deferente? Un approccio costruttivo si concentrerebbe sul perseguimento di obiettivi specifici o risultati finali piuttosto che evitare la “complicità” nell’ingiustizia o aderire ai principi morali. Si occuperebbe principalmente di costruire istituzioni e coltivare pratiche di raccolta di informazioni piuttosto che limitarsi ad aiutare. Si concentrerebbe sulla responsabilità piuttosto che sulla conformità. Si calibrerebbe direttamente al compito di ridistribuire le risorse sociali e il potere piuttosto che a obiettivi intermedi che prendono la fomra di piedistalli o simbolismi. Si concentrerebbe sulla costruzione e ricostruzione di stanze, non sulla regolazione del traffico al loro interno e tra di esse – sarebbe un progetto di creazione mondiale: mirato a costruire e ricostruire strutture reali di connessione e movimento sociale, piuttosto che mera critica di quelle che già abbiamo.
L’approccio costruttivo all’epistemologia del punto di vista è esigente. Chiede di nuotare controcorrente: di essere responsabili e reattiv* nei confronti delle persone che non sono ancora nella stanza, di costruire il tipo di stanze in cui potremmo sedere insieme, anziché semplicemente navigare con giudizio nelle stanze che la storia ha costruito per noi. Ma questa pesante richiesta è la norma quando si parla di politica della conoscenza: la filosofa americana Sandra Harding ha notoriamente sottolineato che l’epistemologia del punto di vista, correttamente intesa, richiede più rigore dalla scienza e dai processi di produzione della conoscenza in generale, e non meno.

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