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Un giorno difficile per la Tunisia.

Un giorno difficile per la Tunisia.

Diario da un paese in perenne crisi, nel decimo anniversario della sua liberazione.

di Chokri Ben Nessir, per lapresse.tn   Traduzione: Intersecta

Ciò che è successo ieri e l’altro ieri in Tunisia ha del kafkiano. Ieri, all’Assemblea rappresentativa del popolo (il parlamento tunisino), sul banco degli accusati stavano un po’ tutti. Il presidente della repubblica, il presidente del parlamento e il Capo del governo. Tutti i ministeri chiave (Esteri, Giustizia, Interni, Difesa…) erano oggetto del fuoco di fila da parte dei deputati, mente la tv nazionale mostrava tutto in diretta. La classe politica lavava i panni sporchi in pubblico e buttava via il bambino con l’acqua del bagno. Da ogni parte sono volati appelli più o meno velati a manifestare, e i primi a rispondere sono stati i giovani dei quartieri poveri.

Non sono forse stati offesi e feriti nell’amor proprio dal genero del presidente del parlamento (Rafik Abdessalem, genero del potente leader del partito islamico Ennahda e presidente del parlamento Rachid Gannouchi, ex ministro degli esteri e coinvolto in numerosi scandali)? Non era forse stato versato il sangue del giovane Heykel Rachdi (manifestante ucciso dalle forze di polizia nell’ovest del paese) nel corso di una manifestazione pacifica? Quando scorre sangue innocente, la legittimità delle istituzioni finisce. Era questo il messaggio che è stato urlato ieri davanti al parlamento. Del resto non bisogna dimenticare che da sempre le contestazioni popolari si nutrono del dissenso politico ignorato e dei suoi effetti sociali devastanti. Come pretendete che le persone non gridino la loro collera in piazza per i guasti del sistema, se assistono ogni giorno al fallimento dello stato?

Si deve però capire che il problema ha radici davvero profonde, e le forze politiche che invocano la piazza per il loro tornaconto non hanno intenzione di risolverlo.
Tutto ciò avviene purtroppo nel momento in cui dovunque nel mondo si accendono le fiammelle della speranza con l’inizio delle campagne di vaccinazioni di massa contro il covid19 e affiorano speranze di ripresa economica. Mentre altrove provano a rialzarsi, il nostro paese precipita in una nuova crisi, la peggiore dalle ultime elezioni presidenziali. Una crisi che rischia di fare crollare le istituzioni repubblicane fragilmente costruite dieci anni fa, e apre la strada alle incognite. Avevamo bisogno di questa crisi? Chi è che la manovra? Chi ne trae profitto? Chi ha interesse al fallimento del processo democratico? La risposta a queste domande è sicuramente importante per capire cosa sta succedendo nel paese. Ma in ogni caso si tratta di un paese dalle spalle gracili, e che trascina il peso insopportabile di problemi finanziari enormi.Un paese che non riesce a tirare fuori la testa dall’acqua, in cui anche l’iniziativa di Dialogo Nazionale (gruppo di associazioni e parti sociali tunisine, premio nobel per la pace 2015, che ha lo scopo di incentivare il dibattito fra le forze politiche per la transizione democratica) è stata boicottata da più parti. La nave Tunisia imbarca acqua e rischia di colare a picco.

I Tunisini e le Tunisine conoscono questa verità dolente.Ed è per questo che stamattina si sveglieranno con un mal di testa generalizzato. Non sanno più a che santo votarsi per scongiurare la cattiva sorte che si è abbattuta sul paese da dieci anni. E hanno ragione, perché le fazioni politiche non hanno smesso di incrociare i ferri per i loro interessi, dimenticando il dolore sordo della popolazione, e portando verso il basso il discorso politico, relegato a un angolo meramente distruttivo. E’ per questo che ciò che abbiamo visto in questi giorni è un vero terremoto politico le cui scosse di assestamento si faranno presto sentire.

Incrociamo le dita e speriamo che i giorni a venire possano portare soluzioni che ci facciano presto dimenticare questo vuoto d’aria. Per il momento, non possiamo non registrare che ieri è stato un giorno difficile nella storia del paese.

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