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Non c’è salute mentale senza diritti umani.

Non c’è salute mentale senza diritti umani.

Un’analisi del recente rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite.

di Adishi Gupta, per Madinasia.com    Traduzione: Intersecta

Negli ultimi mesi il mondo sta vivendo situazioni sempre più difficili su vari fronti, in parte innescate dalla pandemia COVID-19. Ci sono stati e continuano ad esserci numerosi casi di violenza e ingiustizia nei confronti delle persone vulnerabili e emarginate. Bisogna comunque dire che la maggior parte di questa violenza era una realtà quotidiana per tantissime persone in tutto il mondo sin da prima della pandemia. Tuttavia, la cattiva gestione della pandemia da parte di vari governi si è spesso aggiunta a peggiorare la situazione.

In questi tempi di crisi, è diventato ancora più necessario mettere in primo piano discorsi e misure incentrate sulla promozione e protezione di tutti i diritti umani. Alla luce di ciò, siamo liet* di vedere che l’ultimo rapporto del Relatore Speciale delle Nazioni Unite (SR), Dr Dainius Pūras, adottato nella 44a sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite si distingue nel dichiarare che “Non c’è salute mentale senza diritti umani ”. In questo nuovo rapporto, si chiedono misure a livello mondiale per garantire il “diritto di tutti al godimento del più alto livello raggiungibile di salute fisica e mentale”.

Il dottor Pūras ha già fatto appello in altri documenti  alla necessità di “abbandonare il modello medico predominante che cerca di curare le persone prendendo di mira i disturbi”. In questo nuovo rapporto, insiste sull’importanza della “promozione e protezione di tutti i diritti umani, civili, politici, economici, sociali e culturali, compreso il diritto allo sviluppo ”. Questo rapporto è stato molto apprezzato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.

Pūras  ci esorta a fare attenzione a come il Movimento per la Salute Mentale Globale viene inquadrato e implementato  perché ciò avrà un enorme impatto sul rispetto o meno dei diritti umani. Il Movimento per la salute mentale globale (MGMH) mira ad aumentare l’accesso ai servizi di salute mentale e a un sistema più ampio di patrocinio legale, attivismo e ricerca. Il fatto che il relatore speciale si riferisca a un migliore inquadramento che garantisca i diritti umani ci dice che ci sono punti critici nel modo in cui il MGMH viene attualmente attuato e che ciò necessita riflessione e cambiamento. Inoltre, parla della necessità di valutare criticamente quali politiche possono funzionare in determinate aree e contesti, sottolineando come non possiamo semplicemente “esportare” strategie di advocacy e altri modelli operativi dal nord al sud del mondo.

Il rapporto sottolinea l’importanza di allontanarsi dalla standardizzazione per la salute mentale globale come unico strumento, perché “se è vero la standardizzazione è importante per il lavoro globale, questo approccio trascura la comprensione e le pratiche che resistono alla standardizzazione a causa della complessità o delle particolarità locali”

In quanto abitanti della ragione Asia-Pacifico, è della massima importanza per noi che le linee guida globali non siano pedissequamente applicate al nostro contesto, senza la dovuta considerazione delle nostre realtà sociali. Secondo l’autore del rapporto:

“Un percorso basato sui diritti per ottenere una maggiore rilevanza locale nei problemi legati alla salute mentale globale potrebbe essere quello di passare da una pratica basata sull’evidenza a un’evidenza basata sulla pratica, che prende come punto di partenza le realtà locali, la prossimità e la comprensione reciproca nell’assistenza. La ricerca mostra che la riforma del sistema di salute mentale nelle aree fragili e colpite da conflitti emerge attraverso pratiche creative, sperimentazione, adattamento e applicazione della conoscenza, poiché le persone affrontano l’incertezza e la complessità in contesti in cui a volte mancano risorse fondamentali”.

Questo punto di vista è entusiasmante per noi perché mette i diritti in prima linea in tutte le azioni mentre ci chiede di passare da prove basate sull’evidenza (applicazione meccanica di protocolli medici) a prove basate sulla pratica (fondate sull’esperienza delle comunità locali).

Il rapporto cita la Dichiarazione di Bali del 2018 di TCI Asia Pacific che “affermava la necessità di un cambio di paradigma nella salute mentale verso l’inclusione e lontano da un focus dominato dal modello medico” ed era simile all’approccio condiviso da altre organizzazioni come Mental Health Europe. Diverse organizzazioni condividono questo approcciofavorevole al passaggio ad alternative non mediche e queste voci si aggiungono alla dibattito mondiale sul tema chiedendo un passaggio da servizi solo medici ad altri mezzi culturalmente rilevanti, incentrati sulla comunità e sulla comprensione  traumi per migliorare globalmente la salute dell’individuo.

Il rapporto afferma che le violazioni dei diritti umani, fondate sulla coercizione, lo stigma e la discriminazione contro le persone con disabilità, sono ancora tutte in corso a causa delle pratiche esistenti nel campo della salute mentale e che è necessario e urgente lavorare per eliminare queste strutture oppressive.

I sistemi di salute mentale in tutto il mondo sono dominati da un modello biomedico riduzionista che utilizza la medicalizzazione per giustificare la coercizione come pratica sistemica e qualifica le diverse risposte umane a determinanti contesti sociali (come disuguaglianze, discriminazione e violenza) come “disturbi” che necessitano di trattamento. In un tale contesto, i principi fondamentali della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità vengono attivamente calpestati e trascurati. Questo approccio ignora le molteplici prove che dimostrano che gli investimenti per essere efficaci dovrebbero mirare alle popolazioni, alle relazioni fra persone e alla vita sociale, piuttosto che unicamente agli individui e alla biologia del loro cervello. È lodevole che il rapporto parli  dello squilibrio di potere radicato nello spazio della salute mentale e mette in rilievo l’importanza della “partecipazione delle persone con problemi di salute mentale, comprese le persone con disabilità, nella pianificazione, monitoraggio e valutazione dei servizi, nel rafforzamento del sistema e nella ricerca. ”

La combinazione di un modello biomedico dominante, di asimmetrie di potere e dell’ampio uso di pratiche coercitive caratterizza non solo l’approccio alle persone con condizioni di salute mentale, ma anche l’intero campo della salute mentale, ostaggio di sistemi obsoleti e inefficaci. Gli Stati e le altre parti interessate, in particolare gli ordini degli psichiatri, dovrebbero riflettere in modo critico su questa situazione e unire le forze per abbandonare l’eredità dei sistemi basati sulla discriminazione, l’esclusione e la coercizione.

Pūras in guardia contro la “sovra-medicalizzazione” e riflette sulle etichette assegnate sula base di  “limiti imposti intorno a comportamenti ed esperienze normali o accettabili”. Afferma che le risposte medicalizzate all’esclusione sociale e alla discriminazione “possono spesso colpire in modo sproporzionato le persone che affrontano l’emarginazione sociale, economica o razziale”.

La medicalizzazione può mascherare la capacità di localizzare il proprio sé e le proprie esperienze all’interno di un contesto sociale, alimentando il mancato riconoscimento delle legittime fonti di disagio (problemi di salute o traumi collettivi) e producendo alienazione. In pratica, quando le esperienze e i problemi sono visti come esclusivamente medici piuttosto che sociali, politici o esistenziali, le risposte sono incentrate su interventi a livello individuale che mirano a riportare un individuo a un livello di funzionamento all’interno di un sistema sociale piuttosto che affrontare le cause della sofferenza e iniziare un percorso di cambiamento necessario per contrastare quella sofferenza a livello sociale. Inoltre, la medicalizzazione rischia di legittimare pratiche coercitive che violano i diritti umani e possono rafforzare ulteriormente la discriminazione nei confronti di gruppi già in una situazione emarginata nel corso della loro vita e attraverso le generazioni.

Il relatore Onu quindi, fa appello ad allontanarsi dagli “interventi a livello individuale” riflettendo criticamente sulle strutture sociali esclusive e discriminatorie che causano disagio. Questo è un punto importante, che ci spinge a smettere di guardare gli individui attraverso la lente di una malattia, e passare a una lente sociale – cosa può essere successo per far sentire o reagire in questo modo? Tutto ciò entusiasmante per noi di Mad in Asia Pacific, visto che da anni lavoriamo per sensibilizzare a questo modello di giustizia sociale.

Al fine di prevenire la medicalizzazione di massa, è essenziale incorporare un quadro dei diritti umani nella concettualizzazione e nelle politiche per la salute mentale. L’importanza del pensiero critico (ad esempio, l’apprendimento dei punti di forza e di debolezza di un modello biomedico) e la conoscenza dell’importanza di un approccio basato sui diritti umani e sui determinanti della salute devono essere una parte centrale dell’educazione medica.

L’autore del rapporto riconosce che i sistemi e le istituzioni di assistenza sanitaria mentale stanno fallendo e che ci sono altri approcci per considerare il diritto alla salute. Indica progetti comunitari innovativi che si concentrano sulla costruzione di forza e resilienza nelle comunità, consentendo la diversità e l’accettazione di diverse versioni di “normalità”.  Diverse sezioni del rapporto sottolineano anche l’importanza di impegnarsi con persone con esperienze vissute e chiedono l’accettazione di comunità diverse e di esperienze non standardizzate.

Un’azione che si concentra solo sul rafforzamento dei sistemi e delle istituzioni di assistenza sanitaria alle persone con difficoltà psicologiche non è rispettosa del diritto alla salute. Il luogo dell’azione deve essere ricalibrato per rafforzare le comunità ed espandere la pratica basata sull’evidenza che riflette una diversità di esperienze.

Pūras chiede un “incremento immediato delle alternative basate sui diritti e non coercitive” che “da attuare nei quartieri e nelle comunità di tutto il mondo” operando con un “profondo impegno per i diritti umani, la dignità e le pratiche non coercitive, che rimangono una sfida difficile nei sistemi di salute mentale tradizionali che dipendono troppo da un paradigma biomedico “.

Il rapporto esorta anche a un impegno critico e duraturo su fattori come il cambiamento climatico, la sorveglianza digitale e l’attuale situazione pandemica COVID-19 e i loro effetti sulla salute mentale globale. E’ messo nero su bianco che la “realizzazione emotiva ed esistenziale dell’ampiezza del problema climatico” è sempre più sperimentata soprattutto da bambini e giovani. Inoltre,  si parla della limitazione dei diritti delle persone e del grave danno che la “sorveglianza non trasparente” delle persone da parte di attori statali o non statali può arrecare alla salute mentale delle persone.

Infine il rapporto si chiude con una serie di importanti conclusioni e raccomandazioni, dichiarando con fermezza che “non c’è salute senza salute mentale e non ci sono buona salute mentale e benessere senza un approccio basato sui diritti umani”.

L’impegno olistico e interdisciplinare del rapporto con la salute mentale ci riempie di un’immensa speranza in un mondo più giusto ed equo e noi di Mad in Asia Pacific lo sosteniamo pienamente.

Puoi scaricare le versioni Word e PDF del rapporto completo in inglese e in molte altre lingue qui. https://undocs.org/en/A/HRC/44/48

 

Si ringrazia Jhilmil Breckenridge per l’incoraggiamento a scrivere questo articolo.

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“Abbiamo già smesso di chiamare i poliziotti”.

“Abbiamo già smesso di chiamare i poliziotti”.

Cosa possiamo imparare dalle attiviste contro la violenza domestica sul tema dell’abolizione della polizia.

di Aviva Stahl per bustle.com   Traduzione: Intersecta

Era la fine degli anni ’90 quando l’attivista Leah Lakshmi Piepzna-Samarasinha, che allora viveva a Toronto, si ritrovò in una situazione impossibile. Il suo partner, che chiamerò “T”, era diventato violento, ma chiamare la polizia non era un’opzione. Per cominciare, temeva che chiamare la polizia potesse mettere a repentaglio lo status di cittadina nel paese in cui era emigrata, il Canada. Inoltre, entrambe erano persone nere della classe operaia, e T era già stato in prigione. “Anche nella situazione di pericolo in cui ero, pensavo: ‘Amo e mi prendo ancora cura del mio partner, e non penso che chiamare la polizia aiuterà nessun* di noi a ottenere sicurezza’”, dice Piepzna-Samarasinha.  Al contrario, ha iniziato a cercare altri modi per affrontare ciò che stava accadendo. “Avevo bisogno di trovare un modo per creare sicurezza di cui avevo bisogno senza fare affidamento sulla polizia.”

Nelle settimane trascorse dall’uccisione di George Floyd, le proteste sostenute contro il razzismo e la violenza di stato – le più grandi che molt* di noi hanno visto nella propria vita – hanno portato alla ribalta un dibattito precedentemente relegato ad attivist* di sinistra: che l’unico modo per rendere veramente più sicure le nostre comunità è tagliare i fondi destinati alla polizia e, in futuro, abolirla completamente. Molt* attivist* hanno rifiutato le riforme proposte, come la creazione di un controllo aggiuntivo o il cambiamento delle regole per l’uso della forza da parte degli ufficiali e, per la prima volta, molt* american* stanno valutando come potrebbe essere la loro vita se i dipartimenti di polizia venissero sciolti in massa. È logico che si chiedano: che dire della violenza perpetrata da civili? E se una persona cerca di farmi del male?

È importante ricordare che, per molt* di noi, il luogo più pericoloso non è un vicolo buio o un angolo di strada. La maggior parte delle donne assassinate negli Stati Uniti (e in tutto il mondo) vengono uccise nelle proprie case, per mano di un partner intimo o di un familiare. Se si tratta di questa forma di violenza più endemica, gran parte di noi ha già smesso di chiamare la polizia. Dal 2010 al 2018, il 57% delle persone uccise da un partner a New York – che avevano quasi sicuramente sperimentato precedenti episodi di violenza – non aveva mai denunciato episodi di questo tipo al Dipartimento di polizia.

Quando la polizia risponde, non c’è nessuna garanzia che aiuterà. Nel 2012, Marissa Alexander, una donna nera della Florida è stata condannata a 20 anni per aver sparato un colpo di avvertimento contro l’ex marito violento, senza colpire e danneggiare nessun*. Dopo che la corte d’appello ha ordinato un nuovo processo, Alexander ha accettato un patteggiamento che ha limitato la sua pena ai tre anni che aveva già scontato. Negli ultimi anni, innumerevoli altre survivor sono state arrestate per essersi difese dopo aver sopportato anni di violenza, tra cui Aylaliya Birru, Tomiekia Johnson e Chrystul Kizer. “Alle sopravvissute [alla violenza di genere] nere o comunque non bianche, immigrate, povere, trans, queer, disabili… [o comunque emarginate] manca il privilegio di poter credere che la polizia o le prigioni le terranno al sicuro”, ha spiegato Colleen McCormack-Maitland, che organizza campagne a favore di survivor criminalizzate con il gruppo Survived and Punished.

Nonostante i servizi di emergenza siano a portata di mano da generazioni, il posto nel mondo in cui le donne dovrebbero sentirsi più sicure – le nostre case – è ancora il più pericoloso. Per Piepzna-Samarasinha e molte altre femministe abolizioniste, la consapevolezza che la polizia non era la risposta alla violenza a cui ha assistito e che ha vissuto è stato solo l’inizio del suo percorso politico. Il passo successivo è stato quello di sfruttare la possibilità di costruire alternative efficaci. Dall’implementazione di programmi di educazione precoce per aiutare a prevenire la violenza, all’ideazione di modi per intervenire quando si verificano abusi, fino a stabilire processi in modo che una persona violenta possa essere ritenuta responsabile: le femministe abolizioniste hanno trascorso gli ultimi decenni a creare l’infrastruttura per il mondo che sognano – uno in cui la fine della violenza misogina e la fine della polizia vanno di pari passo.

Per capire perché l’abolizionismo sostiene che la polizia americana non proteggerà e non servirà mai le persone nere, è utile guardare indietro alle origini dell’istituzione delle pattuglie di schiavi. Anche se ci aspettiamo di essere trattat* bene dalla polizia, potremmo esitare a chiamarla per le persone che conosciaimo o amiamo. Potremmo dipendere dalla persona che ha commesso danni nei nostri confronti. Potremmo avere paura che altre persone nelle nostre famiglie o comunità non ci credano. Potremmo semplicemente non voler vedere la persona che ci fa del male in manette o dietro le sbarre. Basandosi sui dati raccolti in un’indagine nazionale sulla vittimizzazione della criminalità auto-denunciata dal 2006 al 2015, il Bureau of Justice Statistics ha stimato che quasi la metà degli incidenti di violenza domestica non mortali (44%) non vengono denunciati alla polizia. La stragrande maggioranza (circa il 70%) delle vittime di abusi sessuali in età infantile sceglie di non denunciare le proprie esperienze alla polizia. Le persone trans e non binarie subiscono violenze da parte del partner e aggressioni sessuali a tassi che superano di gran lunga le persone cisgender, ma quando intervistate, quasi una persona trans su due ha affermato che non si sentirebbe a suo agio nel cercare assistenza dalla polizia.

La violenza non avviene nel vuoto; siamo conness* videndevolmente come non lo saremo mai con la polizia. Cosa significherebbe vedere queste connessioni esistenti come la protezione più forte possibile contro la violenza presente o futura?

Questa è l’idea alla base dei pod-mapping, un metodo per determinare di chi ci si può fidare se si subiscono abusi, se si assiste a violenze contro persone amate o se si è chiamat* a rendere conto della violenza che si è commessa. La pratica proviene dal Bay Area Transformative Justice Collective (BATJC), una comunità di Oakland che lavora per costruire e supportare risposte di giustizia trasformativa agli abusi sessuali su minori (CSA). Come spiega la co-fondatrice Mia Mingus, i pod creano una rete tangibile e concreta attraverso la quale le persone possono prevenire abusi su minori o fermarli quando sono in corso: “Se vedi il tuo amico trattare il suo bambino in modi umilianti, conversa con lui. Se senti il tuo amico usare un linguaggio misogino, intervieni.” Se qualcun* accetta di stare nel gruppo di un’altra persona, ciò costituisce l’impegno a creare fiducia, a presentarsi quando richiesto e a ritenere la persona responsabile del proprio comportamento.

Parlare dei danni che una persona potrebbe commettere da genitore è imbarazzante e difficile – è qualcosa che non abbiamo l’abitudine di fare, dice Mingus. Invece di assumere un ruolo attivo nella salvaguardia de* giovani nelle nostre famiglie e comunità allargate, abbiamo ceduto questa responsabilità alla polizia. Costruire un mondo senza poliziotti significa ripensare di chi fidarsi per assicurarci la sicurezza collettiva. “Ciò significa che siamo noi”, dice Mingus.

Nei molti anni trascorsi dalla fine della sua relazione violenta, Piepzna-Samarasinha ha scritto ampiamente su questi temi, diventando una voce di primo piano su come le persone queer e la sinistra possono promuovere relazioni e comunità più sicure, senza fare affidamento sui poliziotti. Nel libro “Beyond Survival”, pubblicato quest’anno [2020, ndr], Piepzna-Samarasinha e il suo co-editore hanno cercato di individuare i diversi modi in cui la giustizia trasformativa può manifestarsi nella nostra vita quotidiana, alcuni dei quali sono stati esplorati in questo articolo. In un libro precedente che Piepzna-Samarasinha ha co-editato, “The Revolution Starts at Home”, ha esaminato il modo in cui l’attivismo per la giustizia sociale ha cercato di affrontare la violenza tra partner che si verifica nelle loro stesse comunità.

Attualmente, Piepzna-Samarasinha si consulta con il gruppo API Chaya con sede a Seattle , un’organizzazione che supporta survivor asiatic* e delle isole del Pacifico alla violenza di genere e alla tratta di esseri umani. Gestisce anche “Natural Helpers”, un programma per preparare i membri della comunità a riconoscere i segnali di pericolo e le dinamiche di abuso in modo da poter assistere chi ne ha bisogno. Il programma serve a ricordare che non hai bisogno di una laurea in servizi sociali per comprendere e intervenire nella violenza che sta accadendo nella tua comunità. “Sappiamo molto più di quello che pensiamo su come supportare survivor e colpevoli”, racconta a Bustle.

Come Piepzna-Samarasinha e altr* attivist* ammettono prontamente, assumersi la responsabilità di affrontare la violenza interpersonale non è facile. “È molto irrealistico pensare che le persone diranno volontariamente: ‘Ho abusato sessualmente di questa persona!’ oppure ‘Picchio il mio partner ma ora cambierò!’” dice Sonya Shah, insegnante presso il California Institute of Integral Studies. Shah è stata impegnata nel lavoro di giustizia riparativa/trasformativa per oltre un decennio, anche come fondatrice del Collettivo Ahimsa, un gruppo che facilita le conversazioni tra coloro che hanno commesso abusi sessuali su minori e coloro che li hanno vissuti. Dice che sono molti i modi in cui le comunità hanno cercato di spingere una persona che ha fatto del male in un posto di riflessione senza sottoporla a misure punitive o all’isolamento prolungato. Nella comunità Ojibway di Hollow Water, sulle rive del lago Winnipeg, i genitori e altri membri della famiglia che perpetrano violenze sessuali trascorrono anni in un circolo comunitario di guarigione e condanna, lavorando per assumersi la responsabilità della loro condotta fino a quando non possono riunirsi formalmente con i loro figli.

Il finanziamento concesso alla polizia potrebbe essere utilizzato per sostenere programmi negli Stati Uniti che sono stati creati altrove, ad esempio un’iniziativa in Germania progettata per fornire supporto confidenziale a persone con attrazioni dichiarate verso i minori, consentendo loro di accedere alla terapia sapendo che nulla di ciò che rivelano sarà denunciato alla polizia, purché non abbiano un procedimento attivo contro di loro. Secondo Shah, una delle maggiori barriere nella prevenzione della violenza e degli abusi, soprattutto negli Stati Uniti, è che le persone che commettono violenza non hanno dove andare per capire o prevenire il loro cattivo comportamento. “Nello schema più ampio, se vogliamo prevenire [danni], dobbiamo sviluppare la nostra capacità di ascoltare cose che sono davvero dolorose e difficili”, dice.

Il Safe Bar Collective, un programma lanciato nel 2016 dalla Collective Action for Safe Spaces (CASS) con sede a DC, forma le aziende associate a identificare, rispondere e intervenire in casi di molestie sessuali e razziali in modo che utenti e impiegat* possano essere al sicuro. “Troppo spesso nella nostra concezione pensiamo soltanto a ciò di cui hanno bisogno le vittime dopo che si è verificata la violenza”, dice l’ex direttrice ad interim del CASS Alicia Sanchez Gill. “Ma dobbiamo anche pensare a come trasformare l’intera cultura affinché possiamo vivere in una comunità in cui la violenza sessuale non sia più tollerata”.

Dietro il lavoro di Gill e di altr* attivist* per la giustizia trasformativa c’è il rifiuto di accettare l’idea che l’aggressione sessuale, l’abuso familiare e la violenza da parte del partner siano inevitabili. Comprendiamo che un’educazione sessuale e sanitaria completa è la chiave per arginare la diffusione dell’HIV / AIDS, prevenire gravidanze adolescenziali indesiderate e tenere sotto controllo la pandemia di coronavirus. Cosa significherebbe se alle persone giovani, e in particolare alle giovani donne, venissero fornite competenze pratiche per proteggersi e risolvere il problema della violenza in modo che possano essere il più al sicuro possibile nel presente o in futuro?

Prima che Sikivu Hutchinson fondasse il Women’s Leadership Project nel sud di Los Angeles, non c’era nulla di locale “che affrontasse la violenza del partner, la violenza sessuale, le molestie in un modo che fosse culturalmente sensibile al capitale sociale delle ragazze afroamericane”. Oltre ad acquisire abilità pratiche, coloro che vi partecipano esplorano la costruzione della femminilità Black e Latinx e i modi in cui la misoginia razzista influisce sulle loro vite. Si incontrano e si confrontano con pensatrici femministe nere come Aishah Shahidah Simmons, parlano dell’eliminazione della violenza di genere nel mondo hip-hop e lanciano campagne nelle scuole superiori dove le molestie sessuali non vengono prese sul serio.

Hutchinson vede il WLP come uno sbocco per la salute mentale delle giovani donne partecipanti, ma non è stata in grado di espandere il programma a più di una manciata di scuole a causa delle restrizioni ai finanziamenti e della mancanza di buy-in da parte del distretto scolastico pubblico. “Nella mia mente, se parliamo di defunding e smantellamento della polizia, il vuoto che crea è di tipo generativo”, dice, e questo vuoto  consentirà una programmazione culturalmente più responsabile per le giovani razzializzate, il tipo di interventi su questioni di autostima e benessere su cui le persone bianche fanno sempre affidamento.

La richiesta di definanziare la polizia può effettivamente consentire al denaro di spostarsi verso nuove iniziative, ma come sempre, il diavolo è nei dettagli. Studiosi come Kristin Bumiller hanno tracciato i modi in cui i movimenti contemporanei contro la violenza sessuale e domestica hanno effettivamente contribuito alla criminalizzazione dei poveri e delle comunità di colore. La presunta minaccia degli uomini di colore per le donne bianche è stata un mito fondamentale della supremazia bianca, così come la cancellazione della violenza fatta alle donne di colore dagli uomini bianchi. Le iniziative che non riconoscono queste storie e questi modelli rischiano di ricrearli.

“Incanalare e deviare le risorse dalle attività di polizia a programmi basati sulla comunità è esattamente ciò che dovremmo fare in questo momento”, afferma Gill. Che mette in guardia dall’utilizzare denaro precedentemente stanziato per la polizia per finanziare attori governativi che hanno causato anche danni permanenti a persone e famiglie razzializzate, ad esempio assistenti sociali impiegati dai servizi di protezione dei minori. Inoltre, dice Gill, le vittime di violenza non hanno solo bisogno dell’intervento della comunità, hanno bisogno di risorse materiali. “I miei genitori hanno dovuto svolgere più lavori. Come potevano essere presenti [per tenermi al sicuro da abusi]? Per molt* di noi che hanno fatto esperienza di abusi da bambin*, tutte queste situazioni hanno influito su ciò che è accaduto. Abbiamo bisogno di risorse per mantenere i minori al sicuro, di alloggi e assistenza sanitaria per tutt*”.

Piepzna-Samarasinha afferma che i fondi dovrebbero essere ridistribuiti in modo che si riconoscano le numerose iniziative che operano al di fuori di organizzazioni non profit o altre istituzioni formali. “La maggior parte delle volte, il lavoro di trasformazione più importante viene svolto da persone che non possono nemmeno accedere ai servizi statali o che sono criminalizzate”, dice. Le sew worker, ad esempio, hanno cercato di coltivare la loro sicurezza collettiva creando bad date list o facilitando gruppi di supporto tra pari guidati da sex worker. C’è inoltre un rischio significativo che i fondi ridistribuiti possano finire nelle mani dei gruppi meglio collegati in rete e meno emarginati, osserva Piepzna-Samarasinha.

“Spero che non smettiamo di credere che in realtà non abbiamo bisogno [della polizia]”, ha detto Piepzna-Samarasinha, prima di citare le parole di June Jordan. << Noi Siamo coloro che stavamo aspettando>>”.

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“Solo attraverso la relazione la vita si manifesta”.

“Solo attraverso la relazione la vita si manifesta”.

L’eco-ontologia come antidoto libertario all’essenzialismo e agli assoluti.

Di Manuela Macelloni, per Lo Sguardo – rivista di filosofia N. 26, 2018

Recensione R. Marchesini, Eco-ontologa. L’essere come relazione,  Apeiron Editoria e Comunicazione 2018

Eco-ontologia. L’essere come relazione rappresenta l’apice di un percorso che il filosofo, Roberto Marchesini, ha iniziato diversi anni fa. Correva l’anno duemiladue quando un per nulla innocuo testo, Post-human. Verso nuovi modelli d’esistenza, si presentò alla cronache del mondo della filosofia. Chi dapprima decise di ignorarlo, chi di catalogarlo tra le stranezze dei nuovi movimenti filosofici che celebravano la fine dell’uomo ma, ben presto, si iniziò a capire come, un pensiero filosofico consapevole – e che quindi si facesse effettivo carico delle questioni della contemporaneità – non potesse prescindere dai problemi aperti da quella che, a mio avviso, risulta una delle opere filosofiche fondamentali della nostra epoca. Quello di Marchesini è stato dapprima un riposizionamento dell’anthropos all’interno della filiera evolutiva in una traduzione diretta e finalmente autentica della lezione di Darwin, a cui è necessariamente conseguita la rinuncia a un paradigma essenzialistico della nozione di umanità, capace di riposizionare la dimensione umana oltre l’eccentramento offerto da tutta l’antropologia filosofica del Novecento. Marchesini ha poi proseguito in un percorso che – a partire da una rilettura dell’uomo – ha costretto a un ripensamento fondamentale anche dell’animalità secondo prospettive evoluzioniste che lo hanno condotto – attraverso un approccio cognitivo – a rigettare il paradigma prima cartesiano e poi behaviorista dell’animale macchina, rivoluzionando così il concetto di soggettività. La rilettura offerta al concetto di soggetto ha obbligato anche a un ridimensionamento del ruolo – tanto caro all’uomo – di coscienza e autocoscienza, preferendo a questi dispositivi un’attenta descrizione della differenza tra soggetto di vita e oggetto di vita. Solo così è stato possibile un effettivo superamento – attraverso l’approccio congitivo-zoonatropologico – dell’impostazione che da sempre era stata offerta all’animale quale vittima di impulsi o rinchiuso in risposte omologate e prevedibili. La soggettività diviene con Marchesini affare di tutti gli esseri viventi: ciò ha prodotto delle conseguenze irrevocabili anche sul piano ontologico con cui la sua filosofia ci obbliga a confrontarci. Dobbiamo abbandonare il caldo e rassicurante focolaio dell’essenza, dell’immutabilità, degli assoluti, per gettarci nel mare in tempesta dell’essere. La rivoluzione proposta da Marchesini, che prende forma e massima realizzazione proprio in questo ultimo testo, ci impone non solo di domandarci cosa sia effettivamente l’ontologia ma anche, soprattutto, di rimetterla in discussione come disciplina. Marchesini e il suo approccio alla dimensione del postumano costringono all’allontanamento dell’approccio essenzialista, commettono il più atroce parricidio nei confronti di Parmenide preferendogli, al suo posto, il panta rei eracliteo. La filiera evolutiva e la parzialità di ogni stato della natura non possono essere dimensionati all’interno di assoluti, dicotomie o principi di non contraddizione, ma devono per forza essere riletti alla luce di una molteplicità e plurivocità di urgenze. Eraclito con il motto del “tutto scorre” pare richiamare ante-litteram una delle considerazioni più preziose del cognitivismo marchesiniano: l’essere non è un insieme di dati prefissati, l’intelligenza deve sempre misurarsi con nuove provocazioni, ciò implica che essere soggetti di vita non è una stato di coscienza o di auto-coscienza quanto la capacità di dirimere in maniera efficace le sfide poste dal mondo. Soggetto è colui che, guidato dal desiderio, modifica se stesso nel mondo e attraverso il mondo e, grazie a questo atto di costante mutamento, può rimanere all’interno della vita. L’ontologia non ha tanto a che fare con l’essenza quindi quanto con la creazione, con le possibilità creative intrinseche ad ogni soggetto di vita – suscitate dalla dimensione sempre desiderante della vita stessa – e precluse invece alla macchina che non può di fatto andare oltre una specifica funzionalità. Ma il vero passaggio fondamentale di questo testo, a mio avviso, segna anche un superamento o meglio, un’integrazione alla lettura eraclitea dell’essere: se per Eraclito il tutto scorre può apparire come costate interscambio tra piani di realtà e di essere costantemente differenti, per Marchesini si tratta di continuità intrinseca del tutto con il tutto: «nel confronto l’identità assimila non rigetta» (ivi, p. 121), scrive l’autore. È appunto questa visione innovativa che apre le porte al concetto di ecoontologia. Mentre “tutto scorre” nulla si cancella: questo è quello che definirei la metafisica del corpo del pensiero marchesiniano;  il corpo diviene un sistema in grado di narrare contemporaneamente la storia dell’essere quale metapredicato – nessuno può prescindere dalla propria animalità – la storia della propria specie – nessuno può tralasciare la storia del proprio etogramma – e dell’individuo – nessuno può accantonare quegli accadimenti personalissimi che hanno dimensionato il proprio Esserci nel mondo.

L’eco-ontologia significa non solo pensare l’uomo all’interno della filiera evoluzionistica assieme alle altre specie ma, soprattutto, pensarlo quale organismo permeabile. Nella storia del nostro corpo c’è inscritta un’essenza relazionale al punto che, citando l’autore «L’essere in vita manca di una autofondatività ontologica giacché il suo vivere è sempre un appellarsi a qualcosa di esterno al suo qui ed ora» (ivi, p. 119). Eco-ontologia è quindi pensarsi non parte del sistema ma essenza stessa del sistema: non si tratta di una semplice simpatia tra organismi differenti ma di una parentalità ontologica intrinseca. Non si tratta solo di essere metapredicativamente animalità ma esserlo in quello specifico modo giacché è l’ecosistema ad averci impastati come tali, in quella specifica maniera e ciò secondo i tre aspetti fondamentali: metapredicato, filogenesi, ontogenesi; scrive Marchesini: «Dove comincia e dove finisce il confine di un vivente? Di certo non nella pellicola che ne separa l’organismo dal suo ambiente di via, non nelle sue dotazioni somatiche rispetto alla nicchia comunque introiettata, non nella sua ontogenesi dalla filogenesi, non nel suo qui ed ora dalle risonanze del trascorso e delle proiezioni nel futuro. Il vivente “è nella relazione” non semplicemente si pone in relazione» (ivi, p. 117). Il vero passaggio proposto da Marchesini – e su questo il filosofo è sempre il vero e solo pioniere dell’evoluzione del postumano – non è tanto il decentramento ontologico ed epistemico, questo lo aveva già detto nella sua opera prima Post-human, quanto in quello offerto da quest’ultima evoluzione del suo pensiero che lo riscopre maturo ma quanto mai innovativo. Eco-ontologia ci restituisce una rilettura delle fenomenologia della vita in cui ontologia ed epistemologia non solo non devono essere più antropocentrati ma hanno il dovere di essere ripensati secondo un’ottica relazionale. Si parlerà quindi non di nuove prospettive attraverso cui guardare il mondo – che di fatto lascerebbero intatta la dicotomica impostazione di soggetto ed oggetto – quanto piuttosto di sostituire questo paradigma con un paradigma basato sulla relazione e la compenetrazione, l’ibridazione, in cui la molteplicità di piani di realtà è capace di far parlare tutte le plurime urgenze presenti nella dimensione della vita. La vita si trova infatti in un luogo specifico: la soglia. Marchesini lo dice: «La vita manca di una potenzialità autoesplicativa o di autonomia predicativa, per cui è impossibile spiegarla interamente per ricognizione interna ma solo descriverla» (ivi, p. 115). Insomma la vita non si può spiegare, solo descrivere giacché ogni spiegazione ricadrebbe nella parzialità di un definitivo, di un assoluto, che non avrebbero nulla a che fare con il fenomeno della vita. Il filosofo sembra suggerirci alla Wittgenstein che di ciò di cui non si può parlare è meglio tacere ma, credo che Marchesini vada più a fondo: Marchesini vuole infatti, pur tacendola e allontanandone ogni possibilità, darci una spiegazione della vita che fiorisce proprio attraverso la sue inspiegabilità, un silenzio che riecheggia di tanti differenti significati, fondamentali per noi, animali umani, innamorati del senso.

Questo testo rappresenta l’atto insieme più maturo e significativo della sua filosofia essendo di fatto non solo una ricapitolazione ma un passo avanti. Forse il passo più ardito, più complesso ma quel passo di cui il pensiero aveva bisogno.

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Come la “rivoluzione” chavomadurista privatizza l’approvvigionamento idrico in Venezuela.

Come la “rivoluzione” chavomadurista privatizza l’approvvigionamento idrico in Venezuela.

Voci per l’acqua: La difesa dell’acqua come bene comune

del Collettivo voci per l’acqua, pubblicato da El Libertario,    Traduzione: Intersecta


Negli ultimi mesi sono state segnalate sempre più perforazioni di pozzi in vari settori di città come Caracas e Maracay, al fine di estrarre acqua per comunità che sono rimaste senza acqua potabile per mesi.

Le continue carenze idriche sono peggiorate dal 2016, con il 2019 che è stato il blackout nazionale, il punto di rottura di un sistema di distribuzione dell’acqua precario e di emergenza non solo per l’accesso al servizio, ma anche per la scarsa qualità dell’acqua che causa malattie nelle comunità. Gli specialisti stimano che negli ultimi tre anni l’ingresso di acqua attraverso gli acquedotti Hidrocapital sia stato ridotto di 4.000 litri al secondo.

L’Osservatorio dei servizi pubblici (OVSP) stima che quasi 9 venezuelani su 10 subiscano continue interruzioni nella fornitura di acqua, mentre alcune comunità passano mesi senza ricevere approvigionamento idrico. Secondo l’OVSP, il 56,7% dei circa 30 milioni di abitanti del Paese è costretto a immagazzinare l’acqua in tubazioni e bottiglie vuote nelle proprie case e il 18,5% paga le cisterne private.

Pozzi d’acqua privati

La situazione ha portato, da un lato, le comunità ad organizzarsi per gestire l’estrazione e la distribuzione dell’acqua dai pozzi nei loro settori, come è stato segnalato in alcuni settori di Caracas, dove una perforazione di 90 metri di profondità alla falda acquifera può costare circa 20.000 dollari. Una spesa che i residenti delle zone interessate “pagano insieme”, secondo quanto Alfredo Araya, un ingegnere civile di 68 anni dedito a questa attività, racconta a un’agenzia di stampa. Secondo quel comunicato stampa, le aziende hanno bisogno di permessi statali che possono causare ritardi e, in caso di scavo su suolo pubblico, le agenzie di sicurezza possono chiedere “contributi” (tangenti). “È un pedaggio che devi pagare”, sostiene Araya.

Una soluzione politica temporanea a un problema strutturale

D’altra parte, alcuni leader municipali, come i sindaci dei comuni di Chacao o Baruta nello stato di Miranda, appartenenti all’opposizione, o il governatore dello stato di Aragua, un ex militare chavista, hanno promosso la riattivazione dei pozzi, nonché l’installazione di pompe e motori per l’estrazione dell’acqua da essi. Questa apparente soluzione alla crisi idrica che travolge le comunità che trascorrono mesi senza servizio idrico si presenta ora proprio come una mossa elettorale data la possibilità che ci siano presto elezioni regionali.

Secondo le informazioni di Banca y Negocios, solo a Baruta sono stati realizzati 3 pozzi d’acqua: uno inaugurato presso il Centro sportivo Rafael Vidal a La Trinidad, un altro nel Parco Agustín Codazzi a Prados del Este, e uno da inaugurare a Santa Rosa de Lime. Il primo avvantaggia 750 abitazioni della zona, cioè circa 3.000 persone. Mentre i Prados del Este avvantaggiano circa 2.200 persone. Il sindaco di Chacao da parte sua si è impegnato nella perforazione di 20 pozzi d’acqua in diverse parti del comune.

Permessi ambientali e sanitari poco chiari

Il Ministero dell’Ecosocialismo è l’ente che concede i permessi di perforazione per aprire pozzi profondi. I sindaci di Miranda hanno riferito che l’ente non ha risposto alle richieste per più di 3 mesi di continuare a forare in diverse aree per ottenere l’acqua, quindi è un mistero come si stia elaborando la gestione di questi permessi, che le aziende private sostengono di ottenere attraverso tangenti alle autorità dell’ente. Sono disponibili pochissime informazioni sui permessi e sui controlli sanitari necessari per l’estrazione e la distribuzione di quest’acqua perforata dai pozzi alle comunità.

Praticamente ogni venezuelano in questo momento ha seri problemi di accesso all’acqua potabile e pulita. Nella foga della crisi che stiamo vivendo, molteplici proteste stanno fiorendo in tutti gli angoli del Paese, da famiglie e comunità che hanno trascorso settimane consecutive, e anche mesi, senza ricevere acqua.

Stiamo affrontando una crisi idrica. La nostra valutazione riconosce che non siamo di fronte a un problema congiunturale, non determinato unicamente dagli errori dello Stato, come proposto dall’enorme mole dell’analisi e dalla diffusione tramite i media delle notizie sull’argomento, che mette in evidenza le informazioni sul razionamento nelle case, condutture e sistema di pompaggio, ecc.

Certamente la gestione dell’acqua sempre più indolente, improvvisata e irresponsabile da parte del governo nazionale (unita alla sua scarsa e lenta capacità risolutiva in caso di guasti e incidenti che interessano il sistema di distribuzione), e eventi meteorologici sempre più estremi e frequenti che si stanno verificando nel Paese e nel mondo – ricordate le siccità straordinarie del 2010, 2013/2014 e 2015/2016 hanno un grosso peso nell’attuale crisi.

Tuttavia, questa crisi idrica è anche il riflesso di un problema fondamentale, che ha a che fare con il modello di sviluppo, il cosiddetto “sviluppo estrattivo”; con decenni di degrado delle fonti d’acqua a causa della logica predatoria che essa comporta; e con le modalità di occupazione dei territori e di relazione con la natura.

Per questi motivi, l’Osservatorio venezuelano di ecologia politica assume la difesa dell’acqua come bene comune come linea d’azione strategica. La Campagna Voci per l’Acqua mira a sensibilizzare la società sul grave problema dell’acqua e dei suoi cicli in Venezuela e sui pericoli che rappresenta per la riproduzione della vita quotidiana di milioni di abitanti del Paese.

Quello che vogliamo.

Promuovere l’empowerment sociale per raggiungere l’autogestione dell’acqua, informando, sensibilizzando e rendendo visibili i problemi intorno alla grave situazione dell’acqua e dei suoi cicli in Venezuela e ai pericoli che rappresenta per la riproduzione della vita quotidiana; le conseguenze legate a questo problema; così come le alternative proposte dalle comunità.

In una prima fase e come inizio della campagna proponiamo di sensibilizzare, rendere visibile e dibattere la logica associata alla gestione dell’acqua nel territorio venezuelano e il suo legame con il modello di sviluppo, nelle comunità organizzate in Venezuela.

L’idea è quella di poter non solo mettere in guardia sulla situazione di questo bene comune, ma anche segnalarne le cause profonde e offrire delle coordinate per pensare ad altre forme di gestione, fruizione e relazione con questo elemento.

La campagna mira a stabilire diagnosi, ricerca, formazione e una serie di contributi di divulgazione e analisi in cui vari individui e comunità possono unirsi per esprimere le nostre voci per l’acqua.

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TRASHING: La faccia oscura della sorellanza.

TRASHING: La faccia oscura della sorellanza.

Le dinamiche autodistruttive non hanno risparmiato nemmeno il Movimento Femminista, e non sono una novità. Da dove arrivano e come uscirne.

di Joreen (Jo Freeman), da www.jofreeman.com  Traduzione: Intersecta

Questo articolo è stato scritto per la rivista Ms e pubblicato nel numero di Aprile 1976, pp. 49-51, 92-98. Evocava più contributi delle lettrici di qualsiasi articolo precedentemente pubblicato su Ms, ed erano tutte lettere di persone che raccontavano la propria esperienza di trashing. Molti di questi contributi sono stati pubblicati in un successivo numero di Ms.

È passato molto tempo da quando sono stata annientata, distrutta. Sono stata una delle prime nel paese, forse la prima a Chicago, a vedere il mio carattere, il mio impegno e la mia stessa persona attaccate dalle donne del Movimento in modo tale da lasciarmi a pezzi e incapace di andare avanti. Mi ci sono voluti anni per riprendermi e anche oggi le ferite non sono del tutto rimarginate. Così mi aggiro ai margini del movimento, nutrendomi di esso perché ne ho bisogno, ma troppo timorosa per immergermi ancora una volta in essoo. Non so nemmeno di cosa ho paura. Continuo a ripetermi che non c’è motivo per cui dovrebbe accadere di nuovo – se sono cauta – eppure in una parte della mia testa c’è una certezza pervasiva e irrazionale che dice che se spingo la testa troppo oltre, sarò ancora una volta un parafulmine per le ostilità. Per anni ho scritto questo discorso nella mia testa, di solito come discorso per una platea di spettatori immaginari del Movimento. Ma non ho mai pensato di esprimermi pubblicamente perché ho creduto fermamente nel non lavare i panni sporchi del Movimento in pubblico. Comincio a cambiare idea.
Prima di tutto,  perché viene già pubblicamente esposta così tanta biancheria sporca che dubito che ciò che devo rivelare aggiungerà molto alla pila. Per quelle donne che sono state attive nel movimento, questa non è nemmeno una rivelazione. In secondo luogo, ho osservato per anni con crescente sgomento come il Movimento distrugge consapevolmente chiunque al suo interno si distingua in qualche modo. Avevo sperato a lungo che questa tendenza autodistruttiva sarebbe svanita con il tempo e l’esperienza. Così ho simpatizzato, sostenuto, ma non ho parlato pubblicamente delle tante donne i cui talenti sono stati annegati dal Movimento perché i loro tentativi di usarli erano stati accolti con ostilità. Conversazioni con amiche di Boston, Los Angeles e Berkeley che sono state silenziate e fatte fuori politicamente nel 1975 mi hanno convinta che il Movimento non ha imparato dalla sua esperienza. Al contrario il trashing (letteralmente buttare nella spazzatura, indica il processo di cancellazione di una individualità non conforme da parte di un gruppo. ndt) ha raggiunto proporzioni epidemiche. Forse tirarlo fuori dall’armadio rinfrescherà l’aria.
Che cos’è “trashing”, questo termine colloquiale che esprime così tanto, ma spiega così poco? Non è disaccordo; non è conflitto; non è opposizione. Questi sono fenomeni perfettamente ordinari che, se impiegati reciprocamente, onestamente e non eccessivamente, sono necessari per mantenere un gruppo o un’organizzazione sani e attivi. Il trashing è una forma particolarmente viziosa di cancellazione di individualità, che equivale a stupro psicologico. È manipolativo, disonesto ed eccessivo. Occasionalmente è mascherato dalla retorica del conflitto onesto, o nascosto negando che esista alcuna disapprovazione. Ma non è fatto per esporre disaccordi o risolvere differenze. È fatto per screditare e distruggere.
I mezzi variano. Il trashing può essere fatto privatamente o in una situazione di gruppo; in faccia o dietro le spalle; attraverso l’ostracismo o l’aperta denuncia. Il trasher (chi procede alla cancellazione. ndt) può riferirti false notizie su ciò che (cose orribili) gli altri pensano di te; raccontare ai tuoi amici storie false su quello che pensi di loro; interpretare tutto ciò che dici o fai nella luce più negativa; proiettare aspettative irrealistiche su di te in modo che quando non le soddisfi, diventi un bersaglio “legittimo” della rabbia del gruppo; negare le tue percezioni della realtà; o fingere di non esistere affatto. Il trashing può anche essere velato dalle più recenti tecniche di critica / autocritica, mediazione e terapia di gruppo. Qualunque sia il metodo utilizzato, il trashing implica una violazione della tua integrità, una dichiarazione della tua inutilità e una messa in discussione delle tue motivazioni. In effetti, ciò che viene attaccato non sono le tue azioni o le tue idee, ma tu in prima persona.
Questo attacco si realizza facendoti sentire che la tua stessa esistenza è nemica del Movimento e che niente può cambiare le cose se non che tu smetta di esistere. Questi sentimenti sono rafforzati quando sei isolata dalle persone che credi amiche, quando loro si convincono che essere in qualche modo associate a te è nocivo al Movimento e a loro stesse. Qualsiasi contatto con te le contaminerà. Alla fine tutte le tue compagne si uniscono in un coro di condanna che non può essere messo a tacere, e tu sei ridotta a una mera parodia del tuo io precedente.
Ci sono voluti tre episodi di conclamato ostracismo per convincermi a mollare. Alla fine, negli ultimi mesi del 1969, mi sentii psicologicamente straziata al punto che sapevo di non poter andare avanti. Fino ad allora ho interpretato le mie esperienze come dovute a conflitti di personalità o disaccordi politici che avrei potuto correggere con tempo e fatica. Ma più ci provavo, le cose peggioravano, finché alla fine fui costretta ad affrontare l’incomprensibile realtà che il problema non era quello che facevo, ma quello che ero.
Questa verità è stata comunicata in modo così sottile che non sono mai riuscita a convincere nessuno a parlarne. Non ci sono stati grandi scontri, solo tanti piccoli screzi. Ciascuno di per sé era insignificante; ma sommati l’uno all’altro erano come mille tagli con la frusta. Passo dopo passo sono stata ostracizzata: se veniva scritto un articolo collettivo, i miei tentativi di contribuire venivano ignorati; se scrivevo un articolo io, nessuno lo leggeva; quando parlavo alle riunioni, tutti ascoltavano educatamente e poi riprendevano la discussione come se non avessi detto nulla; le date delle riunioni furono cambiate senza che me lo dicessero; quando toccava a me coordinare un progetto di lavoro nessuno mi aiutava; quando non ho ricevuto posta e ho scoperto che il mio nome non era sulla mailing list, mi è stato detto che avevo semplicemente cercato nel posto sbagliato. Una volta il mio gruppo ha deciso di raccogliere fondi per mandare le persone a una conferenza, ma quando ho detto che volevo andare anch’io è stato deciso che ognuno avrebbe fatto per sé (in tutta onestà, una compagna mi ha chiamato in seguito per contribuire con $ 5 al mio viaggio, a patto che non lo dicessi a nessuno. È stata cancellata anche lei qualche anno dopo).
La mia risposta a questo fu sconcerto. Mi sembrava di vagare bendata in un campo pieno di oggetti appuntiti e buchi profondi, rassicurata dal fatto che potevo vedere perfettamente e che mi trovavo in un pascolo erboso e morbido. Era come se fossi entrata inconsapevolmente in una nuova società, una società operante secondo regole di cui non ero a conoscenza e non potevo capire. Quando ho cercato di convincere i miei gruppi a discutere di ciò che pensavo mi stesse accadendo, hanno negato la mia percezione della realtà dicendo che nulla era fuori dall’ordinario, oppure hanno liquidato gli incidenti come banali (cosa che presi singolarmente erano). Una compagna, in conversazioni telefoniche private, ha ammesso che venivo trattata male. Ma non mi ha mai sostenuto pubblicamente e ha ammesso francamente che era perché temeva di perdere l’approvazione del gruppo. Anche lei è stata attaccata e cancellata in un altro gruppo.
Mese dopo mese il messaggio è stato diffuso: vattene! Il Movimento diceva: esci, esci! Un giorno mi sono ritrovata a confessare alla mia coinquilina che non pensavo di esistere; che ero frutto della mia immaginazione. È stato allora che ho capito che era ora di andarmene. Il mio addio è stato molto tranquillo. L’ho detto a due persone e ho smesso di andare al Centro delle donne. La risposta mi ha convinto di aver letto correttamente il messaggio.
Nessuno ha chiamata, nessuno mi ha inviato lettere, nessuna reazione è arrivata. Metà della mia vita era stata svuotata e nessuno se ne era accorto tranne me. Tre mesi dopo girò la voce che ero stata denunciata dalla Chicago Women’s Liberation Union, fondata dopo che avevo lasciato il Movimento, per essermi lasciata citare in un recente articolo di stampa senza il loro permesso. Questo era tutto.
La cosa peggiore era che non sapevo davvero perché ero così profondamente scossa da questa faccenda. Ero sopravvissuta crescendo in un sobborgo molto conservatore, conformista e sessista dove il mio diritto alla mia identità era costantemente sotto attacco. La necessità di difendere il mio diritto di essere me stessa mi ha reso più dura, non mi ha indebolita. La mia pelle ispessita è stata ulteriormente rafforzata dalle mie esperienze in altre organizzazioni e movimenti politici, dove ho imparato l’uso della retorica e dell’argomentazione come armi nella lotta politica, e come individuare i conflitti di personalità mascherati da conflitti politici. Tali conflitti erano solitamente articolati in modo impersonale, come attacchi alle idee, e anche se potevano non essere stati produttivi, non erano così distruttivi come quelli che ho visto in seguito nel movimento femminista. Si possono ripensare le proprie idee a seguito di un attacco. È molto più difficile ripensare la propria personalità. Occasionalmente veniva usato l’attacco diretto ad alcune persone, ma non era considerato legittimo, e quindi era limitato sia in estensione che in efficacia. Poiché le azioni delle persone contavano più della loro personalità, tali attacchi non avrebbero portato facilmente all’isolamento. Quando erano impiegati, solo di rado entravano nella pelle.
Ma il movimento femminista è riuscito a fare questo con me. Per la prima volta nella mia vita, mi sono ritrovata a credere a tutte le cose orribili che la gente diceva di me. Quando sono stato trattata come una merda, l’ho interpretato nel senso che ero una merda.
La mia reazione mi ha innervosito proprio a causa della mia esperienza. Essendo sopravvissuta e rimasta indenne per così tanto tempo, perché ora stavo soccombendo? Mi ci sono voluti anni per arrivare alla risposta. È personalmente doloroso perché devo ammettere una vulnerabilità a cui pensavo di essere sfuggita. Ero sopravvissuta alla mia giovinezza perché non avevo mai concesso a nessuno o a nessun gruppo il diritto di giudicarmi. Quel diritto lo avevo riservato a me stessa. Ma il movimento mi ha sedotto con la sua dolce promessa di sorellanza. Ha affermato di fornire un rifugio dalle devastazioni di una società sessista; un luogo dove mi avrebbero capita. Era il mio stesso bisogno di femminismo e sorellanza che mi rendeva vulnerabile. Ho dato al movimento il diritto di giudicarmi perché mi fidavo. E quando mi ha giudicato inutile, ho accettato quel giudizio.
Per almeno sei mesi ho vissuto in una specie di insensibile disperazione, interiorizzando completamente il mio fallimento nel Movimento come un fallimento personale. Nel giugno del 1970 mi ritrovai a New York per coincidenza con diverse femministe di quattro diverse città. Ci siamo ritrovati una sera per una discussione generale sullo stato del movimento, e invece ci siamo ritrovati a discutere di quello che ci era successo. Avevamo due cose in comune; tutte noi avevamo una reputazione a livello di movimento, e tutte eravamo state fatte fuori, cancellate. Anselma Dell’Olio ci ha letto un discorso su “Divisione e autodistruzione nel movimento delle donne” che aveva recentemente tenuto al Congresso To Unite Women (sic) a seguito della sua stesso trashing.
“Ho imparato … anni fa che le donne erano sempre state divise l’una contro l’altra, autodistruttive e piene di rabbia impotente. Pensavo che il Movimento avrebbe cambiato tutto questo. Non avrei mai immaginato che avrei visto il giorno in cui questa rabbia, mascherata come radicalismo pseudo-egualitario sarebbe usata all’interno del movimento per abbattere le sorelle individuate come nemiche”.

“Mi riferisco … agli attacchi personali, sia palesi che insidiosi, a cui sono state sottoposte le donne del movimento che avevano dolorosamente gestito qualsiasi progetto di realizzazione individuale. Questi attacchi assumono forme diverse. Il più comune e pervasivo è l’attacco al carattere: il tentativo di minare e distruggere la fede nell’integrità dell’individuo sotto attacco. Un’altra forma è la “purga”. Un’altra ancora è l’isolamento …

“E chi attaccano? Generalmente due categorie … I progetti individuali o i risultati di qualsiasi tipo sembrerebbero essere il peggior crimine: … fare qualsiasi cosa … che ogni altra donna, segretamente o in altro modo, sente di poter fare altrettanto bene – – e … sei fritta! Se poi… sei assertiva, hai quella che viene generalmente descritta come una “personalità forte / se … non ti adatti allo stereotipo convenzionale di una donna” femminile “, … è tutto finito.

“Se sei nella prima categoria (una realizzatrice di progetti), sei immediatamente etichettata come un’opportunista in cerca di emozioni, una spietata mercenaria, che vuole fare la sua fama e fortuna sui cadaveri di sorelle altruiste che hanno seppellito le loro abilità e sacrificato le loro ambizioni per la maggiore gloria del femminismo. La produttività sembra essere il crimine principale, ma se hai la sfortuna di essere schietta e con capacità dialettiche, sei anche accusata di essere bramosa di potere, elitaria, fascista e, infine, il peggior epiteto di tutti: una donna che si comporta come un uomo. Aaaarrrrggg! ”

Mentre la ascoltavo, fui invasa da una grande sensazione di sollievo. Era la mia esperienza che stava descrivendo. Se ero pazza, non ero l’unica. Il nostro discorso è continuato fino a tarda sera. Quando ce ne siamo andate, ci siamo sardonicamente soprannominate le “rifugiate femministe” e abbiamo deciso di incontrarci di nuovo. Non l’abbiamo mai fatto. Invece ognuna di noi è scivolata di nuovo nel proprio isolamento e ha affrontato il problema solo a livello personale. Il risultato fu che la maggior parte delle donne a quell’incontro si ritirò dalla politica come avevo fatto io. Due sono finite in ospedale con esaurimenti nervosi. Sebbene tutte siano rimaste femministe appassionate, nessuna ha davvero contribuito con i propri talenti al movimento come avrebbe potuto. Anche se non ci siamo mai più incontrate, il nostro numero è cresciuto man mano che la malattia dell’autodistruzione ha lentamente inghiottito il movimento.
Negli anni ho parlato con molte donne che sono state buttate nell’immondizia. Come un cancro, gli attacchi si sono diffusi da coloro che avevano una reputazione a coloro che erano semplicemente forti di temperamento; da coloro che erano attive a coloro che avevano semplicemente idee; da quelle che si sono distinte come individui a quelle che non sono riuscite a conformarsi abbastanza rapidamente ai colpi di scena dei cambiamenti di linea politica. Con ogni nuova storia cresceva la mia convinzione che il trashing non fosse un problema individuale causato da azioni individuali; né era il risultato di conflitti politici tra quelli di idee diverse, ma che era una malattia sociale.
La malattia è stata ignorata così a lungo perché spesso è mascherata dalla retorica della sorellanza. Nel mio caso, l’etica della sorellanza ha impedito il riconoscimento del mio ostracismo. I nuovi valori del Movimento dicevano che ogni donna era una sorella, ogni donna era accettabile e accettata. Chiaramente io non lo ero. Eppure nessuno poteva ammettere che non ero accettabile senza ammettere che non eravamo sorelle. Era più facile negare la realtà della mia inaccettabilità. In altri casi, la sorellanza è stata usata come coltello piuttosto che come copertura. Giudici anonimi stabiliscono un vago standard di comportamento fraterno e poi condannano molto poco fraternamente coloro che secondo loro non soddisfano questo standard. Finché lo standard è vago e utopico, non potrà mai essere soddisfatto. Ma può essere modificato con le circostanze per escludere le persone non desiderate come sorelle. Così il memorabile adagio di Ti-Grace Atkinson secondo cui “la sorellanza è potente: uccide le sorelle” viene riaffermato più e più volte.
Il trashing non è solo distruttivo per gli individui coinvolti, ma serve come strumento molto potente di controllo sociale. Le qualità e gli stili di militanza che vengono attaccati diventano esempi che altre donne devono imparare a non seguire, per timore che la stessa sorte spetti a loro. Questa non è una caratteristica peculiare del Movimento delle donne, e nemmeno delle donne come categoria. L’uso delle pressioni sociali per indurre conformità e intolleranza per l’individualità è endemico nella società americana. La domanda rilevante non è perché il movimento eserciti pressioni così forti per conformarsi a uno standard ristretto, ma a quale standard spinge le donne a conformarsi.
Questo standard è rivestito della retorica della rivoluzione e del femminismo. Ma sotto ci sono alcune idee molto tradizionali sui ruoli propri delle donne. Ho osservato che due diversi tipi di donne vengono sottoposte a trashing. La prima è quella descritta da Anselma Dell’Olio, la donna energica e / o assertiva, quella a cui viene comunemente applicato l’epiteto di “donna che si comporta come un uomo”. Questo tipo di donna è sempre stata denigrata dalla nostra società con epiteti che vanno da “volgare” a “stronza castratrice”. La ragione principale per cui ci sono state così poche “grandi donne” non è solo che la grandezza è stata sottosviluppata o non riconosciuta, ma che le donne che mostrano un potenziale di successo sono punite sia dalle donne che dagli uomini. La “paura del successo” è abbastanza razionale quando si sa che la conseguenza del successo è l’ostilità e non la lode.
Non solo il movimento non è riuscito a superare questa socializzazione tradizionale e reazionaria, ma alcune donne l’hanno portata a vette estreme. Fare qualcosa di significativo, essere riconosciute, ottenere successi, significa implicare che si sta “mettendo da parte l’oppressione delle altre donne” o che ci si crede meglio delle altre donne. Sebbene poche donne possano pensare proprio questo, troppe rimangono in silenzio mentre le altre sfoderano gli artigli. L’obiettivo  della “mancanza di leader” che il Movimento così dice di voler perseguire è diventato più spesso un tentativo di abbattere quelle donne che mostrano qualità di leadership, piuttosto che di aiutare a sviluppare tali qualità in quelle che non le mostrano. Molte donne che hanno cercato di condividere le loro abilità sono state colpite e cancellate per aver affermato di sapere qualcosa che le altre non sanno. L’adorazione dell’egualitarismo da parte del movimento è così forte da essere confusa con l’uguaglianza. Le donne che ci ricordano che non siamo tutte la stessa persona vengono spazzate via perché la loro diversità viene interpretata nel senso che non siamo tutte uguali.
Di conseguenza il movimento fa le richieste sbagliate ai suoi membri. Chiede colpa ed espiazione piuttosto che consapevolezza e responsabilità. Le donne che hanno beneficiato personalmente dall’esistenza del movimento porteranno sempre eterna gratitudine. Ma questo debito non viene onorato buttando nella spazzatura altre persone. Il trashing non fa altro che scoraggiare altre donne dal cercare di liberarsi dalle loro catene ataviche.
L’altro tipo di donna comunemente cestinata è uno che non avrei mai sospettato. I valori del Movimento favoriscono le donne che sono molto solidali e modeste; coloro che si occupano costantemente dei problemi personali degli altri; le donne che interpretano molto bene il ruolo di madre. Eppure un numero sorprendente di queste donne è stato fatto oggetto di attacchi e cancellazioni. Ironia della sorte, la loro stessa capacità di svolgere questo ruolo è vista con sospetto e crea un’immagine di potere che il gruppo trova minacciosa. Ci si aspetta che alcune donne anziane che rifiutano consapevolmente il ruolo di madre lo recitino perché “sono adatte alla parte” – e vengono cancellate quando rifiutano. Altre donne che lo fanno volentieri scoprono di generare aspettative che alla fine non possono soddisfare, Nessuno può essere “tutto per tutti”, quindi quando queste donne si trovano a dover dire di no per conservare un po ‘del proprio tempo ed energia per se stesse o per occuparsi degli affari politici di un gruppo, sono percepite come egoiste e trattate con rabbia. Le vere madri, naturalmente, possono permettersi un po’ di rabbia da parte dei loro figli perché mantengono un alto grado di controllo fisico e finanziario su di loro. Anche le donne nelle professioni di “aiuto” che occupano ruoli di madri surrogate hanno risorse con cui controllare la rabbia dei loro clienti. Ma quando si è “madre” per i propri coetanei, questa non c’è questa possibilità. Se le richieste diventano irrealistiche, o la persona si ritira da sola o viene fatta fuori.
La cancellazione di entrambe queste categorie di persone ha radici comuni nei ruoli tradizionali. Tra le donne ci sono due ruoli percepiti come ammissibili: la donna “che aiuta” e quella “aiutata”. La maggior parte delle donne è addestrata a recitare l’una o l’altra in momenti diversi. Nonostante la presa di coscienza e un attento esame della nostra socializzazione, molte di noi non si sono liberate dall’interpretare questi ruoli, né dall’aspettativa che le altre lo facciano. Coloro che si discostano da questi ruoli – le persone che realizzano progetti propri – sono punite per averlo fatto, così come quelle che non riescono a soddisfare le aspettative del gruppo.
Sebbene solo poche donne si impegnino effettivamente nel trashing, la colpa per aver permesso che continui è di noi tutte. Una volta sotto attacco, c’è poco che una donna possa fare per difendersi perché per definizione ha sempre torto. Ma coloro che la stanno guardando possono fare molto per impedirle di essere isolata e alla fine distrutta. Il trashing funziona bene solo quando le sue vittime sono sole, perché l’essenza del trashing è isolare una persona e addossarle i problemi di un gruppo. Il sostegno degli altri membri del gruppo rompe questa facciata e priva del loro pubblico i soggetti che praticano il trashing. Trasforma una disfatta in una lotta. Molti attacchi sono stati prevenuti dal rifiuto delle persone del gruppo di lasciarsi ridurre al silenzio per paura di essere le prossime. Altre volte gli aggressori sono stati costretti a chiarire pubblicamente le loro lamentele al punto da poterle trattare razionalmente.
C’è, ovviamente, una linea sottile tra il trashing e la lotta politica, tra l’attacco mirato alle persone e le legittime obiezioni a comportamenti indesiderabili. Discernere la differenza richiede uno sforzo. Ecco alcuni suggerimenti da seguire. Il trashing implica un uso frequente del verbo “essere” e solo un uso sporadico del verbo “fare”. È ciò che si è e non ciò che si fa a essere contestato, e queste obiezioni non possono essere facilmente formulate in termini di comportamenti indesiderati specifici. Chi usa questa tecnica tende anche a usare nomi e aggettivi di tipo vago e generico per esprimere le sue obiezioni a una persona in particolare. Questi termini hanno una connotazione negativa, ma non ti dicono davvero cosa c’è che non va.
Il resto è lasciato alla tua immaginazione. Quelli che vengono fatti oggetto di trashing non possono fare nulla di giusto. Poiché sono cattivi, le loro motivazioni sono cattive e quindi le loro azioni sono sempre cattive. Non si può rimediare agli errori del passato, perché questi sono percepiti come sintomi e non come errori.
La prova del fuoco, tuttavia, arriva quando si cerca di difendere una persona sotto attacco, soprattutto quando non è presente. Se una tale difesa viene presa sul serio e si manifesta una certa propensione ad aver ascoltare tutte le parti e raccogliere tutte le prove, probabilmente non si sta verificando trashing. Ma se la tua difesa viene respinta con un “Come puoi difenderla?”; se chi prova a difendere diventa a sua volta oggetto di sospetto solo per avere parlato; se è davvero indifendibile, dovresti dare un’occhiata più da vicino a coloro che fanno le accuse. C’è di più che un semplice disaccordo.
Visto che il trashing è diventato sempre più diffuso, sono diventata sempre più perplessa cercando di capirne il perché. Cosa c’è nel Movimento delle donne che permette e addirittura incoraggia l’autodistruzione? Come possiamo, da un lato, parlare di incoraggiare le donne a sviluppare il proprio potenziale individuale e, dall’altro, distruggere quelle tra noi che lo fanno? Perché malediciamo la nostra società sessista per il danno che fa alle donne, e poi condanniamo quelle donne che non sembrano gravemente danneggiate da essa? Perché la presa di coscienza che caldeggiamo non ha aumentato la nostra consapevolezza riguardo al trashing?
La risposta più ovvia è radicata nella nostra oppressione come donne e nell’odio di sé collettivo che deriva dal fatto che siamo state educate a credere che le donne non valgono molto. Eppure una risposta del genere è fin troppo facile; oscura il fatto che il trashing non avviene in modo casuale. Non tutte le donne o le organizzazioni femminili fanno lo praticano, almeno non nella stessa misura. È molto più diffuso tra gli nidividui che si definiscono radicali che tra quelli che non lo fanno; tra coloro che perseguono cambiamenti personali e profondi che tra quelli che perseguono solo cambiamenti istituzionali; tra coloro che non possono immaginare delle vittorie senza la rivoluzione totale che tra coloro che possono accontentarsi di successi minori; e tra quelli in gruppi con obiettivi vaghi rispetto a quelli in gruppi con obiettivi concreti.
Dubito che ci sia una sola spiegazione al trashing; è più frequente a causa di varie combinazioni di circostanze che non sono sempre evidenti anche a coloro che le stanno vivendo. Ma dalle storie che ho sentito e dai gruppi che ho conosciuto, ciò che mi ha colpito di più è quanto sia legato alla tradizione. Non c’è niente di nuovo nello scoraggiare le donne e nel convincerle di essere fuori luogo con l’uso della manipolazione psicologica. Questa è una delle cose che hanno mantenuto le donne fuori dai giochi per anni; è una cosa da cui il femminismo avrebbe dovuto liberarci. Tuttavia, invece di una cultura alternativa con valori alternativi, abbiamo creato mezzi alternativi per far rispettare la cultura e i valori tradizionali.
È cambiato solo il nome, ma i risultati sono gli stessi.
Mentre le tattiche sono tradizionali, la virulenza nel metterle in pratica è nuova. Non ho mai visto donne arrabbiarsi con altre donne come fanno nel movimento. Ciò in parte perché le nostre aspettative nei confronti delle altre femministe e del Movimento in generale sono molto alte, e quindi difficili da soddisfare. Non abbiamo ancora imparato a essere realistiche nelle nostre aspettative riguardo alle nostre sorelle o a noi stesse. È anche perché le altre femministe possono essere dei bersagli per la rabbia.
La rabbia è il risultato logico dell’oppressione. Richiede uno sfogo. Poiché la maggior parte delle donne è circondata da uomini che hanno imparato che non è saggio attaccare, la loro rabbia è spesso rivolta verso l’interno. Il Movimento sta insegnando alle donne a fermare questo processo, ma in molti casi non ha fornito obiettivi alternativi. Mentre gli uomini sono distanti e il “sistema” troppo grande e vago, le “sorelle” sono a portata di mano. Attaccare le altre femministe è più facile e i risultati possono essere visti più rapidamente che attaccando istituzioni sociali amorfe. Le persone sono ferite si arrendono. Si può sentire il senso di potere che deriva dall’aver “fatto qualcosa”. Cercare di cambiare un’intera società è un processo molto lento e frustrante in cui i guadagni sono incrementali, le ricompense diffuse e le battute d’arresto frequenti. Non è un caso che il trashing avvenga più spesso e in modo più vizioso presso quelle femministe che non vedono valore in piccoli cambiamenti impersonali e quindi spesso si trovano incapaci di agire contro istituzioni specifiche.
L’enfasi del movimento su “il personale è politico” ha reso più facile il fiorire del trashing. Abbiamo iniziato derivando alcune delle nostre idee politiche dalla analisi delle nostre vite personali. Questo ha legittimato per molti l’idea che il Movimento potesse dirci che tipo di persone dovremmo essere, e per estensione che tipo di personalità dovremmo avere. Poiché non sono stati tracciati confini per definire i limiti di tali spinte normative, era difficile evitare gli abusi. Molti gruppi hanno cercato di rimodellare le vite e le menti dei loro membri, e alcuni hanno distrutto coloro che hanno resistito. Il trashing è anche un modo per mettere in atto la competitività che pervade la nostra società, ma in un modo che riflette i sentimenti di incompetenza e vulnerabilità che mostrano le persone che lo attuano. Invece di provare a dimostrare che uno è migliore di chiunque altro, si prova che qualcun altro è peggio. Ciò può fornire lo stesso senso di superiorità della concorrenza tradizionale, ma senza i rischi coinvolti. Nella migliore delle ipotesi l’oggetto della propria ira è oggetto di pubblica vergogna, nel peggiore dei casi la propria posizione è al sicuro all’interno dei veli della giusta indignazione. Francamente, se proprio vogliamo avere concorrenza nel Movimento, preferisco la concorrenza vecchio stile. La competitività classica ha i suoi costi, ma ci sono anche alcuni vantaggi collettivi generati dai concorrenti mentre cercano di superarsi a vicenda. Con il trashing non ci sono beneficiari. Alla fine tutti perdono.
Per sostenere le donne accusate di sovvertire il movimento o di minare il loro gruppo ci vuole coraggio, perché ciò ci impone di alzare la testa. Ma il costo collettivo di permettere che il trashing continui così a lungo e in modo estensivo è enorme. Abbiamo già perso alcune delle menti più creative e delle attiviste più impegnate nel movimento. Cosa ancora più grave, abbiamo scoraggiato molte femministe dal venire fuori, per paura di essere a loro volta oggetto di cancellazione. Non abbiamo fornito a tutte un ambiente favorevole per sviluppare il proprio potenziale individuale, o in cui raccogliere le forze per le battaglie con le istituzioni sessiste che dobbiamo affrontare ogni giorno. Un movimento che una volta esplodeva di energia, entusiasmo e creatività si è impantanato nella sopravvivenza di base: la sopravvivenza l’uno dall’altro. Non sarebbe ora di smettere di cercare nemici all’interno e iniziare ad attaccare il vero nemico, che è all’esterno?

L’autrice desidera ringraziare Linda, Maxine e Beverly per i loro utili suggerimenti nella revisione di questo articolo.

(c) Joreen