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“Abbiamo già smesso di chiamare i poliziotti”.

“Abbiamo già smesso di chiamare i poliziotti”.

Cosa possiamo imparare dalle attiviste contro la violenza domestica sul tema dell’abolizione della polizia.

di Aviva Stahl per bustle.com   Traduzione: Intersecta

Era la fine degli anni ’90 quando l’attivista Leah Lakshmi Piepzna-Samarasinha, che allora viveva a Toronto, si ritrovò in una situazione impossibile. Il suo partner, che chiamerò “T”, era diventato violento, ma chiamare la polizia non era un’opzione. Per cominciare, temeva che chiamare la polizia potesse mettere a repentaglio lo status di cittadina nel paese in cui era emigrata, il Canada. Inoltre, entrambe erano persone nere della classe operaia, e T era già stato in prigione. “Anche nella situazione di pericolo in cui ero, pensavo: ‘Amo e mi prendo ancora cura del mio partner, e non penso che chiamare la polizia aiuterà nessun* di noi a ottenere sicurezza’”, dice Piepzna-Samarasinha.  Al contrario, ha iniziato a cercare altri modi per affrontare ciò che stava accadendo. “Avevo bisogno di trovare un modo per creare sicurezza di cui avevo bisogno senza fare affidamento sulla polizia.”

Nelle settimane trascorse dall’uccisione di George Floyd, le proteste sostenute contro il razzismo e la violenza di stato – le più grandi che molt* di noi hanno visto nella propria vita – hanno portato alla ribalta un dibattito precedentemente relegato ad attivist* di sinistra: che l’unico modo per rendere veramente più sicure le nostre comunità è tagliare i fondi destinati alla polizia e, in futuro, abolirla completamente. Molt* attivist* hanno rifiutato le riforme proposte, come la creazione di un controllo aggiuntivo o il cambiamento delle regole per l’uso della forza da parte degli ufficiali e, per la prima volta, molt* american* stanno valutando come potrebbe essere la loro vita se i dipartimenti di polizia venissero sciolti in massa. È logico che si chiedano: che dire della violenza perpetrata da civili? E se una persona cerca di farmi del male?

È importante ricordare che, per molt* di noi, il luogo più pericoloso non è un vicolo buio o un angolo di strada. La maggior parte delle donne assassinate negli Stati Uniti (e in tutto il mondo) vengono uccise nelle proprie case, per mano di un partner intimo o di un familiare. Se si tratta di questa forma di violenza più endemica, gran parte di noi ha già smesso di chiamare la polizia. Dal 2010 al 2018, il 57% delle persone uccise da un partner a New York – che avevano quasi sicuramente sperimentato precedenti episodi di violenza – non aveva mai denunciato episodi di questo tipo al Dipartimento di polizia.

Quando la polizia risponde, non c’è nessuna garanzia che aiuterà. Nel 2012, Marissa Alexander, una donna nera della Florida è stata condannata a 20 anni per aver sparato un colpo di avvertimento contro l’ex marito violento, senza colpire e danneggiare nessun*. Dopo che la corte d’appello ha ordinato un nuovo processo, Alexander ha accettato un patteggiamento che ha limitato la sua pena ai tre anni che aveva già scontato. Negli ultimi anni, innumerevoli altre survivor sono state arrestate per essersi difese dopo aver sopportato anni di violenza, tra cui Aylaliya Birru, Tomiekia Johnson e Chrystul Kizer. “Alle sopravvissute [alla violenza di genere] nere o comunque non bianche, immigrate, povere, trans, queer, disabili… [o comunque emarginate] manca il privilegio di poter credere che la polizia o le prigioni le terranno al sicuro”, ha spiegato Colleen McCormack-Maitland, che organizza campagne a favore di survivor criminalizzate con il gruppo Survived and Punished.

Nonostante i servizi di emergenza siano a portata di mano da generazioni, il posto nel mondo in cui le donne dovrebbero sentirsi più sicure – le nostre case – è ancora il più pericoloso. Per Piepzna-Samarasinha e molte altre femministe abolizioniste, la consapevolezza che la polizia non era la risposta alla violenza a cui ha assistito e che ha vissuto è stato solo l’inizio del suo percorso politico. Il passo successivo è stato quello di sfruttare la possibilità di costruire alternative efficaci. Dall’implementazione di programmi di educazione precoce per aiutare a prevenire la violenza, all’ideazione di modi per intervenire quando si verificano abusi, fino a stabilire processi in modo che una persona violenta possa essere ritenuta responsabile: le femministe abolizioniste hanno trascorso gli ultimi decenni a creare l’infrastruttura per il mondo che sognano – uno in cui la fine della violenza misogina e la fine della polizia vanno di pari passo.

Per capire perché l’abolizionismo sostiene che la polizia americana non proteggerà e non servirà mai le persone nere, è utile guardare indietro alle origini dell’istituzione delle pattuglie di schiavi. Anche se ci aspettiamo di essere trattat* bene dalla polizia, potremmo esitare a chiamarla per le persone che conosciaimo o amiamo. Potremmo dipendere dalla persona che ha commesso danni nei nostri confronti. Potremmo avere paura che altre persone nelle nostre famiglie o comunità non ci credano. Potremmo semplicemente non voler vedere la persona che ci fa del male in manette o dietro le sbarre. Basandosi sui dati raccolti in un’indagine nazionale sulla vittimizzazione della criminalità auto-denunciata dal 2006 al 2015, il Bureau of Justice Statistics ha stimato che quasi la metà degli incidenti di violenza domestica non mortali (44%) non vengono denunciati alla polizia. La stragrande maggioranza (circa il 70%) delle vittime di abusi sessuali in età infantile sceglie di non denunciare le proprie esperienze alla polizia. Le persone trans e non binarie subiscono violenze da parte del partner e aggressioni sessuali a tassi che superano di gran lunga le persone cisgender, ma quando intervistate, quasi una persona trans su due ha affermato che non si sentirebbe a suo agio nel cercare assistenza dalla polizia.

La violenza non avviene nel vuoto; siamo conness* videndevolmente come non lo saremo mai con la polizia. Cosa significherebbe vedere queste connessioni esistenti come la protezione più forte possibile contro la violenza presente o futura?

Questa è l’idea alla base dei pod-mapping, un metodo per determinare di chi ci si può fidare se si subiscono abusi, se si assiste a violenze contro persone amate o se si è chiamat* a rendere conto della violenza che si è commessa. La pratica proviene dal Bay Area Transformative Justice Collective (BATJC), una comunità di Oakland che lavora per costruire e supportare risposte di giustizia trasformativa agli abusi sessuali su minori (CSA). Come spiega la co-fondatrice Mia Mingus, i pod creano una rete tangibile e concreta attraverso la quale le persone possono prevenire abusi su minori o fermarli quando sono in corso: “Se vedi il tuo amico trattare il suo bambino in modi umilianti, conversa con lui. Se senti il tuo amico usare un linguaggio misogino, intervieni.” Se qualcun* accetta di stare nel gruppo di un’altra persona, ciò costituisce l’impegno a creare fiducia, a presentarsi quando richiesto e a ritenere la persona responsabile del proprio comportamento.

Parlare dei danni che una persona potrebbe commettere da genitore è imbarazzante e difficile – è qualcosa che non abbiamo l’abitudine di fare, dice Mingus. Invece di assumere un ruolo attivo nella salvaguardia de* giovani nelle nostre famiglie e comunità allargate, abbiamo ceduto questa responsabilità alla polizia. Costruire un mondo senza poliziotti significa ripensare di chi fidarsi per assicurarci la sicurezza collettiva. “Ciò significa che siamo noi”, dice Mingus.

Nei molti anni trascorsi dalla fine della sua relazione violenta, Piepzna-Samarasinha ha scritto ampiamente su questi temi, diventando una voce di primo piano su come le persone queer e la sinistra possono promuovere relazioni e comunità più sicure, senza fare affidamento sui poliziotti. Nel libro “Beyond Survival”, pubblicato quest’anno [2020, ndr], Piepzna-Samarasinha e il suo co-editore hanno cercato di individuare i diversi modi in cui la giustizia trasformativa può manifestarsi nella nostra vita quotidiana, alcuni dei quali sono stati esplorati in questo articolo. In un libro precedente che Piepzna-Samarasinha ha co-editato, “The Revolution Starts at Home”, ha esaminato il modo in cui l’attivismo per la giustizia sociale ha cercato di affrontare la violenza tra partner che si verifica nelle loro stesse comunità.

Attualmente, Piepzna-Samarasinha si consulta con il gruppo API Chaya con sede a Seattle , un’organizzazione che supporta survivor asiatic* e delle isole del Pacifico alla violenza di genere e alla tratta di esseri umani. Gestisce anche “Natural Helpers”, un programma per preparare i membri della comunità a riconoscere i segnali di pericolo e le dinamiche di abuso in modo da poter assistere chi ne ha bisogno. Il programma serve a ricordare che non hai bisogno di una laurea in servizi sociali per comprendere e intervenire nella violenza che sta accadendo nella tua comunità. “Sappiamo molto più di quello che pensiamo su come supportare survivor e colpevoli”, racconta a Bustle.

Come Piepzna-Samarasinha e altr* attivist* ammettono prontamente, assumersi la responsabilità di affrontare la violenza interpersonale non è facile. “È molto irrealistico pensare che le persone diranno volontariamente: ‘Ho abusato sessualmente di questa persona!’ oppure ‘Picchio il mio partner ma ora cambierò!’” dice Sonya Shah, insegnante presso il California Institute of Integral Studies. Shah è stata impegnata nel lavoro di giustizia riparativa/trasformativa per oltre un decennio, anche come fondatrice del Collettivo Ahimsa, un gruppo che facilita le conversazioni tra coloro che hanno commesso abusi sessuali su minori e coloro che li hanno vissuti. Dice che sono molti i modi in cui le comunità hanno cercato di spingere una persona che ha fatto del male in un posto di riflessione senza sottoporla a misure punitive o all’isolamento prolungato. Nella comunità Ojibway di Hollow Water, sulle rive del lago Winnipeg, i genitori e altri membri della famiglia che perpetrano violenze sessuali trascorrono anni in un circolo comunitario di guarigione e condanna, lavorando per assumersi la responsabilità della loro condotta fino a quando non possono riunirsi formalmente con i loro figli.

Il finanziamento concesso alla polizia potrebbe essere utilizzato per sostenere programmi negli Stati Uniti che sono stati creati altrove, ad esempio un’iniziativa in Germania progettata per fornire supporto confidenziale a persone con attrazioni dichiarate verso i minori, consentendo loro di accedere alla terapia sapendo che nulla di ciò che rivelano sarà denunciato alla polizia, purché non abbiano un procedimento attivo contro di loro. Secondo Shah, una delle maggiori barriere nella prevenzione della violenza e degli abusi, soprattutto negli Stati Uniti, è che le persone che commettono violenza non hanno dove andare per capire o prevenire il loro cattivo comportamento. “Nello schema più ampio, se vogliamo prevenire [danni], dobbiamo sviluppare la nostra capacità di ascoltare cose che sono davvero dolorose e difficili”, dice.

Il Safe Bar Collective, un programma lanciato nel 2016 dalla Collective Action for Safe Spaces (CASS) con sede a DC, forma le aziende associate a identificare, rispondere e intervenire in casi di molestie sessuali e razziali in modo che utenti e impiegat* possano essere al sicuro. “Troppo spesso nella nostra concezione pensiamo soltanto a ciò di cui hanno bisogno le vittime dopo che si è verificata la violenza”, dice l’ex direttrice ad interim del CASS Alicia Sanchez Gill. “Ma dobbiamo anche pensare a come trasformare l’intera cultura affinché possiamo vivere in una comunità in cui la violenza sessuale non sia più tollerata”.

Dietro il lavoro di Gill e di altr* attivist* per la giustizia trasformativa c’è il rifiuto di accettare l’idea che l’aggressione sessuale, l’abuso familiare e la violenza da parte del partner siano inevitabili. Comprendiamo che un’educazione sessuale e sanitaria completa è la chiave per arginare la diffusione dell’HIV / AIDS, prevenire gravidanze adolescenziali indesiderate e tenere sotto controllo la pandemia di coronavirus. Cosa significherebbe se alle persone giovani, e in particolare alle giovani donne, venissero fornite competenze pratiche per proteggersi e risolvere il problema della violenza in modo che possano essere il più al sicuro possibile nel presente o in futuro?

Prima che Sikivu Hutchinson fondasse il Women’s Leadership Project nel sud di Los Angeles, non c’era nulla di locale “che affrontasse la violenza del partner, la violenza sessuale, le molestie in un modo che fosse culturalmente sensibile al capitale sociale delle ragazze afroamericane”. Oltre ad acquisire abilità pratiche, coloro che vi partecipano esplorano la costruzione della femminilità Black e Latinx e i modi in cui la misoginia razzista influisce sulle loro vite. Si incontrano e si confrontano con pensatrici femministe nere come Aishah Shahidah Simmons, parlano dell’eliminazione della violenza di genere nel mondo hip-hop e lanciano campagne nelle scuole superiori dove le molestie sessuali non vengono prese sul serio.

Hutchinson vede il WLP come uno sbocco per la salute mentale delle giovani donne partecipanti, ma non è stata in grado di espandere il programma a più di una manciata di scuole a causa delle restrizioni ai finanziamenti e della mancanza di buy-in da parte del distretto scolastico pubblico. “Nella mia mente, se parliamo di defunding e smantellamento della polizia, il vuoto che crea è di tipo generativo”, dice, e questo vuoto  consentirà una programmazione culturalmente più responsabile per le giovani razzializzate, il tipo di interventi su questioni di autostima e benessere su cui le persone bianche fanno sempre affidamento.

La richiesta di definanziare la polizia può effettivamente consentire al denaro di spostarsi verso nuove iniziative, ma come sempre, il diavolo è nei dettagli. Studiosi come Kristin Bumiller hanno tracciato i modi in cui i movimenti contemporanei contro la violenza sessuale e domestica hanno effettivamente contribuito alla criminalizzazione dei poveri e delle comunità di colore. La presunta minaccia degli uomini di colore per le donne bianche è stata un mito fondamentale della supremazia bianca, così come la cancellazione della violenza fatta alle donne di colore dagli uomini bianchi. Le iniziative che non riconoscono queste storie e questi modelli rischiano di ricrearli.

“Incanalare e deviare le risorse dalle attività di polizia a programmi basati sulla comunità è esattamente ciò che dovremmo fare in questo momento”, afferma Gill. Che mette in guardia dall’utilizzare denaro precedentemente stanziato per la polizia per finanziare attori governativi che hanno causato anche danni permanenti a persone e famiglie razzializzate, ad esempio assistenti sociali impiegati dai servizi di protezione dei minori. Inoltre, dice Gill, le vittime di violenza non hanno solo bisogno dell’intervento della comunità, hanno bisogno di risorse materiali. “I miei genitori hanno dovuto svolgere più lavori. Come potevano essere presenti [per tenermi al sicuro da abusi]? Per molt* di noi che hanno fatto esperienza di abusi da bambin*, tutte queste situazioni hanno influito su ciò che è accaduto. Abbiamo bisogno di risorse per mantenere i minori al sicuro, di alloggi e assistenza sanitaria per tutt*”.

Piepzna-Samarasinha afferma che i fondi dovrebbero essere ridistribuiti in modo che si riconoscano le numerose iniziative che operano al di fuori di organizzazioni non profit o altre istituzioni formali. “La maggior parte delle volte, il lavoro di trasformazione più importante viene svolto da persone che non possono nemmeno accedere ai servizi statali o che sono criminalizzate”, dice. Le sew worker, ad esempio, hanno cercato di coltivare la loro sicurezza collettiva creando bad date list o facilitando gruppi di supporto tra pari guidati da sex worker. C’è inoltre un rischio significativo che i fondi ridistribuiti possano finire nelle mani dei gruppi meglio collegati in rete e meno emarginati, osserva Piepzna-Samarasinha.

“Spero che non smettiamo di credere che in realtà non abbiamo bisogno [della polizia]”, ha detto Piepzna-Samarasinha, prima di citare le parole di June Jordan. << Noi Siamo coloro che stavamo aspettando>>”.

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