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Non c’è salute mentale senza diritti umani.

Non c’è salute mentale senza diritti umani.

Un’analisi del recente rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite.

di Adishi Gupta, per Madinasia.com    Traduzione: Intersecta

Negli ultimi mesi il mondo sta vivendo situazioni sempre più difficili su vari fronti, in parte innescate dalla pandemia COVID-19. Ci sono stati e continuano ad esserci numerosi casi di violenza e ingiustizia nei confronti delle persone vulnerabili e emarginate. Bisogna comunque dire che la maggior parte di questa violenza era una realtà quotidiana per tantissime persone in tutto il mondo sin da prima della pandemia. Tuttavia, la cattiva gestione della pandemia da parte di vari governi si è spesso aggiunta a peggiorare la situazione.

In questi tempi di crisi, è diventato ancora più necessario mettere in primo piano discorsi e misure incentrate sulla promozione e protezione di tutti i diritti umani. Alla luce di ciò, siamo liet* di vedere che l’ultimo rapporto del Relatore Speciale delle Nazioni Unite (SR), Dr Dainius Pūras, adottato nella 44a sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite si distingue nel dichiarare che “Non c’è salute mentale senza diritti umani ”. In questo nuovo rapporto, si chiedono misure a livello mondiale per garantire il “diritto di tutti al godimento del più alto livello raggiungibile di salute fisica e mentale”.

Il dottor Pūras ha già fatto appello in altri documenti  alla necessità di “abbandonare il modello medico predominante che cerca di curare le persone prendendo di mira i disturbi”. In questo nuovo rapporto, insiste sull’importanza della “promozione e protezione di tutti i diritti umani, civili, politici, economici, sociali e culturali, compreso il diritto allo sviluppo ”. Questo rapporto è stato molto apprezzato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità.

Pūras  ci esorta a fare attenzione a come il Movimento per la Salute Mentale Globale viene inquadrato e implementato  perché ciò avrà un enorme impatto sul rispetto o meno dei diritti umani. Il Movimento per la salute mentale globale (MGMH) mira ad aumentare l’accesso ai servizi di salute mentale e a un sistema più ampio di patrocinio legale, attivismo e ricerca. Il fatto che il relatore speciale si riferisca a un migliore inquadramento che garantisca i diritti umani ci dice che ci sono punti critici nel modo in cui il MGMH viene attualmente attuato e che ciò necessita riflessione e cambiamento. Inoltre, parla della necessità di valutare criticamente quali politiche possono funzionare in determinate aree e contesti, sottolineando come non possiamo semplicemente “esportare” strategie di advocacy e altri modelli operativi dal nord al sud del mondo.

Il rapporto sottolinea l’importanza di allontanarsi dalla standardizzazione per la salute mentale globale come unico strumento, perché “se è vero la standardizzazione è importante per il lavoro globale, questo approccio trascura la comprensione e le pratiche che resistono alla standardizzazione a causa della complessità o delle particolarità locali”

In quanto abitanti della ragione Asia-Pacifico, è della massima importanza per noi che le linee guida globali non siano pedissequamente applicate al nostro contesto, senza la dovuta considerazione delle nostre realtà sociali. Secondo l’autore del rapporto:

“Un percorso basato sui diritti per ottenere una maggiore rilevanza locale nei problemi legati alla salute mentale globale potrebbe essere quello di passare da una pratica basata sull’evidenza a un’evidenza basata sulla pratica, che prende come punto di partenza le realtà locali, la prossimità e la comprensione reciproca nell’assistenza. La ricerca mostra che la riforma del sistema di salute mentale nelle aree fragili e colpite da conflitti emerge attraverso pratiche creative, sperimentazione, adattamento e applicazione della conoscenza, poiché le persone affrontano l’incertezza e la complessità in contesti in cui a volte mancano risorse fondamentali”.

Questo punto di vista è entusiasmante per noi perché mette i diritti in prima linea in tutte le azioni mentre ci chiede di passare da prove basate sull’evidenza (applicazione meccanica di protocolli medici) a prove basate sulla pratica (fondate sull’esperienza delle comunità locali).

Il rapporto cita la Dichiarazione di Bali del 2018 di TCI Asia Pacific che “affermava la necessità di un cambio di paradigma nella salute mentale verso l’inclusione e lontano da un focus dominato dal modello medico” ed era simile all’approccio condiviso da altre organizzazioni come Mental Health Europe. Diverse organizzazioni condividono questo approcciofavorevole al passaggio ad alternative non mediche e queste voci si aggiungono alla dibattito mondiale sul tema chiedendo un passaggio da servizi solo medici ad altri mezzi culturalmente rilevanti, incentrati sulla comunità e sulla comprensione  traumi per migliorare globalmente la salute dell’individuo.

Il rapporto afferma che le violazioni dei diritti umani, fondate sulla coercizione, lo stigma e la discriminazione contro le persone con disabilità, sono ancora tutte in corso a causa delle pratiche esistenti nel campo della salute mentale e che è necessario e urgente lavorare per eliminare queste strutture oppressive.

I sistemi di salute mentale in tutto il mondo sono dominati da un modello biomedico riduzionista che utilizza la medicalizzazione per giustificare la coercizione come pratica sistemica e qualifica le diverse risposte umane a determinanti contesti sociali (come disuguaglianze, discriminazione e violenza) come “disturbi” che necessitano di trattamento. In un tale contesto, i principi fondamentali della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità vengono attivamente calpestati e trascurati. Questo approccio ignora le molteplici prove che dimostrano che gli investimenti per essere efficaci dovrebbero mirare alle popolazioni, alle relazioni fra persone e alla vita sociale, piuttosto che unicamente agli individui e alla biologia del loro cervello. È lodevole che il rapporto parli  dello squilibrio di potere radicato nello spazio della salute mentale e mette in rilievo l’importanza della “partecipazione delle persone con problemi di salute mentale, comprese le persone con disabilità, nella pianificazione, monitoraggio e valutazione dei servizi, nel rafforzamento del sistema e nella ricerca. ”

La combinazione di un modello biomedico dominante, di asimmetrie di potere e dell’ampio uso di pratiche coercitive caratterizza non solo l’approccio alle persone con condizioni di salute mentale, ma anche l’intero campo della salute mentale, ostaggio di sistemi obsoleti e inefficaci. Gli Stati e le altre parti interessate, in particolare gli ordini degli psichiatri, dovrebbero riflettere in modo critico su questa situazione e unire le forze per abbandonare l’eredità dei sistemi basati sulla discriminazione, l’esclusione e la coercizione.

Pūras in guardia contro la “sovra-medicalizzazione” e riflette sulle etichette assegnate sula base di  “limiti imposti intorno a comportamenti ed esperienze normali o accettabili”. Afferma che le risposte medicalizzate all’esclusione sociale e alla discriminazione “possono spesso colpire in modo sproporzionato le persone che affrontano l’emarginazione sociale, economica o razziale”.

La medicalizzazione può mascherare la capacità di localizzare il proprio sé e le proprie esperienze all’interno di un contesto sociale, alimentando il mancato riconoscimento delle legittime fonti di disagio (problemi di salute o traumi collettivi) e producendo alienazione. In pratica, quando le esperienze e i problemi sono visti come esclusivamente medici piuttosto che sociali, politici o esistenziali, le risposte sono incentrate su interventi a livello individuale che mirano a riportare un individuo a un livello di funzionamento all’interno di un sistema sociale piuttosto che affrontare le cause della sofferenza e iniziare un percorso di cambiamento necessario per contrastare quella sofferenza a livello sociale. Inoltre, la medicalizzazione rischia di legittimare pratiche coercitive che violano i diritti umani e possono rafforzare ulteriormente la discriminazione nei confronti di gruppi già in una situazione emarginata nel corso della loro vita e attraverso le generazioni.

Il relatore Onu quindi, fa appello ad allontanarsi dagli “interventi a livello individuale” riflettendo criticamente sulle strutture sociali esclusive e discriminatorie che causano disagio. Questo è un punto importante, che ci spinge a smettere di guardare gli individui attraverso la lente di una malattia, e passare a una lente sociale – cosa può essere successo per far sentire o reagire in questo modo? Tutto ciò entusiasmante per noi di Mad in Asia Pacific, visto che da anni lavoriamo per sensibilizzare a questo modello di giustizia sociale.

Al fine di prevenire la medicalizzazione di massa, è essenziale incorporare un quadro dei diritti umani nella concettualizzazione e nelle politiche per la salute mentale. L’importanza del pensiero critico (ad esempio, l’apprendimento dei punti di forza e di debolezza di un modello biomedico) e la conoscenza dell’importanza di un approccio basato sui diritti umani e sui determinanti della salute devono essere una parte centrale dell’educazione medica.

L’autore del rapporto riconosce che i sistemi e le istituzioni di assistenza sanitaria mentale stanno fallendo e che ci sono altri approcci per considerare il diritto alla salute. Indica progetti comunitari innovativi che si concentrano sulla costruzione di forza e resilienza nelle comunità, consentendo la diversità e l’accettazione di diverse versioni di “normalità”.  Diverse sezioni del rapporto sottolineano anche l’importanza di impegnarsi con persone con esperienze vissute e chiedono l’accettazione di comunità diverse e di esperienze non standardizzate.

Un’azione che si concentra solo sul rafforzamento dei sistemi e delle istituzioni di assistenza sanitaria alle persone con difficoltà psicologiche non è rispettosa del diritto alla salute. Il luogo dell’azione deve essere ricalibrato per rafforzare le comunità ed espandere la pratica basata sull’evidenza che riflette una diversità di esperienze.

Pūras chiede un “incremento immediato delle alternative basate sui diritti e non coercitive” che “da attuare nei quartieri e nelle comunità di tutto il mondo” operando con un “profondo impegno per i diritti umani, la dignità e le pratiche non coercitive, che rimangono una sfida difficile nei sistemi di salute mentale tradizionali che dipendono troppo da un paradigma biomedico “.

Il rapporto esorta anche a un impegno critico e duraturo su fattori come il cambiamento climatico, la sorveglianza digitale e l’attuale situazione pandemica COVID-19 e i loro effetti sulla salute mentale globale. E’ messo nero su bianco che la “realizzazione emotiva ed esistenziale dell’ampiezza del problema climatico” è sempre più sperimentata soprattutto da bambini e giovani. Inoltre,  si parla della limitazione dei diritti delle persone e del grave danno che la “sorveglianza non trasparente” delle persone da parte di attori statali o non statali può arrecare alla salute mentale delle persone.

Infine il rapporto si chiude con una serie di importanti conclusioni e raccomandazioni, dichiarando con fermezza che “non c’è salute senza salute mentale e non ci sono buona salute mentale e benessere senza un approccio basato sui diritti umani”.

L’impegno olistico e interdisciplinare del rapporto con la salute mentale ci riempie di un’immensa speranza in un mondo più giusto ed equo e noi di Mad in Asia Pacific lo sosteniamo pienamente.

Puoi scaricare le versioni Word e PDF del rapporto completo in inglese e in molte altre lingue qui. https://undocs.org/en/A/HRC/44/48

 

Si ringrazia Jhilmil Breckenridge per l’incoraggiamento a scrivere questo articolo.

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