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Quando il governo uccide civili indifesi, sono sempre “guerriglieri”.

Quando il governo uccide civili indifesi, sono sempre “guerriglieri”.

Le autorità venezuelane presentano l’esecuzione di una famiglia di contadini ad Apure, facendoli passare per un “gruppo armato”.

Da La Izquierda Diario Venezuela           Traduzione: Intersecta

Migliaia di persone sono state sfollate a seguito degli scontri avvenuti lo scorso fine settimana tra gruppi armati operanti nell’area di confine (presumibilmente i cosiddetti “dissidenti delle FARC”) e forze governative. Le azioni dei militari e della FAES contro la popolazione sono state molto dure, con  raid ovunque, arresti arbitrari, saccheggi di case e piccole imprese, bombardamenti nelle comunità e persino l’esecuzione di un’intera famiglia, in seguito indicata come “membri di gruppi irregolari” .

Giovedì 25 marzo, una famiglia è stata prelevata dalla sua casa nel quartiere 5 de Julio, settore La Victoria della parrocchia Urdaneta dello stato di Apure, ed è stata in seguito trovata morta a El Ripial, un altro settore della stessa parrocchia di confine. Le forze di polizia dichiarano che erano membri di un “gruppo armato irregolare” che si sarebbe scontrato con le forze armate e di polizia che operano nell’area. Vari parenti negano di essere membri di qualche gruppo armato e, tanto meno, di essersi scontrati con i militari e gli ufficiali delle Forze di Azione Speciale (FAES) della Polizia Nazionale Bolivariana.

Centinaia di intere famiglie nell’ultima settimana sono dovute fuggire dalla zona, attraversando il vasto fiume Arauca verso il comune colombiano di Arauquita. Secondo le autorità della zona, sono stati allestiti 8 rifugi per accogliere gli sfollati, che secondo un tribunale emesso dall’ufficio del difensore civico il 25 marzo, hanno raggiunto il numero di 2.653 venezuelani e 521 colombiani. Circa 3.000 sfollati in meno di una settimana dall’inizio degli scontri tra quello che sembra essere uno dei cosiddetti “gruppi dissidenti” delle FARC, e l’esercito venezuelano, sostenuto nei giorni scorsi dalle FAES.

Le vittime denunciate di queste esecuzioni sono Luz Dey Remolina, suo marito Emilio Ramírez e due giovani, Jeferson Uriel Ramírez, il loro figlio, e Ehiner Anzola Villamizar, cognato di Luz Dey. Nelle immagini mostrate dai funzionari statali, queste persone appaiono con alcuni indumenti simili a quelli usati dai gruppi armati, oltre che con armi e granate accanto ai corpi. Secondo i resoconti di diversi abitanti della zona, la FAES e l’esercito stavano conducendo raid casuali nelle case, allontanando le famiglie, effettuando alcuni arresti, e in genere poi le famiglie tornavano a casa. Tuttavia, la famiglia di Luz Dey Remolina e Emilio Ramírez non è mai tornata, e in seguito sono stati trovati tutti morti a El Ripial, anche se le forze di sicurezza li avevano portati fuori dalle loro case vivi.

Oltre alle testimonianze di parenti e abitanti della zona, semplici analisi da parte degli utenti di Twitter delle fotografie scattate sul luogo mostrano che nelle immagini presentate sono evidenti elementi di montaggio. Ogni persona morta appare con una pistola o una granata proprio vicino alla mano destra, nella stessa posizione in tutte le immagini; nel caso di coloro che vengono mostrati con stivali di gomma (come quelli usati dai gruppi armati) e pantaloni militari, gli stivali sono puliti e senza tracce d’uso, così come i pantaloni militari, che sembrano puliti e stirati; la cintura dei pantaloni in realtà è improvvisata con una corda e ciò prova che i pantaloni non erano della vittima; Il corpo di Emilio Ramírez mostra chiari segni di fratture e gravi contusioni a un braccio.

Cosa riferiscono i membri della famiglia

Raiza Isabel Remolina, la nipote di Luz Dey Remolina, attraverso un video che è circolato ampiamente oggi, sottolinea: “mia zia, mia cugina, suo marito [e] Ehiner Villamizar, sono stati vilmente assassinati … i miei parenti sono stati portati via dai gruppi FAES, del governo nazionale, questo gruppo stava perquisendo tutte le case del settore, presumibilmente stavano cercando guerriglieri, ei miei parenti sono stati portati via e sono apparsi a El Ripial, sono apparsi sdraiati sul campo, con le divise dei gruppi irregolari .. . hanno infilato un paio di pantaloni a mio cugino, gli hanno messo gli stivali, una pistola accanto a lui, hanno messo le armi in mano  a mia zia … persone innocenti che non avevano niente a che fare con gruppi irregolari, persone che lavoravano nei campi … sono entrati nella loro casa e li hanno presi ”.

Fabiola Álvarez, compagna dell’unico figlio rimasto della famiglia, dichiara in un audio quanto segue: “chiaramente quello che hanno fatto è un massacro, coperto da una messa in scena, perché mai e mai i miei suoceri sono stati guerriglieri … mio suocero era un bracciante agricolo, mio ​​cognato era un ragazzo, che anche a 20 anni non usciva per le strade del suo quartiere … mia suocera una casalinga … Voglio giustizia per loro, voglio che finisca questo inferno, voglio che i nostri diritti umani siano rispettati ”.

È la stessa richiesta di Raiza Isabel: “Oggi devo solo chiedere giustizia per la mia famiglia… erano persone laboriose e combattive. Chiedo solo al popolo del Venezuela, a chiunque veda questo video, di renderlo virale, in modo che sia fatta giustizia … tutto ciò che sta accadendo nello stato di Apure e non è stato segnalato, nessuno sa niente, non mostrano tutto ciò che è successo lì a La Victoria … tutte le famiglie che si sono dovute rifugiare in Colombia, lasciando le loro case, le loro proprietà, tutto, buttate via. Nel caso dei miei parenti, per non averlo fatto, per non essere partiti, purtroppo sono rimasti lì per terra ”.

Secondo un rapporto dell’Associated Press, chi fugge afferma di temere ordigni esplosivi (mine antiuomo piazzate nell’area da gruppi armati attivi) e scontri armati, nonché abusi e abusi da parte delle forze armate venezuelane. “C’è una forte presenza del governo venezuelano e ne abbiamo paura, perché a volte maltratta troppo i civili … Le forze aeree stanno bombardando i marciapiedi”, ha detto uno degli sfollati. Un’altra persona, una donna di 38 anni, ha sottolineato che le forze di sicurezza stavano saccheggiando le case: “Il governo sta saccheggiando e picchiando le persone … Sono tutte insieme: le guardie, tutte quelle persone … è la prima volta nella nostra vita che fuggiamo così da casa nostra, lasciando le nostre cose.

Il disastroso ritorno di “El Amparo”

Come mostrano i dati raccolti in questi anni, la decomposizione del chavismo al potere è arrivata a un punto tale che le pratiche omicide delle organizzazioni militari e di polizia presentano lo stesso modus operandi dell’esercito colombiano contro la popolazione civile, e come quelle avvenute nel nostro paese nel periodo del puntofijismo, un regime contro il quale proprio il chavismo si era ribellato. Mentre in Colombia la realtà dei ricostruzioni fittizie si è diffusa come pratica nefasta contro la popolazione, giustiziando centinaia e migliaia, falsamente accusati di essere guerriglieri e di scontrarsi con le forze armate, anche qui abbiamo avuto massacri con un procedimento simile, come quello di El Amparo e degli “amparitos” (esecuzioni simili, anche se di minore entità numerica), precisamente ad Apure, dove furono assassinati i pescatori, facendoli poi passare per guerriglieri.

Il procuratore generale imposto dal la già dissolta”costituente”, Tarek William Saab, ha annunciato venerdì pomeriggio di aver nominato dei procuratori per indagare su quanto accaduto a La Victoria – El Ripial, tuttavia nello stesso annuncio afferma che le indagini saranno “in coordinamento con il Comandante Operativo Strategico della FANB, Remigio Ceballos ”, cioè con il capo di una delle organizzazioni militari denunciate per gli eccessi nei confronti della popolazione. Non è difficile prevedere il livello di obiettività e rigore che l’indagine avrà, subordinata, come tante sfere dello Stato oggi, al potere discrezionale dei militari.

Il che, purtroppo, non sorprende, venendo da colui che, di fronte alla morte in custodia militare di un leader politico (il consigliere Fernando Albán), si è precipitato ad affermare subito, senza alcun tipo di indagine, che la causa del decesso era stata dichiarata proprio dal corpo di polizia che lo teneva prigioniero. E guarda caso era “suicidio”.

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Polizia. Un’alleata delle donne o parte del problema?

Polizia. Un’alleata delle donne o parte del problema?

Il caso Sarah Everard dimostra che più poliziotti non renderanno le donne più sicure.

Nicole Froio per Bitchmedia     Traduzione: Intersecta

Women hold signs during a protest at the Parliament Square, following the kidnap and murder of Sarah Everard, in London, Britain March 15, 2021. REUTERS/Henry Nicholls

Il 3 marzo, Sarah Everard, una dirigente di marketing londinese di 33 anni, è scomparsa mentre tornava a casa. Da qualche parte lungo il suo percorso di 50 minuti a piedi da Clapham a Brixton, è stata rapita e brutalmente assassinata dal poliziotto di 48 anni Wayne Couzens. Il corpo della Everard è stato trovato nascosto in un sacco della spazzatura ad Ashford, nel Kent, e la brutalità scioccante del femminicidio ha spinto le donne nel Regno Unito a rivolgersi ai social media per condividere le loro esperienze, raccontare l’insicurezza che provano tornando a casa, la rabbia verso le futili misure di sicurezza adottate dai governi e il dolore di aver perso un’altra donna a causa della violenza maschile.

Il fatto che l’assassino di Sarah Everard sia un agente di polizia ha un significato difficile da negare; ma purtroppo ci sono stati tentativi di fare proprio questo. Quando i gruppi di difesa Sisters Uncut e Reclaim These Streets hanno annunciato la veglia a distanza sociale prevista per sabato 13 marzo presso il palco della musica di Clapham Common, la polizia metropolitana, cioè datore di lavoro di Couzens, l’ha dichiarata illegale a causa delle restrizioni dovute al coronavirus. Le Sisters Uncut, un gruppo che si è organizzato contro la violenza sulle donne, poliziesca e non, da sette anni, sono scese in strada lo stesso e sono state raggiunte da centinaia di altre persone che piangevano collettivamente la morte di  Sarah Everard. Meno di due ore dopo l’inizio dell’evento, gli agenti di polizia hanno informato le donne in lutto che dovevano andarsene a causa dei vincoli del COVID-19 e un gruppo di agenti si infiltrato nel gruppo. Queste tecniche di contenimento  coinvolgono i manifestanti circostanti per tenerli in uno spazio ristretto, il che rende impossibile l’allontanamento sociale o l’abbandono dei luoghi, come la polizia continuava a dire al gruppo di fare.

Rapidamente, la polizia è diventata violenta, spingendo l* partecipanti alla veglia fuori dal palco e in alcuni casi facendol* cadere a terra. Quattro manifestanti sono state arrestate. A ciò è seguita un forte indignazione civile. La polizia è stata violenta nei confronti dei partecipanti alla veglia di sabato, ma la commissaria della polizia metropolitana Cressida Dick, che era stata anche responsabile di un’operazione del 2005 in cui un immigrato brasiliano innocente è stato colpito a morte da alcuni agenti, ha difeso la gestione della veglia da parte delle forze, osservando che il raduno ha rappresentato “un rischio considerevole per la salute delle persone”. Nonostante le richieste pubbliche di dimissioni in seguito all’incidente, Dick ha rifiutato di dimettersi. Sul campo, il collettivo Sisters Uncut è rimasto fermo nella sua determinazione di opporsi alle forze di polizia, sfruttando lo slancio della veglia violentemente repressa per fare campagna contro un disegno di legge che ridurrà ulteriormente il diritto di protestare nel Regno Unito. “È nell’interesse di ogni persona, ma soprattutto di ogni donna, che il Parlamento neutralizzi la Polizia, la criminalità, le condanne e il sistema penale. Se non lo facciamo, abbiamo tutto da perdere “, hanno scritto in un articolo per iNews.

Il gruppo Reclaim These Streets  invece ha assunto un tono conciliante nei confronti della polizia, affermando addirittura di non volere le dimissioni della commissaria Dick e di essere disponibili a parlare con la polizia per “ricostruire i rapporti con le donne che hanno perso la fiducia e stanno soffrendo. ” In un’intervista di lunedì 15 marzo, Anna Birley, membro di Reclaim These Streets e consigliera del partito laburista, ha dichiarato: “Siamo un movimento di donne che cercano di sostenere e responsabilizzare altre donne. E poiché [la commissaria Dick è] una delle donne più anziane nella storia della polizia britannica, non vogliamo in qualche modo sparare nel mucchio “. Un rapporto su gal-dem, una pubblicazione dei media impegnata a raccontare le storie di persone emarginate nel Regno Unito, ha anche posto importanti domande al gruppo Reclaim These Streets, che ha raccolto mezzo milione di sterline per coprire le spese legali ma ha ignorato il gruppo Sisters Uncut.

È chiaro che le militanti femministe che gestiscono il gruppo Reclaim These Streets credono ancora che la violenza contro le donne possa essere affrontata attraverso la polizia, la criminalizzazione e l’incarcerazione di singoli molestatori. E’ stato tuttavia trascurato un elemento nel dibattito post-veglia, cioè che l’assassino di Everard non solo era un poliziotto, ma era già stato oggetto di indagini per atti osceni in luogo pubblico.

I commenti sui social media sono possono essere facilmente divisi in due gruppi: uno insiste sul fatto che “le donne dovrebbero temere i poliziotti, non gli uomini”; l’altro, che “i poliziotti devono garantire la sicurezza delle donne”. Ciò che questa divisione ignora è il modo in cui la violenza della polizia e la violenza contro le donne sono intimamente connesse. Nella migliore delle ipotesi, la polizia non protegge attivamente le donne e, nel peggiore dei casi, sono gli autori della violenza contro le donne e / o incarcerano le sopravvissute alla violenza. Quando una donna che lasciava la veglia di Everard è stata fatta oggetto di molestie da parte di un uomo mentre tornava a casa, un poliziotto le ha detto che l’incidente non sarebbe stato indagato perché “Ne abbiamo abbastanza di rivoltosi, stasera”.

La storia tra donne e polizia è piena di tensione. Il Regno Unito in particolare ha una lunga storia di poliziotti sotto copertura che intrecciano finte relazioni con attiviste politiche donne per spiarle, in quello che le vittime di queste tattiche hanno chiamato “stupro coordinato” e, proprio come la polizia in tutto il mondo, la polizia britannica perpetra violenza mortale contro le persone non bianche e arresta e deporta i migranti richiedenti asilo. Un rapporto del 2014 dell’Ispettorato di polizia sulla polizia e la violenza domestica ha rivelato che solo otto forze di polizia locale su 43 nel Regno Unito hanno risposto bene ai casi di violenza domestica. Dopo la veglia di sabato scorso, Sisters Uncut ha pubblicato un elenco di 194 donne che sono state uccise in prigione o sotto la custodia della polizia dagli anni ’70.

Negli Stati Uniti nel frattempo, studi hanno rivelato che i poliziotti abusano dei loro partner e delle loro famiglie a ritmi sbalorditivi. Secondo l’American Civil Liberties Union (ACLU), quasi il 60 per cento delle persone nelle carceri femminili negli Stati Uniti e fino al 94 per cento della popolazione carceraria in alcuni penitenziari femminili hanno precedenti di abusi fisici o sessuali pre-incarcerazione. La criminalizzazione delle sopravvissute è un aspetto della polizia e dello stato carcerario, poiché il sistema ignora, e persino tacitamente sanziona, la violenza di alcuni attori – spesso uomini bianchi ricchi e poliziotti che brutalizzano persone non bianche- mentre incarcera prostitute, cittadini senzatetto, malati di mente e altre persone che cercano semplicemente di sopravvivere a un panorama sempre più precario del capitalismo dei disastri.

 

Tali statistiche sono presentate dal mainstream come fallimenti della polizia nel mantenere le donne al sicuro; invece l*abolizionist*del carcere sostengono che il sistema funziona esattamente come previsto. La legittima paura delle donne di aggressioni, stupri e molestie in una società profondamente misogina è stata a lungo utilizzata per giustificare una maggiore sorveglianza e criminalizzazione delle persone razzializzate.  L* sopravvissut* alla violenza sistemica vengono incarcerat*, deportat*o semplicemente lasciat*morire senza supporto materiale o psicologico. Anche quando la polizia crede loro ed entrano nel sistema giudiziario dei processi, il sistema tende a traumatizzarl* di nuovo piuttosto che fornire qualsiasi tipo di assistenza. Con il pretesto di proteggere le donne, il sistema di giustizia penale convalida invece la violenza maschile attraverso l’istituzionalizzazione, senza fare nulla per sradicarla o sostenere le persone sopravvissute.

Invece di essere un veicolo per un cambiamento reale che trasforma alla radice il problema della violenza contro le donne, la forza di polizia è un’istituzionalizzazione della violenza maschile usata dagli stati nazionali per reprimere le masse, specialmente le masse che sono solitamente razzializzate o a comunque viste come devianti. Usando la forza, la sorveglianza e la criminalizzazione eccessive, la polizia si traveste da soluzione al problema sociale della misoginia e del sessismo, senza fare nulla per sradicarlo o sostenere l*  su* sopravvissut* o le persone che cercano giustizia per chi non c’è più. Come a dimostrare questo punto, il 16 marzo, il governo conservatore ha annunciato che la polizia avrebbe potuto pattugliare bar e club per “proteggere” le donne dopo l’omicidio di Sarah Everard. Nel frattempo, 12 anni di tagli del governo ai fondi per rifugi contro la violenza domestica, ai servizi di salute mentale e allo stato sociale in genere hanno fatto in modo che le donne rimangano povere, vulnerabili e senza alcuna via d’uscita. Nei sette anni dalla sua fondazione, Sisters Uncut ha sostenuto che la violenza di stato dovrebbe essere riconosciuta come un aspetto della violenza contro le donne.

L’omicidio di Sarah Everard e la risposta a esso sottolinea che la sicurezza delle donne richiede più della “protezione” da parte di attori dello stato che, anche quando non sono, come Wayne Couzens, gli stessi autori della violenza contro le donne, lavorano comunque al servizio dello status quo dell’eteropatriarcato e della supremazia bianca. Negoziazioni conciliative con la polizia non dovrebbero nemmeno essere sul tavolo quando è dimostrabile che più attività di polizia non equivale a più sicurezza. Con creatività e solidarietà, la sicurezza delle donne può essere raggiunta solo spingendo a depontenziare la polizia e incanalando i soldi del suo finanziamento in programmi preventivi e reattivi contro la violenza che mirano veramente a ciò di cui le donne hanno bisogno per essere sicure e protette. Questo è ciò che Sarah Everard, e tutte le donne, meritano.

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Perché le donne sono scomparse dall’industria della birra?

Perché le donne sono scomparse dall’industria della birra?

Come le rigide norme di genere hanno espulso di fatto le donne da una tradizione secolare.

di Laken Brooks, per The Conversation. Qui nella versione corretta di Smithsonianmag.                                                 Traduzione: Intersecta

Nota del redattore, 17 marzo 2021: la scorsa settimana abbiamo pubblicato questo articolo apparso originariamente su The Conversation, un sito senza scopo di lucro che pubblica scritti di esperti accademici di tutto il mondo. Dopo la pubblicazione, abbiamo ascoltato il parere di divers* studios* che non erano d’accordo con la struttura, l’analisi e le conclusioni discusse nell’articolo seguente. Sostengono, infatti, che le raffigurazioni contemporanee delle streghe abbiano avuto origine da fonti diverse dalle donne birraie e che il trasferimento dalle donne agli uomini del lavoro della birra, in vari contesti geografici e storici, sia avvenuto per ragioni economiche e lavorative. Abbiamo corretto una serie di errori di fatto nella nostra nota del redattore del 10 marzo 2021, che si trova in fondo alla pagina, e abbiamo modificato il titolo dalla versione originale. Per comprendere meglio il contesto di questa storia, incoraggiamo l* lettr* a guardare anche a due post sul blog della storica e archeologa Christina Wade, qui e qui, e un saggio della scrittrice di birre e liquori Tara Nurin, qui, come consigliato allo Smithsonian’s dalla storica della birra, Theresa McCulla, curatrice dell’American Brewing History Initiative presso il National Museum of American History.

Cosa c’entrano le streghe con la tua birra preferita?

Quando pongo questa domanda agli studenti dei miei corsi di letteratura e cultura americana, ricevo un silenzio sbalordito o risate nervose. Le sorelle Sanderson non hanno bevuto bottiglie di Sam Adams in “Hocus Pocus”. Ma la storia della birra indica un’eredità non così magica di calunnie transatlantiche e imposizioni di ruoli di genere.

Fino al 1500, la produzione della birra era principalmente un lavoro femminile, cioè fino a quando una campagna diffamatoria accusò le donne birraie di essere streghe. Gran parte dell’iconografia che oggi associamo alle streghe, dal cappello a punta alla scopa, potrebbe essere legata proprio alle donne birraie.

Un compito domestico di routine

Gli esseri umani bevono birra da quasi 7.000 anni e i primi birrai erano donne. Dai vichinghi agli egiziani, le donne producevano birra sia per le cerimonie religiose che per preparare una bevanda pratica e ricca di calorie.

In effetti, la suora Hildegard von Bingen, che viveva nell’odierna Germania, scrisse notoriamente sul luppolo nel XII secolo e aggiunse l’ingrediente alla sua ricetta della birra.

Dall’età della pietra al 1700, il luppolo e, più tardi, la birra erano un alimento base per la maggior parte delle famiglie in Inghilterra e in altre parti d’Europa. La bevanda era un modo economico per consumare e conservare i cereali. Per la classe operaia, la birra rappresentava un’importante fonte di nutrienti, ricca di carboidrati e proteine. Poiché la bevanda era una parte così comune della dieta della persona media, la fermentazione era, per molte donne, uno dei loro normali compiti domestici.

Alcune donne intraprendenti portarono questa abilità domestica al mercato e iniziarono a vendere birra. Le vedove o le donne non sposate hanno usato la loro abilità nella fermentazione dei cereali per guadagnare qualche soldo in più, mentre le donne sposate hanno collaborato con i loro mariti per gestire la loro attività di birra.

Cacciare le donne dall’industria della birra.

Quindi, se viaggi indietro nel tempo fino al Medioevo o al Rinascimento e vai in un mercato in Inghilterra, probabilmente vedrai uno spettacolo stranamente familiare: donne che indossano cappelli alti e appuntiti. In molti casi, si trovavano di fronte a grandi calderoni.

Ma queste donne non erano streghe; erano birraie.

Indossavano cappelli alti e appuntiti in modo che i loro clienti potessero vederli nell’affollato mercato. Trasportavano la loro birra in calderoni. E le donne che vendevano la birra nei negozi non avevano i gatti come famigli demoniaci, ma per tenere i topi lontani dal grano. Alcuni sostengono che l’iconografia che associamo alle streghe, dal cappello a punta al calderone, abbia avuto origine da donne che lavoravano come mastri birrai.

Proprio mentre le donne stavano stabilendo il loro punto d’appoggio nei mercati della birra in Inghilterra, Irlanda e nel resto d’Europa, iniziò la Riforma. Il complesso movimento religioso, nato all’inizio del XVI secolo, predicava norme di genere più severe e condannava la stregoneria.

I birrai maschi hanno visto un’opportunità. Per ridurre la loro concorrenza nel commercio della birra, questi uomini accusarono le birraie di essere streghe e di usare i loro calderoni per preparare pozioni magiche invece di alcol.

Sfortunatamente, le voci hanno preso piede.

Nel corso del tempo, è diventato più pericoloso per le donne praticare la produzione e la vendita della birra perché potevano essere erroneamente identificate come streghe. A quel tempo, essere accusati di stregoneria non era solo un passo falso sociale; poteva sfociare in un procedimento giudiziario o una condanna a morte. Le donne accusate di stregoneria venivano spesso ostracizzate nelle loro comunità, imprigionate o addirittura uccise.

Alcuni uomini non credevano davvero che le donne birrai fossero streghe. Tuttavia, molti credevano che le donne non dovessero passare il loro tempo a produrre birra. Il processo richiedeva tempo e dedizione: ore per preparare la birra, pulire i pavimenti e sollevare pesanti fasci di segale e grano. Se le donne non avessero più potuto preparare la birra, avrebbero avuto molto più tempo a casa per crescere i loro figli. Nel 1500 alcune città, come Chester, in Inghilterra, resero illegale per la maggior parte delle donne la vendita di birra, preoccupate che le donne lavoratrici non trovassero marito.

L’iconografia delle streghe con i loro cappelli a punta e calderoni è sopravvissuta, così come il dominio degli uomini nell’industria della birra: le prime 10 aziende di birra del mondo sono guidate da amministratori delegati uomini e hanno membri del consiglio per lo più uomini.

Le principali compagnie di birra hanno avuto la tendenza a dipingere la birra come una bevanda per uomini. Alcuni studiosi sono addirittura arrivati a chiamare le pubblicità della birra “manuali sulla mascolinità”.

Questo pregiudizio di genere sembra persistere anche nei birrifici artigianali più piccoli. Uno studio presso la Stanford University ha rilevato che mentre il 17% dei birrifici artigianali ha un CEO donna, solo il 4% di queste aziende impiega una mastra birraia come supervisore esperto che sovrintende al processo di produzione della birra.

Non deve essere così. Per gran parte della storia non è stato così.

Nota del redattore, 10 marzo 2021: questo articolo è stato aggiornato per riconoscere che non è noto in modo definitivo se le donne birraie abbiano ispirato alcune delle iconografie popolari associate alle streghe oggi. È stato anche aggiornato per correggere che fu durante la Riforma che le accuse di stregoneria si diffusero.

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La decolonizzazione della salute mentale.

La decolonizzazione della salute mentale.

L’importanza della decostruzione di  un sistema di salute mentale incentrato sull’oppressione

di Karina Zapata, per il Calgary Journal    Traduzione: Intersecta

Subito dopo avere dato alla luce sua figlia, otto anni fa, Mimi Khúc è caduta in una grave depressione postpartum. Mentre molte madri trascorrono i primi mesi dopo il parto lottando per rimanere sveglie, lei ha trascorso quel tempo cercando di capire come sopravvivere.

“Non sono riuscita a trovare risorse. Non sono riuscita a trovare ragioni che spiegassero perché la vita fosse così difficile per me”, ci dice Mimi Khúc, scrittrice, ricercatrice e insegnante a Washington, D.C. specializzata in salute mentale e studi decoloniali.

Diverse persone le hanno suggerito che la causa poteva essere uno squilibrio chimico che poteva  essere curato con i farmaci. Ma non era abbastanza. Quindi si è rivolta alla sua esperienza negli studi asiatici americani per trovare risposte da sola.

Insieme alla difficoltà di essere una neomamma, ha trovato molte narrazioni di contorno che hanno contribuito al suo senso di sofferenza: la difficoltà di essere un’asiatica americana in Nord America, il background di rifugiata ereditato dalla sua famiglia e le pressioni legate al fatto di essere una madre asiatica americana.

La comprensione  e la decodificazione di queste narrazioni ha aiutato Mimi Khúc a riconoscere il suo dolore e a trovare nuovi strumenti per la guarigione quando l’approccio individualistico e medico che le era stato prescritto non funzionava – non avendo tenuto conto di importanti fattori esterni che hanno contribuito al declino della sua salute mentale.

In effetti, secondo la dotteressa Khúc, quell’approccio a volte può essere controproducente per molte persone, comprese le persone di colore, che sono spesso colpite a livello psicologico da atti di oppressione.

Questo è il motivo per cui i professionisti in tutto il Nord America stanno lavorando per decolonizzare la salute mentale lavorando verso la guarigione collettiva per lenire le ferite della colonizzazione e dei traumi basati sull’oppressione, guidati in questo dagli studi indigeni e decoloniali.

Un sistema che non funziona per tutti

Elisa Lacerda-Vandenborn ha condiviso un’esperienza simile a Khúc. Quando si è trasferita dal Brasile al Canada nel 2002, si è confidata con un terapeuta sui suoi attacchi estremi di solitudine e depressione. Ma lei  lasciava ogni appuntamento sentendosi come se fosse colpa sua se stesse lottando contro un male.

“Era un approccio molto personalizzato. Tipo, sai, mettiti in un angolo e scopri chi sei e lavora sulla tua autostima”, dice l’insegnante dell’Università di Calgary e candidata al dottorato in psicologia dell’educazione.

Da sola, Elisa Lacerda-Vandenborn ha scoperto che la sua tristezza era in realtà causata dalla mancanza della sua famiglia e di un senso di comunità, che era una parte fondamentale della sua vita in Brasile. Si è poi trasferita in una cooperativa, riuscendo a far parte di una comunità anche in Canada. La sua salute mentale è migliorata drasticamente.

Dice che il modo in cui funziona il sistema di salute mentale ora – con professionisti medici che usano meccanismi di coping e farmaci personalizzati e di somministrazione quotidiana come soluzioni principali – può essere isolante e più dannoso che utile per le persone che hanno bisogno di qualcosa in più del tradizionale aiuto psichiatrico.

Sia Elisa Lacerda-Vandenborn che Mimi Khúc pensano a quanto possa essere particolarmente dannoso questo approccio per persone come loro, cresciute in società più comunitarie a causa delle loro culture di origine. Dicono anche che il sistema di salute mentale deve fare di più per riconoscere le dinamiche culturali e il razzismo che influenzano la loro vita quotidiana e la vita di molte altre persone non bianche.

La dottoressa Khúc dice che è su questo punto che l’attuale sistema di salute mentale può essere migliorato per le persone di colore.

“Diciamo sempre che qualcuno sta lottando perché è visivamente depresso o sta attraversando il suo dolore individuale o la sua lotta individuale e non pensiamo spesso al dolore nel contesto delle forze storiche, delle strutture sociali o delle dinamiche culturali”.

Quel contesto, dice, è cruciale per le persone razzializzate, i cui background culturali danno forma a ciò che sono.

“La terapia è meravigliosa ed è uno strumento utile, ma non coglie anche la misura in cui si sperimenta la sofferenza”, dice. “La terapia non può spiegarmi – o almeno la maggior parte dei terapisti non può spiegarmi – come il razzismo modella la mia sofferenza quotidiana”.

Sebbene Jennifer Mullan, scrittrice, accademica, psicologa clinica e fondatrice di Decolonizing Therapy nel New Jersey, affermi che alcune persone hanno bisogno di terapia e farmaci individuali per stare meglio, è d’accordo con la collega Khúc.

“Non possiamo separare le persone e la loro sofferenza – non solo la malattia – da ciò che sta accadendo sistematicamente”.

Questo è il motivo per cui queste tre donne, Lacerda-Vandenborn, Khúc e Mullan, stanno lavorando per decolonizzare la salute mentale in Canada e negli Stati Uniti.

Decolonizzare la salute mentale

Jennifer Mullan si concentra sulla terapia decolonizzante attraverso un gruppo di peer education che gestisce come terapista presso la New Jersey University e come fondatrice della Decolonizing Therapy, che mira a sensibilizzare online.

“Facciamo molto lavoro sulle origini ancestrali del malessere, molto lavoro sul trauma intergenerazionale, affrontiamo la rabbia come una funzione e un normale sistema di comprensione del vivere in un mondo che continua a opprimerci e non fornisce a molte di noi ciò di cui abbiamo bisogno”, dichiara.

Secondo Elisa Lacerda-Vandenborn, molti individui oppressi hanno bisogno di connessione, proprio ciò a cui l’attuale sistema di salute mentale non lascia spazio.

“È il nostro momento di partecipare alla decolonizzazione. Questo è un processo condiviso “.

Jennifer  Mullan sottolinea che decolonizzare la salute mentale non significa solo fare ricerca sulla competenza culturale, intesa come capacità di comprendere e interagire con persone di culture diverse. E’ invece importante riconoscere che per molti individui neri, indigeni e non bianchi, il trauma dell’oppressione e della colonizzazione gioca un ruolo importante nel loro stato di salute mentale.

“La decolonizzazione non è una metafora e cercare di occuparsi meglio della salute mentale non sarà sufficiente. Essere culturalmente competenti, a mio modesto e amorevole parere, non è sufficiente ”, afferma la dottoressa Mullan.

Il lavoro della dottoressa Khúc, che si concentra sulla decolonizzazione della salute mentale degli asiatici americani, è in linea con questa affermazione.

“Voglio dire, chi più delle persone che lo stanno vivendo può dire in che modo qualcosa fa male e perché qualcosa fa male? Di sicuro ne sanno di più rispetto a medici bianchi che pensano di essere addestrati nella competenza culturale”.

Andare verso la guarigione collettiva

Per Mimi  Khúc, un sistema di salute mentale decolonizzato è un sistema che consente alle comunità di decidere cosa è considerato sofferenza, e non un sistema che decide per loro.

“Quando dico decolonizzazione, voglio mettere in discussione e interrogare i modi in cui queste forze e istituzioni più grandi ci hanno detto cosa conta come salute mentale e cosa conta come sofferenza”, ci dice la Khúc. “Per indagare su questo, devo attingere alla comunità e pensare al tipo di conoscenza che proviene dalle nostre comunità su cosa sia la sofferenza”.

“Come decostruiamo questi sistemi di potere per consentire alle persone di rivendicare le proprie conoscenze ed esperienze?”

Ma, secondo Jennifer Mullan, l’idea di guarigione collettiva è stata sistematicamente vietata alle persone di colore non dando loro il tempo di riunirsi in gruppi o pensare ai loro bisogni emotivi.

“Penso che quello che è successo negli ultimi 20 o 30 anni è che molte persone di colore hanno iniziato a cercare di sopravvivere, comprensibilmente”, ci spiega. “Il sistema è davvero bravo nel farci concentrare solo sulla sopravvivenza, così non abbiamo il tempo di riunirci e guarire collettivamente in comunità, il che penso sia piuttosto cruciale”.

Riconoscere la colonizzazione e il trauma basato sull’oppressione, ci spiega, aiuterebbe in questo.

Colonizzazione e traumi basati sull’oppressione

Tuttavia, può anche essere difficile per le persone riconoscere i traumi causati dalla colonizzazione e dall’oppressione come problemi di salute mentale.

Mimi Khúc, per esempio, ha lottato per stabilire questa connessione fino a quando non ha scavato in profondità nelle sue narrazioni di sofferenza quando stava vivendo la depressione postpartum. Ora incoraggia gli altri a usare la loro esperienza e convivenza con il trauma per decolonizzare la salute mentale.

“La mia speranza per decolonizzare la salute mentale è porre al centro la comunità e usare le arti per pensare a nuove forme che possono affrontare la nostra sofferenza e per responsabilizzare coloro che soffrono, renderli i produttori della propria conoscenza, delle proprie pratiche di guarigione”.

Questa sofferenza, dice Jennifer Mullan, è spesso radicata nella colonizzazione e nell’oppressione.

“Sento così tanto la depressione, l’ansia, il costante stato di trauma che stiamo attraversando, questo complesso trauma evolutivo, questo concetto di risposta di lotta, fuga, congelamento in cui ci troviamo sono dovuti a sistemi di oppressione, e so tutto ciò è dovuto a questi atti palesi e occulti di razzismo e colonizzazione e agli effetti della colonizzazione sulle nostre menti, corpi e spiriti “.

La dottoressa Mullan dice che le microaggressioni – commenti o azioni che sottilmente e spesso involontariamente esprimono un atteggiamento prevenuto nei confronti di qualcuno – sono anche atti di oppressione che possono causare stress traumatico basato sulla razza in molte persone non bianche.

“Il livello costante di accresciuta consapevolezza, ipereccitazione e cognizione di cui i neri e i razzializzati devono essere costantemente fare prova è davvero sbalorditivo ed è spesso il motivo per cui siamo molto esausti, molto traumatizzati e molto tristi”.

La sofferenza o il trauma causato dall’oppressione, secondo le tre ricercatrici, è spesso tramandata di generazione in generazione. Molte persone razzializzate stanno ora sentendo quel trauma. Questo è spesso indicato come trauma intergenerazionale e talvolta come trauma storico.

Secondo uno studio del 2018 pubblicato su World Psychiatry, gli scienziati suggeriscono che il trauma può essere trasmesso alle generazioni successive attraverso un cambiamento duraturo nella funzione del DNA. Questo cambiamento è epigenetico, al contrario di quello genetico. Ciò significa che la struttura del DNA stesso non è cambiata, ma l’espressione del DNA può esserlo.  Questo mutamento epigenetico può avere un effetto duraturo sull’individuo e sulla sua prole.

Ciò è particolarmente vero per le persone razzializzate che potrebbero non aver avuto il tempo di pensare ai loro bisogni emotivi. Jennifer Mullan ha visto questo meccanismo all’opera con i suoi stessi genitori, che hanno svolto due o tre lavori per assicurare il cibo in tavola e un tetto sopra le loro teste, ma erano ancora costantemente in difficoltà.

“Non c’era modo per mio padre di esaminare le sue storie di traumi. Non c’era modo in quel momento per  mia madre di essaminare eventuali relazioni tossiche nella sua famiglia”, racconta. “Quella riduzione al minimo delle nostre emozioni, credo che sia stata tramandata di generazione in generazione fino a quando molti di noi ora stanno ricordando e riconnettendosi con i nostri antenati.”

Jennifer Mullan sta ora cercando di fare capire che molte persone sperimentano traumi intergenerazionali, nonostante il termine sia spesso associato soltanto alle vittime delle scuole residenziali, dell’Olocausto, dei campi di internamento giapponesi e della schiavitù.

Tuttavia, non avrebbe imparato ciò se non fosse stato per i contributi degli autori indigeni.

Gli studi decoloniali indigeni come guida.

Quando la dottoressa Mullan ha iniziato la sua ricerca sulla decolonizzazione della salute mentale, si è rivolta a molti autori indigeni come Maria Yellow Horse Brave Heart e Eduardo e Bonnie Duran, affinché le illustrassero la psicologia postcoloniale. Questa letteratura le ha permesso di vedere una connessione tra il lavoro di decolonizzazione che le comunità indigene stanno facendo e il lavoro decolonizzazione della salute mentale che sta attualmente svolgendo lei,  entrambi radicati nel trauma intergenerazionale.

“Dato che stavo già facendo ricerche sui traumi intergenerazionali, ho iniziato a guardare a tutti i modi in cui avevamo – avevo – dimenticato me stessa, e avevo dimenticato la mia gente. Me ne ero dimenticata perché ne avevo il privilegio, stavo dimenticando anche la mia negritudine perché la mia famiglia stava cercando di emanciparsene”.

Il lavoro decoloniale indigeno è estremamente importante anche per Elisa Lacerda-Vandenborn, il cui lavoro si concentra sulla scienza, la conoscenza e i modi di essere indigeni e su come tale prospettiva viene applicata alla psicologia in Canada.

Questa prospettiva le ha permesso di provare un senso di familiarità quando ha sofferto per la prima volta di solitudine e isolamento in Canada.

“Quando ho iniziato a cercare cose che fossero in linea con una prospettiva più comunitaria, è stato nel sapere degli indigeni che ho trovato quello che mi serviva. È quasi come se avessi trovato la casa. Siamo collegati da un filo conduttore,  l’importanza della comunità, l’importanza delle relazioni, l’importanza di guardare al contesto.”

Khúc pensa spesso a questa sintonia di vissuto quando usa il termine “decolonizzazione” per riferirsi al malessere degli asiatici americani.

“Voglio essere rispettosa verso le persone indigene che stanno facendo il lavoro decoloniale e non usare il termine alla leggera, ma anche io, come vietnamita americana e asiatica americana, ho la mia storia di colonizzazione, anche noi abbiamo le nostre storie di relazioni con pratiche coloniali”, ci racconta.

“Come rifugiata, mi sento come un soggetto coloniale sfollato”, aggiunge, riferendosi alla storia della colonizzazione in Vietnam e al modo in cui ciò la colpisce ancora oggi, nonostante lei ora viva negli Stati Uniti “Quindi decolonizzare il sistema è sì utilizzare un pratica relativa ai progetti decoloniali indigeni, ma è anche qualcosa di diverso”.

Elisa Lacerda-Vandenborn si riferisce a questo come un “terzo spazio”, che si trova tra le prospettive occidentali e le prospettive indigene. Per lei e Mimi Khúc, questo spazio integra pezzi da tutte e tre le prospettive in modo che il sistema di salute mentale possa dare alle persone ciò di cui hanno veramente bisogno, il che è cruciale per la decolonizzazione della salute mentale.

Jennifer Mullan aggiunge che, al fine di lavorare per un sistema di salute mentale decolonizzato, la guarigione per tutte le persone dovrebbe avvenire in tanti modi, non riconducibili che solo a terapie individuali e prescrizioni farmacologiche.

“Credo davvero che la nostra comprensione della terapia debba uscire da dalla visione che vede nella sofferenza solo un problema col cervello. Credo anche l’approccio indigeno e spirituale debbano essere maggiormente inclusi come forma di terapia, e che non si dovrebbe considerare terapia soltanto il lavoro che si fa in uno studio con un medico diplomato”.

Ciò significa che quando prescrivono risorse per la guarigione, idealmente i professionisti della salute mentale dovrebbero raccomandare metodi appropriati specificamente per il paziente che stanno trattando. Può assomigliare al lavoro spirituale degli indigeni, allo yoga, allo sciamanesimo e altro ancora. Ogni persona è diversa, e ha un sua storia.

La dottoressa Mullan dice che alcune persone hanno bisogno di terapie individuali e farmaci per stare meglio. Tuttavia, vorrebbe vedere approcci di guarigione più collettivi e olistici alla salute mentale come opzioni riallacciandosi a quanto avveniva prima della colonizzazione.

“Penso che continuiamo a incolpare noi stess* o il nostro cervello o le nostre storie di traumi – e non che non abbiano un ruolo importante – ma stiamo continuando a ignorare la responsabilità di questi sistemi di oppressione”.

Anche la dottoressa Khúc sottolinea che questo lavoro è importante per tutti, non solo per le persone razzializzate.

“Penso che la pratica della decolonizzazione debba provenire dalle comunità razzializzate, ma l’idea è che vada a vantaggio di tutt* perché prende la salute mentale e la rimette nelle mani delle comunità. Tutte le comunità trarrebbero vantaggio dal fatto che fosse nelle loro mani e non soltanto nelle mani dei cosiddetti esperti”.

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Basmanov, l’uomo che fece innamorare Ivan il terribile.

Basmanov, l’uomo che fece innamorare Ivan il terribile.

La storia non va usata per rafforzare le proprie convinzioni, va semplicemente studiata.

a cura della Redazione di Intersecta

“Era un giovane di circa vent’anni, di straordinaria bellezza, gravemente colpito da un’espressione facciale sgradevolmente sfacciata. Era vestito più preziosamente degli altri e, contrariamente alla consuetudine generale dell’epoca, portava i capelli lunghi e nella sua faccia senza barba, come in tutto il suo comportamento, si esprimeva qualcosa di incosciamente virile . Il comportamento degli altri nei suoi confronti sembrava un po ‘strano. Parlarono con lui come a una persona del loro genere e non mostrarono particolare rispetto per lui; ma quando si avvicinò a uno dei gruppi, gli opričniki separarono immediatamente e quelli che erano stati seduti sulle panchine si alzarono e gli offrirono il loro posto. Sembrava che volessero stare attenti a lui o temerlo. Quando si rese conto di Serebrjanyj e Micheitsch, li misurò con uno sguardo altero, fece un cenno agli opričniki che avevano condotto gli sconosciuti a Sloboda e sembrò indagare sul loro nome, poi sbatté di nuovo le palpebre a Serebrjanyj e sussurrò con un sorriso malizioso in silenzio qualcosa ai suoi compagni. “

Questo estratto di un famoso romanzo storio di Aleksej Tolstoj, cugino del più noto Lev, offre un vivido ritratto di Fyodor Alexeyevich Basmanov, opričnik (cioè membro dell’esercito privato dello Zar Ivan IV, che esercitava il potere politico e militare nella parte di Russia direttamente governata dallo Zar, negli anni del conflito con i boiardi), confidente, assaggiatore personale, e per alcuni anni amante dello Zar noto come Ivan il terribile.

Sì, perché l’autoritario e sanguinario Zar di tutte le Russie, religiosissimo e responsabile di massacri (per le cui vittime faceva celebrare funzioni in suffragio), spietato con i potenti boiardi e amato dai poveri contadini (che in tantissime leggende popolari lo raffigurano come sovrano buono e saggio), lucido e folle al tempo stesso, violento e incline al misticismo, che in vita sua ebbe otto mogli, non nascose mai un debole per i ragazzi belli e intelligenti, possibilmente in abiti femminili.

E il giovane Fyodor, valoroso combattente e giovane capriccioso e vanitoso, dai lineamenti delicati e lunghi capelli neri, entrò subito nel cuore dello Zar perché gli ricordava nelle fattezze l’adorata prima moglie Anastassija Romanowna Sacharjina-Jurjewa, l’unica persona in grado di mitigare i suoi eccessi dovuti alla depressione e agli attacchi di ira di cui soffriva, e che sarebbero degenerati in paranoia nel ultimi anni della sua vita.

Fyodor era il figlio di Alexei Danilowitsch, e insieme i due difesero valorosamente la città di Ryazan contro i Tatari, venendo per questo accolti a corte e entrando nelle grazie dello Zar.

Il giovane Basmanov divenne quindi confidente e amante di Ivan IV (che non aveva nessuna remora a mostrarsi in pubblico in dolci atteggiamenti con lui), e utilizzò la vicinanza allo zar per aumentare il suo potere a corte ed emarginare i rivali. Libero, disinibito, di vivace intelligenza, per alcuni anni giocò un ruolo di rilievo nella vita politica dell’Opričnina, e arrivò a diventare comandante in capo delle truppe di stanza nel sud della Russia.

Fino a quando il padre Alexei venne accusato, non si sa se a torto o a ragione, di una congiura al soldo del nemico giurato dello Zar, il re Sigismondo II di Polonia, e padre e figlio cadono in digrazia e vengono arrestati.

A questo punto la storia diventa poco certa: si narra che Fyodor, per dimostrare la sua assoluta fedeltà a Ivan il terribile sia stato spinto a uccidere con le proprie mani il padre, e che per questo ebbe salva la vita, che concluse in esilio in un monastero a Belozersk, dove morì anni dopo per malattia. Altre versioni, meno credibili, riportano che fu decapitato o addirittura impalato.

Basmanov è descritto dai testimoni contemporanei come arrogante e mitomane: amava la ricchezza, gli piaceva indossare in pubblico i gioielli e vestiti costosi che lo zar gli aveva dato. Secondo le fonti, era però anche un abile e ambizioso soldato, e ha saputo dimostrarlo più volte sul campo di battaglia. È spesso raffigurato con una corona di fiordalisi blu in testa e stivali rossi, ed è così che lo interpreta Dmitri Pissarenko nel film “Ivan il Terribile” del 1991, diretto da Gennadiy Vasilev.

Sembra strano immaginare lo Zar cristianissimo di tutte le Russie, amico personale di alcuni asceti noti come “Stolti di Cristo” e poi canonizzati dalla Chiesa Ortodossa, che si innamora ricambiato di un giovane militare, ma il nostro stupore è dovuto a un pregiudizio radicato, quello secondo cui il medioevo cristiano, a Oriente e a Occidente, sia stato un monolite storico improntato alla più rigida omofobia. Non era così.

I primi decreti apertamente omofobi vennero adottati secoli dopo dallo Zar Pietro il Grande, noto come sovrano moderno e riformatore, influenzato dall’Illuminismo.

La storia non va usata per rafforzare le proprie convinzioni, va semplicemente studiata.