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La decolonizzazione della salute mentale.

La decolonizzazione della salute mentale.

L’importanza della decostruzione di  un sistema di salute mentale incentrato sull’oppressione

di Karina Zapata, per il Calgary Journal    Traduzione: Intersecta

Subito dopo avere dato alla luce sua figlia, otto anni fa, Mimi Khúc è caduta in una grave depressione postpartum. Mentre molte madri trascorrono i primi mesi dopo il parto lottando per rimanere sveglie, lei ha trascorso quel tempo cercando di capire come sopravvivere.

“Non sono riuscita a trovare risorse. Non sono riuscita a trovare ragioni che spiegassero perché la vita fosse così difficile per me”, ci dice Mimi Khúc, scrittrice, ricercatrice e insegnante a Washington, D.C. specializzata in salute mentale e studi decoloniali.

Diverse persone le hanno suggerito che la causa poteva essere uno squilibrio chimico che poteva  essere curato con i farmaci. Ma non era abbastanza. Quindi si è rivolta alla sua esperienza negli studi asiatici americani per trovare risposte da sola.

Insieme alla difficoltà di essere una neomamma, ha trovato molte narrazioni di contorno che hanno contribuito al suo senso di sofferenza: la difficoltà di essere un’asiatica americana in Nord America, il background di rifugiata ereditato dalla sua famiglia e le pressioni legate al fatto di essere una madre asiatica americana.

La comprensione  e la decodificazione di queste narrazioni ha aiutato Mimi Khúc a riconoscere il suo dolore e a trovare nuovi strumenti per la guarigione quando l’approccio individualistico e medico che le era stato prescritto non funzionava – non avendo tenuto conto di importanti fattori esterni che hanno contribuito al declino della sua salute mentale.

In effetti, secondo la dotteressa Khúc, quell’approccio a volte può essere controproducente per molte persone, comprese le persone di colore, che sono spesso colpite a livello psicologico da atti di oppressione.

Questo è il motivo per cui i professionisti in tutto il Nord America stanno lavorando per decolonizzare la salute mentale lavorando verso la guarigione collettiva per lenire le ferite della colonizzazione e dei traumi basati sull’oppressione, guidati in questo dagli studi indigeni e decoloniali.

Un sistema che non funziona per tutti

Elisa Lacerda-Vandenborn ha condiviso un’esperienza simile a Khúc. Quando si è trasferita dal Brasile al Canada nel 2002, si è confidata con un terapeuta sui suoi attacchi estremi di solitudine e depressione. Ma lei  lasciava ogni appuntamento sentendosi come se fosse colpa sua se stesse lottando contro un male.

“Era un approccio molto personalizzato. Tipo, sai, mettiti in un angolo e scopri chi sei e lavora sulla tua autostima”, dice l’insegnante dell’Università di Calgary e candidata al dottorato in psicologia dell’educazione.

Da sola, Elisa Lacerda-Vandenborn ha scoperto che la sua tristezza era in realtà causata dalla mancanza della sua famiglia e di un senso di comunità, che era una parte fondamentale della sua vita in Brasile. Si è poi trasferita in una cooperativa, riuscendo a far parte di una comunità anche in Canada. La sua salute mentale è migliorata drasticamente.

Dice che il modo in cui funziona il sistema di salute mentale ora – con professionisti medici che usano meccanismi di coping e farmaci personalizzati e di somministrazione quotidiana come soluzioni principali – può essere isolante e più dannoso che utile per le persone che hanno bisogno di qualcosa in più del tradizionale aiuto psichiatrico.

Sia Elisa Lacerda-Vandenborn che Mimi Khúc pensano a quanto possa essere particolarmente dannoso questo approccio per persone come loro, cresciute in società più comunitarie a causa delle loro culture di origine. Dicono anche che il sistema di salute mentale deve fare di più per riconoscere le dinamiche culturali e il razzismo che influenzano la loro vita quotidiana e la vita di molte altre persone non bianche.

La dottoressa Khúc dice che è su questo punto che l’attuale sistema di salute mentale può essere migliorato per le persone di colore.

“Diciamo sempre che qualcuno sta lottando perché è visivamente depresso o sta attraversando il suo dolore individuale o la sua lotta individuale e non pensiamo spesso al dolore nel contesto delle forze storiche, delle strutture sociali o delle dinamiche culturali”.

Quel contesto, dice, è cruciale per le persone razzializzate, i cui background culturali danno forma a ciò che sono.

“La terapia è meravigliosa ed è uno strumento utile, ma non coglie anche la misura in cui si sperimenta la sofferenza”, dice. “La terapia non può spiegarmi – o almeno la maggior parte dei terapisti non può spiegarmi – come il razzismo modella la mia sofferenza quotidiana”.

Sebbene Jennifer Mullan, scrittrice, accademica, psicologa clinica e fondatrice di Decolonizing Therapy nel New Jersey, affermi che alcune persone hanno bisogno di terapia e farmaci individuali per stare meglio, è d’accordo con la collega Khúc.

“Non possiamo separare le persone e la loro sofferenza – non solo la malattia – da ciò che sta accadendo sistematicamente”.

Questo è il motivo per cui queste tre donne, Lacerda-Vandenborn, Khúc e Mullan, stanno lavorando per decolonizzare la salute mentale in Canada e negli Stati Uniti.

Decolonizzare la salute mentale

Jennifer Mullan si concentra sulla terapia decolonizzante attraverso un gruppo di peer education che gestisce come terapista presso la New Jersey University e come fondatrice della Decolonizing Therapy, che mira a sensibilizzare online.

“Facciamo molto lavoro sulle origini ancestrali del malessere, molto lavoro sul trauma intergenerazionale, affrontiamo la rabbia come una funzione e un normale sistema di comprensione del vivere in un mondo che continua a opprimerci e non fornisce a molte di noi ciò di cui abbiamo bisogno”, dichiara.

Secondo Elisa Lacerda-Vandenborn, molti individui oppressi hanno bisogno di connessione, proprio ciò a cui l’attuale sistema di salute mentale non lascia spazio.

“È il nostro momento di partecipare alla decolonizzazione. Questo è un processo condiviso “.

Jennifer  Mullan sottolinea che decolonizzare la salute mentale non significa solo fare ricerca sulla competenza culturale, intesa come capacità di comprendere e interagire con persone di culture diverse. E’ invece importante riconoscere che per molti individui neri, indigeni e non bianchi, il trauma dell’oppressione e della colonizzazione gioca un ruolo importante nel loro stato di salute mentale.

“La decolonizzazione non è una metafora e cercare di occuparsi meglio della salute mentale non sarà sufficiente. Essere culturalmente competenti, a mio modesto e amorevole parere, non è sufficiente ”, afferma la dottoressa Mullan.

Il lavoro della dottoressa Khúc, che si concentra sulla decolonizzazione della salute mentale degli asiatici americani, è in linea con questa affermazione.

“Voglio dire, chi più delle persone che lo stanno vivendo può dire in che modo qualcosa fa male e perché qualcosa fa male? Di sicuro ne sanno di più rispetto a medici bianchi che pensano di essere addestrati nella competenza culturale”.

Andare verso la guarigione collettiva

Per Mimi  Khúc, un sistema di salute mentale decolonizzato è un sistema che consente alle comunità di decidere cosa è considerato sofferenza, e non un sistema che decide per loro.

“Quando dico decolonizzazione, voglio mettere in discussione e interrogare i modi in cui queste forze e istituzioni più grandi ci hanno detto cosa conta come salute mentale e cosa conta come sofferenza”, ci dice la Khúc. “Per indagare su questo, devo attingere alla comunità e pensare al tipo di conoscenza che proviene dalle nostre comunità su cosa sia la sofferenza”.

“Come decostruiamo questi sistemi di potere per consentire alle persone di rivendicare le proprie conoscenze ed esperienze?”

Ma, secondo Jennifer Mullan, l’idea di guarigione collettiva è stata sistematicamente vietata alle persone di colore non dando loro il tempo di riunirsi in gruppi o pensare ai loro bisogni emotivi.

“Penso che quello che è successo negli ultimi 20 o 30 anni è che molte persone di colore hanno iniziato a cercare di sopravvivere, comprensibilmente”, ci spiega. “Il sistema è davvero bravo nel farci concentrare solo sulla sopravvivenza, così non abbiamo il tempo di riunirci e guarire collettivamente in comunità, il che penso sia piuttosto cruciale”.

Riconoscere la colonizzazione e il trauma basato sull’oppressione, ci spiega, aiuterebbe in questo.

Colonizzazione e traumi basati sull’oppressione

Tuttavia, può anche essere difficile per le persone riconoscere i traumi causati dalla colonizzazione e dall’oppressione come problemi di salute mentale.

Mimi Khúc, per esempio, ha lottato per stabilire questa connessione fino a quando non ha scavato in profondità nelle sue narrazioni di sofferenza quando stava vivendo la depressione postpartum. Ora incoraggia gli altri a usare la loro esperienza e convivenza con il trauma per decolonizzare la salute mentale.

“La mia speranza per decolonizzare la salute mentale è porre al centro la comunità e usare le arti per pensare a nuove forme che possono affrontare la nostra sofferenza e per responsabilizzare coloro che soffrono, renderli i produttori della propria conoscenza, delle proprie pratiche di guarigione”.

Questa sofferenza, dice Jennifer Mullan, è spesso radicata nella colonizzazione e nell’oppressione.

“Sento così tanto la depressione, l’ansia, il costante stato di trauma che stiamo attraversando, questo complesso trauma evolutivo, questo concetto di risposta di lotta, fuga, congelamento in cui ci troviamo sono dovuti a sistemi di oppressione, e so tutto ciò è dovuto a questi atti palesi e occulti di razzismo e colonizzazione e agli effetti della colonizzazione sulle nostre menti, corpi e spiriti “.

La dottoressa Mullan dice che le microaggressioni – commenti o azioni che sottilmente e spesso involontariamente esprimono un atteggiamento prevenuto nei confronti di qualcuno – sono anche atti di oppressione che possono causare stress traumatico basato sulla razza in molte persone non bianche.

“Il livello costante di accresciuta consapevolezza, ipereccitazione e cognizione di cui i neri e i razzializzati devono essere costantemente fare prova è davvero sbalorditivo ed è spesso il motivo per cui siamo molto esausti, molto traumatizzati e molto tristi”.

La sofferenza o il trauma causato dall’oppressione, secondo le tre ricercatrici, è spesso tramandata di generazione in generazione. Molte persone razzializzate stanno ora sentendo quel trauma. Questo è spesso indicato come trauma intergenerazionale e talvolta come trauma storico.

Secondo uno studio del 2018 pubblicato su World Psychiatry, gli scienziati suggeriscono che il trauma può essere trasmesso alle generazioni successive attraverso un cambiamento duraturo nella funzione del DNA. Questo cambiamento è epigenetico, al contrario di quello genetico. Ciò significa che la struttura del DNA stesso non è cambiata, ma l’espressione del DNA può esserlo.  Questo mutamento epigenetico può avere un effetto duraturo sull’individuo e sulla sua prole.

Ciò è particolarmente vero per le persone razzializzate che potrebbero non aver avuto il tempo di pensare ai loro bisogni emotivi. Jennifer Mullan ha visto questo meccanismo all’opera con i suoi stessi genitori, che hanno svolto due o tre lavori per assicurare il cibo in tavola e un tetto sopra le loro teste, ma erano ancora costantemente in difficoltà.

“Non c’era modo per mio padre di esaminare le sue storie di traumi. Non c’era modo in quel momento per  mia madre di essaminare eventuali relazioni tossiche nella sua famiglia”, racconta. “Quella riduzione al minimo delle nostre emozioni, credo che sia stata tramandata di generazione in generazione fino a quando molti di noi ora stanno ricordando e riconnettendosi con i nostri antenati.”

Jennifer Mullan sta ora cercando di fare capire che molte persone sperimentano traumi intergenerazionali, nonostante il termine sia spesso associato soltanto alle vittime delle scuole residenziali, dell’Olocausto, dei campi di internamento giapponesi e della schiavitù.

Tuttavia, non avrebbe imparato ciò se non fosse stato per i contributi degli autori indigeni.

Gli studi decoloniali indigeni come guida.

Quando la dottoressa Mullan ha iniziato la sua ricerca sulla decolonizzazione della salute mentale, si è rivolta a molti autori indigeni come Maria Yellow Horse Brave Heart e Eduardo e Bonnie Duran, affinché le illustrassero la psicologia postcoloniale. Questa letteratura le ha permesso di vedere una connessione tra il lavoro di decolonizzazione che le comunità indigene stanno facendo e il lavoro decolonizzazione della salute mentale che sta attualmente svolgendo lei,  entrambi radicati nel trauma intergenerazionale.

“Dato che stavo già facendo ricerche sui traumi intergenerazionali, ho iniziato a guardare a tutti i modi in cui avevamo – avevo – dimenticato me stessa, e avevo dimenticato la mia gente. Me ne ero dimenticata perché ne avevo il privilegio, stavo dimenticando anche la mia negritudine perché la mia famiglia stava cercando di emanciparsene”.

Il lavoro decoloniale indigeno è estremamente importante anche per Elisa Lacerda-Vandenborn, il cui lavoro si concentra sulla scienza, la conoscenza e i modi di essere indigeni e su come tale prospettiva viene applicata alla psicologia in Canada.

Questa prospettiva le ha permesso di provare un senso di familiarità quando ha sofferto per la prima volta di solitudine e isolamento in Canada.

“Quando ho iniziato a cercare cose che fossero in linea con una prospettiva più comunitaria, è stato nel sapere degli indigeni che ho trovato quello che mi serviva. È quasi come se avessi trovato la casa. Siamo collegati da un filo conduttore,  l’importanza della comunità, l’importanza delle relazioni, l’importanza di guardare al contesto.”

Khúc pensa spesso a questa sintonia di vissuto quando usa il termine “decolonizzazione” per riferirsi al malessere degli asiatici americani.

“Voglio essere rispettosa verso le persone indigene che stanno facendo il lavoro decoloniale e non usare il termine alla leggera, ma anche io, come vietnamita americana e asiatica americana, ho la mia storia di colonizzazione, anche noi abbiamo le nostre storie di relazioni con pratiche coloniali”, ci racconta.

“Come rifugiata, mi sento come un soggetto coloniale sfollato”, aggiunge, riferendosi alla storia della colonizzazione in Vietnam e al modo in cui ciò la colpisce ancora oggi, nonostante lei ora viva negli Stati Uniti “Quindi decolonizzare il sistema è sì utilizzare un pratica relativa ai progetti decoloniali indigeni, ma è anche qualcosa di diverso”.

Elisa Lacerda-Vandenborn si riferisce a questo come un “terzo spazio”, che si trova tra le prospettive occidentali e le prospettive indigene. Per lei e Mimi Khúc, questo spazio integra pezzi da tutte e tre le prospettive in modo che il sistema di salute mentale possa dare alle persone ciò di cui hanno veramente bisogno, il che è cruciale per la decolonizzazione della salute mentale.

Jennifer Mullan aggiunge che, al fine di lavorare per un sistema di salute mentale decolonizzato, la guarigione per tutte le persone dovrebbe avvenire in tanti modi, non riconducibili che solo a terapie individuali e prescrizioni farmacologiche.

“Credo davvero che la nostra comprensione della terapia debba uscire da dalla visione che vede nella sofferenza solo un problema col cervello. Credo anche l’approccio indigeno e spirituale debbano essere maggiormente inclusi come forma di terapia, e che non si dovrebbe considerare terapia soltanto il lavoro che si fa in uno studio con un medico diplomato”.

Ciò significa che quando prescrivono risorse per la guarigione, idealmente i professionisti della salute mentale dovrebbero raccomandare metodi appropriati specificamente per il paziente che stanno trattando. Può assomigliare al lavoro spirituale degli indigeni, allo yoga, allo sciamanesimo e altro ancora. Ogni persona è diversa, e ha un sua storia.

La dottoressa Mullan dice che alcune persone hanno bisogno di terapie individuali e farmaci per stare meglio. Tuttavia, vorrebbe vedere approcci di guarigione più collettivi e olistici alla salute mentale come opzioni riallacciandosi a quanto avveniva prima della colonizzazione.

“Penso che continuiamo a incolpare noi stess* o il nostro cervello o le nostre storie di traumi – e non che non abbiano un ruolo importante – ma stiamo continuando a ignorare la responsabilità di questi sistemi di oppressione”.

Anche la dottoressa Khúc sottolinea che questo lavoro è importante per tutti, non solo per le persone razzializzate.

“Penso che la pratica della decolonizzazione debba provenire dalle comunità razzializzate, ma l’idea è che vada a vantaggio di tutt* perché prende la salute mentale e la rimette nelle mani delle comunità. Tutte le comunità trarrebbero vantaggio dal fatto che fosse nelle loro mani e non soltanto nelle mani dei cosiddetti esperti”.

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