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Per un’India preda di una devastante ondata Covid-19, Twitter è l’ultimo disperato appiglio.

Per un’India preda di una devastante ondata Covid-19, Twitter è l’ultimo disperato appiglio.

Con il sistema sanitario del paese in ginocchio e il governo incapace di prendere adeguate misure, l* indian* si sono rivolt* ai loro feed dei social media.

di Meera Navlakha, per gal-dem.com    Traduzione: Intersecta

“In questo momento sto cremando uno dei miei familiari […] e nel frattempo sto cercando di mettere a disposizione un concentratore d’ossigeno per altri membri della famiglia, tutti positivi al coronavirus”, ha scritto l’utente Twitter Archana Sharma il 22 aprile. “Sono distrutta e non c’è nessuno che mi aiuti. Per favore aiutami, vi supplico per favore! ”

In meno di un’ora, Sharma, una consulente per la riabilitazione che vive in India, ha visto il suo appello raccogliere oltre 150 risposte. Alcuni utenti hanno risposto con messaggi di supporto come “siate forti”; altri hanno fornito dettagli sui luoghi in cui potrebbe trovare delle bombole di ossigeno.
La disperata missiva di Archana Sharma non è stata una richiesta singola. Mentre il paese sta affrontando un grave picco di casi di Covid-19, Twitter ha visto un afflusso di post strazianti di persone indiane che cercano aiuto urgente da sconosciuti virtuali. Nel bel mezzo della crisi, la piattaforma si è trasformata da un social network in un triste registro quasi medico, documentando in tempo reale la fatiscente infrastruttura medica della nazione.
Improvvisamente Twitter è diventato una hotline pandemica, tramite cui i cittadini indiani cercano di tutto, dalle bombole di ossigeno e il plasma ai letti d’ospedale, mentre altri ampliano le loro frenetiche richieste. Incidenti in ospedali con un numero eccessivo di sottoscrizioni hanno anch’essi causato diverse morti. Oggi a Mumbai (23 aprile, ndt), lo scoppio di un incendio ha ucciso 13 pazienti in un’unità di terapia intensiva. Due giorni prima, la mancanza di  bombole di ossigeno a Delhi aveva ucciso 22 pazienti Covid.

Il sistema è sotto forte pressione e le statistiche dicono tutto. Il 22 aprile, lo stesso giorno in cui Archana Sharma stava cercando di trovare ossigeno per la sua famiglia in difficoltà, l’India ha riportato il più alto aumento giornaliero al mondo (314.835) di casi di Covid-19 dall’inizio della pandemia. Ore dopo, la capitale dell’India, Delhi, ha annunciato che c’erano solo 26 posti letto vacanti in terapia intensiva in tutta la città. E, nonostante l’India sia il più grande produttore di vaccini Covid-19 al mondo, il paese sta affrontando una grave carenza di dosi poiché è costretto a rispettare i contratti di esportazione negli Stati Uniti e in Europa.

Il diluvio di tweet riassume la portata di questo disastro. Il paese era del tutto impreparato alla seconda ondata del virus, nonostante fosse stato avvertito dal destino di altri paesi. Invece, il BJP – il partito al governo indiano – ha trascorso gran parte dell’inizio del 2021 congratulandosi con se stesso per aver “sconfitto” il Covid-19. In una risoluzione di febbraio il Bjp ha dichiarato che “si può dire con orgoglio che l’India […] ha sconfitto Covid sotto la guida capace, sensibile, impegnata e visionaria del primo ministro Shri Narendra Modi”.
Tre mesi dopo, l’attuale epidemia di Covid-19 in India ha rappresentato quasi il 28% dei nuovi casi a livello globale solo nell’ultima settimana. Il paese ospita anche una nuova variante del Covid-19, con gli scienziati che attualmente cercano di capire se rappresenta un pericolo maggiore rispetto alle mutazioni precedenti. Con tutto questo, non sorprende che la Corte Suprema indiana abbia etichettato la situazione come una “emergenza nazionale” .

Non è passato molto tempo da quando l’India riportava numeri di Covid-19 significativamente inferiori rispetto ad altri paesi, sia in termini di casi che di decessi. Eppure una serie di errori ha spinto il paese nella sua attuale spirale discendente. Negli ultimi mesi è stato consentito lo svolgimento di massicci eventi rischiosi in tempo di pandemia: il BJP ha continuato a organizzare le manifestazioni elettorali, mentre centinaia di migliaia di persone hanno preso parte al Kumbh Mela, un festival indù di una settimana, sul fiume Gange. Il dottor Ramanan Laxminaryan, economista ed epidemiologo presso il Center of Disease Dynamics, Economics & Policy, scrive che la crisi indiana “è il risultato diretto della compiacenza e dell’impreparazione del governo”.

Senza dubbio, i fallimenti del governo hanno contribuito all’attuale terribile situazione. Ma c’è un altro fattore in gioco: il paese è stato trascurato dal Nord del mondo nella fornitura e implementazione dei vaccini. Recentemente, Stati Uniti e Regno Unito hanno limitato le esportazioni di materiali per la produzione di vaccini Covid-19, causandone la carenza in India. A febbraio, il presidente americano Joe Biden ha anche messo in atto l’US Defense Production Act, limitando la produzione di forniture. Ciò sta causando un ritardo nelle forniture essenziali esportate in India, rallentando la produzione di vaccini nel paese. L’Unione Europea ha messo in atto limitazioni simili. Allo stesso tempo, l’India ha fornito al Nord del mondo gran parte della sua produzione di vaccini, maggiore di quella utilizzata a livello nazionale.

Sebbene alcune nazioni, incluso il Regno Unito, stiano uscendo dal periodo di “crisi” causato dalle seconde ondate del virus, ciò non vale a livello globale. Il Brasile ha registrato il secondo tasso di mortalità più alto al mondo al 9 aprile e, come l’India, deve far fronte alla carenza di vaccini. Altrove in Europa, come in Francia e Germania, si continua a vedere un aumento dei casi, provocando restrizioni e blocchi parziali.

In India sono in atto sforzi intensi per combattere l’ondata. Le scuole vengono convertite in ospedali e il paese sta tentando di importare forniture di ossigeno. Il governo sta anche investendo denaro nelle grandi aziende farmaceutiche, incluso il Serum Institute of India. Ma si tratta di decisioni arrivate troppo tardi per salvare le vite di coloro che mesi fa chiedevano al governo di amplificare i suoi sforzi e la preparazione alla pandemia. La task force del Lancet sul caso indiano afferma già che la repubblica, entro giugno 2021, potrebbe assistere a un numero di decessi giornalieri correlati al Covid pari a 2.300.

Se lo spettacolare mutuo soccorso su Twitter può essere considerato una testimonianza dello spirito umano, racconta al contempo una storia orribile. Le risorse mediche di base non sono più una certezza per i cittadini indiani. Gli ospedali traboccano, proprio mentre le scorte di vaccini stanno finendo. Filmati devastanti mostrano persone che chiedono l’elemosina lungo le strade degli ospedali per potervi entrare, alcune addirittura dormono sui marciapiedi durante la notte. Il sistema sanitario, dicono i medici, è “collassato”. Il primo ministro Modi sembra non avere un piano. Le persone non hanno che l’un l’altro e i social network, dove i feed di Twitter si sono trasformati in elenchi di morte. È il terribile riflesso della mancanza di preparazione del paese per salvare i suoi cittadini. Il costo di tutto ciò sono state vite umane. “Il marciume ha radici profonde”, ha twittato giovedì l’autore Samrat Choudary. “E il Covid-19 ha smascherato tutto”.

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A chi interessa davvero l’Africa postcoloniale?

A chi interessa davvero l’Africa postcoloniale?

Barkhane: le operazioni coloniali e i conflitti fra interessi occidentali sotto il manto della lotta al terrorismo nel Sahel.

a cura di Intersecta.

L’opération Barkhane, di cui si parla veramente poco, è una campagna militare francese in Africa che, dietro la necessità, non solo francese, di arrestare lo sviluppo dei gruppi terroristi salafiti (legati ad Al Quaida, a
Daech o autonomi) che insanguinano il Sahel e destabilizzano i fragili governi locali, cela la voglia dell’ex potenza coloniale di continuare a gestire la vasta regione, il cui sottosuolo è ricco di minerali preziosi e terre rare, e che rappresenta un crocevia fondamentale per tutti i tipi di traffici (in primo luogo esseri umani e armi, ma anche droga).
La campagna è iniziata nel 2014, sotto la presidenza Hollande, e nasce dalla necessità di ristabilire il predominio francese nell’area, messo a rischio dall’incancrenirsi della crisi libica e dalla difficile situazione in
Mali, la cui parte settentrionale era stata presa dai djihadisti (in una strana alleanza con gli indipendentisti tuareg) e poi faticosamente riconquistata dalle truppe lealiste e dalla Francia. Doveva esaurirsi in pochi anni ed eliminare la minaccia terroristica, ma si è rivelata un vero pantano per la Francia, oltre a costare in termini di vite umane (45 morti fra i militari francesi) e di risorse economiche.
Prima Hollande e soprattutto poi Macron avrebbero voluto dare alla missione un respiro europeo, coinvolgendo sul campo gli altri paesi dell’Unione, e presentandola come “risposta europea al terrorismo”.
La risposta dei paesi europei è stata però: “Marameo!”.
Perché? In primo luogo, la missione sarebbe stata a guida francese, e questo gli altri paesi lo avrebbero gradito poco. Inoltre, visto che era chiaro che la lotta al terrorismo era il paravento per le mire
espansionistiche francesi, paesi come l’Italia e la Germania, che hanno nella stessa zona interessi economici confliggenti con quelli di Parigi (vedi l’Italia in Libia) non avevano e non hanno nessuna intenzione di dare una mano al principale rivale. “Sono ex colonie tue, sbrigatela tu”, hanno fatto sapere prima a Hollande e poi a Macron.
L’unica cosa che la Francia ha ottenuto è un minuscolo contingente di soldati estoni, cechi, danesi e britannici, peraltro mai coinvolti in azioni di scontro sul campo.
Per quanto riguarda invece gli alleati africani, Niger, Ciad, Mali, Mauritania e Burkina Faso, la situazione non è per niente migliore. Presidenti che promettono sostegno e truppe, e che contemporaneamente trattano con le componenti più moderate della guerriglia djihadista, o che cercano di mettere le mani sui fondi per
accontentare le pretese di generali locali. La permeabilità fra le truppe africane e i gruppi terroristi è inoltre molto evidente, e non sono rari i casi di doppio gioco. Del resto l’aerea del Sahel, poverissima sebbene ricca di risorse, e amministrata da governi corrotti che fanno leva sulle diatribe etniche per conservare il potere, è da anni un serbatoio per il reclutamento di giovani in fuga dalla disoccupazione e dall’assenza di
prospettive, che finiscono per ingrossare le fila dei vari gruppi djiadisti.
La Francia conduce quindi una guerra sporca, con droni, aerei, carri armati mimetici, in un territorio impervio e ostile, con degli avversari spesso invisibili che a sorpresa attaccano. Ha già perso, come dicevo,
45 uomini, e nonostante abbia assestato diversi colpi ai gruppi terroristici (non disdegnando di colpire anche i civili, come in un attacco in Mali ai primi di Gennaio, in cui un intero villaggio fu raso al suolo e malgrado il tentativo di fare passare quella povera gente per terroristi la verità venne a galla), di fatto non ha cambiato niente nei rapporti di forza nell’area. Anzi, alcuni gruppi fra quelli che combatte con le armi, rischiano presto di entrare nelle coalizioni di governo in Mali e in Burkina Faso.
L’unico vero alleato che Parigi aveva, e l’unico a capo di un esercito quantomeno decente e un po’ più fedele degli altri, era il Ciad di Idriss Déby, autocrate messo al potere nel 1990 proprio dall’ex potenza
coloniale e da allora sempre rieletto “democraticamente” (e pazienza si gli oppositori sono incarcerati, esiliati o peggio), che ci teneva essere l’interlocutore principale e a dire la sua su tutto quello che succedeva
nel Sahel. Tuttavia la morte, qualche giorno fa in uno scontro a fuoco proprio con i gruppi djhadisti, proprio di Déby, rischia seriamente di complicare ancora di più la situazione per la Francia, e a Parigi già da tempo alcuni generali parlano sempre meno sottovoce di “Vietnam à la sauce française” e di una faccenda che non si risolverà prima di dieci o quindici anni.
Il problema per Macron è quantomai spinoso perché questa guerra impopolare sta anche costando parecchio ai contribuenti, che soprattutto in tempo di emergenza sanitaria hanno sempre meno voglia di pagare per tenere delle truppe a fare non si sa bene cosa. Il presidente e la ministra della difesa Florence Parly lodano i successi dell’operazione, ma il malcontento monta sempre più, malgrado un dibattito parlamentare sui costi e i risultati della missione finora sia stato impedito.
Si comincia lentamente a parlare di exit strategy, anche se non si sa come e quando, e i G5 Sahel, pomposamente convocati da Macron con gli alleati africani approdano regolarmente a dei nulla di fatto.
In tutto questo, rimane il fatto che il Sahel è il principale teatro dei traffici di migranti provenienti dall’Africa centro occidentale (Nigeria in primo luogo, ma anche Senegal, Gambia, Congo) e orientale (la Somalia sconvolta dall’infinita guerra civile e l’Eritrea sotto una ferrea dittatura), transito obbligato per migliaia di disperati e fonte di guadagno per milizie e trafficanti (a loro volta pagate anche dall’Europa per ridurre i flussi).
E’ evidente quindi che la morte di Déby rende ancora più critica la situazione e difficile prevedere gli sviluppi, considerando anche quello che sta avvenendo in Etiopia (guerra nella regione del Tigray), e nel
Sudan (difficile governo di transizione e compromesso fra civili e militari dopo la caduta di Bashir).
Ma a chi interessa davvero l’Africa postcoloniale?

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Lo stato è il peggior nemico delle donne.

Lo stato è il peggior nemico delle donne.

Critica femminista e libertaria ai nodi di potere patriarcale che soffocano la società e che trovano la loro intersezione negli stati-nazione. 

di Angry Pollyanna, per Intersecta.

Nel suo bellissimo discorso a proposito di femminismo, in occasione dello scorso 8 marzo, Maria Galindo ha detto cose fondamentali per chi ha come obiettivo ultimo la depatriarcalizzazione della società. Dalla traduzione letterale di un passaggio cruciale: “il femminismo è una proposta di rivoluzione dell’ordine stabilito, non l’incorporazione delle donne nella medesima struttura patriarcale per rafforzarla. Depatriarcalizzare significa decostruire e trasformare totalmente la società, non femminilizzarla”. Galindo parla di controcultura, contropotere, di riscrivere i sentimenti del corpo sociale. Per rivoluzione intende il cambiamento dell’ordine simbolico e materiale delle cose, in modo continuo e non finalista. La trasformazione dell’immaginario sociale prevede un costante lavoro teorico e pratico atto a smantellare ogni aspetto che supporta la civiltà patriarcale. Un radicalismo femminista nella sua accezione più profonda non può perciò tapparsi gli occhi davanti all’inevitabile conflitto femminismo-stato.

L’incarnazione per antonomasia della moderna civiltà patriarcale è lo stato. Se non teniamo in considerazione questo fatto essenziale, assisteremo per l’ennesima volta alla “riduzione a brand del femminismo, per essere impacchettato e rivenduto”.

Chi ci ha sbattuto di recente in faccia come un secchio di acqua gelata la violenza istituzionale misogina,  è stato il collettivo cileno Las tesis, di Valparaiso, che ha creato nel 2019 la manifestazione- spettacolo “Un violador en tu camino“, ispirato dall’infaticabile e impagabile lavoro di Rita Segato. E’ un inno contro la cultura dello stupro e la violenza di stato. Le femministe cilene hanno inserito una parte esplicitamente dedicata alla violenza della polizia. Violenza che le donne cilene conoscono bene, che hanno sperimentato sui loro corpi e le loro menti sia durante le manifestazioni di piazza del 2019, sia nel passato, durante il regime di Pinochet. Questo happening femminista è stato tradotto in molte lingue e riproposto in vari paesi del mondo. Anche laddove non è stata tradotta la parte che Las tesis ha dedicato alla polizia parafrasandone l’inno machista, esiste l’abuso di stato e dei suoi organismi nei confronti delle donne. Il consenso collettivo, internazionale, non identitario alla protesta di Las tesis ci dice chiaramente che il conflitto stato-feministe è di portata globale.

Il 3 marzo scorso Sarah Everard è stata rapita e brutalmente uccisa da un poliziotto, a Londra. Durante la veglia in memoria di Sarah la polizia ha colpito le partecipanti arrestandone tre. Un rapporto UK del 2014 afferma che 194 donne sono state uccise dal 1970 mentre si trovavano sotto custodia delle forze dell’ordine.

Da uno studio recente effettuato in USA emerge che dei 500 ufficiali di polizia accusati di abusi sessuali tra il 2012 e il 2018 solo 43 sono andati a processo. Quelli che commettono abusi tra le loro pareti domestiche rappresentano una cifra incalcolabile, poiché raramente vengono denunciati dalle loro compagne, le quali sanno bene che è quasi impossibile ottenere protezione e giustizia da quell’apparato che protegge sé stesso e i suoi uomini a qualsiasi costo. Nelle prigioni statunitensi le percentuali di donne costrette a subire abusi fisici o sessuali vanno dal 60% al 94%.

In Italia a febbraio 2021 è stata emessa la condanna in corte d’appello per i due carabinieri che nel settembre del 2017 stuprarono due studentesse statunitensi.

L’agente di polizia di stato Massimo Pigozzi, condannato poi in via definitiva per le atrocità commesse nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001, fu mantenuto in servizio attivo presso la questura di Genova, nonostante le richieste di Amnesty international di sospendere dall’impiego gli indagati. Nel 2005 violentò 4 donne sottoposte a fermo all’interno delle celle in cui erano detenute; denunciarono Pigozzi, il quale fu condannato a 12 anni in via definitiva.

Due ispettori, un sovrintendente e un assistente della polizia di stato che operavano presso la questura di Roma,  furono arrestati nel 2013 per numerosi reati, tra i quali lo stupro di alcune prostitute.

Nel 2018 due allievi della scuola di polizia di Brescia sono stati arrestati per lo stupro di una turista tedesca di 19 anni, in un ostello di Rimini.

Ciò che accomuna tanti servitori di stato, che si tratti della d.i.n.a (polizia segreta del regime Pinochet, che usava abitualmente tortura e umiliazione sessuale come metodi per punire le prigioniere, come testimoniato da Carmen Rojas, che fornì dettagliate informazioni sugli abusi perpetrati alle detenute di villa Grimaldi) o dell’attuale polizia cilena, che si tratti delle forze dell’ordine europee o statunitensi, parliamo sempre e comunque della massima espressione di un organismo patriarcale, dove le vicende di abuso, violenza e assassinio nei confronti di donne non sono casi isolati, ma ricorrenti e sistemici a livello globale.

In un rapporto di Amnesty international del 2001, intitolato “Corpi violati, menti spezzate“, il terzo capitolo è dedicato alla tortura sulle donne da parte di attori statali e gruppi armati. In esso si dice: “la tortura è usata come uno strumento di repressione politica, per isolare e punire le donne che sfidano l’ordine vigente”. Da tale rapporto emerge che i trattamenti crudeli, gli stupri, l’umiliazione sessuale, sono strumenti classici adottati dalle fdo di molti paesi del mondo. “Nel solo periodo gennaio-settembre 2000, i casi accertati di donne maltrattate durante la loro custodia in carcere furono  innumerevoli nei seguenti paesi: Arabia saudita, Bangladesh, Cina, repubblica democratica del Congo, Ecuador, Egitto, Filippine, Francia, India, Israele, Kenya, Libano, Nepal, Pakistan, Russia, Spagna, Sri lanka, Sudan, Tajikistan, Turchia, Usa.

In Usa il maltrattamento di detenute include, oltre alle percosse, stupro e varie forme di abuso sessuale, anche su donne incinte o gravemente malate. Le denunce di abusi sessuali su donne negli Usa chiamano in causa quasi sempre il personale carcerario maschile, a cui, contrariamente agli standard internazionali, è consentito l’accesso senza supervisione agli istituti di pena femminili in  molte giurisdizioni.

In Cina molte donne, in particolare lavoratrici migranti, sono state detenute con l’accusa di prostituzione e soggette a violenza sessuale. La polizia ha il potere di emettere all’istante multe in base al solo sospetto di prostituzione e può tenere le presunte prostitute e i loro clienti in detenzione amministrativa fino a due anni. Molte di loro sono morte in custodia a causa di torture e maltrattamenti”.

In questi ultimi tempi sentiamo parlare, fortunatamente sempre  più spesso, di abolizione della polizia e di giustizia riparativa. Chi conosce e perora tali cause non pensa ad abbattimenti operati a segmenti, a provvedimenti a compartimenti stagni, né tantomeno a blande riforme emergenziali. Gli strumenti che gruppi e individualità  pensano e che in taluni casi riescono ad adottare sono pratici: autonomia di gestione, rapporti diretti e non sovradeterminanti, rispetto per le decisioni e l’autodeterminazione delle vittime, richiesta di conversione dei fondi pubblici destinati alle fdo a scopo risarcitorio per le vittime. Insomma, si pensa a cambiamenti sostanziali, a multiple e simultanee trasformazioni sociali. Non a colpi di rivoluzioni fatte da organizzazioni genuflesse a leadership supponenti, né a forza di sopperimenti e palliativi a vuoti e soprusi istituzionali mediante chiamata al voto nazionale. Lo stato-nazione del resto è la malattia che produce tutte le metastasi patriarcali. Un esempio lampante di quanto lo stato sia sfacciatamente ipocrita sulla questione della violenza di genere è dato dai cav, centri antiviolenza. Lo stato non riconosce nei fatti la violenza domestica e il maschilismo come fenomeni strutturali e soprattutto consequenziali ad un assetto e una cultura che esso stesso promuove in ogni modo e forma. Pertanto tratta i violenti non occultabili come “singole mele marce”, esattamente come fa con gli appartenenti alle fdo. I cav dovrebbero ospitare molestatori, stalker, abusatori, stupratori, dove personale qualificato potesse attuare percorsi formativi e rieducativi prima che sia troppo tardi, prima che commettano altri abusi o femminicidi. Se uno stato che blatera di benessere collettivo volesse dimostrare che le sua non sono solo parole di  circostanza affidate ai suoi esponenti ogni 25 novembre e ogni 8 marzo, garantirebbe libertà e sicurezza alle vittime, senza confinarle in centri dove tutti o quasi gli oneri e i problemi da risolvere ricadono sulle volontarie e le vittime che chiedono assistenza. Lasciate sole, senza casa, senza reddito, il cui unico approdo è costituito da cav sempre più in affanno a causa dei tagli sui fondi di sussistenza. Anche questa è violenza di stato. Come lo è quella del tribunale dei minori che ha portato via sua figlia a Ginevra Amerighi nove anni fa, con un dispositivo “temporaneo”, per affidarla al padre, un uomo potente e violento.

In India le Gulabi gang, in Usa alcuni gruppi facenti parte del BLM,  in Bolivia il collettivo Mujeres creando, in Cile il già menzionato Las tesis, il Ni una menos in Argentina, che ha ispirato la nascita dei gruppi territoriali di Nudm in Italia: tutte, in qualche modo, organizzano forme di autodifesa, compresa quella fisica, contro gli abusi machisti puntualmente ignorati, quando non addirittura avallati, dallo stato.

Se da anarchista “con un braccio abbraccio i bisogni effettivi, urgenti e con l’altro abbraccio l’ideale” (M. Galindo), ossia agisco in modo concreto all’interno di un sistema reale dove e come posso,  da femminista so bene che un anarchismo che considera secondarie le questioni di genere non è sinistra, non è libertarismo, è spazzatura rossobruna, cui si adatta perfettamente la sintesi di Letty Cottin Pogrebin: “quando gli uomini sono oppressi è una tragedia, quando le donne sono oppresse è tradizione”.

Il patriarcato è una struttura millenaria che ha dato origine a ogni sciagura che si riversa su donne, persone lgbtiqa+, animali non umani, uomini insofferenti alle gerarchie. Misoginia, omofobia, transfobia, razzismo, specismo, disuguaglianze sociali ed economiche, che si tratti di servitù della gleba o di neoliberismo, paternalismo e maternalismo liberali, stato del benessere e democrazia: sono tutti prodotti patriarcali. Occorre chiedersi cosa sia l’essenza di questo tanto nominato patriarcato. Occorre capire che si tratta di un sistema di poteri ad ampio raggio e distribuiti in modo discrezionale, capace di adattarsi nel tempo, nello spazio, nelle circostanze e di mutare a seconda delle esigenze dell’apparato politico di turno. Apparato che può essere platealmente dominante o illusoriamente e subdolamente magnanimo e illuminato, ma che conserva sempre intatto il suo potenziale coercitivo e la sua nefasta influenza culturale pervasiva.

Lo stato di diritto è una farsa perché i diritti che concede dall’alto sono appannaggio di élite sociali normate e a loro volta normanti; determinate per classe, genere, etnia, orientamento. E’ doveroso esercitare pressione costante sul ben poco illuminato padre di famiglia nazionale, affinché la farsa si trasformi in concretezza. Vigilare sullo stato applicativo di diritti faticosamente ottenuti in passato, pretenderne l’estensione più ampia possibile, lottare per averne di nuovi, è ciò che garantisce una goccia di equità in un mare d’ingiustizia. In attesa, forse vana o forse no, di un processo di smantellamento dei centri di potere, graduale ma inesorabile, in favore dell’assunzione di responsabilità e di controllo reciproco condiviso da parte di formazioni sociali piccole, indipendenti, e fortemente interconnesse. In poche parole: autodeterminazione e senso di appartenenza alla globalità in un unicum.

Il re è nudo, lo stato è nudo, e non saranno i suoi devoti servitori a decretarlo. E’ un annuncio che dovrà provenire dal basso (nel mentre domandiamoci come mai usiamo disinvoltamente questo termine pur non rapportandoci con una monarchia assoluta, ma con la cd rappresentanza della volontà popolare).

Il femminismo è uno strumento oppositivo: decostruire strutture patriarcali è suo diritto e dovere. A cominciare da stato e polizia.

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La democrazia porta la colonia al suo interno.

La democrazia porta la colonia al suo interno.

Come l’ordine democratico non sia nato dal nulla, ma nasconda una storia di violenza che si camuffa construendo dei miti.

di Achille Mbembe, da “Necropolitica”, (Ombre corte, 2016)

Il mondo coloniale, in quanto figlio della democrazia, non era l’antitesi dell’ordine democratico. È sempre stato il suo volto doppio o, ancora, oscuro. Nessuna democrazia esiste senza il suo doppio, senza la sua colonia, poco importa quale sia il nome e la struttura. La colonia non è esterna alla democrazia e non è necessariamente situata fuori dalle sue mura. La democrazia porta la colonia al suo interno, proprio come il colonialismo porta la democrazia, spesso sotto forma di maschera. Come indicava Frantz Fanon, questo volto oscuro in effetti nasconde un vuoto primordiale e fondante: la legge che ha origine nel non diritto, e che è istituita come legge fuori dalla legge. A questo vuoto fondante si aggiunge un secondo vuoto, questa volta di conservazione. Questi due vuoti sono strettamente imbricati l’uno nell’altro. Paradossalmente, l’ordine democratico metropolitano ha bisogno di questo duplice vuoto, in primo luogo, per dare credito all’esistenza di un contrasto irriducibile tra esso e il suo apparente opposto; secondo, per nutrire le sue risorse mitologiche. In altri termini, il costo delle logiche mitologiche necessarie per il funzionamento e la sopravvivenza delle moderne democrazie è l’esteriorizzazione della loro violenza originaria ai terzi luoghi, ai non luoghi, di cui la piantagione, la colonia o, oggi, il campo e la prigione, sono figure emblematiche. La violenza esteriorizzata nelle colonie è rimasta latente nella metropoli. Parte del lavoro delle democrazie consiste nell’attenuare ogni consapevolezza di questa latenza; è rimuovere ogni reale possibilità di interrogare i suoi fondamenti, i suoi sottostanti e le mitologie senza le quali l’ordine che assicura la riproduzione della democrazia di stato improvvisamente vacilla. Il grande timore delle democrazie è che questa violenza, latente all’interno ed esteriorizzata nelle colonie e in altri terzi luoghi, riemerga all’improvviso, e quindi minacci l’idea che l’ordine politico sia stato creato da se stesso (istituito tutto in una volta e per tutti) riuscendo più o meno a farsi passare per buon senso.

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La salute mentale in Palestina, fra pandemia e occupazione.

La salute mentale in Palestina, fra pandemia e occupazione.

In Bilico. Gli effetti della pandemia sulla salute mentale in Palestina. Prima parte.

di Daniela Sala per Radio Radicale, rubrica Fai Notizia

Ohaila Shomar ormai sa per esperienza che le chiamate peggiori sono quelle che arrivano di notte. Quando, due ore dopo la mezzanotte, risponde a una delle trenta linee telefoniche del call center della ONG Sawa, a chiamare, all’altro capo della linea, è una ragazza di 19 anni.

Ha ingerito qualche decina di pillole, e solo un ripensamento all’ultimo l’ha spinta a chiamare il numero gratuito che in Palestina offre un pronto soccorso psicologico a chi tenta il suicidio.

“Siamo stati con lei al telefono per un bel po’; si rifiutava di chiamare un’ambulanza, di dirci il suo indirizzo, o di chiamare chiunque fosse in casa. Era in una situazione molto brutta, abbiamo cercato di aiutarla come potevamo, innanzitutto cercando di capire bene che cosa era successo, e che pillole avesse preso, e quante. Con l’aiuto del dottore che lavora con noi, abbiamo cercato di darle dei consigli su come comportarsi per contrastare l’effetto delle pillole che aveva preso. Le abbiamo chiesto di bere molta acqua, e di cercare di vomitare. Alla fine siamo riusciti a evitare il peggio, ma non è stato facile, e siamo stati con lei al telefono per più di un’ora e mezza”.

Shomar oltre a rispondere al telefono è la direttrice di Sawa, un’organizzazione palestinese che offre supporto psico-sociale telefonico e online. Con l’inizio della pandemia si è trovata a ricevere decine di chiamate simili; a Luglio del 2020, quando è arrivata quella telefonata, la Cisgiordania era per la seconda volta in pieno lockdown: negozi chiusi, coprifuoco, e checkpoint palestinesi all’uscita di ogni città, in aggiunta ai consueti posti di blocco israeliani.

Nei giorni seguenti la ragazza ha chiamato di nuovo, come ci racconta in una video chiamata Shomar, e le hanno spiegato tutti i meccanismi di sostegno e i centri di supporto psicosociale a cui poteva rivolgersi gratuitamente, anche lei ha preferito continuare con la consulenza telefonica da parte di Sawa.

“Sì, sono chiamate molto difficili. Ci troviamo di fronte a situazioni ogni volta diverse. Di solito, le persone ci parlano dell’idea del suicidio, oppure, nel peggiore dei casi, hanno tentato il suicidio. Spesso ci parlano della situazione che stanno vivendo, di come si sentono disperati, senza uscita. Nell’ultimo anno abbiamo ricevuto 56 chiamate di questo tipo da parte di uomini, e 90 chiamate da parte di donne che hanno pensato al suicidio o l’hanno tentato. Sono chiamate molto difficili anche perché non sappiamo quasi mai da dove venga la chiamata; Inoltre quasi sempre queste chiamate arrivano di sera o a notte fonda, ed è molto difficile in quell’orario trovare altri servizi o centri di riferimento, perché quasi tutti sono chiusi”.

Dal momento in cui sono stati registrati i primi casi di COVID 19 a Betlemme, a Marzo, Shomar si è subito organizzata insieme ai suoi colleghi per lavorare in modalità emergenza: da nove operatori che coprivano sedici ore al giorno sono passati in modalità h24.

“Per la prima volta è stato nel 2008, con la guerra a Gaza, che abbiamo provato a lavorare in modalità di emergenza. Così quando è scoppiata la pandemia e siamo entrati in lockdown, per noi è stato abbastanza semplice, vista l’esperienza che abbiamo, convertire di nuovo il nostro servizio in modalità di emergenza. Attraverso la nostra hot line offriamo servizi diversi, sia legali che di supporto psico-sociale. Offriamo servizi di counseling via telefono, via chat o attraverso la nostra app, lavoriamo in queste tre modalità. Recentemente abbiamo anche lanciato un’app per le donne in particolare. Al momento abbiamo trenta linee telefoniche attive, diciassette operatori che su più turni rispondono 24 ore su 24, sette giorni su sette”.

Fra Giugno e Luglio Sawa, che offre supporto e consulenza non solo a chi tenta il suicidio, ma anche a chi subisce violenza domestica o ha problemi legati alla salute mentale, ha registrato un aumento fra il 30% e il 35% delle chiamate in entrata rispetto ai mesi precedenti, centinaia di chiamate ogni giorno, soprattutto da giovani e adolescenti. La pandemia, come ci racconta Shomar, è stata un trauma per tutti, e a livello psicologico è noto che spesso un nuovo trauma risveglia traumi passati. Tra i palestinesi, nati e cresciuti in un continuo contesto di violenza politica, è difficile trovare chi non abbia traumi pregressi. E questo deterioramento della salute mentale della popolazione sembra essersi manifestato anche in un aumento dei suicidi. Se, come diceva Shomar, tra Gennaio e Luglio del 2020 sono 52 le persone che hanno contattato Sawa per un tentato suicidio, nello stesso periodo dell’anno precedente erano solo 10, mentre in tutto il 2020 sono stati 56 uomini e 89 donne a chiamare Sawa a causa di un tentativo di togliersi la vita. Ma i numeri, quando si parla di suicidio, sono comunque solo la punta dell’iceberg; in un contesto complesso come quello palestinese la cautela è d’obbligo.

“In generale non possiamo dire con certezza se c’è stato o no un aumento dei suicidi, perché i numeri che conosciamo sono solo una piccola frazione del reale. Per esperienza personale so di persone che si sono suicidate, eppure la loro morte  è stata registrata come una caduta accidentale o come un incidente d’auto”.

A parlare così è Samah Jabr, uno dei pochissimi psichiatri che lavorano in Cisgiordania, 23 in tutto per una popolazione di 2,5 milioni di persone, e direttrice del dipartimento di salute mentale del Ministero palestinese della Salute: In effetti nonostante la OMS in un report pubblicato a Novembre identifichi fra le priorità proprio la revisione delle linee guida sulla salute mentale e lo sviluppo di una strategia locale per la prevenzione dei suicidi in Palestina, i numeri ufficiali diffusi dal Dipartimento di pianificazione e ricerca della polizia palestinese, registrano una media quasi costante fra i venti e i trenta suicidi all’anno.

“Quello che possiamo dire per certo, è che i numeri ufficialmente registrati dal dipartimento della polizia palestinese sono i casi di suicidio assolutamente innegabili, ma ce ne sono molti di più che scompaiono fra le pieghe del sistema, e penso che se vogliamo migliorare il nostro approccio al fenomeno,  parte della nostra strategia nazionale deve anche includere una raccolta dati più efficace, insieme a un lavoro per diminuire lo stigma e il senso di colpa che accompagnano il fenomeno. Il motivo per cui ho voluto che oggi oltre a me incontrassi anche Zaynab, è che stiamo lavorando insieme proprio a questo, a un training indirizzato ai dottori dei reparti di emergenza. Tra le altre cose abbiamo ideato un nuovo protocollo su come agire nei casi di sospetto tentativo di suicidio”.

Nella video chiamata con Samah, è presente anche Zaynab Hinnawi, che oltre ad avere un dottorato in farmacologia è specializzata in psicologia clinica.

“Riteniamo che questa sia una questione urgente e fondamentale, perché i dottori e il personale dei reparti di emergenza sono in prima linea, e possono davvero fare la differenza. Sono le prima persone a entrare in contatto con una persona che ha tentato il suicidio, e forse per quella persona sarà l’unica occasione di contatto con un medico. Ed è proprio per questo che come primo passo per intervenire sul fenomeno dei suicidi, abbiamo pensato a un training di questo tipo, che poi speriamo di potere espandere. Il risultato è appunto un piano per il personale ospedaliero nei reparti di emergenza, avviato a novembre in cinque ospedali della Cisgiordania, tre a Hebron, un a Beit Jala, e uno a Gerico. L’idea del training si basa in realtà su uno studio condotto dalla ong svizzera  Médecins du monde MDM, che ha identificato un dato allarmante: il 40% delle persone che si sono suicidate erano state in precedenza soccorse almeno una volta in ospedale per un tentato suicidio, ma i medici che le avevano soccorse non avevano riconosciuto il problema, oppure lo avevano ignorato”.

“Lo studio di MDM mostra che ci sono molti casi di tentato suicidio che non vengono identificati. Ci sono persone che sono state ricoverate nei reparti di emergenza, sono state soccorse, ma poi quando sono state dimesse non hanno avuto alcun tipo di supporto. Questo succede perché i medici non chiedono ai pazienti le cause delle loro ferite o del loro trauma, o perché anche se lo vengono a sapere poi coprono la cosa, e conosco casi del genere per esperienza diretta. So ad esempio del caso di un ragazzo ricoverato in pronto soccorso per un avvelenamento di pesticidi, molto difficile da trattare. I medici sono riusciti a salvarlo quasi per miracolo; una volta dimesso il ragazzo però è tornato a casa, sempre con l’idea di suicidarsi, e senza averne parlato con nessuno, e si è impiccato. I nostri dati mostrano che un intervento appropriato da parte dei medici dei reparti di emergenza potrebbe salvare la vita al 20% delle persone, in questi casi. L’obiettivo è che una volta completato il training medici e infermieri siano in grado, attraverso una serie di domande discrete, che seguono però un preciso protocollo, di identificare le persone che manifestano un comportamento autolesionista, che hanno tentato il suicidio e che rischiano di ripetere il gesto se dimessi senza un accompagnamento. In pratica, se fino a oggi il protocollo prevedeva che una persona che avesse tentato il suicidio fosse segnalata alla polizia, ora vogliamo cambiare le cose, e far si che la persona che da questo primo test risulta a rischio suicidio, venga ai servizi di supporto psico-sociali competenti, e che riceva un trattamento adeguato. Ad esempio attraverso il ricovero in ospedale psichiatrico se si tratta di un caso grave e urgente, oppure che sia presa a carico dai centri di salute mentale per un programma di accompagnamento specifico, di counseling, di supporto. Si tratta di una svolta fondamentale”.

Come ci spiega Samah Jabr, il problema è da un lato sì legato allo stigma che la questione del suicidio si porta dietro, ma dall’altro anche a un meccanismo psicologico molto consueto: tendiamo a negare le cose che non sappiamo come affrontare. E non è tutto: nel momento in cui il personale medico riconosce questi casi, è tenuto a occuparsene, e questo si aggiunge a una serie di responsabilità da cui medici e infermieri sono già sommersi. Responsabilità e carichi di lavoro erano criticità già esistenti, ma che sono state esacerbate dalla pandemia.

“Personalmente credo che come in molti altri contesti, anche qui ci siano una serie di fattori di comorbilità preesistenti rispetto alla pandemia. Qui per esempio c’è una situazione di forte violenza politica che è preesistente, ma scontiamo anche lo scarso investimento nella salute e in particolare nella salute mentale. C’è questa idea che i problemi di salute mentale non siano davvero problemi di salute, cioè l’idea che la salute fisica sia sempre più importante, come dimostra per esempio la decisione del ministro della salute di chiudere i centri di riabilitazione per trasformarli in centri anti COVID. Senza dubbio quindi la pandemia ha accentuato le vulnerabilità già esistenti, ma d’altra parte, visto che mi trovo nella posizione di poter prendere delle decisioni e orientare le scelte politiche, ho colto l’occasione per chiedere un aumento delle risorse al dipartimento della salute mentale, e anche per fare informazione sul tema spiegando come la pandemia influisca anche sulla salute mentale”.

La dottoressa Jabr tutto sommato è ottimista, anche riguardo ai risultati che il training avrebbe già dato.

“Abbiamo notato dei cambiamenti positivi già fra l’inizio e la fine di ogni training, a meno di un mese di distanza. Abbiamo visto dottori e infermieri trattare diversamente i casi. La loro attitudine è cambiata: due giorni fa, tanto per fare un esempio, ho ricevuto la chiamata di un medico che mi diceva di essersi trovato di fronte a un caso di sospetto suicidio, e voleva da me un consiglio su come comportarsi.

Quindi siamo sempre ottimiste, perché è già possibile notare un cambiamento, un miglioramento nella pratica”.

Un altro punto di osservazione privilegiato sul fenomeno della salute mentale in pandemia, è l’ospedale psichiatrico di Betlemme, l’unico in Cisgiordania, aperto dal 1998. Ibrahim Khemys, è il direttore della struttura, che conta 180 posti letto per pazienti sia in fase acuta che ricoverati per un lungo periodo. Nell’ospedale lavorato tre psichiatri e cinquantacinque infermieri.

“L’impatto della pandemia sulla salute mentale in generale, e anche in Palestina, è noto. Già prima che il virus arrivasse in Palestina c’era molta paura a livello globale, e come forse ricorderete i primi casi qui sono stati proprio a Betlemme. Era il Marzo 2020, e si è diffusa subito molta paura, soprattutto fra gli abitanti di Betlemme, accompagnata dallo stigma contro le persone di quell’area. Quasi subito abbiamo poi effettivamente notato un incremento dei ricoveri presso l’ospedale psichiatrico, e questo è dovuto a diversi fattori. Da un lato per esempio al fatto che con la chiusura di diversi centri di salute mentale diversi nostri pazienti hanno avuto delle ricadute. Poi con la chiusura dei centri di riabilitazione per le persone con dipendenze da sostanze, che sono che sono stati convertiti in centri COVID, sono anche aumentati i ricoveri di questi casi”.

Sulla questione dei suicidi, le cose sono invece un po’ più complicate, soprattutto di nuovo a causa dello stigma.

“Per quanto riguarda l’aumento di suicidi e di tendenze suicide, è una cosa che abbiamo notato, ma più nella nostra pratica privata che non con le ammissioni all’ospedale. Questo succede perché le persone ricoverate nel nostro ospedale di solito non arrivano qui direttamente, ma ci sono riferite da altri servizi, come i pronto soccorso. Ma in generale chi tenta il suicidio preferisce coprire la cosa, non parlarne, c’è molto stigma intorno. Nelle cliniche private in ogni caso abbiamo visto un aumento, soprattutto fra le persone istruite e culturalmente preparate. Abbiamo visto spesso casi di persone in depressione o con tendenze suicide a causa di un peggioramento delle loro condizioni economiche”.

E fra questi casi, alcuni sono stati seguiti direttamente da Khemys.

“Ricordo ad esempio un caso, di un uomo d’affari molto conosciuto nell’area, una persona con diversi negozi e diversi dipendenti. A causa del lockdown e del peggioramento delle condizioni economiche, quest’uomo si è trovato in difficoltà, non riuscendo più a ripagare una serie di deviti e le tasse, ed è andato in depressione, con alcune manifestazioni psicotiche. Abbiamo cercato di seguirlo il più attentamente possibile, ma questi sono trattamenti che richiedono molti mesi. Dopo circa una decina di giorni che era in terapia, ha scritto un biglietto di addio alla famiglia in cui diceva di volersi suicidare. Per fortuna i suoi familiari lo hanno trovato in tempo, e lo hanno portato in ospedale. E’ difficile in generale trattare questi casi, bisogna agire sia con i farmaci, sia con la terapia. Ci vuole tempo, sono casi complessi”.

Il tema della salute mentale è un tema molto complicato, e lo è ancora di più in un contesto complesso come quello palestinese.