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La salute mentale in Palestina, fra pandemia e occupazione.

La salute mentale in Palestina, fra pandemia e occupazione.

In Bilico. Gli effetti della pandemia sulla salute mentale in Palestina. Prima parte.

di Daniela Sala per Radio Radicale, rubrica Fai Notizia

Ohaila Shomar ormai sa per esperienza che le chiamate peggiori sono quelle che arrivano di notte. Quando, due ore dopo la mezzanotte, risponde a una delle trenta linee telefoniche del call center della ONG Sawa, a chiamare, all’altro capo della linea, è una ragazza di 19 anni.

Ha ingerito qualche decina di pillole, e solo un ripensamento all’ultimo l’ha spinta a chiamare il numero gratuito che in Palestina offre un pronto soccorso psicologico a chi tenta il suicidio.

“Siamo stati con lei al telefono per un bel po’; si rifiutava di chiamare un’ambulanza, di dirci il suo indirizzo, o di chiamare chiunque fosse in casa. Era in una situazione molto brutta, abbiamo cercato di aiutarla come potevamo, innanzitutto cercando di capire bene che cosa era successo, e che pillole avesse preso, e quante. Con l’aiuto del dottore che lavora con noi, abbiamo cercato di darle dei consigli su come comportarsi per contrastare l’effetto delle pillole che aveva preso. Le abbiamo chiesto di bere molta acqua, e di cercare di vomitare. Alla fine siamo riusciti a evitare il peggio, ma non è stato facile, e siamo stati con lei al telefono per più di un’ora e mezza”.

Shomar oltre a rispondere al telefono è la direttrice di Sawa, un’organizzazione palestinese che offre supporto psico-sociale telefonico e online. Con l’inizio della pandemia si è trovata a ricevere decine di chiamate simili; a Luglio del 2020, quando è arrivata quella telefonata, la Cisgiordania era per la seconda volta in pieno lockdown: negozi chiusi, coprifuoco, e checkpoint palestinesi all’uscita di ogni città, in aggiunta ai consueti posti di blocco israeliani.

Nei giorni seguenti la ragazza ha chiamato di nuovo, come ci racconta in una video chiamata Shomar, e le hanno spiegato tutti i meccanismi di sostegno e i centri di supporto psicosociale a cui poteva rivolgersi gratuitamente, anche lei ha preferito continuare con la consulenza telefonica da parte di Sawa.

“Sì, sono chiamate molto difficili. Ci troviamo di fronte a situazioni ogni volta diverse. Di solito, le persone ci parlano dell’idea del suicidio, oppure, nel peggiore dei casi, hanno tentato il suicidio. Spesso ci parlano della situazione che stanno vivendo, di come si sentono disperati, senza uscita. Nell’ultimo anno abbiamo ricevuto 56 chiamate di questo tipo da parte di uomini, e 90 chiamate da parte di donne che hanno pensato al suicidio o l’hanno tentato. Sono chiamate molto difficili anche perché non sappiamo quasi mai da dove venga la chiamata; Inoltre quasi sempre queste chiamate arrivano di sera o a notte fonda, ed è molto difficile in quell’orario trovare altri servizi o centri di riferimento, perché quasi tutti sono chiusi”.

Dal momento in cui sono stati registrati i primi casi di COVID 19 a Betlemme, a Marzo, Shomar si è subito organizzata insieme ai suoi colleghi per lavorare in modalità emergenza: da nove operatori che coprivano sedici ore al giorno sono passati in modalità h24.

“Per la prima volta è stato nel 2008, con la guerra a Gaza, che abbiamo provato a lavorare in modalità di emergenza. Così quando è scoppiata la pandemia e siamo entrati in lockdown, per noi è stato abbastanza semplice, vista l’esperienza che abbiamo, convertire di nuovo il nostro servizio in modalità di emergenza. Attraverso la nostra hot line offriamo servizi diversi, sia legali che di supporto psico-sociale. Offriamo servizi di counseling via telefono, via chat o attraverso la nostra app, lavoriamo in queste tre modalità. Recentemente abbiamo anche lanciato un’app per le donne in particolare. Al momento abbiamo trenta linee telefoniche attive, diciassette operatori che su più turni rispondono 24 ore su 24, sette giorni su sette”.

Fra Giugno e Luglio Sawa, che offre supporto e consulenza non solo a chi tenta il suicidio, ma anche a chi subisce violenza domestica o ha problemi legati alla salute mentale, ha registrato un aumento fra il 30% e il 35% delle chiamate in entrata rispetto ai mesi precedenti, centinaia di chiamate ogni giorno, soprattutto da giovani e adolescenti. La pandemia, come ci racconta Shomar, è stata un trauma per tutti, e a livello psicologico è noto che spesso un nuovo trauma risveglia traumi passati. Tra i palestinesi, nati e cresciuti in un continuo contesto di violenza politica, è difficile trovare chi non abbia traumi pregressi. E questo deterioramento della salute mentale della popolazione sembra essersi manifestato anche in un aumento dei suicidi. Se, come diceva Shomar, tra Gennaio e Luglio del 2020 sono 52 le persone che hanno contattato Sawa per un tentato suicidio, nello stesso periodo dell’anno precedente erano solo 10, mentre in tutto il 2020 sono stati 56 uomini e 89 donne a chiamare Sawa a causa di un tentativo di togliersi la vita. Ma i numeri, quando si parla di suicidio, sono comunque solo la punta dell’iceberg; in un contesto complesso come quello palestinese la cautela è d’obbligo.

“In generale non possiamo dire con certezza se c’è stato o no un aumento dei suicidi, perché i numeri che conosciamo sono solo una piccola frazione del reale. Per esperienza personale so di persone che si sono suicidate, eppure la loro morte  è stata registrata come una caduta accidentale o come un incidente d’auto”.

A parlare così è Samah Jabr, uno dei pochissimi psichiatri che lavorano in Cisgiordania, 23 in tutto per una popolazione di 2,5 milioni di persone, e direttrice del dipartimento di salute mentale del Ministero palestinese della Salute: In effetti nonostante la OMS in un report pubblicato a Novembre identifichi fra le priorità proprio la revisione delle linee guida sulla salute mentale e lo sviluppo di una strategia locale per la prevenzione dei suicidi in Palestina, i numeri ufficiali diffusi dal Dipartimento di pianificazione e ricerca della polizia palestinese, registrano una media quasi costante fra i venti e i trenta suicidi all’anno.

“Quello che possiamo dire per certo, è che i numeri ufficialmente registrati dal dipartimento della polizia palestinese sono i casi di suicidio assolutamente innegabili, ma ce ne sono molti di più che scompaiono fra le pieghe del sistema, e penso che se vogliamo migliorare il nostro approccio al fenomeno,  parte della nostra strategia nazionale deve anche includere una raccolta dati più efficace, insieme a un lavoro per diminuire lo stigma e il senso di colpa che accompagnano il fenomeno. Il motivo per cui ho voluto che oggi oltre a me incontrassi anche Zaynab, è che stiamo lavorando insieme proprio a questo, a un training indirizzato ai dottori dei reparti di emergenza. Tra le altre cose abbiamo ideato un nuovo protocollo su come agire nei casi di sospetto tentativo di suicidio”.

Nella video chiamata con Samah, è presente anche Zaynab Hinnawi, che oltre ad avere un dottorato in farmacologia è specializzata in psicologia clinica.

“Riteniamo che questa sia una questione urgente e fondamentale, perché i dottori e il personale dei reparti di emergenza sono in prima linea, e possono davvero fare la differenza. Sono le prima persone a entrare in contatto con una persona che ha tentato il suicidio, e forse per quella persona sarà l’unica occasione di contatto con un medico. Ed è proprio per questo che come primo passo per intervenire sul fenomeno dei suicidi, abbiamo pensato a un training di questo tipo, che poi speriamo di potere espandere. Il risultato è appunto un piano per il personale ospedaliero nei reparti di emergenza, avviato a novembre in cinque ospedali della Cisgiordania, tre a Hebron, un a Beit Jala, e uno a Gerico. L’idea del training si basa in realtà su uno studio condotto dalla ong svizzera  Médecins du monde MDM, che ha identificato un dato allarmante: il 40% delle persone che si sono suicidate erano state in precedenza soccorse almeno una volta in ospedale per un tentato suicidio, ma i medici che le avevano soccorse non avevano riconosciuto il problema, oppure lo avevano ignorato”.

“Lo studio di MDM mostra che ci sono molti casi di tentato suicidio che non vengono identificati. Ci sono persone che sono state ricoverate nei reparti di emergenza, sono state soccorse, ma poi quando sono state dimesse non hanno avuto alcun tipo di supporto. Questo succede perché i medici non chiedono ai pazienti le cause delle loro ferite o del loro trauma, o perché anche se lo vengono a sapere poi coprono la cosa, e conosco casi del genere per esperienza diretta. So ad esempio del caso di un ragazzo ricoverato in pronto soccorso per un avvelenamento di pesticidi, molto difficile da trattare. I medici sono riusciti a salvarlo quasi per miracolo; una volta dimesso il ragazzo però è tornato a casa, sempre con l’idea di suicidarsi, e senza averne parlato con nessuno, e si è impiccato. I nostri dati mostrano che un intervento appropriato da parte dei medici dei reparti di emergenza potrebbe salvare la vita al 20% delle persone, in questi casi. L’obiettivo è che una volta completato il training medici e infermieri siano in grado, attraverso una serie di domande discrete, che seguono però un preciso protocollo, di identificare le persone che manifestano un comportamento autolesionista, che hanno tentato il suicidio e che rischiano di ripetere il gesto se dimessi senza un accompagnamento. In pratica, se fino a oggi il protocollo prevedeva che una persona che avesse tentato il suicidio fosse segnalata alla polizia, ora vogliamo cambiare le cose, e far si che la persona che da questo primo test risulta a rischio suicidio, venga ai servizi di supporto psico-sociali competenti, e che riceva un trattamento adeguato. Ad esempio attraverso il ricovero in ospedale psichiatrico se si tratta di un caso grave e urgente, oppure che sia presa a carico dai centri di salute mentale per un programma di accompagnamento specifico, di counseling, di supporto. Si tratta di una svolta fondamentale”.

Come ci spiega Samah Jabr, il problema è da un lato sì legato allo stigma che la questione del suicidio si porta dietro, ma dall’altro anche a un meccanismo psicologico molto consueto: tendiamo a negare le cose che non sappiamo come affrontare. E non è tutto: nel momento in cui il personale medico riconosce questi casi, è tenuto a occuparsene, e questo si aggiunge a una serie di responsabilità da cui medici e infermieri sono già sommersi. Responsabilità e carichi di lavoro erano criticità già esistenti, ma che sono state esacerbate dalla pandemia.

“Personalmente credo che come in molti altri contesti, anche qui ci siano una serie di fattori di comorbilità preesistenti rispetto alla pandemia. Qui per esempio c’è una situazione di forte violenza politica che è preesistente, ma scontiamo anche lo scarso investimento nella salute e in particolare nella salute mentale. C’è questa idea che i problemi di salute mentale non siano davvero problemi di salute, cioè l’idea che la salute fisica sia sempre più importante, come dimostra per esempio la decisione del ministro della salute di chiudere i centri di riabilitazione per trasformarli in centri anti COVID. Senza dubbio quindi la pandemia ha accentuato le vulnerabilità già esistenti, ma d’altra parte, visto che mi trovo nella posizione di poter prendere delle decisioni e orientare le scelte politiche, ho colto l’occasione per chiedere un aumento delle risorse al dipartimento della salute mentale, e anche per fare informazione sul tema spiegando come la pandemia influisca anche sulla salute mentale”.

La dottoressa Jabr tutto sommato è ottimista, anche riguardo ai risultati che il training avrebbe già dato.

“Abbiamo notato dei cambiamenti positivi già fra l’inizio e la fine di ogni training, a meno di un mese di distanza. Abbiamo visto dottori e infermieri trattare diversamente i casi. La loro attitudine è cambiata: due giorni fa, tanto per fare un esempio, ho ricevuto la chiamata di un medico che mi diceva di essersi trovato di fronte a un caso di sospetto suicidio, e voleva da me un consiglio su come comportarsi.

Quindi siamo sempre ottimiste, perché è già possibile notare un cambiamento, un miglioramento nella pratica”.

Un altro punto di osservazione privilegiato sul fenomeno della salute mentale in pandemia, è l’ospedale psichiatrico di Betlemme, l’unico in Cisgiordania, aperto dal 1998. Ibrahim Khemys, è il direttore della struttura, che conta 180 posti letto per pazienti sia in fase acuta che ricoverati per un lungo periodo. Nell’ospedale lavorato tre psichiatri e cinquantacinque infermieri.

“L’impatto della pandemia sulla salute mentale in generale, e anche in Palestina, è noto. Già prima che il virus arrivasse in Palestina c’era molta paura a livello globale, e come forse ricorderete i primi casi qui sono stati proprio a Betlemme. Era il Marzo 2020, e si è diffusa subito molta paura, soprattutto fra gli abitanti di Betlemme, accompagnata dallo stigma contro le persone di quell’area. Quasi subito abbiamo poi effettivamente notato un incremento dei ricoveri presso l’ospedale psichiatrico, e questo è dovuto a diversi fattori. Da un lato per esempio al fatto che con la chiusura di diversi centri di salute mentale diversi nostri pazienti hanno avuto delle ricadute. Poi con la chiusura dei centri di riabilitazione per le persone con dipendenze da sostanze, che sono che sono stati convertiti in centri COVID, sono anche aumentati i ricoveri di questi casi”.

Sulla questione dei suicidi, le cose sono invece un po’ più complicate, soprattutto di nuovo a causa dello stigma.

“Per quanto riguarda l’aumento di suicidi e di tendenze suicide, è una cosa che abbiamo notato, ma più nella nostra pratica privata che non con le ammissioni all’ospedale. Questo succede perché le persone ricoverate nel nostro ospedale di solito non arrivano qui direttamente, ma ci sono riferite da altri servizi, come i pronto soccorso. Ma in generale chi tenta il suicidio preferisce coprire la cosa, non parlarne, c’è molto stigma intorno. Nelle cliniche private in ogni caso abbiamo visto un aumento, soprattutto fra le persone istruite e culturalmente preparate. Abbiamo visto spesso casi di persone in depressione o con tendenze suicide a causa di un peggioramento delle loro condizioni economiche”.

E fra questi casi, alcuni sono stati seguiti direttamente da Khemys.

“Ricordo ad esempio un caso, di un uomo d’affari molto conosciuto nell’area, una persona con diversi negozi e diversi dipendenti. A causa del lockdown e del peggioramento delle condizioni economiche, quest’uomo si è trovato in difficoltà, non riuscendo più a ripagare una serie di deviti e le tasse, ed è andato in depressione, con alcune manifestazioni psicotiche. Abbiamo cercato di seguirlo il più attentamente possibile, ma questi sono trattamenti che richiedono molti mesi. Dopo circa una decina di giorni che era in terapia, ha scritto un biglietto di addio alla famiglia in cui diceva di volersi suicidare. Per fortuna i suoi familiari lo hanno trovato in tempo, e lo hanno portato in ospedale. E’ difficile in generale trattare questi casi, bisogna agire sia con i farmaci, sia con la terapia. Ci vuole tempo, sono casi complessi”.

Il tema della salute mentale è un tema molto complicato, e lo è ancora di più in un contesto complesso come quello palestinese.

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