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Lo stato è il peggior nemico delle donne.

Lo stato è il peggior nemico delle donne.

Critica femminista e libertaria ai nodi di potere patriarcale che soffocano la società e che trovano la loro intersezione negli stati-nazione. 

di Angry Pollyanna, per Intersecta.

Nel suo bellissimo discorso a proposito di femminismo, in occasione dello scorso 8 marzo, Maria Galindo ha detto cose fondamentali per chi ha come obiettivo ultimo la depatriarcalizzazione della società. Dalla traduzione letterale di un passaggio cruciale: “il femminismo è una proposta di rivoluzione dell’ordine stabilito, non l’incorporazione delle donne nella medesima struttura patriarcale per rafforzarla. Depatriarcalizzare significa decostruire e trasformare totalmente la società, non femminilizzarla”. Galindo parla di controcultura, contropotere, di riscrivere i sentimenti del corpo sociale. Per rivoluzione intende il cambiamento dell’ordine simbolico e materiale delle cose, in modo continuo e non finalista. La trasformazione dell’immaginario sociale prevede un costante lavoro teorico e pratico atto a smantellare ogni aspetto che supporta la civiltà patriarcale. Un radicalismo femminista nella sua accezione più profonda non può perciò tapparsi gli occhi davanti all’inevitabile conflitto femminismo-stato.

L’incarnazione per antonomasia della moderna civiltà patriarcale è lo stato. Se non teniamo in considerazione questo fatto essenziale, assisteremo per l’ennesima volta alla “riduzione a brand del femminismo, per essere impacchettato e rivenduto”.

Chi ci ha sbattuto di recente in faccia come un secchio di acqua gelata la violenza istituzionale misogina,  è stato il collettivo cileno Las tesis, di Valparaiso, che ha creato nel 2019 la manifestazione- spettacolo “Un violador en tu camino“, ispirato dall’infaticabile e impagabile lavoro di Rita Segato. E’ un inno contro la cultura dello stupro e la violenza di stato. Le femministe cilene hanno inserito una parte esplicitamente dedicata alla violenza della polizia. Violenza che le donne cilene conoscono bene, che hanno sperimentato sui loro corpi e le loro menti sia durante le manifestazioni di piazza del 2019, sia nel passato, durante il regime di Pinochet. Questo happening femminista è stato tradotto in molte lingue e riproposto in vari paesi del mondo. Anche laddove non è stata tradotta la parte che Las tesis ha dedicato alla polizia parafrasandone l’inno machista, esiste l’abuso di stato e dei suoi organismi nei confronti delle donne. Il consenso collettivo, internazionale, non identitario alla protesta di Las tesis ci dice chiaramente che il conflitto stato-feministe è di portata globale.

Il 3 marzo scorso Sarah Everard è stata rapita e brutalmente uccisa da un poliziotto, a Londra. Durante la veglia in memoria di Sarah la polizia ha colpito le partecipanti arrestandone tre. Un rapporto UK del 2014 afferma che 194 donne sono state uccise dal 1970 mentre si trovavano sotto custodia delle forze dell’ordine.

Da uno studio recente effettuato in USA emerge che dei 500 ufficiali di polizia accusati di abusi sessuali tra il 2012 e il 2018 solo 43 sono andati a processo. Quelli che commettono abusi tra le loro pareti domestiche rappresentano una cifra incalcolabile, poiché raramente vengono denunciati dalle loro compagne, le quali sanno bene che è quasi impossibile ottenere protezione e giustizia da quell’apparato che protegge sé stesso e i suoi uomini a qualsiasi costo. Nelle prigioni statunitensi le percentuali di donne costrette a subire abusi fisici o sessuali vanno dal 60% al 94%.

In Italia a febbraio 2021 è stata emessa la condanna in corte d’appello per i due carabinieri che nel settembre del 2017 stuprarono due studentesse statunitensi.

L’agente di polizia di stato Massimo Pigozzi, condannato poi in via definitiva per le atrocità commesse nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001, fu mantenuto in servizio attivo presso la questura di Genova, nonostante le richieste di Amnesty international di sospendere dall’impiego gli indagati. Nel 2005 violentò 4 donne sottoposte a fermo all’interno delle celle in cui erano detenute; denunciarono Pigozzi, il quale fu condannato a 12 anni in via definitiva.

Due ispettori, un sovrintendente e un assistente della polizia di stato che operavano presso la questura di Roma,  furono arrestati nel 2013 per numerosi reati, tra i quali lo stupro di alcune prostitute.

Nel 2018 due allievi della scuola di polizia di Brescia sono stati arrestati per lo stupro di una turista tedesca di 19 anni, in un ostello di Rimini.

Ciò che accomuna tanti servitori di stato, che si tratti della d.i.n.a (polizia segreta del regime Pinochet, che usava abitualmente tortura e umiliazione sessuale come metodi per punire le prigioniere, come testimoniato da Carmen Rojas, che fornì dettagliate informazioni sugli abusi perpetrati alle detenute di villa Grimaldi) o dell’attuale polizia cilena, che si tratti delle forze dell’ordine europee o statunitensi, parliamo sempre e comunque della massima espressione di un organismo patriarcale, dove le vicende di abuso, violenza e assassinio nei confronti di donne non sono casi isolati, ma ricorrenti e sistemici a livello globale.

In un rapporto di Amnesty international del 2001, intitolato “Corpi violati, menti spezzate“, il terzo capitolo è dedicato alla tortura sulle donne da parte di attori statali e gruppi armati. In esso si dice: “la tortura è usata come uno strumento di repressione politica, per isolare e punire le donne che sfidano l’ordine vigente”. Da tale rapporto emerge che i trattamenti crudeli, gli stupri, l’umiliazione sessuale, sono strumenti classici adottati dalle fdo di molti paesi del mondo. “Nel solo periodo gennaio-settembre 2000, i casi accertati di donne maltrattate durante la loro custodia in carcere furono  innumerevoli nei seguenti paesi: Arabia saudita, Bangladesh, Cina, repubblica democratica del Congo, Ecuador, Egitto, Filippine, Francia, India, Israele, Kenya, Libano, Nepal, Pakistan, Russia, Spagna, Sri lanka, Sudan, Tajikistan, Turchia, Usa.

In Usa il maltrattamento di detenute include, oltre alle percosse, stupro e varie forme di abuso sessuale, anche su donne incinte o gravemente malate. Le denunce di abusi sessuali su donne negli Usa chiamano in causa quasi sempre il personale carcerario maschile, a cui, contrariamente agli standard internazionali, è consentito l’accesso senza supervisione agli istituti di pena femminili in  molte giurisdizioni.

In Cina molte donne, in particolare lavoratrici migranti, sono state detenute con l’accusa di prostituzione e soggette a violenza sessuale. La polizia ha il potere di emettere all’istante multe in base al solo sospetto di prostituzione e può tenere le presunte prostitute e i loro clienti in detenzione amministrativa fino a due anni. Molte di loro sono morte in custodia a causa di torture e maltrattamenti”.

In questi ultimi tempi sentiamo parlare, fortunatamente sempre  più spesso, di abolizione della polizia e di giustizia riparativa. Chi conosce e perora tali cause non pensa ad abbattimenti operati a segmenti, a provvedimenti a compartimenti stagni, né tantomeno a blande riforme emergenziali. Gli strumenti che gruppi e individualità  pensano e che in taluni casi riescono ad adottare sono pratici: autonomia di gestione, rapporti diretti e non sovradeterminanti, rispetto per le decisioni e l’autodeterminazione delle vittime, richiesta di conversione dei fondi pubblici destinati alle fdo a scopo risarcitorio per le vittime. Insomma, si pensa a cambiamenti sostanziali, a multiple e simultanee trasformazioni sociali. Non a colpi di rivoluzioni fatte da organizzazioni genuflesse a leadership supponenti, né a forza di sopperimenti e palliativi a vuoti e soprusi istituzionali mediante chiamata al voto nazionale. Lo stato-nazione del resto è la malattia che produce tutte le metastasi patriarcali. Un esempio lampante di quanto lo stato sia sfacciatamente ipocrita sulla questione della violenza di genere è dato dai cav, centri antiviolenza. Lo stato non riconosce nei fatti la violenza domestica e il maschilismo come fenomeni strutturali e soprattutto consequenziali ad un assetto e una cultura che esso stesso promuove in ogni modo e forma. Pertanto tratta i violenti non occultabili come “singole mele marce”, esattamente come fa con gli appartenenti alle fdo. I cav dovrebbero ospitare molestatori, stalker, abusatori, stupratori, dove personale qualificato potesse attuare percorsi formativi e rieducativi prima che sia troppo tardi, prima che commettano altri abusi o femminicidi. Se uno stato che blatera di benessere collettivo volesse dimostrare che le sua non sono solo parole di  circostanza affidate ai suoi esponenti ogni 25 novembre e ogni 8 marzo, garantirebbe libertà e sicurezza alle vittime, senza confinarle in centri dove tutti o quasi gli oneri e i problemi da risolvere ricadono sulle volontarie e le vittime che chiedono assistenza. Lasciate sole, senza casa, senza reddito, il cui unico approdo è costituito da cav sempre più in affanno a causa dei tagli sui fondi di sussistenza. Anche questa è violenza di stato. Come lo è quella del tribunale dei minori che ha portato via sua figlia a Ginevra Amerighi nove anni fa, con un dispositivo “temporaneo”, per affidarla al padre, un uomo potente e violento.

In India le Gulabi gang, in Usa alcuni gruppi facenti parte del BLM,  in Bolivia il collettivo Mujeres creando, in Cile il già menzionato Las tesis, il Ni una menos in Argentina, che ha ispirato la nascita dei gruppi territoriali di Nudm in Italia: tutte, in qualche modo, organizzano forme di autodifesa, compresa quella fisica, contro gli abusi machisti puntualmente ignorati, quando non addirittura avallati, dallo stato.

Se da anarchista “con un braccio abbraccio i bisogni effettivi, urgenti e con l’altro abbraccio l’ideale” (M. Galindo), ossia agisco in modo concreto all’interno di un sistema reale dove e come posso,  da femminista so bene che un anarchismo che considera secondarie le questioni di genere non è sinistra, non è libertarismo, è spazzatura rossobruna, cui si adatta perfettamente la sintesi di Letty Cottin Pogrebin: “quando gli uomini sono oppressi è una tragedia, quando le donne sono oppresse è tradizione”.

Il patriarcato è una struttura millenaria che ha dato origine a ogni sciagura che si riversa su donne, persone lgbtiqa+, animali non umani, uomini insofferenti alle gerarchie. Misoginia, omofobia, transfobia, razzismo, specismo, disuguaglianze sociali ed economiche, che si tratti di servitù della gleba o di neoliberismo, paternalismo e maternalismo liberali, stato del benessere e democrazia: sono tutti prodotti patriarcali. Occorre chiedersi cosa sia l’essenza di questo tanto nominato patriarcato. Occorre capire che si tratta di un sistema di poteri ad ampio raggio e distribuiti in modo discrezionale, capace di adattarsi nel tempo, nello spazio, nelle circostanze e di mutare a seconda delle esigenze dell’apparato politico di turno. Apparato che può essere platealmente dominante o illusoriamente e subdolamente magnanimo e illuminato, ma che conserva sempre intatto il suo potenziale coercitivo e la sua nefasta influenza culturale pervasiva.

Lo stato di diritto è una farsa perché i diritti che concede dall’alto sono appannaggio di élite sociali normate e a loro volta normanti; determinate per classe, genere, etnia, orientamento. E’ doveroso esercitare pressione costante sul ben poco illuminato padre di famiglia nazionale, affinché la farsa si trasformi in concretezza. Vigilare sullo stato applicativo di diritti faticosamente ottenuti in passato, pretenderne l’estensione più ampia possibile, lottare per averne di nuovi, è ciò che garantisce una goccia di equità in un mare d’ingiustizia. In attesa, forse vana o forse no, di un processo di smantellamento dei centri di potere, graduale ma inesorabile, in favore dell’assunzione di responsabilità e di controllo reciproco condiviso da parte di formazioni sociali piccole, indipendenti, e fortemente interconnesse. In poche parole: autodeterminazione e senso di appartenenza alla globalità in un unicum.

Il re è nudo, lo stato è nudo, e non saranno i suoi devoti servitori a decretarlo. E’ un annuncio che dovrà provenire dal basso (nel mentre domandiamoci come mai usiamo disinvoltamente questo termine pur non rapportandoci con una monarchia assoluta, ma con la cd rappresentanza della volontà popolare).

Il femminismo è uno strumento oppositivo: decostruire strutture patriarcali è suo diritto e dovere. A cominciare da stato e polizia.

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