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A chi interessa davvero l’Africa postcoloniale?

A chi interessa davvero l’Africa postcoloniale?

Barkhane: le operazioni coloniali e i conflitti fra interessi occidentali sotto il manto della lotta al terrorismo nel Sahel.

a cura di Intersecta.

L’opération Barkhane, di cui si parla veramente poco, è una campagna militare francese in Africa che, dietro la necessità, non solo francese, di arrestare lo sviluppo dei gruppi terroristi salafiti (legati ad Al Quaida, a
Daech o autonomi) che insanguinano il Sahel e destabilizzano i fragili governi locali, cela la voglia dell’ex potenza coloniale di continuare a gestire la vasta regione, il cui sottosuolo è ricco di minerali preziosi e terre rare, e che rappresenta un crocevia fondamentale per tutti i tipi di traffici (in primo luogo esseri umani e armi, ma anche droga).
La campagna è iniziata nel 2014, sotto la presidenza Hollande, e nasce dalla necessità di ristabilire il predominio francese nell’area, messo a rischio dall’incancrenirsi della crisi libica e dalla difficile situazione in
Mali, la cui parte settentrionale era stata presa dai djihadisti (in una strana alleanza con gli indipendentisti tuareg) e poi faticosamente riconquistata dalle truppe lealiste e dalla Francia. Doveva esaurirsi in pochi anni ed eliminare la minaccia terroristica, ma si è rivelata un vero pantano per la Francia, oltre a costare in termini di vite umane (45 morti fra i militari francesi) e di risorse economiche.
Prima Hollande e soprattutto poi Macron avrebbero voluto dare alla missione un respiro europeo, coinvolgendo sul campo gli altri paesi dell’Unione, e presentandola come “risposta europea al terrorismo”.
La risposta dei paesi europei è stata però: “Marameo!”.
Perché? In primo luogo, la missione sarebbe stata a guida francese, e questo gli altri paesi lo avrebbero gradito poco. Inoltre, visto che era chiaro che la lotta al terrorismo era il paravento per le mire
espansionistiche francesi, paesi come l’Italia e la Germania, che hanno nella stessa zona interessi economici confliggenti con quelli di Parigi (vedi l’Italia in Libia) non avevano e non hanno nessuna intenzione di dare una mano al principale rivale. “Sono ex colonie tue, sbrigatela tu”, hanno fatto sapere prima a Hollande e poi a Macron.
L’unica cosa che la Francia ha ottenuto è un minuscolo contingente di soldati estoni, cechi, danesi e britannici, peraltro mai coinvolti in azioni di scontro sul campo.
Per quanto riguarda invece gli alleati africani, Niger, Ciad, Mali, Mauritania e Burkina Faso, la situazione non è per niente migliore. Presidenti che promettono sostegno e truppe, e che contemporaneamente trattano con le componenti più moderate della guerriglia djihadista, o che cercano di mettere le mani sui fondi per
accontentare le pretese di generali locali. La permeabilità fra le truppe africane e i gruppi terroristi è inoltre molto evidente, e non sono rari i casi di doppio gioco. Del resto l’aerea del Sahel, poverissima sebbene ricca di risorse, e amministrata da governi corrotti che fanno leva sulle diatribe etniche per conservare il potere, è da anni un serbatoio per il reclutamento di giovani in fuga dalla disoccupazione e dall’assenza di
prospettive, che finiscono per ingrossare le fila dei vari gruppi djiadisti.
La Francia conduce quindi una guerra sporca, con droni, aerei, carri armati mimetici, in un territorio impervio e ostile, con degli avversari spesso invisibili che a sorpresa attaccano. Ha già perso, come dicevo,
45 uomini, e nonostante abbia assestato diversi colpi ai gruppi terroristici (non disdegnando di colpire anche i civili, come in un attacco in Mali ai primi di Gennaio, in cui un intero villaggio fu raso al suolo e malgrado il tentativo di fare passare quella povera gente per terroristi la verità venne a galla), di fatto non ha cambiato niente nei rapporti di forza nell’area. Anzi, alcuni gruppi fra quelli che combatte con le armi, rischiano presto di entrare nelle coalizioni di governo in Mali e in Burkina Faso.
L’unico vero alleato che Parigi aveva, e l’unico a capo di un esercito quantomeno decente e un po’ più fedele degli altri, era il Ciad di Idriss Déby, autocrate messo al potere nel 1990 proprio dall’ex potenza
coloniale e da allora sempre rieletto “democraticamente” (e pazienza si gli oppositori sono incarcerati, esiliati o peggio), che ci teneva essere l’interlocutore principale e a dire la sua su tutto quello che succedeva
nel Sahel. Tuttavia la morte, qualche giorno fa in uno scontro a fuoco proprio con i gruppi djhadisti, proprio di Déby, rischia seriamente di complicare ancora di più la situazione per la Francia, e a Parigi già da tempo alcuni generali parlano sempre meno sottovoce di “Vietnam à la sauce française” e di una faccenda che non si risolverà prima di dieci o quindici anni.
Il problema per Macron è quantomai spinoso perché questa guerra impopolare sta anche costando parecchio ai contribuenti, che soprattutto in tempo di emergenza sanitaria hanno sempre meno voglia di pagare per tenere delle truppe a fare non si sa bene cosa. Il presidente e la ministra della difesa Florence Parly lodano i successi dell’operazione, ma il malcontento monta sempre più, malgrado un dibattito parlamentare sui costi e i risultati della missione finora sia stato impedito.
Si comincia lentamente a parlare di exit strategy, anche se non si sa come e quando, e i G5 Sahel, pomposamente convocati da Macron con gli alleati africani approdano regolarmente a dei nulla di fatto.
In tutto questo, rimane il fatto che il Sahel è il principale teatro dei traffici di migranti provenienti dall’Africa centro occidentale (Nigeria in primo luogo, ma anche Senegal, Gambia, Congo) e orientale (la Somalia sconvolta dall’infinita guerra civile e l’Eritrea sotto una ferrea dittatura), transito obbligato per migliaia di disperati e fonte di guadagno per milizie e trafficanti (a loro volta pagate anche dall’Europa per ridurre i flussi).
E’ evidente quindi che la morte di Déby rende ancora più critica la situazione e difficile prevedere gli sviluppi, considerando anche quello che sta avvenendo in Etiopia (guerra nella regione del Tigray), e nel
Sudan (difficile governo di transizione e compromesso fra civili e militari dopo la caduta di Bashir).
Ma a chi interessa davvero l’Africa postcoloniale?

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