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Immaginare un mondo senza prigioni, senza polizia e senza tribunali.

Immaginare un mondo senza prigioni, senza polizia e senza tribunali.

Abolizionismo penale, istruzioni per l’uso. Intervista a Gwenola Ricordeau.

di Amélie Tresfels, per Urbania.fr   Traduzione: Intersecta

“Verrà un giorno e verrà una notte in cui danzeremo sulle ceneri dei loro commissariati, dei loro tribunali e delle loro prigioni”. Nel momento in cui le violenze delle forze dell’ordine sono sempre più visibili e il tasso di incarcerazione continua ad aumentare in Francia, contrariamente a quanto accade in altri paesi europei, il tema dell’abolizione della prigione e della polizia comincia a essere presente nel dibattito pubblico. Molte persone interessate si interrogano sulla realizzazione concreta di questo progetto politico. Di cosa si parla quando si parla di abolire queste istituzioni?

Nel suo ultimo libro, “Dei crimini e delle pene. Pensare l’abolizionismo penale” (éd. Grevis, 2021, in francese. Inedito in italiano NdT), Gwenola Ricordeau, professoressa e ricercatrice in giustizia criminale alla California State University, ripropone tre testi classici dell’abolizionismo penale, scritti fra il 1970 e il 1990 e tradotti in francese per la prima volta. Ricontestualizzando questi scritti del criminologo norvegese Nils Christie, del giurista olandese Louk Hulsman e della militante americana Ruth Morris, la curatrice del libro dimostra la loro attualità per immaginare un mondo senza prigioni, senza polizia e senza tribunali. Perché l’abolizionismo penale significa sì abolire la prigione, ma non solo questo. Le persone abolizioniste di oggi mostrano che è tutto un sistema a essere coinvolto, e che non si può abolire la prigione senza ripensare la giustizia nella sua globalità.

Lungi dall’essere un’opera prettamente teorica, “Dei crimini e delle pene” (per un* lett*e italian* è evidente il riferimento nel titolo all’opera di Cesare Beccaria, NdT) rende il tema accessibile a un vasto pubblico e presenta l’abolizionismo penale come un progetto in fieri, in movimento, che va immaginato insieme.

Gwenola, lei ha scelto di presentare e ricontestualizzare tre classici dell’abolizionismo penale che sono stati scritti negli anni ’70, ’80 e ’90. Sono ancora attuali nel 2021?

Questo libro ha una doppia ambizione: permettere una conoscenza più approfondita del pensiero abolizionista e della sua storia, e al tempo stesso fare dialogare dei testi abolizionisti pensati e scritti alcuni decenni fa con il mondo di oggi e i suoi problemi. In questi testi troviamo una critica della categoria di “crimine” e del suo uso.  Nils Christie, Louk Hulsman e Ruth Morris muovono anche una critica al concetto stesso di ricorso a una punizione. Inoltre il testo di Ruth Morris riportato nel mio libro è dedicato espressamente ai bisogni delle vittime e denuncia la “dipendenza penale”. Mi è sembrato molto in fase con i problemi di oggi.

 Quando parliamo di abolizionismo, non parliamo solo di abolire le prigioni, ma di decostruire un intero sistema che gira intorno a questi luoghi e alla logica della giustizia punitiva. Può darci una sua definizione di abolizionismo penale?

Il senso stretto, l’espressione designa il progetto politico di abolire il sistema penale e con esso tutte le istituzioni che lo compongono: polizia, prigioni, tribunali e così via. Cioè tutte le istituzioni che si occupano di quello che il diritto penale chiama “infrazioni” (e più precisamente contravvenzioni, delitti e crimini). Ma per me l’abolizionismo è anche un filo che bisogna tirare: quando si ha un approccio radicale al sistema penale, si arriva per forza a toccare il capitalismo, il patriarcato, il razzismo sistemico, le strutture coloniali e l’abilismo

Lei ha scritto che “L’abolizionismo produce una vera rivoluzione: gli attori politici non sono, o non sono più le persone incarcerate, ma quelle che hanno subito pregiudizi, gli autori dei pregiudizi, e le loro comunità”. Perché è importante non parlare solo delle persone incarcerate, ma prendere in conto tutto l’ecosistema e le conseguenze per le persone che le circondano?

Qui faccio riferimento a ciò che distingue le riflessioni abolizioniste contemporanee da quella della prima ondata abolizionista degli anni ’70. In un primo momento infatti l’abolizionismo era centrato sulla prigione e le lotte delle persone detenute. Da allora, pur conservando questo carattere fondamentale,  ha allargato il suo raggio: non mette in discussione solo il destino delle persone condannate, ma denuncia anche come il sistema penale risponde male ai bisogni delle vittime.

Oltre al capitalismo, alla razza, al genere e alla sessualità, lei parla di due nuovi fronti sui quali si sviluppano oggi le riflessioni abolizioniste: l’abilismo e l’ambiente. Ci può dire qualcosa in più?

In Francia come altrove esiste una tradizione politica comune fra le lotte delle persone detenute e contro l’istituzione carcere e le lotte contro l’ospedale psichiatrico, la psichiatria punitiva, l’istituzionalizzazione e la burocratizzazione della cura delle persone con handicap, le lotte delle persone in comunità di accoglienza ecc. Ma in questi ultimi anni negli Stati Uniti la questione del rapporto fra l’abilismo e l’istituzione carceraria ha acquisito ulteriore visibilità. Globalbmente, i movimenti politici di lotta contro l’abilismo hanno contribuito a denunciare ciò che la militante antiabilista Stacey Milbern chiama “acces- washing”, cioè la strumentalizzazione dell’accessibilità per le persone diversabili a fini di comunicazione commerciale e politica. E’ questo si riallaccia a una questione importante: da un lato le persone in situazione di handicap sono sovrarappresentate fra le vittime di crimini da parte delle forze dell’ordine, sono istituzionalizzate se così si può dire, dall’altro si parla di rendere accessibili i commissariati, i cellulari di polizia e le celle alle persone in sedia a rotelle…

Il secondo fronte da me evocato è quello dell’ambiente. E’ più recente, ma vediamo che l’impatto delle catastrofi ambientali sulle persone detenute, le conseguenze ecologiche dell’esistenza delle prigioni o i “greeenwashing” messo in atto dal sistema carcerario (per esempio con il verde negli istituti penitenziari, gli orti ecc.) sono temi sempre più discussi dal movimento abolizionista.

Perché ci sono ancora così pochi testi in francese? (In italiano ancora meno, NdT) C’è un come un blocco sul tema dell’abolizione del sistema penale in Francia, a livello di ricerca o di dibattito pubblico?

Esistono alcuni testi, però è vero che molti autori abolizionisti e autrici abolizionisti non hanno trovato traduzioni in Francia, se non in maniera molto parziale. Di fatto, le pubblicazioni in francese sul tema sono in massima parte destinate a lett*r* appartenent* al mondo accademico. Penso che affinché esistano e siano diffusi dei testi è necessario che ci sia un movimento propizio a livello sociale, uno spazio in cui questi testi possano essere discussi. Queste condizioni sono presenti negli USA da una ventina d’anni, ma ancora non lo sono in contesti francofoni.

Spesso si dice che il sistema penale francese non può essere comparato al complesso carcerario-industriale americano, col sottointeso che l’abolizionismo varrebbe solo per gli USA? Perché c’è questo luogo comune?

E’ vero che oggi in Francia le riflessioni dei movimenti  abolizionisti sono spesso presentati come una particolarità statunitense, soprattutto a causa del loro rapporto col le mobilitazioni del movimento BLM  dopo l’omicidio Floyd e con le manifestazioni per l’abolizione della polizia. Ma anche in Francia esistono delle critiche al sistema penale, e in campo politico possiamo citare il collettivo afrofemminista Mwasi, il Genepi o il giornale “L’Evolée”, che si dichiarano a favore dell’abolizione del sistema carcerario. Ci sono anche delle trasmissioni radiofoniche anticarcere, come Carapage, Casse-Muraille e molte altre. Del resto anche in Francia c’è una ricca storia di mobilitazioni anticarcere e abolizioniste dagli anni ’70 in poi.  E’ ovvio che ci sono ordini di grandezza diversi fra Francia e USA, ma il progetto abolizionista non è di incarcerare meno, o meglio, di avere meno polizia o una polizia meno violenta.  Forse l’ampiezza degli arresti di massa e dei crimini delle forze dell’ordine ha avuto per effetto di fare capire a molte persone l’irriformabilità del sistema.

Pensa che la recente condanna di Derek Chauvin mostri proprio quello che diceva? E’ una condanna strategica, un poliziotto “sacrificato” per assicurare il mantenimento del sistema carcerario, penale, e della supremazia bianca?

Penso che prima di tutto sia necessario dire che per la famiglia di George Floyd e per molte persone questa condanna è stata un sollievo, vista la lunga storia di impunità dei crimini delle forse dell’ordine. Ma questa condanna suscita molte altre emozioni e riflessioni, Intanto, questa decisione è stata presentata dai media come “storica”, anche se non è stata la prima del genere, ma le condanne per omicidio a poliziotti sono rare negli USA. Questo presentare come “storica” la sentenza è evidentemente strumentale all’agenda politica de partito democratico e al suo progetto di riforma della polizia, a cui hanno dato proprio il nome di Floyd. Durante la campagna per le presidenziali, Biden e i democratici hanno operato per capitalizzare l’emozione provocata dall’omicidio Floyd e al contempo hanno attaccato le mobilitazioni abolizioniste.

D’altra parte possiamo chiederci quali siano gli effetti della sentenza sul volume dei crimini commessi dalle forse dell’ordine. In parole povere: i poliziotti saranno meno violenti per paura di una condanna? Non è detto, e anzi, nelle quattro ore successive alla condanna di Chauvin la polizia ha ucciso almeno altre sei persone in tutto il paese. Alcun* temono anche che si debba assistere invece a un aumento dei cimini in divisa nei prossimi mesi.

Molt* analisti hanno affermato che sarebbe una pia illusione pensare che la sentenza di condanna abbia rimesso in discussione la supremazia bianca, perché invece essa permette di focalizzare il problema unicamente sui poliziotti razzisti, e non sul razzismo come valore fondante l’intera istituzione. D’altra parte non a caso il National Fraternal Order of Police, il più grande sindacato di polizia, si è dichiarato soddisfatto del risultato del processo: i poliziotti hanno tutto l’interesse a rafforzare l’idea di una polizia che punisce gli individui razzisti e violenti al suo interno.

Lei ha detto che l’abolizionismo “perderebbe la sua anima e le sue radici se diventasse qualcosa di diverso da un movimento di emancipazione di e per le persone e le comunità colpite dall’esistenza del sistema penale”. C’è un rischio di strumentalizzazione del discorso abolizionista?

La strumentalizzazione riformista di alcune rivendicazioni abolizioniste è già all’opera in USA, e lo stesso termine “abolizionismo” è utilizzato da alcune parti politiche, per scopi diversi da quello originario. Per esempio, a volte lo slogan “Aboliamo la polizia” è usato per spingere verso l’impiego di più assistenti sociali o di più interventi di assistenza terapeutica. Ed è un cambio di significato pericoloso. Quando l* abolizionist* dicono “abolire la polizia”, non intendono un trasferimento delle funzioni della polizia ad altri professionisti, né spingere verso la patologizzazione di alcuni comportamenti o alcune persone.

“Dei crimini e delle pene” permette di capire meglio quello che l’abolizionismo non è, ma ci aiuta anche a immaginare quello che potrebbe essere. Louk Hulsman propone per esempio di sostituire l’espressione “crimine” con “situazione problematica”. Perché è una proposta interessante?

Una parte delle riflessioni di Hulsman verte sulla categoria di “crimine”, sulla maniera in cui essa è legata all’idea di responsabilità individuale e su come essa influenza la nostra maniera di pensare la risoluzione dei problemi. Nel suo saggio invita a riflettere sbarazzandoci  di categorie penali, ed per questo che utilizza l’espressione “situazioni poblematiche”. Uno dei suoi obiettivi è di evitare di far pensare che ciò che chiamiamo di solito crimine sia necessariamente un evento di natura diversa dagli altri eventi della vita. E partendo dalla definizione molto comprensiva di “situazione che pone dei problemi”, descrive la varietà e diversità dei modelli di risposta (punitivo, compensatorio, terapeutico, conciliatorio, educativo) che possono essere messi in atto.

Il libro comincia con un testo scritto da lei, intitolato “Per le nostre vite a pezzi”. E’ un testo molto intimo, personale e potente che riguarda soprattutto la relazione fra i detenuti e le loro persone care. Perché ha voluto aprire il libro con un testo non teorico e così personale?

Di formazione sono sociologa, e come ricercatrice ho lavorato sugli effetti della detenzione sulle relazioni familiari e affettive delle persone detenute e modi in cui la prigione colpisce la vita degli affetti degli individui in carcere. Tutto questo lavoro non può prescindere dalla mia esperienza personale, visto che anch’io ho avuto delle persone care in carcere. Tuttavia in questo libro parlo anche del male che il sistema penale fa alle vittime, perché la mia critica a esso parte anche dai loro bisogni, dai nostri bisogni. E’ un testo, il mio, che non ha niente di accademico, e che ha un tono un po’ diverso dal resto del libro. Spero che verrà gradito da chi lo leggerà e che faccia da eco ad alcune esperienze dei lettori e delle lettrici. E’ vero che ciò che ho scritto è personale, ma ho soprattutto provato a mettere per iscritto quello che il sistema penale fa alle persone che lo hanno vissuto, e ho cercato di superare i limiti della scrittura accademica.

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La mia battaglia contro odio, algoritmi, indifferenza e transfobia.

La mia battaglia contro odio, algoritmi, indifferenza e transfobia.

L’artista e attivista Aurora Consolo risponde alle nostre domande.

a cura di Intersecta.

Aurora Consolo è un’artista, illustratrice e attivista per la causa delle persone transgender, che usa Instagram e altri canali per fare informazione e diffondere contenuti di sensibilizzazione, in un paese in cui non essere cis può costare estremamente caro. Si è scontrata fin da subito con la transfobia, gli insulti e l’indifferenza, ma ha proseguito nel suo attivismo e ha creato una comunità di persone con vicende simili o semplicemente interessate alla sua battaglia. Pochi mesi fa è stata oggetto di segnalazioni di massa, fino alla chiusura del suo profilo, con un’accusa di diffusione di messagi d’odio. Lei. Da quel momento si è ritrovata completamente sola, o quasi. Non ha ricevuto la solidarietà di personaggi importanti del mondo LGBT+ italiano, ma non si è comunque arresa. Da qualche giorno il suo profilo è tornato visibile, ma la sua battaglia contro la transfobia e l’odio online non è finita. Le abbiamo fatto qualche domanda.

1) Instagram è un social network utilizzato soprattutto per la pubblicazione di immagini a scopo ludico o commerciale, ma sempre più spesso viene usato per veicolare messaggi e contenuti relativi alle lotte di liberazione personale e politica, sensibilizzare rispetto a cause trascurate dai media ufficiali (quando non apertamente boicottate) e permettere a individualità oppresse di fare rete. Puoi raccontarci la tua esperienza di attivista per la visibilità trans e il tuo incontro con altre persone alleate o con esperienze simili alla tua?

In realtà la mia personale esprienza di attivista e partita semplicemente come reazione all’odio che ricevevo.
Quando mi sono iscritta su Instagram 4 anni fa, all’inizio della mia transizione, usavo instagram come qualsiasi altra ragazza: vetrina personale un po superficiale.
Il problema è nato quando mi sono resa conto del fatto che ricevevo moltissime attenzioni non desiderate negative, e di quanto la mia persona smuovesse critiche e odio gratuito che, in ogni caso, sono sinonimo di interesse.
Mi sono chiesta, quindi, perché non usare tutto questo interesse per qualcosa di utile e quindi insegnare, formare e raccontare la realtà di una ragazza trans visto come viene dipinta la nostra comunità nei media canonici?
Devo essere sincera : non conoscevo tutto questo universo di attivisti che grazie a dio popolano il web, molti riconoscono il fenomeno solo per alcuni nomi molto grossi in termini di follower, ma mi sono resa conto che raccontare la propria storia, essere visibili e decidere personalmente che luce utilizzare per raccontare la propria esperienza di persona oppressa sia cosa molto comune

2) A partire da quando hai ricevuto attacchi, da parte di chi e con che modalità? Instagram ha tutelato il tuo diritto alla libera espressione e a una vita serena, o si è messo dalla parte di chi contesta la tua stessa esistenza di donna trans e militante?

Gli attacchi sono iniziati da quanto ho messo piedi sui social e ho deciso di essere visibile, sono 4 anni che la situazione non cambia e che subisco.
In realtà, grazie a dio, instagram mi ha sempre fatta sentire molto più a sicuro rispetto, ad esempio, a Facebook poiché ciò che viene segnalato viene analizzato in modo migliore.
Facebook è ormai un campo di guerra e nulla tutela davvero da offese e odio.
Il problema, però, su instagram è che l’algoritmo va in palla quando le segnalazioni sono molte, e questo dà a moltissime fasce di utenti particolarmente intolleranti un grande potere per continuare ad opprimere.

3) In rete e in particolar modo su Instagram sono presenti molte pagine di attivismo queer, alcune anche con molt* follower. Hai ricevuto solidarietà da parte di questo mondo o dell’associazionismo LGBT+ “ufficiale”?

Assolutamente no
La mia storia è nota a tutti, quando dico tutti intendo tutti.
A moltissime persone non interessa semplicemente perché non sono famosa e quindi non può esserci un ritorno d’immagine.
Mi sono anche accorta di quanta empatia manchi all’interno della comunità lgbt: nessuno si mette nei panni degli altri e sa solo stare nel suo.
Nessuno mi ha aiutato, a parte qualche attivista piccolo che già conoscevo.
Nessun giornalista, neanche quelli che sui social fanno del vero e proprio rainbow washing essendo pubblicamente paladini di diritti in cui credono solo se possono farci pubblicità, si è interessato al mio caso
Per capirci: se la mia storia fosse diventata virale sarei sulle pagine instagram e Facebook dei vari Tosa, La Torre, Melio etc etc. Invece no, niente.

4) Cosa possiamo fare, noi semplici utenti vicini alla tua causa per protegere il tuo lavoro e la tua libertà di espressione su internet?

L’unico modo davvero efficace è condividere, salvare, per tenere traccia del lavoro di militanza svolto.
Anche se in realtà, visto la facilità con cui il materiale sui social network può essere cancellato, l’unica che può difendere il suo lavoro sono io salvando su altre piattaforme ciò che scrivo.
Il mio era un profilo raccontato, in cui scrivevo molto e raccontavo moltissimo ai miei follower. Quel lavoro mi è stato tolto.

 

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Palestina, non un coflitto, ma una lotta per la dignità.

Palestina, non un coflitto, ma una lotta per la dignità.

Angela Davis: Porre in primo piano la questione della violenza serve quasi inevitabilmente a oscurare i temi che sono al centro delle lotte per la giustizia.

Estratti da un’intervista del 2014 di Frank Barat ad Angela Davis.

Traduzione: Intersecta

Quando è stata l’ultima volta che ha visitato la Palestina? Che impressione le ha lasciato?
Sono andata in Palestina nel giugno del 2011, insieme a una delegazione composta da studiose e attiviste femministe, indigene e di colore. Nella delegazione c’era chi era cresciuta nel regime di apartheid sudafricano, chi nel Sud sotto le leggi Jim Crow, e chi nelle riserve indiane. Nonostante in passato tutte noi avessimo già partecipato ad attività di solidarietà verso la Palestina, quello che abbiamo visto ci ha scioccate al punto che ci siamo riproposte di incoraggiare i gruppi che ciascuna rappresentava a unirsi al movimento BDS e a collaborare al rafforzamento della campagna per la Palestina libera. Più di recente alcune di noi si sono impegnate con successo per l’approvazione di una risoluzione con cui si sollecitava la partecipazione al boicottaggio accademico e culturale organizzato dall’Associazione di Studi Americani. Inoltre le donne della delegazione si sono impegnate nell’approvazione di una risoluzione che, proposta dall’Associazione di Lingue Moderne, richiamava Israele per aver negato l’ingresso in Cisgiordania agli accademici statunitensi che avrebbero dovuto insegnare e fare ricerca nelle università palestinesi.

La comunità internazionale e i mezzi d’informazione occidentali chiedono di continuo, come condizione imprescindibile, che i palestinesi fermino la violenza. Lei come spiegherebbe la popolarità di un simile discorso che sposta sugli oppressi l’onere di assicurare la sicurezza degli oppressori?

Porre in primo piano la questione della violenza serve quasi inevitabilmente a oscurare i temi che sono al centro delle lotte per la giustizia. È successo in Sudafrica durante la battaglia contro l’apartheid. Curiosamente Nelson Mandela – santificato come il difensore della pace più importante del nostro tempo – è stato tenuto dagli Stati Uniti nella lista dei terroristi fino al 2008. Le questioni importanti nella lotta dei palestinesi per la libertà e l’autodeterminazione vengono svilite ed eclissate da quanti provano a equiparare al terrorismo la resistenza palestinese contro l’apartheid israeliano.

Ci sono vari strumenti di resistenza a disposizione della gente oppressa da regimi razzisti o coloniali o dagli occupanti stranieri (come previsto dal I Protocollo Aggiuntivo della Convenzione di Ginevra), compreso l’uso delle forze armate. Oggi, il movimento di solidarietà con la Palestina ha intrapreso la strada della resistenza non violenta. Crede che questo basti per porre fine all’apartheid israeliano?
I movimenti di solidarietà sono certamente nonviolenti per loro natura. In Sudafrica, anche quando è stato organizzato un movimento di solidarietà internazionale, il Congresso Nazionale Africano (ANC) e il Partito Comunista Sudafricano (SACP) sono arrivati alla conclusione che c’era bisogno di un braccio armato del loro movimento: Umkhonto We Sizwe (Lancia della Nazione). Avevano ogni diritto di prendere una decisione del genere. In modo analogo, spetta ai palestinesi impiegare i metodi che ritengono abbiano maggiori possibilità di successo ai fini della loro lotta. Allo stesso tempo è chiaro che, se Israele venisse isolato politicamente ed economicamente, come la campagna BDS si sforza di fare, non potrebbe continuare a incrementare le pratiche segregazioniste. Se, per esempio, noi negli Stati Uniti potessimo costringere l’amministrazione di Obama a smettere di finanziare Israele con otto milioni di dollari al giorno, si farebbero grandi passi avanti nell’indurre Israele a porre fine all’occupazione.

Di recente, a Londra, lei ha tenuto una conferenza sulla Palestina, su G4S (Group 4 Security, la più grande società privata di sicurezza al mondo) e il complesso penitenziario-industriale. Potrebbe spiegarmi come si legano questi tre elementi?
Con il pretesto della sicurezza e della sicurezza dello Stato, G4S si è insinuata nella vita delle persone di tutto il mondo – soprattutto in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Palestina. Si tratta della terza società multinazionale più grande al mondo, subito dopo Walmart e Foxconn; è anche l’azienda che in Africa ha assunto il numero più alto di dipendenti. Hanno imparato come trarre profitto dal razzismo, dalle pratiche antiimmigrazione e dalle tecnologie applicate al settore penitenziario, in Israele e nel resto del mondo. G4S è direttamente responsabile dei modi in cui i palestinesi subiscono la prigionia per motivi politici, e anche del muro dell’apartheid, della detenzione in Sudafrica, di alcune scuole che, negli Stati Uniti, sembrano carceri e del muro lungo il confine tra Stati Uniti e Messico. Con sorpresa abbiamo appreso, durante l’incontro di Londra, che G4S gestisce anche alcuni centri per le vittime di violenza sessuale in Gran Bretagna.

Durante una conferenza alla Birkbeck University ha detto che la questione palestinese deve assumere una portata globale, diventare un tema sociale che qualunque movimento si batta per la giustizia deve inserire nel proprio programma, tra le priorità. Cosa intendeva dire?
Proprio come la lotta contro l’apartheid in Sudafrica ha trovato sostegno su scala mondiale ed è stata inserita in molti progetti di giustizia sociale, allo stesso modo è ora necessario che aderiscano alla solidarietà verso la Palestina le organizzazioni e i movimenti che ovunque nel mondo si battono per le cause progressiste. Si tendeva a considerare quella palestinese come una questione separata – e malauguratamente troppo spesso marginale. Questo è il momento giusto per esortare quanti credono nell’uguaglianza e nella giustizia a unirsi all’appello per una Palestina libera.

Intervista di Frank Barat (2014).

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Tra le cose a cui ho pensato in relazione al bisogno di diversificare i movimenti di solidarietà con la Palestina c’è questa: si tende ad accostarsi ai problemi che appassionano all’interno di una cornice ristretta. La gente fa così, qualunque sia il proprio interesse. Ma accade soprattutto in relazione al movimento di solidarietà con la Palestina. Ho potuto osservare che molte persone credono che per impegnarsi nella causa palestinese sia necessario esserne esperti.
Insomma, hanno timore a unirsi, perché pensano: «Non lo capisco. È così complicato». Poi ascoltano qualcuno che è realmente esperto, che rappresenta il movimento, che ha una conoscenza approfondita della storia del conflitto, che parla del fallimento degli Accordi di Oslo, eccetera, quando è successo e perché è importante; ma troppo spesso le persone sentono di non saperne abbastanza per potersi considerare dei sostenitori della giustizia in Palestina. Bisogna chiedersi allora come creare finestre e porte perché la gente che crede nella giustizia possa entrare e unirsi al movimento di solidarietà con la Palestina.
Così la questione che verte su come unificare i movimenti è anche legata al tipo di linguaggio che si usa e alla coscienza che si prova a destare. Ritengo essenziale insistere sull’intersezionalità dei movimenti. Con il movimento abolizionista, abbiamo provato a trovare una strada per parlare della Palestina in modo che la gente attratta da una campagna per smantellare i penitenziari negli Stati Uniti consideri anche la necessità di porre fine all’occupazione della Palestina. Non può essere un pensiero secondario. Deve essere parte integrante del procedere dell’analisi.

Intervista di Frank Barat (Bruxelles, 21 settembre 2014).

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E’ possibile un Palestinian Lives Matter?

E’ possibile un Palestinian Lives Matter?

La morte di George Floyd ha fatto breccia nell’immaginario americano. Oggi in Palestina si combatte per il diritto di essere uman*. Il mondo aprirà gli occhi?

di Sarah Aziza per The Intercept. Traduzione: Intersecta

Photo: Emmanuel Dunand/AFP via Getty Images

Avevo 19 anni la prima volta che qualcuno mi disse che non esistevo. Ero al college, vicino a una mostra sulle morti civili nella Striscia di Gaza occupata durante un assalto israeliano. Non riesco a ricordare il volto dello studente che mi si avvicinò, anche se ricordo il ghigno nella sua voce, il modo in cui mi ha pugnalato nel petto. Non ero pronta per essere cancellata.
“I palestinesi non esistono”, mi ha detto. Con il tempo questo momento si confuse, ma non svanì, mescolandosi a innumerevoli interazioni in cui degli estranei mi informano della mia inesistenza. In quel momento, però, è stata un’esperienza completamente nuova. Sentii il breve guizzo di una risata prima che un senso di disgusto mi colpisse le viscere. Prima che potessi trovare le parole per rispondere, l’accusatore era sparito.
Che strano, dire in faccia a un essere umano vivente, che respira, che è “irreale”. E quale sarebbe il modo adeguato di difendersi? Come rispondere?
Certo, non è vero che io non esisto: ho un corpo, fatto di carne e sangue. Tuttavia, in molti modi, quello sconosciuto aveva ragione.
Perché succede qualcosa allorché viene pronunciata quella parola: palestinese. Nel momento in cui accade, divento qualcosa di più, e di molto meno, che umano.
Le persone palestinesi sono visibili, ma raramente vengono visti. Non “esistiamo” come le altre persone; non abbiamo né un paese formale né alcun potere economico o militare di cui parlare. Abbiamo una storia e una cultura, ma queste vengono erose ed espropriate sempre di più ogni anno che passa. Per lo più, siamo collettivamente oscurat* da ciò che la gente pensa di sapere, ciò che pensa che siamo: minacce, piantagrane, terroristi.
È così che ci ritroviamo al centro di così tante notizie e tuttavia continuiamo ad accumulare morti infinite. Moriamo, in parte, perché è quello che il mondo si aspetta da noi. Il nostro nome viene invocato solo in relazione alla brutalità e al conflitto, che sono presentati come inevitabili, come il nostro stato naturale. I report vengono letti come bollettini meteorologici: il “clima si riscalda”, “ribolle” in “un’altra ondata di violenza”. Le nostre vittime sono come le stagioni: un raccolto di morti ogni due o tre anni, di solito a Gaza.
Le immagini pubbliche di noi rivelano un mondo di polvere, carri armati e soldati. Queste strade spoglie e minacciose si mescolano nell’immaginazione occidentale con bobine color sabbia di altre morti – afgane, irachene, siriane – oscurando ulteriormente tutt* noi. I cliché avvolgono singole tragedie in una generica ripetizione, un archivio infinito di ciò che non viene ricordato.
Tutto questo perché siamo tra le persone usa e getta del mondo. Ciò che ci uccide non è solo la violenza dello stato israeliano, ma l’incapacità collettiva della comunità internazionale di immaginarci come esseri umani. È lo stesso fallimento che ha permesso a tanti corpi neri di essere assassinati alla luce del sole dei video virali, con così scarsi cambiamenti sistemici a seguire. Come ha scritto Elizabeth Alexander, “I corpi neri in pena sono stati uno spettacolo nazionale americano per secoli”. Con una memoria collettiva così violenta, non c’è da meravigliarsi che il popolo bianco americano sia stato così incredibilmente lento ed ambiguo nel rispondere alla violenza razzista. Chi è più visibile negli Stati Uniti di una persona di colore? Eppure, chi è che viene visto più di rado?
Questa è la contraddizione letale su cui generazioni di intellettuali e attivist* ner* hanno lavorato al fine di smantellarla. Il “problema della linea di colore”, come lo chiama WEB DuBois, sarà risolto solo quando gli Stati Uniti, nel loro insieme, comprenderanno la piena umanità delle persone nere, che sono state sistematicamente disumanizzate. Non si può andare avanti, in breve, finché gli Stati Uniti non avranno interiorizzato la verità più basilare: Black Lives Matter.
In questo modo, gli Stati Uniti e Israele condividono un fallimento morale simile: anni di privazione intenzionale dei diritti civili, abusi e furti da parte di un popolo in nome della supremazia di un altro gruppo – in un caso, sotto la bandiera della bianchezza, e nell’altro, il sionismo. Entrambi hanno scommesso sulla loro capacità di sopprimere gli sforzi di queste persone per resistere alla loro oppressione, attraverso i mezzi dell’incarcerazione di massa, la violenza di stato e la discriminazione legale. Ed entrambi hanno visto che anche le repressioni più brutali non possono soffocare lo spirito umano per sempre.
Quando ero al college, dopo aver perso il conto delle volte in cui mi era stato detto che non esistevo, ho avuto un incontro particolarmente minaccioso con uno sconosciuto ubriaco, che mi conosceva come palestinese. Mi ha afferrato il braccio, costringendomi a unirmi a una cerchia di suoi amici, e ha continuato a prendermi in giro per la mia convinzione “che arabi ed ebrei sono uguali” e che “i palestinesi dovrebbero avere dei diritti”. Le sue molestie si sono trasformate in minacce sessuali, che i suoi amici sembravano trovare esilaranti. Tuttavia, dopo essermi finalmente sottratta alla sua presa, ciò che mi ha perseguitato di più fu il mio silenzio di fronte alla sua invettiva. Perché mi sono sempre bloccata?
C’è un particolare, opprimente effetto che deriva dal fatto che la propria umanità venga completamente negata. In quell’istante, le specificità di una vita – gli amori, le paure e i desideri, le storie familiari e le speranze segrete – vengono cancellate. Può lasciare una persona senza parole, scossa, perdendo ogni senso di potere. Quegli ubriachi non mi hanno chiesto di discutere di politica: hanno messo in dubbio la legittimità stessa della mia esistenza. Quel momento ha toccato il cuore nascosto del “conflitto” israelo-palestinese: le vite de* palestinesi contano?
L’affermazione “Black Lives Matter” è nata sulla scia delle rivolte di Ferguson e della brutale risposta della polizia – eventi che ad Angela Davis hanno ricordato le strade di Gaza. L’idea – che le vite delle persone nere valgano – è potente perché sembra ovvia ma ci costringe a confrontarci con tutte le realtà materiali che la contraddicono. Se le loro vite sono importanti, perché gli uomini di colore hanno una probabilità 6 volte maggiore di essere incarcerati rispetto ai bianchi e 3 volte di essere uccisi dalla polizia? Se la vita dei neri è importante, come spiegare le grandi disparità razziali di risorse, ricchezza e salute? In questo modo, la semplice affermazione osa smascherare le forze razziste e la supremazia bianca nelle fondamenta stesse di questa nazione.
Allo stesso modo, la realtà materiale del popolo palestinese evidenzia che lo stato israeliano attribuisce poco valore alle loro vite. Preferirebbe che non fossimo affatto lì. La nazione stessa è stata fondata nel 1948 sullo sfollamento violento di centinaia di migliaia di palestinesi, compresa la mia famiglia, e si è estesa attraverso le guerre successive, l’espropriazione e l’insediamento in aree come la Cisgiordania e Gerusalemme. A coloro che rimangono viene negata la loro esistenza quotidianamente, attraverso scontri intenzionalmente disumanizzanti con lo Stato israeliano: da posti di blocco arbitrari alla violenza extragiudiziale, dall’esclusione economica a un complesso carcerario-industriale che imprigiona migliaia di palestinesi ogni anno, inclusi minori.
Le recenti “escalation” a Gerusalemme confermano solo l’irrealtà del mio popolo. I notiziari riportano gli eventi con un tono di contabilità clinica, non influenzato dalle vaste incongruenze di feriti e morti (a partire da giovedì mattina – il primo giorno di Eid – oltre 1.000 palestinesi feriti e almeno 83 morti, di cui almeno 17 bambini, con sette morti israeliane). Commentatori che, come fossero giornalisti sportivi, scommettono sulla prossima mossa di Hamas. Thomas Friedman che parla sarcasticamente dei giovani palestinesi e di TikTok. Giovani lanciatori di pietre e forze militari letali rappresentati come avversari uguali, o peggio, un Davide e Golia al contrario; civilizzati contro una folla rabbiosa e dalla pelle scura.
Non ti diranno mai come ognuno di noi crolla e sanguina in maniera unica, quanto sono specifiche la sofferenza e la resilienza di ogni individuo. Non sentirai mai, come ho fatto al telefono con Gerusalemme questa settimana, i dettagli che rendono questo dramma così umano. Una famiglia di Sheikh Jarrah che non sopporta di perdere il proprio giardino, riempiendo la mia chat WhatsApp con istantanee di alberi radicati decenni fa. Un altro giovane che non riusciva togliersi dalla mente quello che aveva visto nella moschea di Al Aqsa: non lo spargimento di sangue o i suoi compagni ora accecati, ma tutte le scarpe di quei soldati, che calpestavano il terreno sacro. Le loro scarpe, le loro scarpe, gemette lui. Le loro sporche scarpe.
Le persone nere americane ci hanno dimostrato, più e più volte, che non si lasceranno che le loro vite vengano rese irreali – e quest’anno molte più persone sembravano ascoltare. Per coloro che affrontano abitualmente la violenza di stato, l’omicidio di George Floyd non è stato, tragicamente, sorprendente. Eppure questa particolare morte sembrava poter penetrare nel più ampio immaginario americano, riuscendo, in qualche modo, a perforare la lucentezza dell’indifferenza con la sua pura forza viscerale, la sua specificità. Floyd venne visto come un individuo, un essere umano, e il suo nome divenne un movimento. “Black Lives Matter” ha avuto una rinascita, grazie in parte all’improvviso riconoscimento da parte delle persone bianche di una particolare vita e morte nera.
Le persone palestinesi si sono fatte trovare pronte a rispondere al movimento, protestando in solidarietà, disegnando paralleli tra le loro esperienze di incarcerazione di massa, forze dell’ordine militarizzate, discriminazione legale, ginocchia sul collo di civili. Il volto di Floyd decorava tratti del muro della barriera israeliana, accanto a murales di palestinesi uccisi dalla polizia e dai soldati israeliani, tra cui Iyad Hallaq, un uomo autistico, disarmato, ucciso mentre tornava a casa da scuola. La morte di Floyd ha anche provocato discussioni nelle comunità palestinesi e arabe in generale sul razzismo. Questo internazionalismo non è nuovo: attivist* palestinesi hanno per anni guardato al movimento americano per i diritti civili, alla lotta sudafricana contro l’apartheid e ad altri come fonti di ispirazione. Hanno anche offerto la loro solidarietà e sostegno ai movimenti all’estero, comprese le proteste di Standing Rock e altri sforzi per i diritti delle persone indigene.
Il popolo palestinese ha attinto a queste esperienze nelle settimane precedenti alle recenti “escalation”. Alla presenza di folle che gridavano “Morte agli arabi”, la violenza della polizia nei luoghi sacri della moschea di Al Aqsa e la flagrante invasione di coloni a Sheikh Jarrah, le proteste palestinesi sono rimaste “in gran parte pacifiche”, ha riferito Amnesty International. Questa lunga sofferenza è stata oscurata dalle “risse” sempre più brutali intorno alla moschea di Al Aqsa, in cui le forze armate israeliane hanno usato granate a concussione e proiettili di gomma contro i fedeli, ferendone oltre 1.000, di cui 170 nella sola preghiera del venerdì durante il mese sacro del Ramadan.
Ora, con il coinvolgimento di Hamas che offre a Israele una giustificazione per liberare il suo arsenale di prim’ordine, la particolare posta in gioco morale degli eventi si è dissolta nella narrativa familiare e generica: Israele si difende, i palestinesi muoiono. I titoli, per la maggior parte dei lettori, diventeranno intercambiabili; il bilancio delle vittime sarà confezionato nel linguaggio igienizzante dei calcoli militari e del gergo diplomatico.
Nel frattempo, coloro che difendono il diritto di resistenza delle persone palestinesi saranno inondat* di “what abouts (cosa mi dici di …?)” e richieste di prendere posizione contro la violenza – domande alle quali l’esercito israeliano, infinitamente più potente, non sarà mai sottoposto. Al contrario, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che gli omicidi di Gaza sono “solo l’inizio. Li colpiremo come non avrebbero mai creduto sia possibile colpirli.”
In tutto e per tutto, i detrattori useranno qualsiasi vittima o danno alla proprietà da parte israeliana per screditare l’intero movimento, proprio come le etichette di “agitatori esterni” e “rivoltosi” sono state usate per screditare il movimento nero dagli anni ’60 ad oggi negli Stati Uniti. L’illegalità dell’occupazione non verrà menzionata. Negoziatori e giornalisti chiederanno al popolo palestinese di impegnarsi nella nonviolenza, senza mai riconoscere gli anni di resistenza pacifica che hanno portato avanti contro ogni previsione.
Mentre i commentatori riciclano la retorica che parla di “entrambe le parti”, il bilancio delle vittime aumenterà, come sempre, in modo esponenziale da una parte soltanto. La decimazione di Gaza sarà giustificata come necessaria per fermare il “terrorismo”, nonostante l’annientamento di dozzine di civili, bambini compresi. Alla fine, si potrebbe parlare di “condizioni” per un cessate il fuoco – l’interruzione della morte delle persone palestinesi deve sempre avere delle condizioni. Nessuno presumerà che le loro vite, come tali, semplicemente contano.
Forse qualcosa, prima o poi, cambierà. Con il ritrovato scetticismo nei confronti delle forze dell’ordine e dell’incarcerazione indotto dal movimento in nome di George Floyd, molte persone nel mondo sembrano aver trovato risonanza con le scene delle proteste civili palestinesi nei territori e in Israele, rilanciando le loro marce in tutto il mondo. Forse, dopo un anno in cui le parole “decolonizzazione” e “intersezionalità” sono diventate dei meme, in cui i social media sono diventati un’autostrada snella per l’indignazione e la mobilitazione, questo “scontro” verrà finalmente riconosciuto per quello che è: una lotta per il diritto palestinese di affermare la propria umanità.
Un tale cambiamento sarebbe una svolta: proprio come gli Stati Uniti rimarranno un paese tormentato fino a quando le vite delle persone nere non saranno pienamente, veramente e ugualmente valorizzate, non ci può essere pace in Israele-Palestina finché tutte le vite coinvolte non saranno considerate umane. Una tale resa dei conti è comprensibilmente terrificante per le nazioni costruite sulla sistematica negazione di certe discipline umanistiche, ma non c’è altro modo. E se lo scorso anno ci ha insegnato qualcosa, è che non c’è modo di sovrastare il bisogno di dignità dell’individuo.
“I miti dell’autodifesa” – quella di Israele, si intende – “e di ‘entrambe le parti’ stanno diventando sempre più porosi”, ha detto in un’intervista alla CNN questa settimana Mohammed el-Kurd, la cui famiglia è alle prese con lo sfollamento forzato dalla loro casa a Sheikh Jarrah. “Le persone sono in grado di vedere attraverso questi miti, e chiamare un’occupazione per quello che è, un aggressore per quello che è”.
E forse anche loro cominceranno a vederci.

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Il cambiamento avverrà ben presto

Il cambiamento avverrà ben presto

Nel 2006 come oggi, passata la sbornia patriottica ci si accorge delle oscenità della guerra.

di Meron Benvenisti, pubblicato su Haaretz il 27 Luglio 2006, Traduzione: Intersecta

Nessuno può prevedere quando questo cambiamento avverrà, quando tutti gli esperti cominceranno a farsi concorrenza per essere i primi a rivelare i fallimenti di questa guerra: strategia sbagliata, dilettantismo politico, il vizio di parlare senza riflettere; debolezza mascherata da coraggiosa determinazione, illusioni, arroganza e vanagloria; dipendenza dalle pulsioni di vendetta; crudeltà e assenza di inibizioni morali.
Ma i manipolatori e gli eroi autodichiarati non dovrebbero farsi delle illusioni, né essere ingenui. E’ questo vale anche per gli ubriachi di patriottismo e per i presunti esperti: questo momento arriverà più velocemente di quanto immaginano e, in poco tempo, tutti si nasconderanno dietro il solito “ve l’avevamo detto”, quando sapranno verso dove soffierà il vento.
Cioè quando tutte le dichiarazioni, le previsioni e le scuse – che non potevano essere dette e scritte che in un’atmosfera di assenza di scetticismo critico, che prevale quando è dichiarato uno “stato di guerra” – saranno rese pubbliche.
Solo questa atmosfera senza scetticismo può far sì che persone serie arrivino a giustificare la distruzione di un paese (il Libano) il ragione del fatto che distruggendolo “aiutano il governo di quel paese” a liberarsi di Hezbollah – una sorta di variazione sul tema “la donna stuprata ha comunque provato piacere” . Solo in questa atmosfera di sospensione delle facoltà di giudizio una persona istruita può essere contenta del fatto che l’assenza di pressioni degli Stati Uniti per la cessazione dei bombardamenti renda possibile la prosecuzione delle stragi e della distruzione.
Solo la cieca fiducia nelle emozioni patriottiche, che intorbida ogni pensiero razionale, rende possibile il dichiarare senza vergogna – dopo tanti giorni di bombardamenti assassini e l’inspiegabile distruzione di un aeroporto, di svincoli autostradali, di centrali elettriche e interi quartieri – che di fatto questi attacchi erano inutili perché si sapeva da prima che le bombe non avrebbero potuto raggiungere i loro obiettivi e che si sarebbe arrivati lo stesso a un attacco di terra.
Solo le persone che sfruttano sena ritegno le pulsioni elementari si autorizzano a personalizzare la guerra e a non vederci che l’annientamento del loro nemico, in questo caso Hassan Nasrallah. Solo chi è convinto che la guerra copra ogni atto cinico e ipocrita può vantarsi di prendere parte a una missione umanitaria internazionale dopo avere provocato in prima persona la catastrofe.
Nessuno può prevedere in quale momento l’opposizione al bagno di sangue passerà da atto di tradimento a istanza legittima e corretta; in quale momento la condanna morale degli effetti diabolici della guerra diventerà inaccettabile da un punto di vista patriottico e slogan come “sradicare il terrorismo” , “una guerra per i nostri fratelli”, “una guerra per le nostre case” , “una lotta per l’esistenza” e altri dello stesso genere diventeranno una vuota retorica dopo essere stati dei sonori gridi di guerra.
Nessuno può prevederlo, ma l’esperienza ci insegna che il cambiamento dall’ubriachezza patriottica a un comportamento razionale basato su norme morali si verifica sempre, presto o tardi, a volta in qualche settimane o mesi e altre volte nel corso di generazioni. Sembra che in questa esplosione attuale di violenza il cambiamento si produrrà velocemente; il suo sviluppo, i suoi obiettivi e i suoi risultati non incitano all’entusiasmo e questa violenza non ha ancora diritto al titolo di “guerra”, perché quelli che l’hanno decisa non sono sicuri di volerla commemorare insieme alle altre gloriose guerre ufficiali condotte da Israele. E se ci stano pensando, farebbero bene a rinunciarci.
Perché non possono permettersi di pensare che tutti dovrebbero sapere che le loro stime erano errate, e quindi cercheranno una “vittoria” che giustificherà tutte le perdite umane e tutta questa distruzione. E la necessità di una tale “vittoria” non farà che prolungare la sofferenza e il lutto. Quelli che li sostengono faticheranno a esigere da loro un esame di coscienza, perché la solidarietà tribale proteggerà i dirigenti politici e militari.
Molto presto tutto tornerà come prima – eccetto per chi ha sacrificato la propria vita, e per chi è morto nei bombardamenti. E un grande perdente sarà il popolo di Israele, che con una reazione terribilmente smisurata alle provocazioni, si è posizionato come elemento estraneo nell’area, come il tiranno del vicinato, come l’oggetto di un odio impotente.

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La Colombia ha perso la paura.

La Colombia ha perso la paura.

Continua la rivolta nazionale di fronte alla violenza di Stato.

dall’account telegram medioslibrescali e da crimethinc.com  Traduzione: Intersecta

Nonostante gli accordi di pace firmati dal governo e dalle FARC-EP (Revolutionary Armed Forces of Colombia-Popular Army) nel 2016, che avrebbero dovuto porre fine al conflitto armato in Colombia, il paramilitarismo e il narcotraffico continuano ad alimentare la guerra. El Centro Democrático (il partito dell’ex presidente Álvaro Uribe e dell’attuale presidente Iván Duque) è responsabile della continuazione della guerra, concentrando il proprio potere per mantenere il controllo politico e finanziario del paese.

A febbraio 2021, 252 ex guerriglieri delle FARC che si erano smobilitati per firmare un accordo di pace sono stati assassinati. Oggi, quattro anni dopo la firma di quell’accordo di pace, il governo ha rispettato meno del 75% dei contenuti dell’accordo, senza intraprendere alcuna azione sulle cause strutturali del conflitto, come l’accesso, la ridistribuzione e il possesso della terra, che storicamente è stata una delle cause della profonda disuguaglianza all’interno del paese.

Questa disuguaglianza si è intensificata con l’arrivo della pandemia, mostrando chiaramente l’inefficacia, l’incapacità e il disinteresse dello Stato per il benessere del suo popolo. La tardiva decisione di chiudere gli aeroporti ha notevolmente accelerato la diffusione del virus. Ora, mentre la Colombia sta vivendo il suo terzo picco di COVID-19, la nazione sta affrontando un’ondata ancora peggiore di violenza, povertà e corruzione, in cui la fame è uno dei problemi peggiori. La guerra sta bagnando di sangue la nostra terra. Nei primi mesi del 2021 sono stati assassinat* almeno 57 influenti partecipanti a movimenti sociali, di cui 20 persone indigene, la maggior parte delle quali provenienti dalla provincia del Cauca. Inoltre, ci sono stati 158 femminicidi nei primi tre mesi dell’anno e diversi altri massacri.

La Colombia è il paese delle esecuzioni extragiudiziali. Un rapporto della Giurisdizione Speciale della Pace (PEC) ha documentato 6402 omicidi di civili tra il 2002 e il 2008, bugiardamente presentati dall’esercito e dalla polizia come “uccisi in combattimento”. Questi omicidi hanno raggiunto il picco nel 2007 e nel 2008 durante la presidenza di Álvaro Uribe Véles. La cifra si avvicina al numero totale delle vittime della dittatura militare di Jorge Rafael Videla in Argentina; è più del doppio del numero ufficiale delle vittime giustiziate o scomparse da Augusto Pinochet in Cile. In Colombia, la gente non si chiede più chi abbia dato gli ordini per queste uccisioni. Sanno che gli ordini sono arrivati da Uribe e non hanno più paura di dirlo ad alta voce. La Colombia non ha più paura.

Sin dall’accordo di pace, il governo di Iván Duque (un protetto di Uribe) ha cercato di minare la pace con tutti i mezzi possibili, e ci sta riuscendo. Secondo INDEPAZ (Institute for Studies in Development and Peace Networks), nel 2020 e nel 2021 si sono verificati 124 massacri, che hanno provocato complessivamente oltre 300 vittime. Più di 1.000 attivist* sono stati assassinat* in Colombia da quando è stato firmato l’accordo. Vivere in questo paese è una lotta costante contro le politiche di austerità di un governo la cui unica risposta ai bisogni delle persone è uno stivale in faccia. Accanto ai programmi economici che favoriscono la miseria e la disuguaglianza, i programmi politici mirano a sterminare qualsiasi identità collettiva al di fuori o contraria all’ordine regnante.

In mezzo a un terzo picco di infezioni da COVID-19, migliaia di persone sono scese in strada per partecipare allo sciopero generale del 28 aprile. Cosa porta le persone ad andare oltre la paura del virus e occupare le strade dinanzi al governo più sanguinoso dell’America Latina?

La gestione corrotta e negligente della crisi generata dal COVID-19 da parte dell’amministrazione Duque ha gettato il paese in una spirale di impoverimento. Secondo i dati del governo, nel 2020 l’equivalente di $ 11,5 milioni di dollari è stato investito in infrastrutture ospedaliere e aiuti umanitari sotto forma di trasferimenti economici; eppure, ci sono state migliaia di accuse di corruzione per quanto riguarda la gestione di queste politiche. Nel frattempo, il governo di Duque non è riuscito ad attuare una proposta di reddito di base firmata da 4000 persone, di cui almeno 50 erano membri del parlamento, come mezzo per sostenere le famiglie più bisognose. Giorno dopo giorno, le persone devono andare in strada e rischiare di esporsi al virus solo per sopravvivere.

Al contrario, il governo si è concentrato sul fornire supporto alle banche, garantendone la liquidità finanziaria attraverso fondi trasferiti direttamente dall’Emergency Mitigation Fund (FOME) creato sulla scia della pandemia. Gli esperti hanno affermato che, soltanto attraverso trasferimenti noti come “reddito di solidarietà”, le banche intascherebbero almeno 6,3 milioni di dollari USA prelevati direttamente dal tesoro pubblico. Questo “reddito di solidarietà” non è mai arrivato alle persone che ne hanno veramente bisogno. Anche durante la pandemia, in Colombia continuiamo a vedere la stragrande maggioranza delle persone diventare più povera mentre i ricchi diventano più ricchi.

Nulla di nuovo. Per decenni, la classe politica conservatrice e di destra si è presentata come intermediaria tra il paese e l’economia globale egemonica. Essa mantiene sistematicamente questa posizione sterminando i popoli, espropriando la terra e controllando la maggioranza lavoratrice. Questa è una dittatura sotto mentite spoglie, con armi e risorse sufficienti per tenere il paese incatenato per molti altri decenni.

La rivolta di base che si sta verificando oggi non è spontanea. Piuttosto, è una reazione ad anni e anni di dominazione e ingiustizia. L’ultima goccia che ha scatenato le proteste di aprile è stata la proposta della cosiddetta “Legge sul finanziamento della solidarietà”, una riforma fiscale che impoverirà la maggioranza della popolazione.

Con il pretesto di ridurre il deficit che aveva creato con l’ultima riforma, l’amministrazione Duque ha avuto la terribile idea di aumentare il costo della vita in uno dei paesi con i tassi di disuguaglianza più alti del mondo. È scioccante che nel bel mezzo di una crisi, il governo colombiano decida di aumentare le tasse alimentari per le classi medio-basse. Non ha senso aumentare il prezzo del cibo quando la popolazione soffre la fame. È ancora più oltraggioso che le riforme proposte non solo danneggeranno la gente comune, ma arricchiranno ulteriormente i monopoli più ricchi del paese.

Le decisioni che determinano la direzione del paese e il futuro di milioni di persone vengono prese esclusivamente dalle élite politiche, militari ed economiche. Esse approvano leggi a favore degli imperi bancari, leggi a favore degli interessi finanziari nordamericani, asiatici ed europei, leggi per garantirsi l’immunità dopo aver rubato le risorse di tutt*, leggi per mantenerli al potere sia a livello locale che nazionale. Queste leggi sono approvate a porte chiuse, senza dibattito pubblico. Uno degli esempi più evidenti è la riforma legale che apporterà modifiche al sistema sanitario colombiano. Introdotta il 16 marzo 2021, non è ancora stato approvata dal Congresso, ma i suoi sostenitori nella legislatura hanno tirato fuori mosse segrete la notte del 26 aprile per cercare di farla passare mentre l’attenzione era fissata sulla riforma fiscale.

Questa riforma sanitaria potrebbe essere peggiore dello stesso COVID-19. In sostanza, si intende attuare la completa privatizzazione del sistema sanitario colombiano. Dovremo pagare le tasse di copertura per le malattie, o l’EPS (l’assicurazione sanitaria pubblica della Colombia) ci negherà le cure mediche. Le persone che necessitano di cure mediche attraverso l’EPS dovranno dimostrare che si stanno prendendo cura di sé stesse e non hanno fatto nulla per causare la loro malattia o l’infortunio; se il loro fornitore di assicurazione può provare il contrario, potrà negare loro la copertura, costringendoli a pagare di tasca propria. Questo programma ha anche lo scopo di porre fine ai programmi di vaccinazione comunali pubblici – al culmine della pandemia! – e di dare agli assicuratori l’autorità di decidere come offrire questi servizi e a chi. Una riforma che consentirebbe alle multinazionali e alle società farmaceutiche transnazionali di imporre prezzi e regole di mercato per l’assistenza sanitaria in Colombia.

Dall’inizio della pandemia, i più poveri hanno dovuto scegliere tra restare a casa per evitare di contrarre il virus e lavorare per sopravvivere. Poche settimane dopo la pandemia, dei fazzoletti rossi cominciarono ad apparire alle finestre delle case nei quartieri emarginati, a significare che la famiglia stava soffrendo la fame. Presto se ne potevano vedere a migliaia.

Ecco perché, un anno dopo l’inizio della quarantena, quando il governo ha proposto una riforma fiscale che avrebbe colpito più duramente le classi medio-basse, la gente non ha esitato a scendere in piazza. In quel momento di crisi non c’era più scelta, solo rabbia e frustrazione. Era ora di imporre uno stop alla Colombia in difesa della dignità umana.

Non c’erano leader, solo una data proposta dai sindacati – il 28 aprile – e questo è stato sufficiente perché famiglie, amici, vicini e quartieri si auto-organizzassero attraverso i social network. La gente fluiva insieme in un grande fiume di comunità che marciava verso i principali punti di raccolta e le entrate della città. Una maniera efficiente per realizzare lo sciopero, assicurando che nessun* potesse entrare o uscire.

Il primo giorno è stato pieno di urla, discorsi, canti e balli per strada. Così siamo a Cali: persone felici e coraggiose, dignitose e festose, ballerine e guerriere. La gente tornava a casa quella notte, stanca ma con i sorrisi consapevoli di chi ha realizzato qualcosa. Nei giorni successivi i blocchi si moltiplicarono e il numero dei partecipanti aumentò, ispirato da esempi di resistenza per superare la paura della repressione.

Ma anche il governo ha esperienza, ed è particolarmente violenta e paramilitare. Esso ha iniziato a incarcerare, uccidere, far sparire e violentare le persone più giovani. Ciò ha solo aumentato l’intensità della resistenza nelle strade.

Mentre le misure restrittive erano ancora in vigore in alcune città colombiane, il governo ha dichiarato il coprifuoco a partire dalle 20:00 del 28 aprile, nel tentativo di interrompere la continuità della mobilitazione. Alle 10 del mattino successivo avevano già modificato il provvedimento in risposta al malcontento nelle strade, con il pretesto di cercare di evitare situazioni di affollamento facendo pressione sulle persone.

Il 30 aprile, terzo giorno di sciopero, le autorità sono passate a una strategia di terrore di stato, lo stesso terrore che hanno usato in altre occasioni per paralizzare le comunità. Le misure restrittive presumibilmente rese necessarie dalla pandemia hanno fornito una scusa alle agenzie di polizia per eseguire arresti di massa illegali sotto la copertura di ordini municipali, nonché gravi abusi di autorità tra cui omicidio, abusi, minacce, arresti irregolari, distruzione dei beni dei manifestanti e violenze sessuali.

Tuttavia, il 1 ° maggio, la partecipazione alle proteste ha superato tutte le aspettative e molte altre città si sono unite. A questo punto, le manifestazioni erano in corso in più di 500 città in tutto il paese. Il nostro ricordo di altre lotte difficili, tramandateci da altri tempi dai nostri genitori e nonni, ci ricorda che quando le persone si uniscono, non c’è potere più trasformativo.

Attraverso la piattaforma di denuncia degli abusi della polizia “GRITA”, entro le 23:00 del 1° maggio, l’organizzazione per i diritti umani Temblores aveva ricevuto 949 segnalazioni di denunce, 92 vittime di violenza fisica da parte della polizia, 21 persone uccise, 4 vittime di abusi sessuali e 12 persone colpite da colpi di arma da fuoco.

La città di Cali si è riversata in segno di protesta, organizzandosi in modi spontanei che permettessero alle persone di incontrarsi. Le persone si sono riversate nei principali luoghi di ritrovo con straordinaria creatività. Il cibo è sempre al centro di questi luoghi: pasti diversi e deliziosi distribuiti dalle pentole comuni. C’è la prima linea e altre linee di cura e difesa da parte dei giovani nella resistenza. Molte zone della città sono state ribattezzate: La Loma de la Cruz, “Collina della Croce”, è ora chiamata La Loma de la Dignidad, “Collina della dignità”; El Paso del Comercio è ora chiamato el Paso del Aguante, “Passo della resistenza”. Il Ponte dei Mille giorni è ora il Ponte delle Mille Lotte e la Porta del Mare è ora la Porta della Libertà.

Tuttavia, la repressione è continuata su base quotidiana. Facendo eco alla frase “Ricorderò sempre quando ho lanciato una pietra con rabbia e il governo repressivo ha risposto con schegge”, le persone hanno vissuto giorni intensi di resistenza difendendo almeno sette blocchi permanenti in tutta la città. La gente di Cali ha protestato in gran numero e con determinazione sin dal primo giorno di mobilitazioni. Nella maggior parte dei luoghi di raccolta, le persone sono state provocate dalle forze di polizia, portando a scontri tra i manifestanti e la polizia antisommossa (ESMAD). Il governo della città del sindaco Jorge Iván Ospina ha assegnato il compito di sorvegliare le manifestazioni allo Special Operations Group (GOES) della Polizia Nazionale.

La Colombia attualmente spende ogni anno circa 40 miliardi di pesos colombiani ($ 10,5 milioni di dollari) per il ministero della Difesa. Il budget militare è stato storicamente elevato, poiché il conflitto interno è continuato e si è intensificato per diversi decenni. Nonostante gli sforzi per stabilire colloqui di pace, oggi il conflitto si è diversificato e intensificato in molte parti del paese e le spese per la difesa ora rappresentano circa l’11% della spesa pubblica della Colombia, una percentuale elevata per un paese con un’economia indebolita. Ciò pone la Colombia al 25 ° posto nella classifica mondiale per le spese per la difesa pubblica, molto al di sopra di paesi come la Francia (con il 3,3%), la Spagna (2,9%) o persino il Brasile (3,86%).

L’ESMAD (Escuadrón Móvil Antidisturbios, Squadra mobile antisommossa ), una divisione dell’apparato di polizia nazionale, è stata creata nel 1999 per sopprimere le mobilitazioni nel paese. Doveva essere una forza speciale temporanea, ma ora esiste da più di 20 anni e si è rafforzata attraverso i governi successivi. Oggi è composta da 3876 ufficiali con un budget di 490 miliardi di pesos ($ 131 milioni di dollari). Nel corso del suo mandato, lo squadrone ha ucciso almeno 20 civili.

Oggi il governo Duque-Uribe, estraniato dal popolo e anticipando il forte malcontento popolare derivante dalle suddette misure, ha stanziato milioni per rafforzare le proprie forze di sicurezza. Il governo si sta preparando da tempo a usare la repressione per affrontare i disordini. Nel marzo 2020, all’inizio della crisi sociale ed economica causata dal COVID-19, ha acquistato cinque veicoli blindati per 8 miliardi di pesos ($ 2,1 milioni di dollari) insieme a 9,515 miliardi di pesos ($ 2,5 milioni di dollari) di munizioni e armi per il ESMAD. Il budget del 2021 è stato aumentato di quasi un miliardo di pesos. In breve, questo governo risponde alla protesta sociale come se fosse in guerra.

Eppure né l’ESMAD né la polizia sono riusciti a contenere lo sciopero generale. Questo è il motivo per cui il presidente Duque ha dichiarato l’installazione di un’”Assistenza militare” in tutte le città che ne avevano bisogno, una misura che consente l’uso di forze militari per rispondere a disordini e disastri pubblici. La presenza di queste forze nelle strade limita i diritti come in uno stato d’assedio. La presenza militare nelle strade aumenta la possibilità di atti di guerra durante le manifestazioni, perché lo Stato affronta la situazione da una prospettiva militare.

Il popolo colombiano si è radunato ad ogni angolo, chiudendo ogni città. I quartieri sono scesi in piazza per respingere la riforma fiscale con lo slogan “Se non ci uniamo, affonderemo”. La Colombia è diventata un fiume di persone. Un grande fuoco di unità si è diffuso in onore di coloro che hanno dato la loro vita. La loro perdita ci ferisce profondamente, ma la loro morte non deve essere vana. Le voci di tutto il Paese si fanno sentire e una moltitudine di marce ha diffuso la voce della resistenza.

La Colombia si è scrollata di dosso la paura. Non abbiamo più niente da perdere.