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E’ possibile un Palestinian Lives Matter?

E’ possibile un Palestinian Lives Matter?

La morte di George Floyd ha fatto breccia nell’immaginario americano. Oggi in Palestina si combatte per il diritto di essere uman*. Il mondo aprirà gli occhi?

di Sarah Aziza per The Intercept. Traduzione: Intersecta

Photo: Emmanuel Dunand/AFP via Getty Images

Avevo 19 anni la prima volta che qualcuno mi disse che non esistevo. Ero al college, vicino a una mostra sulle morti civili nella Striscia di Gaza occupata durante un assalto israeliano. Non riesco a ricordare il volto dello studente che mi si avvicinò, anche se ricordo il ghigno nella sua voce, il modo in cui mi ha pugnalato nel petto. Non ero pronta per essere cancellata.
“I palestinesi non esistono”, mi ha detto. Con il tempo questo momento si confuse, ma non svanì, mescolandosi a innumerevoli interazioni in cui degli estranei mi informano della mia inesistenza. In quel momento, però, è stata un’esperienza completamente nuova. Sentii il breve guizzo di una risata prima che un senso di disgusto mi colpisse le viscere. Prima che potessi trovare le parole per rispondere, l’accusatore era sparito.
Che strano, dire in faccia a un essere umano vivente, che respira, che è “irreale”. E quale sarebbe il modo adeguato di difendersi? Come rispondere?
Certo, non è vero che io non esisto: ho un corpo, fatto di carne e sangue. Tuttavia, in molti modi, quello sconosciuto aveva ragione.
Perché succede qualcosa allorché viene pronunciata quella parola: palestinese. Nel momento in cui accade, divento qualcosa di più, e di molto meno, che umano.
Le persone palestinesi sono visibili, ma raramente vengono visti. Non “esistiamo” come le altre persone; non abbiamo né un paese formale né alcun potere economico o militare di cui parlare. Abbiamo una storia e una cultura, ma queste vengono erose ed espropriate sempre di più ogni anno che passa. Per lo più, siamo collettivamente oscurat* da ciò che la gente pensa di sapere, ciò che pensa che siamo: minacce, piantagrane, terroristi.
È così che ci ritroviamo al centro di così tante notizie e tuttavia continuiamo ad accumulare morti infinite. Moriamo, in parte, perché è quello che il mondo si aspetta da noi. Il nostro nome viene invocato solo in relazione alla brutalità e al conflitto, che sono presentati come inevitabili, come il nostro stato naturale. I report vengono letti come bollettini meteorologici: il “clima si riscalda”, “ribolle” in “un’altra ondata di violenza”. Le nostre vittime sono come le stagioni: un raccolto di morti ogni due o tre anni, di solito a Gaza.
Le immagini pubbliche di noi rivelano un mondo di polvere, carri armati e soldati. Queste strade spoglie e minacciose si mescolano nell’immaginazione occidentale con bobine color sabbia di altre morti – afgane, irachene, siriane – oscurando ulteriormente tutt* noi. I cliché avvolgono singole tragedie in una generica ripetizione, un archivio infinito di ciò che non viene ricordato.
Tutto questo perché siamo tra le persone usa e getta del mondo. Ciò che ci uccide non è solo la violenza dello stato israeliano, ma l’incapacità collettiva della comunità internazionale di immaginarci come esseri umani. È lo stesso fallimento che ha permesso a tanti corpi neri di essere assassinati alla luce del sole dei video virali, con così scarsi cambiamenti sistemici a seguire. Come ha scritto Elizabeth Alexander, “I corpi neri in pena sono stati uno spettacolo nazionale americano per secoli”. Con una memoria collettiva così violenta, non c’è da meravigliarsi che il popolo bianco americano sia stato così incredibilmente lento ed ambiguo nel rispondere alla violenza razzista. Chi è più visibile negli Stati Uniti di una persona di colore? Eppure, chi è che viene visto più di rado?
Questa è la contraddizione letale su cui generazioni di intellettuali e attivist* ner* hanno lavorato al fine di smantellarla. Il “problema della linea di colore”, come lo chiama WEB DuBois, sarà risolto solo quando gli Stati Uniti, nel loro insieme, comprenderanno la piena umanità delle persone nere, che sono state sistematicamente disumanizzate. Non si può andare avanti, in breve, finché gli Stati Uniti non avranno interiorizzato la verità più basilare: Black Lives Matter.
In questo modo, gli Stati Uniti e Israele condividono un fallimento morale simile: anni di privazione intenzionale dei diritti civili, abusi e furti da parte di un popolo in nome della supremazia di un altro gruppo – in un caso, sotto la bandiera della bianchezza, e nell’altro, il sionismo. Entrambi hanno scommesso sulla loro capacità di sopprimere gli sforzi di queste persone per resistere alla loro oppressione, attraverso i mezzi dell’incarcerazione di massa, la violenza di stato e la discriminazione legale. Ed entrambi hanno visto che anche le repressioni più brutali non possono soffocare lo spirito umano per sempre.
Quando ero al college, dopo aver perso il conto delle volte in cui mi era stato detto che non esistevo, ho avuto un incontro particolarmente minaccioso con uno sconosciuto ubriaco, che mi conosceva come palestinese. Mi ha afferrato il braccio, costringendomi a unirmi a una cerchia di suoi amici, e ha continuato a prendermi in giro per la mia convinzione “che arabi ed ebrei sono uguali” e che “i palestinesi dovrebbero avere dei diritti”. Le sue molestie si sono trasformate in minacce sessuali, che i suoi amici sembravano trovare esilaranti. Tuttavia, dopo essermi finalmente sottratta alla sua presa, ciò che mi ha perseguitato di più fu il mio silenzio di fronte alla sua invettiva. Perché mi sono sempre bloccata?
C’è un particolare, opprimente effetto che deriva dal fatto che la propria umanità venga completamente negata. In quell’istante, le specificità di una vita – gli amori, le paure e i desideri, le storie familiari e le speranze segrete – vengono cancellate. Può lasciare una persona senza parole, scossa, perdendo ogni senso di potere. Quegli ubriachi non mi hanno chiesto di discutere di politica: hanno messo in dubbio la legittimità stessa della mia esistenza. Quel momento ha toccato il cuore nascosto del “conflitto” israelo-palestinese: le vite de* palestinesi contano?
L’affermazione “Black Lives Matter” è nata sulla scia delle rivolte di Ferguson e della brutale risposta della polizia – eventi che ad Angela Davis hanno ricordato le strade di Gaza. L’idea – che le vite delle persone nere valgano – è potente perché sembra ovvia ma ci costringe a confrontarci con tutte le realtà materiali che la contraddicono. Se le loro vite sono importanti, perché gli uomini di colore hanno una probabilità 6 volte maggiore di essere incarcerati rispetto ai bianchi e 3 volte di essere uccisi dalla polizia? Se la vita dei neri è importante, come spiegare le grandi disparità razziali di risorse, ricchezza e salute? In questo modo, la semplice affermazione osa smascherare le forze razziste e la supremazia bianca nelle fondamenta stesse di questa nazione.
Allo stesso modo, la realtà materiale del popolo palestinese evidenzia che lo stato israeliano attribuisce poco valore alle loro vite. Preferirebbe che non fossimo affatto lì. La nazione stessa è stata fondata nel 1948 sullo sfollamento violento di centinaia di migliaia di palestinesi, compresa la mia famiglia, e si è estesa attraverso le guerre successive, l’espropriazione e l’insediamento in aree come la Cisgiordania e Gerusalemme. A coloro che rimangono viene negata la loro esistenza quotidianamente, attraverso scontri intenzionalmente disumanizzanti con lo Stato israeliano: da posti di blocco arbitrari alla violenza extragiudiziale, dall’esclusione economica a un complesso carcerario-industriale che imprigiona migliaia di palestinesi ogni anno, inclusi minori.
Le recenti “escalation” a Gerusalemme confermano solo l’irrealtà del mio popolo. I notiziari riportano gli eventi con un tono di contabilità clinica, non influenzato dalle vaste incongruenze di feriti e morti (a partire da giovedì mattina – il primo giorno di Eid – oltre 1.000 palestinesi feriti e almeno 83 morti, di cui almeno 17 bambini, con sette morti israeliane). Commentatori che, come fossero giornalisti sportivi, scommettono sulla prossima mossa di Hamas. Thomas Friedman che parla sarcasticamente dei giovani palestinesi e di TikTok. Giovani lanciatori di pietre e forze militari letali rappresentati come avversari uguali, o peggio, un Davide e Golia al contrario; civilizzati contro una folla rabbiosa e dalla pelle scura.
Non ti diranno mai come ognuno di noi crolla e sanguina in maniera unica, quanto sono specifiche la sofferenza e la resilienza di ogni individuo. Non sentirai mai, come ho fatto al telefono con Gerusalemme questa settimana, i dettagli che rendono questo dramma così umano. Una famiglia di Sheikh Jarrah che non sopporta di perdere il proprio giardino, riempiendo la mia chat WhatsApp con istantanee di alberi radicati decenni fa. Un altro giovane che non riusciva togliersi dalla mente quello che aveva visto nella moschea di Al Aqsa: non lo spargimento di sangue o i suoi compagni ora accecati, ma tutte le scarpe di quei soldati, che calpestavano il terreno sacro. Le loro scarpe, le loro scarpe, gemette lui. Le loro sporche scarpe.
Le persone nere americane ci hanno dimostrato, più e più volte, che non si lasceranno che le loro vite vengano rese irreali – e quest’anno molte più persone sembravano ascoltare. Per coloro che affrontano abitualmente la violenza di stato, l’omicidio di George Floyd non è stato, tragicamente, sorprendente. Eppure questa particolare morte sembrava poter penetrare nel più ampio immaginario americano, riuscendo, in qualche modo, a perforare la lucentezza dell’indifferenza con la sua pura forza viscerale, la sua specificità. Floyd venne visto come un individuo, un essere umano, e il suo nome divenne un movimento. “Black Lives Matter” ha avuto una rinascita, grazie in parte all’improvviso riconoscimento da parte delle persone bianche di una particolare vita e morte nera.
Le persone palestinesi si sono fatte trovare pronte a rispondere al movimento, protestando in solidarietà, disegnando paralleli tra le loro esperienze di incarcerazione di massa, forze dell’ordine militarizzate, discriminazione legale, ginocchia sul collo di civili. Il volto di Floyd decorava tratti del muro della barriera israeliana, accanto a murales di palestinesi uccisi dalla polizia e dai soldati israeliani, tra cui Iyad Hallaq, un uomo autistico, disarmato, ucciso mentre tornava a casa da scuola. La morte di Floyd ha anche provocato discussioni nelle comunità palestinesi e arabe in generale sul razzismo. Questo internazionalismo non è nuovo: attivist* palestinesi hanno per anni guardato al movimento americano per i diritti civili, alla lotta sudafricana contro l’apartheid e ad altri come fonti di ispirazione. Hanno anche offerto la loro solidarietà e sostegno ai movimenti all’estero, comprese le proteste di Standing Rock e altri sforzi per i diritti delle persone indigene.
Il popolo palestinese ha attinto a queste esperienze nelle settimane precedenti alle recenti “escalation”. Alla presenza di folle che gridavano “Morte agli arabi”, la violenza della polizia nei luoghi sacri della moschea di Al Aqsa e la flagrante invasione di coloni a Sheikh Jarrah, le proteste palestinesi sono rimaste “in gran parte pacifiche”, ha riferito Amnesty International. Questa lunga sofferenza è stata oscurata dalle “risse” sempre più brutali intorno alla moschea di Al Aqsa, in cui le forze armate israeliane hanno usato granate a concussione e proiettili di gomma contro i fedeli, ferendone oltre 1.000, di cui 170 nella sola preghiera del venerdì durante il mese sacro del Ramadan.
Ora, con il coinvolgimento di Hamas che offre a Israele una giustificazione per liberare il suo arsenale di prim’ordine, la particolare posta in gioco morale degli eventi si è dissolta nella narrativa familiare e generica: Israele si difende, i palestinesi muoiono. I titoli, per la maggior parte dei lettori, diventeranno intercambiabili; il bilancio delle vittime sarà confezionato nel linguaggio igienizzante dei calcoli militari e del gergo diplomatico.
Nel frattempo, coloro che difendono il diritto di resistenza delle persone palestinesi saranno inondat* di “what abouts (cosa mi dici di …?)” e richieste di prendere posizione contro la violenza – domande alle quali l’esercito israeliano, infinitamente più potente, non sarà mai sottoposto. Al contrario, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che gli omicidi di Gaza sono “solo l’inizio. Li colpiremo come non avrebbero mai creduto sia possibile colpirli.”
In tutto e per tutto, i detrattori useranno qualsiasi vittima o danno alla proprietà da parte israeliana per screditare l’intero movimento, proprio come le etichette di “agitatori esterni” e “rivoltosi” sono state usate per screditare il movimento nero dagli anni ’60 ad oggi negli Stati Uniti. L’illegalità dell’occupazione non verrà menzionata. Negoziatori e giornalisti chiederanno al popolo palestinese di impegnarsi nella nonviolenza, senza mai riconoscere gli anni di resistenza pacifica che hanno portato avanti contro ogni previsione.
Mentre i commentatori riciclano la retorica che parla di “entrambe le parti”, il bilancio delle vittime aumenterà, come sempre, in modo esponenziale da una parte soltanto. La decimazione di Gaza sarà giustificata come necessaria per fermare il “terrorismo”, nonostante l’annientamento di dozzine di civili, bambini compresi. Alla fine, si potrebbe parlare di “condizioni” per un cessate il fuoco – l’interruzione della morte delle persone palestinesi deve sempre avere delle condizioni. Nessuno presumerà che le loro vite, come tali, semplicemente contano.
Forse qualcosa, prima o poi, cambierà. Con il ritrovato scetticismo nei confronti delle forze dell’ordine e dell’incarcerazione indotto dal movimento in nome di George Floyd, molte persone nel mondo sembrano aver trovato risonanza con le scene delle proteste civili palestinesi nei territori e in Israele, rilanciando le loro marce in tutto il mondo. Forse, dopo un anno in cui le parole “decolonizzazione” e “intersezionalità” sono diventate dei meme, in cui i social media sono diventati un’autostrada snella per l’indignazione e la mobilitazione, questo “scontro” verrà finalmente riconosciuto per quello che è: una lotta per il diritto palestinese di affermare la propria umanità.
Un tale cambiamento sarebbe una svolta: proprio come gli Stati Uniti rimarranno un paese tormentato fino a quando le vite delle persone nere non saranno pienamente, veramente e ugualmente valorizzate, non ci può essere pace in Israele-Palestina finché tutte le vite coinvolte non saranno considerate umane. Una tale resa dei conti è comprensibilmente terrificante per le nazioni costruite sulla sistematica negazione di certe discipline umanistiche, ma non c’è altro modo. E se lo scorso anno ci ha insegnato qualcosa, è che non c’è modo di sovrastare il bisogno di dignità dell’individuo.
“I miti dell’autodifesa” – quella di Israele, si intende – “e di ‘entrambe le parti’ stanno diventando sempre più porosi”, ha detto in un’intervista alla CNN questa settimana Mohammed el-Kurd, la cui famiglia è alle prese con lo sfollamento forzato dalla loro casa a Sheikh Jarrah. “Le persone sono in grado di vedere attraverso questi miti, e chiamare un’occupazione per quello che è, un aggressore per quello che è”.
E forse anche loro cominceranno a vederci.

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