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Il cambiamento avverrà ben presto

Il cambiamento avverrà ben presto

Nel 2006 come oggi, passata la sbornia patriottica ci si accorge delle oscenità della guerra.

di Meron Benvenisti, pubblicato su Haaretz il 27 Luglio 2006, Traduzione: Intersecta

Nessuno può prevedere quando questo cambiamento avverrà, quando tutti gli esperti cominceranno a farsi concorrenza per essere i primi a rivelare i fallimenti di questa guerra: strategia sbagliata, dilettantismo politico, il vizio di parlare senza riflettere; debolezza mascherata da coraggiosa determinazione, illusioni, arroganza e vanagloria; dipendenza dalle pulsioni di vendetta; crudeltà e assenza di inibizioni morali.
Ma i manipolatori e gli eroi autodichiarati non dovrebbero farsi delle illusioni, né essere ingenui. E’ questo vale anche per gli ubriachi di patriottismo e per i presunti esperti: questo momento arriverà più velocemente di quanto immaginano e, in poco tempo, tutti si nasconderanno dietro il solito “ve l’avevamo detto”, quando sapranno verso dove soffierà il vento.
Cioè quando tutte le dichiarazioni, le previsioni e le scuse – che non potevano essere dette e scritte che in un’atmosfera di assenza di scetticismo critico, che prevale quando è dichiarato uno “stato di guerra” – saranno rese pubbliche.
Solo questa atmosfera senza scetticismo può far sì che persone serie arrivino a giustificare la distruzione di un paese (il Libano) il ragione del fatto che distruggendolo “aiutano il governo di quel paese” a liberarsi di Hezbollah – una sorta di variazione sul tema “la donna stuprata ha comunque provato piacere” . Solo in questa atmosfera di sospensione delle facoltà di giudizio una persona istruita può essere contenta del fatto che l’assenza di pressioni degli Stati Uniti per la cessazione dei bombardamenti renda possibile la prosecuzione delle stragi e della distruzione.
Solo la cieca fiducia nelle emozioni patriottiche, che intorbida ogni pensiero razionale, rende possibile il dichiarare senza vergogna – dopo tanti giorni di bombardamenti assassini e l’inspiegabile distruzione di un aeroporto, di svincoli autostradali, di centrali elettriche e interi quartieri – che di fatto questi attacchi erano inutili perché si sapeva da prima che le bombe non avrebbero potuto raggiungere i loro obiettivi e che si sarebbe arrivati lo stesso a un attacco di terra.
Solo le persone che sfruttano sena ritegno le pulsioni elementari si autorizzano a personalizzare la guerra e a non vederci che l’annientamento del loro nemico, in questo caso Hassan Nasrallah. Solo chi è convinto che la guerra copra ogni atto cinico e ipocrita può vantarsi di prendere parte a una missione umanitaria internazionale dopo avere provocato in prima persona la catastrofe.
Nessuno può prevedere in quale momento l’opposizione al bagno di sangue passerà da atto di tradimento a istanza legittima e corretta; in quale momento la condanna morale degli effetti diabolici della guerra diventerà inaccettabile da un punto di vista patriottico e slogan come “sradicare il terrorismo” , “una guerra per i nostri fratelli”, “una guerra per le nostre case” , “una lotta per l’esistenza” e altri dello stesso genere diventeranno una vuota retorica dopo essere stati dei sonori gridi di guerra.
Nessuno può prevederlo, ma l’esperienza ci insegna che il cambiamento dall’ubriachezza patriottica a un comportamento razionale basato su norme morali si verifica sempre, presto o tardi, a volta in qualche settimane o mesi e altre volte nel corso di generazioni. Sembra che in questa esplosione attuale di violenza il cambiamento si produrrà velocemente; il suo sviluppo, i suoi obiettivi e i suoi risultati non incitano all’entusiasmo e questa violenza non ha ancora diritto al titolo di “guerra”, perché quelli che l’hanno decisa non sono sicuri di volerla commemorare insieme alle altre gloriose guerre ufficiali condotte da Israele. E se ci stano pensando, farebbero bene a rinunciarci.
Perché non possono permettersi di pensare che tutti dovrebbero sapere che le loro stime erano errate, e quindi cercheranno una “vittoria” che giustificherà tutte le perdite umane e tutta questa distruzione. E la necessità di una tale “vittoria” non farà che prolungare la sofferenza e il lutto. Quelli che li sostengono faticheranno a esigere da loro un esame di coscienza, perché la solidarietà tribale proteggerà i dirigenti politici e militari.
Molto presto tutto tornerà come prima – eccetto per chi ha sacrificato la propria vita, e per chi è morto nei bombardamenti. E un grande perdente sarà il popolo di Israele, che con una reazione terribilmente smisurata alle provocazioni, si è posizionato come elemento estraneo nell’area, come il tiranno del vicinato, come l’oggetto di un odio impotente.

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