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Palestina, non un coflitto, ma una lotta per la dignità.

Palestina, non un coflitto, ma una lotta per la dignità.

Angela Davis: Porre in primo piano la questione della violenza serve quasi inevitabilmente a oscurare i temi che sono al centro delle lotte per la giustizia.

Estratti da un’intervista del 2014 di Frank Barat ad Angela Davis.

Traduzione: Intersecta

Quando è stata l’ultima volta che ha visitato la Palestina? Che impressione le ha lasciato?
Sono andata in Palestina nel giugno del 2011, insieme a una delegazione composta da studiose e attiviste femministe, indigene e di colore. Nella delegazione c’era chi era cresciuta nel regime di apartheid sudafricano, chi nel Sud sotto le leggi Jim Crow, e chi nelle riserve indiane. Nonostante in passato tutte noi avessimo già partecipato ad attività di solidarietà verso la Palestina, quello che abbiamo visto ci ha scioccate al punto che ci siamo riproposte di incoraggiare i gruppi che ciascuna rappresentava a unirsi al movimento BDS e a collaborare al rafforzamento della campagna per la Palestina libera. Più di recente alcune di noi si sono impegnate con successo per l’approvazione di una risoluzione con cui si sollecitava la partecipazione al boicottaggio accademico e culturale organizzato dall’Associazione di Studi Americani. Inoltre le donne della delegazione si sono impegnate nell’approvazione di una risoluzione che, proposta dall’Associazione di Lingue Moderne, richiamava Israele per aver negato l’ingresso in Cisgiordania agli accademici statunitensi che avrebbero dovuto insegnare e fare ricerca nelle università palestinesi.

La comunità internazionale e i mezzi d’informazione occidentali chiedono di continuo, come condizione imprescindibile, che i palestinesi fermino la violenza. Lei come spiegherebbe la popolarità di un simile discorso che sposta sugli oppressi l’onere di assicurare la sicurezza degli oppressori?

Porre in primo piano la questione della violenza serve quasi inevitabilmente a oscurare i temi che sono al centro delle lotte per la giustizia. È successo in Sudafrica durante la battaglia contro l’apartheid. Curiosamente Nelson Mandela – santificato come il difensore della pace più importante del nostro tempo – è stato tenuto dagli Stati Uniti nella lista dei terroristi fino al 2008. Le questioni importanti nella lotta dei palestinesi per la libertà e l’autodeterminazione vengono svilite ed eclissate da quanti provano a equiparare al terrorismo la resistenza palestinese contro l’apartheid israeliano.

Ci sono vari strumenti di resistenza a disposizione della gente oppressa da regimi razzisti o coloniali o dagli occupanti stranieri (come previsto dal I Protocollo Aggiuntivo della Convenzione di Ginevra), compreso l’uso delle forze armate. Oggi, il movimento di solidarietà con la Palestina ha intrapreso la strada della resistenza non violenta. Crede che questo basti per porre fine all’apartheid israeliano?
I movimenti di solidarietà sono certamente nonviolenti per loro natura. In Sudafrica, anche quando è stato organizzato un movimento di solidarietà internazionale, il Congresso Nazionale Africano (ANC) e il Partito Comunista Sudafricano (SACP) sono arrivati alla conclusione che c’era bisogno di un braccio armato del loro movimento: Umkhonto We Sizwe (Lancia della Nazione). Avevano ogni diritto di prendere una decisione del genere. In modo analogo, spetta ai palestinesi impiegare i metodi che ritengono abbiano maggiori possibilità di successo ai fini della loro lotta. Allo stesso tempo è chiaro che, se Israele venisse isolato politicamente ed economicamente, come la campagna BDS si sforza di fare, non potrebbe continuare a incrementare le pratiche segregazioniste. Se, per esempio, noi negli Stati Uniti potessimo costringere l’amministrazione di Obama a smettere di finanziare Israele con otto milioni di dollari al giorno, si farebbero grandi passi avanti nell’indurre Israele a porre fine all’occupazione.

Di recente, a Londra, lei ha tenuto una conferenza sulla Palestina, su G4S (Group 4 Security, la più grande società privata di sicurezza al mondo) e il complesso penitenziario-industriale. Potrebbe spiegarmi come si legano questi tre elementi?
Con il pretesto della sicurezza e della sicurezza dello Stato, G4S si è insinuata nella vita delle persone di tutto il mondo – soprattutto in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Palestina. Si tratta della terza società multinazionale più grande al mondo, subito dopo Walmart e Foxconn; è anche l’azienda che in Africa ha assunto il numero più alto di dipendenti. Hanno imparato come trarre profitto dal razzismo, dalle pratiche antiimmigrazione e dalle tecnologie applicate al settore penitenziario, in Israele e nel resto del mondo. G4S è direttamente responsabile dei modi in cui i palestinesi subiscono la prigionia per motivi politici, e anche del muro dell’apartheid, della detenzione in Sudafrica, di alcune scuole che, negli Stati Uniti, sembrano carceri e del muro lungo il confine tra Stati Uniti e Messico. Con sorpresa abbiamo appreso, durante l’incontro di Londra, che G4S gestisce anche alcuni centri per le vittime di violenza sessuale in Gran Bretagna.

Durante una conferenza alla Birkbeck University ha detto che la questione palestinese deve assumere una portata globale, diventare un tema sociale che qualunque movimento si batta per la giustizia deve inserire nel proprio programma, tra le priorità. Cosa intendeva dire?
Proprio come la lotta contro l’apartheid in Sudafrica ha trovato sostegno su scala mondiale ed è stata inserita in molti progetti di giustizia sociale, allo stesso modo è ora necessario che aderiscano alla solidarietà verso la Palestina le organizzazioni e i movimenti che ovunque nel mondo si battono per le cause progressiste. Si tendeva a considerare quella palestinese come una questione separata – e malauguratamente troppo spesso marginale. Questo è il momento giusto per esortare quanti credono nell’uguaglianza e nella giustizia a unirsi all’appello per una Palestina libera.

Intervista di Frank Barat (2014).

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Tra le cose a cui ho pensato in relazione al bisogno di diversificare i movimenti di solidarietà con la Palestina c’è questa: si tende ad accostarsi ai problemi che appassionano all’interno di una cornice ristretta. La gente fa così, qualunque sia il proprio interesse. Ma accade soprattutto in relazione al movimento di solidarietà con la Palestina. Ho potuto osservare che molte persone credono che per impegnarsi nella causa palestinese sia necessario esserne esperti.
Insomma, hanno timore a unirsi, perché pensano: «Non lo capisco. È così complicato». Poi ascoltano qualcuno che è realmente esperto, che rappresenta il movimento, che ha una conoscenza approfondita della storia del conflitto, che parla del fallimento degli Accordi di Oslo, eccetera, quando è successo e perché è importante; ma troppo spesso le persone sentono di non saperne abbastanza per potersi considerare dei sostenitori della giustizia in Palestina. Bisogna chiedersi allora come creare finestre e porte perché la gente che crede nella giustizia possa entrare e unirsi al movimento di solidarietà con la Palestina.
Così la questione che verte su come unificare i movimenti è anche legata al tipo di linguaggio che si usa e alla coscienza che si prova a destare. Ritengo essenziale insistere sull’intersezionalità dei movimenti. Con il movimento abolizionista, abbiamo provato a trovare una strada per parlare della Palestina in modo che la gente attratta da una campagna per smantellare i penitenziari negli Stati Uniti consideri anche la necessità di porre fine all’occupazione della Palestina. Non può essere un pensiero secondario. Deve essere parte integrante del procedere dell’analisi.

Intervista di Frank Barat (Bruxelles, 21 settembre 2014).

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