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Immaginare un mondo senza prigioni, senza polizia e senza tribunali.

Immaginare un mondo senza prigioni, senza polizia e senza tribunali.

Abolizionismo penale, istruzioni per l’uso. Intervista a Gwenola Ricordeau.

di Amélie Tresfels, per Urbania.fr   Traduzione: Intersecta

“Verrà un giorno e verrà una notte in cui danzeremo sulle ceneri dei loro commissariati, dei loro tribunali e delle loro prigioni”. Nel momento in cui le violenze delle forze dell’ordine sono sempre più visibili e il tasso di incarcerazione continua ad aumentare in Francia, contrariamente a quanto accade in altri paesi europei, il tema dell’abolizione della prigione e della polizia comincia a essere presente nel dibattito pubblico. Molte persone interessate si interrogano sulla realizzazione concreta di questo progetto politico. Di cosa si parla quando si parla di abolire queste istituzioni?

Nel suo ultimo libro, “Dei crimini e delle pene. Pensare l’abolizionismo penale” (éd. Grevis, 2021, in francese. Inedito in italiano NdT), Gwenola Ricordeau, professoressa e ricercatrice in giustizia criminale alla California State University, ripropone tre testi classici dell’abolizionismo penale, scritti fra il 1970 e il 1990 e tradotti in francese per la prima volta. Ricontestualizzando questi scritti del criminologo norvegese Nils Christie, del giurista olandese Louk Hulsman e della militante americana Ruth Morris, la curatrice del libro dimostra la loro attualità per immaginare un mondo senza prigioni, senza polizia e senza tribunali. Perché l’abolizionismo penale significa sì abolire la prigione, ma non solo questo. Le persone abolizioniste di oggi mostrano che è tutto un sistema a essere coinvolto, e che non si può abolire la prigione senza ripensare la giustizia nella sua globalità.

Lungi dall’essere un’opera prettamente teorica, “Dei crimini e delle pene” (per un* lett*e italian* è evidente il riferimento nel titolo all’opera di Cesare Beccaria, NdT) rende il tema accessibile a un vasto pubblico e presenta l’abolizionismo penale come un progetto in fieri, in movimento, che va immaginato insieme.

Gwenola, lei ha scelto di presentare e ricontestualizzare tre classici dell’abolizionismo penale che sono stati scritti negli anni ’70, ’80 e ’90. Sono ancora attuali nel 2021?

Questo libro ha una doppia ambizione: permettere una conoscenza più approfondita del pensiero abolizionista e della sua storia, e al tempo stesso fare dialogare dei testi abolizionisti pensati e scritti alcuni decenni fa con il mondo di oggi e i suoi problemi. In questi testi troviamo una critica della categoria di “crimine” e del suo uso.  Nils Christie, Louk Hulsman e Ruth Morris muovono anche una critica al concetto stesso di ricorso a una punizione. Inoltre il testo di Ruth Morris riportato nel mio libro è dedicato espressamente ai bisogni delle vittime e denuncia la “dipendenza penale”. Mi è sembrato molto in fase con i problemi di oggi.

 Quando parliamo di abolizionismo, non parliamo solo di abolire le prigioni, ma di decostruire un intero sistema che gira intorno a questi luoghi e alla logica della giustizia punitiva. Può darci una sua definizione di abolizionismo penale?

Il senso stretto, l’espressione designa il progetto politico di abolire il sistema penale e con esso tutte le istituzioni che lo compongono: polizia, prigioni, tribunali e così via. Cioè tutte le istituzioni che si occupano di quello che il diritto penale chiama “infrazioni” (e più precisamente contravvenzioni, delitti e crimini). Ma per me l’abolizionismo è anche un filo che bisogna tirare: quando si ha un approccio radicale al sistema penale, si arriva per forza a toccare il capitalismo, il patriarcato, il razzismo sistemico, le strutture coloniali e l’abilismo

Lei ha scritto che “L’abolizionismo produce una vera rivoluzione: gli attori politici non sono, o non sono più le persone incarcerate, ma quelle che hanno subito pregiudizi, gli autori dei pregiudizi, e le loro comunità”. Perché è importante non parlare solo delle persone incarcerate, ma prendere in conto tutto l’ecosistema e le conseguenze per le persone che le circondano?

Qui faccio riferimento a ciò che distingue le riflessioni abolizioniste contemporanee da quella della prima ondata abolizionista degli anni ’70. In un primo momento infatti l’abolizionismo era centrato sulla prigione e le lotte delle persone detenute. Da allora, pur conservando questo carattere fondamentale,  ha allargato il suo raggio: non mette in discussione solo il destino delle persone condannate, ma denuncia anche come il sistema penale risponde male ai bisogni delle vittime.

Oltre al capitalismo, alla razza, al genere e alla sessualità, lei parla di due nuovi fronti sui quali si sviluppano oggi le riflessioni abolizioniste: l’abilismo e l’ambiente. Ci può dire qualcosa in più?

In Francia come altrove esiste una tradizione politica comune fra le lotte delle persone detenute e contro l’istituzione carcere e le lotte contro l’ospedale psichiatrico, la psichiatria punitiva, l’istituzionalizzazione e la burocratizzazione della cura delle persone con handicap, le lotte delle persone in comunità di accoglienza ecc. Ma in questi ultimi anni negli Stati Uniti la questione del rapporto fra l’abilismo e l’istituzione carceraria ha acquisito ulteriore visibilità. Globalbmente, i movimenti politici di lotta contro l’abilismo hanno contribuito a denunciare ciò che la militante antiabilista Stacey Milbern chiama “acces- washing”, cioè la strumentalizzazione dell’accessibilità per le persone diversabili a fini di comunicazione commerciale e politica. E’ questo si riallaccia a una questione importante: da un lato le persone in situazione di handicap sono sovrarappresentate fra le vittime di crimini da parte delle forze dell’ordine, sono istituzionalizzate se così si può dire, dall’altro si parla di rendere accessibili i commissariati, i cellulari di polizia e le celle alle persone in sedia a rotelle…

Il secondo fronte da me evocato è quello dell’ambiente. E’ più recente, ma vediamo che l’impatto delle catastrofi ambientali sulle persone detenute, le conseguenze ecologiche dell’esistenza delle prigioni o i “greeenwashing” messo in atto dal sistema carcerario (per esempio con il verde negli istituti penitenziari, gli orti ecc.) sono temi sempre più discussi dal movimento abolizionista.

Perché ci sono ancora così pochi testi in francese? (In italiano ancora meno, NdT) C’è un come un blocco sul tema dell’abolizione del sistema penale in Francia, a livello di ricerca o di dibattito pubblico?

Esistono alcuni testi, però è vero che molti autori abolizionisti e autrici abolizionisti non hanno trovato traduzioni in Francia, se non in maniera molto parziale. Di fatto, le pubblicazioni in francese sul tema sono in massima parte destinate a lett*r* appartenent* al mondo accademico. Penso che affinché esistano e siano diffusi dei testi è necessario che ci sia un movimento propizio a livello sociale, uno spazio in cui questi testi possano essere discussi. Queste condizioni sono presenti negli USA da una ventina d’anni, ma ancora non lo sono in contesti francofoni.

Spesso si dice che il sistema penale francese non può essere comparato al complesso carcerario-industriale americano, col sottointeso che l’abolizionismo varrebbe solo per gli USA? Perché c’è questo luogo comune?

E’ vero che oggi in Francia le riflessioni dei movimenti  abolizionisti sono spesso presentati come una particolarità statunitense, soprattutto a causa del loro rapporto col le mobilitazioni del movimento BLM  dopo l’omicidio Floyd e con le manifestazioni per l’abolizione della polizia. Ma anche in Francia esistono delle critiche al sistema penale, e in campo politico possiamo citare il collettivo afrofemminista Mwasi, il Genepi o il giornale “L’Evolée”, che si dichiarano a favore dell’abolizione del sistema carcerario. Ci sono anche delle trasmissioni radiofoniche anticarcere, come Carapage, Casse-Muraille e molte altre. Del resto anche in Francia c’è una ricca storia di mobilitazioni anticarcere e abolizioniste dagli anni ’70 in poi.  E’ ovvio che ci sono ordini di grandezza diversi fra Francia e USA, ma il progetto abolizionista non è di incarcerare meno, o meglio, di avere meno polizia o una polizia meno violenta.  Forse l’ampiezza degli arresti di massa e dei crimini delle forze dell’ordine ha avuto per effetto di fare capire a molte persone l’irriformabilità del sistema.

Pensa che la recente condanna di Derek Chauvin mostri proprio quello che diceva? E’ una condanna strategica, un poliziotto “sacrificato” per assicurare il mantenimento del sistema carcerario, penale, e della supremazia bianca?

Penso che prima di tutto sia necessario dire che per la famiglia di George Floyd e per molte persone questa condanna è stata un sollievo, vista la lunga storia di impunità dei crimini delle forse dell’ordine. Ma questa condanna suscita molte altre emozioni e riflessioni, Intanto, questa decisione è stata presentata dai media come “storica”, anche se non è stata la prima del genere, ma le condanne per omicidio a poliziotti sono rare negli USA. Questo presentare come “storica” la sentenza è evidentemente strumentale all’agenda politica de partito democratico e al suo progetto di riforma della polizia, a cui hanno dato proprio il nome di Floyd. Durante la campagna per le presidenziali, Biden e i democratici hanno operato per capitalizzare l’emozione provocata dall’omicidio Floyd e al contempo hanno attaccato le mobilitazioni abolizioniste.

D’altra parte possiamo chiederci quali siano gli effetti della sentenza sul volume dei crimini commessi dalle forse dell’ordine. In parole povere: i poliziotti saranno meno violenti per paura di una condanna? Non è detto, e anzi, nelle quattro ore successive alla condanna di Chauvin la polizia ha ucciso almeno altre sei persone in tutto il paese. Alcun* temono anche che si debba assistere invece a un aumento dei cimini in divisa nei prossimi mesi.

Molt* analisti hanno affermato che sarebbe una pia illusione pensare che la sentenza di condanna abbia rimesso in discussione la supremazia bianca, perché invece essa permette di focalizzare il problema unicamente sui poliziotti razzisti, e non sul razzismo come valore fondante l’intera istituzione. D’altra parte non a caso il National Fraternal Order of Police, il più grande sindacato di polizia, si è dichiarato soddisfatto del risultato del processo: i poliziotti hanno tutto l’interesse a rafforzare l’idea di una polizia che punisce gli individui razzisti e violenti al suo interno.

Lei ha detto che l’abolizionismo “perderebbe la sua anima e le sue radici se diventasse qualcosa di diverso da un movimento di emancipazione di e per le persone e le comunità colpite dall’esistenza del sistema penale”. C’è un rischio di strumentalizzazione del discorso abolizionista?

La strumentalizzazione riformista di alcune rivendicazioni abolizioniste è già all’opera in USA, e lo stesso termine “abolizionismo” è utilizzato da alcune parti politiche, per scopi diversi da quello originario. Per esempio, a volte lo slogan “Aboliamo la polizia” è usato per spingere verso l’impiego di più assistenti sociali o di più interventi di assistenza terapeutica. Ed è un cambio di significato pericoloso. Quando l* abolizionist* dicono “abolire la polizia”, non intendono un trasferimento delle funzioni della polizia ad altri professionisti, né spingere verso la patologizzazione di alcuni comportamenti o alcune persone.

“Dei crimini e delle pene” permette di capire meglio quello che l’abolizionismo non è, ma ci aiuta anche a immaginare quello che potrebbe essere. Louk Hulsman propone per esempio di sostituire l’espressione “crimine” con “situazione problematica”. Perché è una proposta interessante?

Una parte delle riflessioni di Hulsman verte sulla categoria di “crimine”, sulla maniera in cui essa è legata all’idea di responsabilità individuale e su come essa influenza la nostra maniera di pensare la risoluzione dei problemi. Nel suo saggio invita a riflettere sbarazzandoci  di categorie penali, ed per questo che utilizza l’espressione “situazioni poblematiche”. Uno dei suoi obiettivi è di evitare di far pensare che ciò che chiamiamo di solito crimine sia necessariamente un evento di natura diversa dagli altri eventi della vita. E partendo dalla definizione molto comprensiva di “situazione che pone dei problemi”, descrive la varietà e diversità dei modelli di risposta (punitivo, compensatorio, terapeutico, conciliatorio, educativo) che possono essere messi in atto.

Il libro comincia con un testo scritto da lei, intitolato “Per le nostre vite a pezzi”. E’ un testo molto intimo, personale e potente che riguarda soprattutto la relazione fra i detenuti e le loro persone care. Perché ha voluto aprire il libro con un testo non teorico e così personale?

Di formazione sono sociologa, e come ricercatrice ho lavorato sugli effetti della detenzione sulle relazioni familiari e affettive delle persone detenute e modi in cui la prigione colpisce la vita degli affetti degli individui in carcere. Tutto questo lavoro non può prescindere dalla mia esperienza personale, visto che anch’io ho avuto delle persone care in carcere. Tuttavia in questo libro parlo anche del male che il sistema penale fa alle vittime, perché la mia critica a esso parte anche dai loro bisogni, dai nostri bisogni. E’ un testo, il mio, che non ha niente di accademico, e che ha un tono un po’ diverso dal resto del libro. Spero che verrà gradito da chi lo leggerà e che faccia da eco ad alcune esperienze dei lettori e delle lettrici. E’ vero che ciò che ho scritto è personale, ma ho soprattutto provato a mettere per iscritto quello che il sistema penale fa alle persone che lo hanno vissuto, e ho cercato di superare i limiti della scrittura accademica.

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