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Donne anarchiche ebree del primo Novecento: intervista a Elaine Leeder.

Donne anarchiche ebree del primo Novecento: intervista a Elaine Leeder.

La sociologa e militante anarco-femmnista racconta le storie delle donne ebree attive nel movimento anarchico dei primi del ‘900.

Intervista di Spencer Sunshine per anarchistagency.com

Traduzione: Intersecta

Elaine Leeder è una militante del movimento anarco-femminista degli anni ’70, insegnante e sociologa. È autrice di sei libri, tra cui The Gentle General: Rose Pesotta, Anarchist & Labor Organizer e My Life with Lifers, sul suo lavoro educativo nel carcere di San Quentin. Fra alcuni giorni terrà una conferenza su Zoom allo YIVO Institute for Jewish Research, che avrà come tema le interviste che ha fatto a otto donne ebree attive nel movimento anarchico tra gli anni ’20 e ’50. Gli argomenti  delle interviste sono la libertà sessuale, la famiglia, la vita in comune, l’istruzione, l’indipendenza economica e il ruolo dell’etnia e della cultura ebraica nelle loro vite. “Jewish Anarchist Women 1920-1950: The Politics of Sexuality” sarà in diretta il 10 giugno 2021 alle 13:00 EST ed è gratuito, ma è richiesta la registrazione anticipata. (La conferenza sarà disponibile anche su YouTube in seguito).

Spencer Sunshine ha incontrato Elaine Leeder e le ha fatto alcune domande sulla sua conferenza.

Spencer Sunshine: C’è una storia, fra le tante raccolte nelle tue interviste, che si distingue dalle altre?

Elaine Leeder: La mia storia preferita è quella raccontata da Clara Rotberg Larson. Era un’anarchica con l’ILGWU (International Ladies’ Garment Workers’ Union, un sindacato di lavoratrici dell’industria tessile fondato nel 1900, NdT) e un’attivista e agitatrice di lunga data. In tarda età, è stata scelta per rappresentare gli immigrati russi all’inaugurazione del museo di Ellis Island. Era su una sedia a rotelle e Dan Quayle (allora vicepresidente degli Stati Uniti) era lì. Si avvicinò a lei e le mise una mano sulla spalla in modo piuttosto condiscendente. Lei lo guardò, agitò il pugno e disse, con un forte accento yiddish: “Gay Aveck (“vattene” in yiddish) , sparisci, sei un maledetto repubblicano e non voglio avere niente a che fare con te!”

Spencer: Come si inserisce la militanza politica delle donne che hai intervistato nel contesto più ampio della politica anarchica ed ebraica del loro tempo?

Elaine: Le donne di cui parlerò erano attive in tutte le questioni anarchiche ed ebraiche del loro tempo. Hanno scritto per giornali anarchici, hanno lavorato nei sindacati, hanno cresciuto i loro figli in scuole anarchiche, hanno vissuto in comunità anarchiche, hanno messo in pratica  matrimoni aperti, convivenze e relazioni sessuali e affettive non tradizionali. Alcuni dei loro mariti (o partner) sono andati a combattere nella guerra civile spagnola mentre loro sono rimaste a casa e hanno continuato il loro lavoro di agitazione. Sono rimaste dedite all’ideologia e alle azioni anarchiche per tutta la vita.

Spencer: Hai fatto parte di una scena anarco-femminista statunitense abbastanza significativa negli anni ’70, incluso il tuo lavoro con Anarcha-Feminist Notes. Oggi c’è molto interesse per l’intersezione tra femminismo e anarchismo, quindi perché secondo le anarco-femministe degli anni ’70 sono stati così trascurate, sia dalle femministe che dagli anarchici?

Elaine: Il femminismo anarchico non è mai stato un grande movimento, in termini numerici,  all’interno del movimento di liberazione delle donne. Alcuni si definivano femministe radicali, ma le femministe marxiste dominavano il dibattito. Come femministe anarchiche, ci siamo organizzate a livello di base e non abbiamo ricevuto molta attenzione. Alcune di noi (Peggy Kornegger, Carol Ehrlich e altri) hanno scritto sulla connessione tra femminismo e anarchismo, ma per i pochi anarchici che volevano sentire quello che avevamo da dire; in realtà quasi nessuno ci ha citato o ha fatto molto di quello che stavamo dicendo . L’anarchismo è sempre stato emarginato nei movimenti, e così è stato anche con l’anarco-femminismo. Sono rincuorata dalla generazione più giovane di femministe anarchiche oggi che stanno creando i collegamenti che noi abbiamo auspicato.

Spencer: Qual era il rapporto dell’anarco-femminismo degli anni ’70 con la militanza politica di queste donne? Quali sono le maggiori differenze e somiglianze?

Elaine: Le donne di cui parlerò erano una generazione di transizione dall’attivismo degli anni ’20 alle femministe degli anni ’70. Queste donne non erano femministe e non si associavano ad altre organizzazioni o azioni femminili (si riferisce alle sufragette e al femminismo borghese NdT). Erano impegnate a organizzare il lavoro, a scrivere e a mettere su famiglia.

Spencer: Cosa significava essere ebree per queste donne? In che modo le loro idee di donne ebree anarchiche si relazionavano con le altri componenti della comunità ebraica, così come con il modo in cui i non ebrei vedono il mondo ebraico (cioè generalmente come un gruppo religioso)?

Elaine: Essere ebree era una componente importante della loro identità. Molte di loro sono cresciute con una educazione ortodossa e sono nate nell’Europa orientale. Quando arrivarono negli Stati Uniti erano immerse nella cultura yiddish; alcune di loro hanno continuato a praticare qualche rituale (ho celebrato lo Shabbat con due di loro). Si relazionarono con altri ebrei nell’organizzazione, ma lavorarono anche con italiani e altri anarchici. All’interno del mondo anarchico erano molto rispettate come organizzatrici e pubbliciste. In realtà non so come sia stata la loro esperienza con persone non militanti. Non ne abbiamo parlato nelle interviste.

Spencer: La tua militanza anarco-femminista ha influenzato il tuo lavoro più recente sulla giustizia riparativa?

Elaine: La mia militanza anarco-femminista è fortemente legata al mio lavoro sulla giustizia riparativa. Grazie ai valori anarchici (e ai valori ebraici di Tzedeka—giustizia) il mio ultimo lavoro mia ha portato a studiare e a provare a mettere in pratica un dialogo vittima/autore del reato, fra  le persone che sono state danneggiate e coloro che hanno causato il danno. Le mie ricerche  sono profondamente informati da questi valori. Sono ancora impegnata per la libertà e la giustizia. Lavorare nelle carceri mi mostra il razzismo sistemico che è vivo e vegeto; è mio impegno sfidarlo finché vivrò. Lavoro con i prigionieri e le loro vittime: parlano dei crimini e dell’impatto su entrambe le parti. Lavoro con loro per ottenere il perdono e riparare il danno fatto. È un lavoro profondamente gratificante e profondo, e aono onorata di essere con loro durante tutto il processo.

Spencer: Quando hai condotto le interviste e farai una pubblicazione basata su di esse?

Elaine: Le interviste sono state fatte negli anni ’80 dopo che la pubblicazione del mio libro su Rose Pesotta (anarchica, ebrea e vicepresidente dell’ILGWU). In quel periodo avevo incontrato così tanti straordinari anarchiche ebree che mi sono sentito obbligato a raccontare le loro storie. Ho ricevuto borse di studio dal National Endowment for the Humanities e dall’Ithaca College che mi hanno permesso di viaggiare per incontrare queste donne. Non ho ancora pubblicato questo lavoro, ma sarei felice di farlo, qualora qualcuno fosse interessato a pubblicarlo.

Spencer: Quali sono le lezioni più importanti da queste interviste per le persone di oggi?

Elaine: Queste donne mi hanno insegnato che non si può rinunciare alla propria ideologia e al proprio impegno per la giustizia sociale, anche di fronte a una forte repressione. Queste donne erano attive durante il Red Scare, il maccartismo e altri periodi repressivi. Eppure hanno continuato a fare il loro lavoro di organizzazione, informazione e agitazione. Non hanno mai perso il loro impegno anche quando sono invecchiate; erano una generazione di attiviste di transizione e hanno mantenuto viva la torcia per trasmetterla alla successiva generazione di attiviste. Sono stato onorata di incontrarle e ascoltare le loro storie.

 

Elaine Leeder è insegnante alla Sonoma State University; è autrice di sei libri, due dei quali vengono utilizzati nelle università di tutto il paese. Il suo primo libro The Gentle General: Rose Pesotta, Anarchist and Labor Organizer, è stato pubblicato da SUNY PRESS. È stata autrice di numerosi articoli sul femminismo anarchico, pubblicati negli anni ’80. Attualmente lavora nelle carceri facendo giustizia riparativa, facilitando il dialogo tra le vittime e coloro che hanno commesso i crimini, nelle carceri della California. Ha ricevuto il Real Hero Award dalla Croce Rossa americana per il suo lavoro nelle carceri, è menzionata in Who’s Who of American Teachers e Who’s Who in America, ed è stata visiting scholar presso il US Holocaust Memorial Museum.

 

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